Io NON do 10 euro a Santoro per serviziopubblico.it

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Michele Santoro chiede 10 euro per la sua nuova iniziativa http://www.serviziopubblico.it.

Molti auguri a lui per la sua iniziativa di realizzare servizi e interviste (per ora limitati alle signorine dell’entourage del Presidente del Consiglio) da destinare alla ritrasmissione in tutte quelle realtà  di comunicazione disponibili e, comunque "dovunque sarà possibile".

Ma io non gli verso un tubo.
Per questi motivi:

  • io verso già un canone di abbonamento (ufficialmente è una "tassa sul possesso del televisore") al servizio pubblico. E’ certo che non si tratta di un servizio pubblico vero e proprio, ma bisogna fare di tutto perché lo sia;
  • il nuovo sito di Santoro non dice che cosa sia l’Associazione "Servizio Pubblico", non presenta uno straccio di statuto, non c’è una pagina che si chiami "chi siamo" in cui si faccia il nome della loro sede legale, di un recapito di posta elettronica, di un fax, di un numero di telefono. Solo di come si possono versare i dieci euro di cui sopra (bonifico bancario, paypal e carta di credito). Posso almeno dedurli dalla dichiarazione dei redditi quei 10 euro? Ammesso che glieli voglia dare sarebbe carino che ce lo dicessero.
  • Chi sono i partners? Chi è questa "Mosaico Produzioni" linkata nella pagina del sito, e che produce per Micorosoft? [1] E che cos’è la Zero Studio s.r.l. di cui, invece, non c’è traccia di link?
  • i miei 10 euro dovrebbero servire per costruire una televisione "senza padroni economici e senza padrini politici". Bene, ma poi cosa ci faccio? Voglio dire, cosa è mio, di quella televisione, per quei 10 euro?? Se io sono il solo padrone economico di un qualcosa, almeno in compartecipazione, come faccio a non rischiare che, come è successo per "Il Fatto Quotidiano", chi gestisce quello di cui sono padrone non mi metta le pubblicità di Eni, Enel e compagnia bella?
  • i contenuti che il sito ha prodotto e produrrà, saranno redistribuiti almeno sotto una licenza Creative Commons? Potremo re-distribuire i video, i contributi audio, più generalmente tutto quello che viene prodotto senza scopo di lucro e senza rischiare di andare a infrangere qualche copyright del cavolo messo lì per tutelare, oltre che loro stessi, anche qualche giornalistino rampante o l’ennesima signorina charmante simbolo del nuovo web? Farà Santoro quello che la Rai non fa, ovvero considerare appartenente ai cittadini quello che viene prodotto coi soldi dei cittadini?
  • Santoro scrive "Tivvù" con due v e questo turba il mio senso estetico.
  • Santoro ha chiuso il rapporto con la RAI con una indennità di 2.300.000 euro con soluzione consensuale e bilaterale (quindi anche con il suo contributo alla definizione dei termini di quell’accordo economico) e adesso viene a chiedere 10 euro a me??

Le melanzane di Milena Gabanelli fanno i pomodori

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Da una pianta di melanzane dell’orto di Milena Gabanelli  è nato un pomodoro.

E’ una notizia? Parrebbe proprio di no, ma l’edizione di Bologna del Corriere della Sera l’ha, comunque, riportata sulla versione web (l’articolo lo trovate qui) con tanto di sottotitolo alla Agatha Christie: "l”enigma’ di casa Gabanelli", corredato da una serie di fotografie (cinque) in cui si mostra, sempre usando tra virgolette il sottotitolo di un classico del noir: "Lo ‘strano caso’ nell’orto di Milena".

Dopo l’arresto di Salvatore Parolisi si tratta sicuramente del caso più appassionante e inquietante di questa torrida estate: chi avrà messo i tumati insieme alle melanzane nell’orto della Sora Milena?

L’istruttoria comincia con la ricostruzione della stessa Gabanelli che dice: «Ho acquistato la piantina in un consorzio di Sasso Marconi. Le melanzane erano buonissime, però mi sono chiesta: come mai dalla stessa pianta crescono anche i pomodori?»
A risolvere l’annoso enigma ci pensa il Dott.  Francesco Orsini: «Si tratta di una pianta innestata (…) Chi vuole ottenere in vivaio una pianta di melanzane, di solito la innesta sulle radici del pomodoro perché queste sono più resistenti. Stavolta probabilmente non avevano tagliato bene l’apice e, assieme alle melanzane, è cresciuto anche un rametto di pomodori. È un inconveniente che può succedere, ma non ci sono rischi per la salute. Gli ortaggi possono essere tranquillamente mangiati».
Conclusa l’indagine, e visto che non c’erano prove sufficienti per incastrare il pomodoro malvivente, la Gabanelli conclude: «Vorrà dire che mangerò anche i pomodori, le melanzane erano già buonissime».

Ecco, un bell’articolo linkato in home page dal Corriere, e tutto perché il mondo sappia che la Gabanelli mangia le melanzane con la pummarola ‘n coppa.

Ora possiamo tutti dormire sonni più tranquilli.

Emanuela Falcetti: cancellata “Italia: Istruzioni per l’uso” dal palinsesto RAI

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Il riassetto delle trasmissioni radiotelevisive ha, generalmente, sempre portato a un impoverimento della offerta precedente.
Sono state “silurate” trasmissioni bellissime e storiche. Mi viene da pensare a “Fabio e Fiamma” su Radio Due (ve la ricordate “La trave nell’occhio?”), ma anche trasmissioni di servizio come “3131” hanno lasciato il passo a un palinsesto decisamente meno qualificato sul piano informativo e sulla qualità dell’intrattenimento (basti pensare a come si è ridotto “Black Out” dopo almeno venticinque anni di onoratissima carriera).
Oggi però sono contento.
La RAI ha deciso di non mettere più in onda il programma “Italia: istruzioni per l’uso”, su RAI Uno condotto da Emanuela Falcetti.
Non ho mai amato la sua modalità di condurre il programma che personalmente ho sempre trovato eccessiva, inadeguata e invadente, in genere non mi piacciono troppo i giornalisti che fanno domande lunghissime e poi chiedono risposte in tre secondi perché “Si sbrighi abbiamo poco tempo…
Non  ho mai trovato “Italia: Istruzioni per l’uso” una vera trasmissione di servizio, sarà per questo giornalismo “gridato” che mi sembra fuori luogo.
Penso che questo programma possa tranquillamente essere destinato agli archivi della RAI senza troppi rimpianti.
Sono anche contento che il programma presentato dall’ex reginetta di Discoring non abbia più, al mattino, l’appendice televisiva su Rai News 24, che è un’emittente seria, nei commenti di Corradino Mineo, che è un giornalista serio.

L’ultima trasmissione, quella di questa mattina, è andata avanti fino alla fine, con l’interlocutore che negli ultimi secondi diceva alla Falcetti “Sei una grande!“, complimento che mi è sembrato un po’ esagerato, ma ognuno ha le sue opinioni. La mia è che di questa trasmissione non sentirò certamente la mancanza.

Internazionale: spot rifiutato su Radio Tre Rai

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Stiamo vivendo in un paese davvero schizofrenico se l’unico giornale veramente leggibile ancora disponibile nelle nostre edicole, il settimanale “Internazionale”, che riporta traduzioni degli articoli di maggior rilievo dalle testate più prestigiose del mondo (e ci vuol poco ad essere più prestigiosi della stampa italiana, basta non avere accesso ai finanziamenti pubblici), pubblica una copertina con la traduzione (“L’uomo che ha fottuto un intero paese”) del titolo apparso una settimana prima sull’ “Economist” (“The Man who screwed an entire country”) e riportante una inchiesta sull’Italia di Silvio Berlusconi; e se, guarda caso, commissiona della pubblicità all’unico canale ancora ascoltabile della nostra radio nazionale (Radio Tre) che, tuttavia, si rifiuta di mandarlo in onda, perché non si può fare pubblicità a un qualcosa che traduce qualcos’altro e che si riferisce (con il verbo “fottere”, poi…) al Presidente del Consiglio.

Si potrebbe fare del semplice lapalissianesimo affermando che l’informazione è ormai controllata dal potere di Berlusconi, che ormai tutto è suo e bla, e bla e bla. Sì, si affermerebbe una circostanza vera, ma, appunto, lapalissiana. Come dire che il cielo è azzurro quando non piove.

Il punto è che viviamo tutti (compreso il servizio pubblico pagato dai cittadini) in un clima di assoluta paura e puritanesimo spicciolo, per cui, verbi come “fottere”, per il corrispondente inglese “to screw” non vanno bene se trasmessi da una rete culturale, soprattutto se sono diretti a sottolineare figuratamente (ma non solo, evidentemente), l’attività del Presidente del Consiglio.

Oppure, molto più probabilmente, si ha paura a dare risalto e riverbero a qualcosa di vero, come il fatto che Berlusconi ha fottuto un paese intero.

E questo non dovrebbe essere degno del servizio pubblico.

Su RadioTre “Io non ho paura”, per muoversi con sicurezza nella foresta di Internet

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Diavolo d’un computer! Mi chiede di diventare amico di facebook, di mettere le mie musiche nel cloud, poi mi consiglia di cambiare il browser, di aderire all’open access e di fare qualcosa di misterioso con una piattaforma Ushahidi. Chi mi salverà?

Non perdiamoci d’animo! Radio3 scienza inaugura la prima guida on air per salvarsi nell’on line.

Per chi batte la tastiera usando un dito alla volta e per chi si sente già un mezzo geek, un secchione della rete, ma ha ancora paura della foresta di Internet.

Tutti i venerdì, dal 24 giugno, a Radio3 scienza.

…e allora chiudiamo Annozero

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E allora adesso pare proprio che basta Santoro alla RAI.

Annozero chiude, non la vedremo più. L’azienda e il presentatore "hanno convenuto di risolvere il rapporto di lavoro, riservandosi di valutare in futuro altre e diverse forme di collaborazione".

E’ una separazione consensuale, e in Italia è ammesso (per parafrasare un modo di dire di mio suocero.

"Rai e Michele Santoro  hanno inteso definire transattivamente il complesso contenzioso altrimenti demandato alla sede giudiziaria. Si è ritenuto infatti di far cessare gli effetti della sentenza del Tribunale di Roma, confermate in appello, in materia di modalità di impiego di Michele Santoro, recuperando così la piena reciproca autonomia decisionale".

E’ un passaggio spaventoso. Non tanto per il fatto che la Rai e Santoro abbiano trovato un accordo stragiudiziale, acnhe quello, sempre per dirla come mio suocero, "in Italia è ammesso". Il punto è che una sentenza del Tribunale di Roma confermata in Appello dà ragione piena a Santoro, e cioè al silurato, all’ingiustamente vilipeso, a uno dei protagonisti dell’editto bulgaro, a quello che diceva a Celentano "grazie per il microfono ma io voglio il MIO microfono" (frase che se me l’avessero scritta l’avrei capita al volo, ma così pronunciata ci ho messo un macello di tempo, sprecando le mie poche sinapsi residue) che ora (forse) se ne va a La7 e "recupera la piena reciproca autonomia decisionale"?

Santoro poteva tenere la RAI e il Governo per le palle. Aveva dalla sua due decisioni di merito del Tribunale, potevano esserci tutte le pressioni del mondo, Berlusconi, mica Berlusconi, si contenga. E invece no, ci vuole "autonomia decisionale" anche per lui, che, evidentemente, avrà trovato forme alternative più gratificanti. Per carità, ci può essere anche soddisfazione a farsi reintegrare al lavoro oggi e mandare il padrone a "fare un bicchiere" il giorno dopo, son scelte.

Non vedremo più Santoro con Vauro che commenta le sue vignette e che nessuno ci ride più. In compenso è stato confermato "Ballarò" con Crozza che non mi ha mai fatto ridere.

In onda stasera su Rai Tre “E’ stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati. Alle 23,35 (e ci state larghi!)

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Questa sera la RAI trasmette il documentario "E’ stato morto un ragazzo" di Filippo Vendemmiati e dedicato alla storia di Federico Aldrovandi, partendo dai fatti occorsi nei pressi dell’Ippodromo di Ferrara, passando per i tempi estremamente dilatati con cui la famiglia ha appreso della morte del ragazzo, fino ad arrivare al procedimento penale che riguarda alcuni poliziotti, già condannati in primo grado per eccesso in legittima difesa (da cui sarebbe derivata la morte del ragazzo).
E’ un lavoro molto ben fatto, ha vinto il Premio David Di Donatello per la documentaristica, Vendemmiati è preciso e rigoroso.
E’ uscito in allegato a un volume per Promo Music Books, costa 19,90 euro, decisamente ben spesi (l’ho comprato presso lo shop di Beppe Grillo, che secondo me fa bene a distribuirlo).
La RAI, come è d’uopo, lo trasmette, da bravo servizio pubblico, su Rai Tre.
Solo che ce lo fanno vedere alle 23,35.
Perché qualcuno potrebbe anche saperne qualcosa di più, se lo si trasmettesse in prima serata, magari dopo le gigionerìe di Fazio.
Meglio trasmetterlo di sabato in quinta serata, quando i giovani sono fuori in discoteca, quando i vecchietti sono assonnati, quando i buoni padri di famiglia sono impegnati nello zapping dell’eros soft su qualche TV a pagamento.
Meglio trasmetterlo in sordina. Perché sapere di più sulla morte di Federico Aldrovandi potrebbe essere poco opportuno.

L’insostenibile leggerezza di Report

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Finalmente la rete si è svegliata e si è resa conto che la puntata di "Report" intitolata "Il prodotto sei tu" è stata deludente, un po’ superficiale e sgangherata e  che ha rappresentato, a detta di molti, tra cui io, un momento negativo della qualità informativa di una delle trasmissioni che maggiormente si distinguono per accuratezza dei servizi e impeccabilita’ dei contenuti.

Ci torno sopra perché anch’io, nel mio piccolo, ho ricevuto alcune critiche per il solo fatto di aver criticato (sacrilegio!!) la Gabanelli e la sua redazione, persone evidentemente entrate, almeno nell’immaginario collettivo di certa parte del pubblico, nel novero di ciò che non si critica perché non deve essere criticato. O, se lo è (e, ripeto, non è bene, secondo molti, che lo sia), deve essere criticato in certe forme, in certi luoghi e con certi contenuti.

Prima di tornare sul merito della puntata (che non ho guardato, ma di cui esiste la trascrizione integrale in formato PDF, modalità che, possibilmente, fa emergere ancora di più le infinite contraddizioni di quanto è stato rappresentato), cito un po’ di frasi e link che mi sembrano – significativi:

 – (…) la Gabanelli mi aveva parlato mesi fa al Circolo della stampa di Milano di volere realizzare una trasmissione su internet e non avevo condiviso la linea editoriale: dopo quanto visto ed ascoltato oggi sono felice di non avere preso parte e contribuito in nessuna misura a questa indecente e vergognosa farsa! (Michele Ficara, La Gabanelli evaporata dalla rete)
"Cara Gabbanelli io ti stimo ma stasera hai veramente toppato!" (Marco Zamperini sulla sua pagina Facebook)
"(…) un po’ troppo generalista e con molte inesattezze, non è da loro" (Mauro Lattuada)
"quella strana puntata di Report" (Fabio Lalli)
"L’errore principale è stato quello di dare per scontato che il target di Report fosse per lo più composto da apocalittici e da ingenuotti" (Lettera aperta a Milena Gabanelli)

E la Gabanelli rispose:

"Abbiamo portato in una tv generalista un argomento che di solito viene discusso in rete fra competenti. Abbiamo dovuto ovviamente adattare il linguaggio, semplificare. Poi se non è piaciuto pazienza." (L’Unità)

La replica di Milena Gabanelli mi pare francamente fuori luogo. E’ comprensibile l’intento di portare degli argomenti, quali quelli della pericolosità di certi atteggiamenti e modalità operative della rete fuori dal nòvero degli addetti ai lavori, ma non è affatto da accettare né da giustificare in nessun modo l’atteggiamento di chi dice "Poi se non è piaciuto pazienza". Sei tu, giornalista, che ti proponi con un prodotto, la gente che lo guarda te lo critica e l’unica risposta che hai da dare a queste persone che hanno avuto tanta fiducia in te da essere meravigliata dalla leggerezza con cui il tema è stato sviluppato è "Pazienza"? Ne prendiamo atto, e allora andiamo a vedere quali sono i punti deboli della puntata:

Fin dal comunicato che precedeva la messa in onda della trasmissione gli intenti dichiarati erano chiari:
"I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto corrono liberi nelle praterie della rete dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Google cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie? Condividere è facile anche su Youtube, dove gli Italiani cliccano i video un miliardo di volte al mese e può succedere che qualcuno condivida la roba tua anche se non te lo saresti mai aspettato. Come si fa a difendersi? E come si evitano le trappole che i criminali allestiscono per derubare gli utenti di Facebook quando cliccano il tasto «mi piace»? Circa 17 milioni di Italiani usano Facebook ogni giorno per comunicare con i loro amici, ma in certi casi ti ritrovi buttato fuori. C’è libertà di espressione su Facebook o hanno fatto accordi con il ministero dell’Interno per monitorare quello che dicono gli utenti? "

Dunque, si intende parlare di:
– protezione dei dati personali
– libertà di espressione
– come fare per difendersi

E la prima entità della rete ad essere intervistata chi è? Wikipedia. Mi sembra logico. La curatrice definisce Wikipedia "Il  prototipo  della  Rete  egualitaria  e  disinteressata"  e vorremmo anche capire perché. Non è chiaro, inoltre, quale sia la funzione della signora Frida Brioschi all’interno delle tematiche esposte sopra, ma sentiamo cos’ha da dire:
"Dunque, noi teniamo delle votazioni per eleggere gli amministratori e i burocrati e poi abbiamo delle votazioni sulle pagine per decidere se cancellare o meno una pagina."
Dunque una rete "egualitaria e disinteressata" che elegge un apparato burocratico e amministrativo. E’ un po’ contraddittorio, ma andiamo avanti.

"(…) cancelliamo  molte  biografie  ad  esempio  di  personaggi  che  non  hanno  rilevanza enciclopedica."
Bisogna concludere che secondo quanto affermato dalla signora Brioschi le biografie di Fabrizio Corona e Belén Rodriguez abbiano un’altissima "rilevanza enciclopedica", perché sono regolarmente reperibili sull’edizione italiana di Wikipedia.
E come mai su Wikipedia non esistono due righe su uno scrittore catalano come Rafael Cansinos-Asséns? Dobbiamo forse credere che uno scrittore, sia pure semisconosciuto, sia meno "enciclopedico" di un fotografo pluri-inquisito e di una subrettina di cui si spiega, con dovizia di particolari, a chi è stata legata sentimentalmente negli ultimi anni??

STEFANIA  RIMINI 
C’è sempre qualcuno che è lì pronto a controllare
FRIEDA  BRIOSCHI  – WIKIMEDIA  ITALIA 
A guardare tutto quello che succede.
STEFANIA  RIMINI 
cosa hanno scritto gli altri?
FRIEDA  BRIOSCHI  – WIKIMEDIA  ITALIA 
Si certo

Ecco il punto: c’è sempre qualcuno che controlla. Il controllo (e non la libertà di partecipare) è l’impianto fondamentale di Wikipedia. Il controllo di Wikipedia è quello che ha permesso che le voci su Umberto Eco e Piergiorgio Odifreddi scritte dai volontari di Wikipedia fossero più enciclopediche di quelle corrette dagli stessi Eco ed Odifreddi.

Dov’è, dunque questo "prototipo della rete egualitaria e disinteressata"? E’ chiaro ce c’è molto interesse in Wikipedia (e non l’apparato burocratico non sarebbe assolutamente necessario), e l’interesse è quello di essere considerato come il primo recipiente al mondo depositario del sapere indipendentemente dalla qualità di questo sapere.

Subito dopo è apparso un signore per una ventina di secondi scarsi che ha riferito che "quest’anno  si  sono  liberate  le  opere  di  Francis  Scott Fitzgerald  e  per  quanto  riguarda gli italiani ad esempio Vito Volterra il matematico fondatore del Cnr." Bene, e allora?
A parte il fatto che la caduta in pubblico dominio delle opere di Scott Fitzgerald è un dato che chiunque può ricavare avendo sottomano un’enciclopedia e una calcolatrice, qual è il senso di questo intervento?  Parla di privacy? No. Parla di libertà di espressione in rete? Neanche. Parla di come difendersi dalla cessione dei nostri dati personali a terzi?? Neanche per sogno. Si tratta di affermazioni che aiutano lo spettatore a capire a chi rivolgersi nel caso il proprio indirizzo di posta elettronica venga catturato dagli spammer? Men che meno.

Un’intervista al signor Riccardo Biondi non aiuta a districare la matassa:

STEFANIA  RIMINI  – FUORI  CAMP O
E poi ci sono tutti quelli che ti spammano semplicemente perché se ne fregano e ti inviano la  loro  pubblicità  volente  o  nolente.  Riccardo  ha  una  decina  di  indirizzi  mail  e  perde  ore  per  scremare  la  posta  indesiderata  da  quella  utile,  sicché  ha  deciso  di  condurre  una  lotta  fino
all’ultimo spam.
STEFANIA  RIMINI 
Quante cause hai fatto?
RICCARDO BIONDI 
Cause per il momento con sentenza ce ne ho due.
STEFANIA  RIMINI 
Che ti han dato ragione o torto?
RICCARDO BIONDI 
Ragione.
STEFANIA  RIMINI 
Di solito quanto pagano queste aziende quando poi perdono?
RICCARDO BIONDI 
200 euro … come ne possono pagare 1500, 2000. Per lo meno … per il momento c’ho rimesso.

Premesso che io di cause con sentenza per problemi di spamming ne ho almeno una decina (più favorevoli che sfavorevoli), e che la pur meritoria attività del signor Biondi non mi sembra abbastanza matura da poter giustificare risultati che vanno in una precisa direzione, il punto non è fare a gara a chi la spunta di più. Il punto è che non si sa (nè la trasmissione lo dice):

a chi si è rivolto il signor Biondi per aver ragione delle sue doglianze (al Garante della Privacy? Ha preferito la strada della causa e del risarcimento civile? –dubito assai della seconda ipotesi perché in tal caso non avrebbe una decisione di merito così rapida– Si è rivolto al Giudice di Pace?)
perché ci abbia rimesso (sono costi di avvocati?  Si tratta delle spese di segreteria per per presentare ricorso al Garante??)

E non si capisce perché in un tema talmente delicato l’unico intervento del Garante della Privacy sia quello del Dott. Luigi Montuori, ancora più breve della segnatazione su Francis Scott Fitzgerald: "Basta fare una segnalazione e di solito interveniamo."

Esatto, basta farlo, gli organismi ci sono e sono giustamente criticabili per il fatto di assorbire grandissime quantità di denaro pubblico.
Ma se li usiamo per quello che sono forse lavoreranno di più a favore dei cittadini.

Pare averlo capito anche la Gabanelli, che raggiunge il minimo storico della trasmissione:

"Bene, allora da domani ci mettiamo tutti a segnalare la quantità industriale di spam che arriva  sulla nostra posta,  così il Garante risolve anche il  problema occupazionale del  paese. Consigli della Nasa per evitare brutte sorprese:  non usare la stessa  password per accedere alla email,  a Facebook, al conto online, ma averne diverse, farle lunghe, con almeno 4 caratteri : lettere, numeri,  maiuscole  e  minuscole;  poi  per  ricordarvele  esistono  dei  programmi  gratuiti  che  le  crittografano. E quindi un po’ di prudenza. "

Sì, ce la voglio proprio vedere la Gabanelli e tutti i suoi adepti a sganciare 150 euro a ricorso (tanto costano i diritti di segreteria presso il Garante per la Protezione dei Dati Personali), ma transeat anche questo. Quello che Report non dice è che per le mail pubblicitarie che arrivano dall’estero non c’è nulla da fare, perché gli spammer rispondono alle leggi dei paesi da cui la mail pubblicitaria è partita.
Sarebbe sata una (utile) informazione in più. Che non c’è stata.
Le uniche informazioni date sono estremamente banali e terra-terra, non usare mai la stessa password, avere una password più lunga di quattro caratteri… è come dire di mangiare tanta frutta e verdura in stagione di influenza perché contine vitamina C (e se proprio ci si ammala preferire la vecchia tisana calda col miele che male non fa) o bere molti liquidi quando fa caldo e c’è più perdi
ta di sali minerali da parte del corpo.

Sono consigli che dava mia nonna. E la Gabanelli non è mia nonna, è una che fa informazione e viene pagata coi soldi del servizio pubblico!

E vogliamo finire (perché un po’ di pace la devo pur trovare, maledetto me…) con la perla delle perle? Eccola:
"In tutti i paesi europei, chi pirata film musica libri viene punito, in base a leggi volute dai parlamenti. Noi una legge non l’abbiamo e  pensiamo  di risolvere il problema  delegando  l’Autorità per le comunicazioni."

Noi non abbiamo una legge sul diritto d’autore?? Ma se la prima stesura è stata fatta nel 1941, in piena guerra e fascismo. Sono 70 anni che si parla di diritto d’autore in Italia, nel bene e nel male (più nel male che nel bene), ma le norme ci sono.
Lo scandalo non sta nel delegare un’autorità in assenza di leggi, ma nel delegarla proprio quando le leggi ci sono e quando dovrebbero occuparsene i tribunali. Lo scandalo sta nell’esautorare le sedi deputate ad applicare leggi che esistono (e lo sa anche la Gabanelli, perché se non lo sa è veramente grave).

Cattivo giornalismo. Cattivo davvero.

Io stasera non guardo Report (Facebook, Twitter, Social Network, privacy e altri incidenti)

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Quella di "Report" di stasera dovrebbe essere una puntata di estremo interesse per gli internauti.

Parleranno di Facebook, di Twitter, di Social Network, di Google, della tracciabilità della nostra persona, dei provvedimenti estremamente discutibili dell’Autorità per le Comunicazioni in tema di copyright, di diritto alla Privacy, del pericolo che ciascuno di noi corre vedendosi vendere i dati e dei $ollari che i guru degli States hanno messo da parte. Ci sarà anche un filmato realizzato con una telecamera nascosta in cui un giornalista va a chiedere conto a una signora che ha mandato mail pubblicitarie in giro il perché si diverta a violare la privacy in questo modo, e a chiederle di cancellare l’indirizzo di posta elettronica (solo che il dato di cui chiede la cancellazione non è suo, ma è riferito a una persona di sesso femminile, a voler esser pignoli la signora, se fosse stata più pronta e meno "morbida" nel risponderle avrebbe potuto cacciarlo a calci).

Sarebbe una puntata perfetta. E invece lascia molti dubbi.

Il primo, e più evidente motivo, è che è facile gridare alla violazione della Privacy, allo scandalo dei dati venduti da Facebook, e fare i paladini della libertà della rete con una pagina ufficiale su Facebook un cui l’elemento "Report" piace a 299.027 persone, e che cazzo! Se il punto è capire cosa succede quando si clicca su un "Mi piace", non è che la trasmissione della Gabanelli abbia numeri irrilevanti.



Il secondo, altrettanto evidente, e correlato al primo, è la presenza del bottone "Mi piace" di Facebook sulla pagina ufficiale della trasmissione di stasera (lo so cosa pensate, "ce l’hai anche tu sulle tue mediateche, Valerio", ma infatti io adesso lo tolgo…);

Il terzo è che è è inutile andare a pontificare (dicendo, comunque, cose verissime e sacrosante) sulle Authority italiane (tra cui quella del Garante per la Protezione dei Dati Personali), denunciando i compensi pur scandalosi e le modalità di nomina dei relativi reggenti e poi non fare un cazzo di nulla per sensibilizzare la gente a difendere i propri diritti, rivolgendosi, magari in tantissimi, proprio a quel Garante per la Protezione dei Dati Personali che paghiamo fior di soldi pubblici, e che potrebbe andare in tilt .

Il quarto e ben più grave motivo è che mi pare completamente inutile citare in trasmissione soggetti nei cui confronti il Garante della Privacy si è pronunciato ormai da anni.

Non sarò certo io a impedire alla signora Gabbanelli e alla sua redazione di realizzare una trasmissione, se non faziosetta e di parte, almeno un po’ retorica e certamente contraddittoria. Mi prendo solo la libertà, come ho fatto altre volte, di non guardarla e, caso mai, di spiegare il perché a chi lo vorrà sentire.

Per quello che mi riguarda:

a) Considero Facebook e i social network dei grandissimi e inutili carrozzoni, in cui il livello della comunicazione tra persone è talmente scemato fino a raggiungere livelli preoccupanti.
Sono su Facebook perché l’ho provato una volta, ho provato a cancellarmi, ma a più riprese mi sono trovato con il mio account di nuovo in linea senza spiegazione apparente.
Sono stato un pirla ad iscrivermi la prima volta? Non credo, Facebook non è come la droga che se provi una volta poi ti frega.
Sono stato particolarmente sfortunato? Può darsi.

Ultimamente Facebook mi è servito per controllare alcune cose che altri hanno scritto di me e prendere le dovute contromisure. Questo non lo rende né migliore né peggiore.

b) Il problema dei dati personali venduti è vecchio come il mondo, e sussiste da quando la Rete è entrata nella nostra vita quotidiana. Quella dei Social Network è solo la punta dell’iceberg, lo spamming nelle caselle di posta elettronica è una realtà giunta al collasso da anni. Una casella iscritta a una mailing-list, un indirizzo di posta elettronica dato per iscriversi alla newsletter di un sito o di un servizio e il gioco era fatto. Le mail dei furbastri che ti vendono il Viagra le abbiamo ricevute tutti, e Report si sveglia adesso?

c) Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha ricevuto moltissime segnalazioni e ricorsi da parte mia, per i quali ho sempre pagato i diritti di segreteria e le spese previste, e il Garante mi ha dato ragione quando avevo ragione (Telecom, Wind, Barclays, Findomestic, Tre…) e torto quando avevo torto o le mie richieste non potevano venire accolte solo perché Wikipedia ha sede negli Stati Uniti e se ti iscrivi poi resti iscritto a vita.
Mi sono sempre fatto un culo così per difendere la mia privacy e non mi va bene che un giornalista freelance faccia la parte di quello che sa tutto lui e che, soprattutto, si fa giustizia da solo con una telecamerina nascosta.
Fa molto radical chic e gauche caviar, ma non aiuta la gente a risolvere i propri problemi.

d) Essere in rete significa rischiare. Chi non è disposto a rischiare è bene che non ci stia. Reggere il timone della propria privacy può essere snervante, ma è l’unica cosa che valga la pena di essere fatta in una società telematizzata che si basa sull’equilibrio delle esigenze, in cui ci sono abusi ma anche usi.

e) Io stasera Report non lo guardo. E forse smetterò di guardarlo anche nelle domeniche a venire.

Torna il Radio Tre in Festival a Cervia fino al 17 marzo

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Eccoci qui per il quinto anno a Cervia con la felicità di essere accolti da una cittadina amica e con la curiosità di incontrare i nostri ascoltatori. Perché è inutile girarci intorno: il cuore di questo nostro festival sono sì gli ospiti protagonisti dei nostri incontri, le parole e i suoni che riempiranno il Magazzino del Sale e il Teatro Comunale – e da questo punto di vista in questi giorni offriremo qualcosa di particolare – che merita quest’anno un’attenzione speciale. Ma accanto, più o meno segretamente, scorre un altro festival altrettanto importante e ricco. Dove, per le strade e le piazze di Cervia, i protagonisti sono coloro che ascoltano Radio3 e vengono qui a portarci le loro idee, i loro gusti, i loro giudizi sempre affettuosi anche quando sono critici. In questo altro festival scopriamo cosa gli ascoltatori e le ascoltatrici pensano di noi, dei nostri programmi vecchi e nuovi, di quello che in questo anno abbiamo combinato. Perché il pubblico di Radio3 è fatto così e questa è Radio3: una comunità di persone che condividono molte cose, in primo luogo la passione per la bellezza e l’intelligenza, ma amano discutere di tutto, soprattutto di quello che amano. Perché è solo così che ci si arricchisce a vicenda e si evita il rischio che aleggia su tutti, oggi in questo nostro paese: rinchiudersi nel recinto delle cose che si conoscono – e magari si amano – già, diffidare di quello che ci è estraneo e straniero. La sfida della cultura &egr ave; invece quella di abbattere i recinti, di combattere questa tentazione. Più cultura e meno paura: potrebbe essere lo slogan di questa edizione del nostro festival che arriva in tempi difficili per tutto quello che è culturale, teatrale, musicale. Un mondo vittima di tagli provocati da una crisi economica che non accenna a finire ma anche da una strana cecità che per risparmiare sul presente impoverisce il futuro. Continua la lettura di “Torna il Radio Tre in Festival a Cervia fino al 17 marzo”

Francesca e lo spot Telecom 2011

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Ce l’avete presente il nuovo spot della Telecom?
Ecco, sì, quello di Francesca.
"Mi fa una rabbia lo infilerei!", diceva sempre la mi’ nonna Angiolina che tanto era arrabbiata fissa e quindi avrebbe "infilato" chiunque dalla mattina alla sera, domeniche comprese.

Dunque, Francesca nasce nel 1951 (credo, potrebbe essere anche il 1953, ma penso proprio che con il 1951 si riesca a fare cifra tonda e poi vi spiego perché) e c’è il papà che comunica ai parenti il lieto evento, non si sa se da un "Posto Telefonico Pubblico" come si chiamava allora e come si è continuato a chiamare almeno finché hanno avuto senso i posti telefonici pubblici. Pensate che bellezza, non avevi bisogno di avere il telefono in casa, se volevi chiamare qualcuno o farti chiamare da qualcun altro andavi al "posto telefonico pubblico" (solitamente il Bar dello Sport), facevi le tue conversazioni, tornavi a casa e nessuno più ti rompeva le balle.

Dalla nascita di Francesca è tutta una serie di eventi in video, dalla sua crescita fino alla nascita della nipotina (che si chiama Francesca anche lei, perché la storia si ripete) accompagnata dalla evoluzione del telefono. Dall’apparecchio nero e pesantissimo al muro alla videoconferenza.

Bello!

Solo che a Francesca non ne va mai storta una. Ma, dico io, un momento di sfiga, un attimo di sconforto, un po’ di sana e umanissima depressione li avrà avuti anche lei,  insomma, nella vita non va sempre tutto bene, fa parte degli umani, ma non dico una disgrazia, magari un paio di esami fuori corso e il divieto di uscire il sabato sera per due settimane.

E, invece, lei, Francesca, no. Lei è riuscita ad avere una vita perfetta sfuggendo a tutto. Sempre e regolarmente.

Negli anni ’70 è una contestataria. Oh, mai che si sia vista fracassare la regione occipitale da un poliziotto manganellatore! Questa non è mai stata trattata da puttana perché gridava "Tremate, tremate, le streghe son tornate!", non si è mai sentita arrivare un sasso sulla testa, di quelli delle gragnuole che forze dell’ordine e studenti si scambiavano senza nemmeno troppe cortesie.

Eppure anche lei avrà gridato "l’utero è mio e lo gestisco io!" perché fugge subito dalle contestazioni giovanili per farsi ingravidare dal fidanzo e la si vede mentre dipinge la casa agli inizi degli anni ottanta, e vaffanculo anche alle ideologie, perché va bene fare i pirla da giovani, ma poi c’è da mettere la testa a posto e fare figli. Costei sgrava -probabilmente in piena guerra fredda-, quando c’erano Breznev e Andropov da una parte, Reagan dagli altra a farsi i dispettucci alle rispettive olimpiadi, Sting cantava che lui sperava che anche i russi amassero i loro bambini (perché ce le dimentichiamo le cose, specie quelle più imbarazzanti e dozzinali) e lei, Francesca, partorisce un rampollo.

Nel frattempo lavora, sembra in un’azienda sanitaria e si realizza come donna e come madre.
La penultima sequenza la mostra mentre porta un bel thè caldo al figlio che studia, studia, lo sa il Padreterno quanto studia, è affaticato, poverino, ma studia, studia sempre, mica come i figli degli altri che si drogano a nastro, no, il figlio studioso e senza pantaloni a vita bassa in pieno anno 2000 a chi va a capitare? Ma a Francesca, naturalmente, e ci mancherebbe anche altro.

11 anni dopo, praticamente ai giorni nostri, Francesca ha 60 anni, precisi, ed è nonna della sua omonima. Mio nonno Raffaele, che Dio lo conservi in gloria, è morto a 58 anni quando Francesca ne aveva 20. Ma lei è ancora sufficientemente figa da far girare un intero reparto di geriatria, il marito è un po’ giù di corda, deve avere la prostata.

Francesca è la quintessenza della paracula che ce l’ha fatta.

E quello spot dovrebbe inquietarci davvero.

Benigni a Sanremo 2011: per stupire mezz’ora basta un libro di storia

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Era prevedibile, Roberto Benigni, da bravo e valente trascinatore di folle qual e’, e’ tornato in TV
Ed era altrettanto prevedibile che gli italiani, una volta che un loro connazionale li trascina, lo seguano a ruota in un applauso acritico qualunque cosa dica o faccia, sia che si tratti di qualcuno che riceve il cavalierato dalla Presidenza della Repubblica, sia che si tratti di un comico che entra con un cavallo bianco alla kermesse sanremese, ricordando la pubblicità del Bagnoschiuma Vidal.

Un intervento come doveva essere, rigorosamente avulso dalla realtà e dai problemi del paese, in modo che la gente che segue il Festival non venisse distratta dalla verità e la vivesse come un elemento di contorno, poi che Benigni trascini pure le folle sull’esegesi dell’Inno di Mameli, basta che non faccia un’esegesi della sentenza di rivio a giudizio con rito immediato per Berlusconi.

Del resto Benigni ha già lavorato gratis in “Vieni via con me”,  programma gestito da Endemol, di proprietà di Mediaset, assieme a Roberto Saviano che, da parte sua, pubblica per Mondadori e il cerchio si chiuderebbe lì.
Certamente non avrà ripetuto il suo gesto di magnanimità, non si sa nulla sul compenso ricevuto e sugli accordi presi per questa conferenza televisiva di storia, di metrica elementare su un testo debole, ampolloso, denso di retorica e diventato con l’uso Inno d’Italia perché sino ad allora si è pensato ad altro.
Ma certamente un operaio ci mette un bel po’ di tempo per prendere quei soldi lì.

Perché diciamocelo, l’Inno d’Italia è bruttino sia nel testo che nella musica, con tutto il rispetto verso Mameli e Novaro tant’è che i Padri Costituenti, nello stendere il testo della Costituzione, non hanno previsto di inserire un articolo in cui fosse dichiarato esplicitamente che quella composizione dovesse essere l’Inno di una Nazione.

Non dico che non contenga valori ed ideali propri del Risorgimento, momento storico in cui affondano le radici della nostra storia patria, dico semplicemente che oggi c’è di meglio.

E allora Benigni che fa l’esegesi (no, dico, l’esegesi) di un testo simile, anziché evidenziarne gli indubbi limiti formali, il linguaggio ridondante e pomposo, arriva a cavallo di un caval (ricordate “arrivano i nostri con in testa il General?”) e comincia a grondare retorica anche lui, ci mette, insomma il carico da undici.
Il suo monologo è pieno zeppo di aggettivi come “immenso”, “eroico”, “epico”, “solenne”, “memorabile” ma soprattutto “impressionante”.
Sembra il linguaggio del De Amicis, più che di un comico.
E viene da dire che se Benigni usa tutta questa iperbole lessicale per gonfiare quello che, necessariamente, non ha e non può avere una consistenza, il Governo italiano che definisce le proprie riforme come “epocali” diventa un po’ come uno studentello delle elementari che comincia a prendere confidenza con il concetto degli aggettivi.

E via di esaltazione del popolo italiano: “noi siamo un popolo solenne, memorabile” (abbiamo tenuto vent’anni un dittatore al potere, immaginiamoci la solennità!) ” “Garibaldi era un mito” (e va beh!) e “il razzismo è la follia” (ah sì? pensavo fosse indice di intelligenza pura, meno male che Benigni ce lo ha detto, se no non avremmo saputo dove andare a prendere l’informazione).

Fino a dirne veramente di imbarazzanti:
“Nessun altro luogo nel mondo ha avuto un’avventura impressionante, scandalosamente bella come la città di Roma… non c’è un’avventura così straordinaria…”
E’ la cecità del patriottismo, perché imperi come quello egizio, come quelli delle grandi civiltà precolombiane Benigni li piglia di tacco, se non ci fossero stati gli arabi a portare i numeri, l’algebra, il calcolo e lo zero a quest’ora eravamo ancora a fare i conti col pallottoliere di pietra. I greci non ci hanno insegnato un accidente, Ulisse era un dilettante, si sa…
E perfino:
“Allegro, una parola che non è traducibile in nessuna lingua del mondo” e qui c’è da chiedersi se Benigni fosse veramente convinto di quello che diceva, perché, guarda caso, i tedeschi hanno l’aggettivo “froh” per “allegro, felice”, da cui deriva la parola “Freude”, ovvero “gioia”, quella che compare nell’Inno alla Gioia di Schiller musicato da Beethoven, diventato Inno (a sua volta, sì) dell’Unità Europea.
E allora cos’è che non è traducibile? E’ talmente traducibile che la sostituiamo tranquillamente con il corrispondente inglese “Happy” (in espressioni come “Happy Hour” etc…), perché siamo un popolo talmente “solenne” che facciamo a pezzi anche la nostra lingua.

Qualcuno mi ha fatto notare che Benigni non volesse riferirsi all’aggettivo “allegro”, ma al fatto che le notazioni delle partiture musicali, per convenzione sono in italiano, per cui l'”intraducibile” sarebbe proprio la modalità di esecuzione di un brano, secondo le indicazioni del musicista.
E’ vero solo in parte. Quello musicale è un linguaggio chiaramente settoriale e neanche pedissequamente seguito da musicisti di lingua tedesca.
Lo stesso Bach fa le annotazioni in tedesco e in italiano, spesso in modo strettamente dipendente dalle esigenze pratiche della Corte in cui si trovava ad operare.
Spesso era una questione di coerenza (se un melodramma, ad esempio, era in italiano, lo erano anche le notazioni, se era in tedesco ci si adeguava di conseguenza, come accade con Mozart), ma musicisti come Bruckner usano sia l’italiano che il tedesco, e traducono “Allegro” con “feierlich” (ad esempio). Tra gli altri musicisti che usano il tedesco al posto dell’italiano ci sono Beethoven e Mahler.
Che non erano esattamente dei fantasiosi saltimbanchi.

E a proposito dell’italiano, dice più tardi: “meglio che ci levino tutto il mondo ma la lingua no!” A parte il fatto che ce la togliamo dai piedi noi stessi e che nessuno l’italiano ce lo tocca perché a nessuno interessa, ma è un concetto vecchio di decenni. C’era arrivato molto prima il poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta quando scrive Un popolu diventa poveru e servu quanno ci arrubbanu a lingua” solo che Ignazio Buttitta non lo conosce nessuno e c’è da occuparsi del povero Mameli.

Già, il povero Mameli, quello che Benigni definisce “il vostro fratello più piccino, Mameli morto per un’infezione a 20 anni e sei mesi circa”.
E no, questa non gliela passo. Anzi, mi ci arrabbio persino, perché il fratello di mio nonno (quello “più piccino” come dice Benigni) si è beccato una delle prime palle degli austriaci durante la Prima Guerra Mondiale, aveva appena 18 anni ed è morto andando a marciare con quell’inno.
Anzi, a distanza di 100 anni risulta ancora ufficialmente disperso.
E Benigni viene a pontificare sul fratello più piccino? Dal palco di Sanremo?? Un po’ di rispetto, e che diamine, perché gli eroi son tutti giovani e belli, sì ma di molti di loro ci si dimentica volentieri.

“Non mi fate infervorare troppo se no divento ridicolo”. Ecco, per fortuna esiste ancora il beneficio del dubbio.

Il tutto mentre Al Bano interpretava a modo suo il “Va’ Pensiero” dal Nabucco di Verdi (cioè un capolavoro di un risorgimentale vero), mentre Anna Oxa faceva coriandoli dello spartito di “‘O sole mio” e qualcun altro ridicolizzava “Here’s to you” (che è un motivo di Ennio Morricone, quindi italianissimo) rendendolo ballabile. Vi rendete conto? Si ballava sulle note dedicate a due italiani del valore di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Ecco, si dovrebbe fare l’esegesi degli scritti di Vanzetti che, condannato a morte da innocente scriveva:
“Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità? Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione.”

E c’era di che spegnere immediatamente la televisione, e invece no, applausi, ovazioni, commozione collettiva per questa lezione di storia.
Ma perché non ci si commuove per il fatto che la storia nella scuola pubblica si insegna per sole due ore la settimana?

Come diceva Fabrizio De André: “per stupire mezz’ora basta un libro di storia”. Benigni lo sa benissimo.

Ed è riuscito a stupire solo chi è stato disposto a farsi stupire, scambiando una serata televisiva che mi pare tutto sommato discutibile per un esempio di altissimo valore patriottico.

Filippa Lagerback e l’impegno civile di una soubrette-cittadina

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Filippa Lagerbäck lavora come valletta a "Che tempo che fa…"

Ho l’impressione, ogni volta che guardo la trasmissione, che Fabio Fazio, conduttore piuttosto accondiscendente e scarsamente incline allo spirito critico, padrone di casa ingrigito e assai salameleccoso, non la faccia parlare, che le dia poco spazio, a parte le presentazioni di rito (prima fra tutte quelle a lui stesso).

E’ sempre fuori da tutto, relegata a stacchi pubblicitari, intermezzi e introduzione degli ospiti.

Oggi ho trovato un’intervista a Filippa Lagerbäck sul blog di Beppe Grillo, a proposito dell’inquinamento di Milano, dell’impossibilità di reperire mascherine antismog nelle farmacie, della indisponibilità di piste ciclabili, delle strade sporche e sempre piene di escrementi di animali i cui padroni non provvedono a pulire e via denunciando.

L’ha fatto da privata cittadina, non da soubrette. Non ha usato la sua notorietà o il suo "potere" televisivo (chè di potere ne ha ben poco) per attirare a sé, col modello del "testimonial", l’opinione pubblica, non ha rilasciato un’intervista con tono presenzialista, no, ha iniziato a parlare dicendo:

"Ciao, sono Filippa Lagerbäck sono svedese, ma vivo a Milano in Italia da 10 anni e ho scelto di vivere a Milano per l’amore per questo paese, per l’amore per questa città e ho scelto addirittura di far nascere mia figlia in Italia e farla crescere qua a Milano."

E’ chiaro che una che ha un modo così semplice, diretto, carino e pulito di rapportarsi alla TV italiana la fanno parlare il meno possibile. Se no poi dice che Milano è sporca e che figura ci fa la RAI? Soprattutto se è valletta di un format di proprietà di Endemol.

“Amori criminali” di Camila Raznovich

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Ogni sabato sera io e mia moglie andiamo a letto un po’ più tardi del solito.

Sarà perché è finita una settimana, perché è ancora inverno e si sta bene in casa, sarà che in camera c’è un piccolo televisore con il quale guardiamo si e no un paio di trasmissioni alla settimana, quando è grassa, sarà che il sabato sera tardi su RaiTre c’è Camila Raznovich che conduce “Amori criminali“.

Amori criminali è una trasmissione che parla di donne uccise dal proprio uomo. Marito, compagno o fidanzato geloso che sia.

Non c’è nulla da ridere, sono tragedie. Di troppo amore, o di amore sbagliato si muore.

E allora mi spieghino perché c’è una sigla allegra che scorre in sottofondo al disegno di un pugnale che ammazza un cuore, sui versi di Oscar Wilde.

Each man kills the things he loves
dadaddààààààaaa daddà-daddààààààaaaa

Che è una vera ingiustizia anche per Oscar Wilde, che quelle parole le aveva scritte per spiegare una estetica, una poetica, un credo narrativo, letterario, iconico, in una parola artistico. E’ Dorian Gray che dà una coltellata al suo ritratto e uccide se stesso. Non c’entra nulla con la storia di donne perseguitate e maltrattate.

Poi comincia la trasmissione con l’esposizione sommaria del caso e la storia dell’amore della povera vittima di turno nei confronti di bastardi inqualificabili che pian piano si rivelano essere quello che non sono.
Non è un film di cui si conosce già il finale, è

Hanno rubato Mike Bongiorno

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La gente ruba le caramelle al supermercato, le matite copiative al seggio elettorale, quelle dell’Ikea che dovrebbero servire per prendere appunti, fa sparire abilmente qualche dolciume dagli Autogrill dell’Agip, si sgraffigna un chewing-gum dalla scrivania del collega, ma vorrei sapere a chi e, soprattutto, perché a qualcuno sia venuta la malsana idea di rubarsi Mike Bongiorno. Ma come si fa a rubare un cadavere?
A parte il fatto che, vero, a me la cosa farebbe un po’ schifo, ma santo cielo, cosa se ne fa la gente di un morto stecchito? Non è che quello si mette improvvisamente a dire "Allegriaaaaa!!" o "Sempre più in altooooooooo!" (lo ricordate Mike che trascinava le vocali finali??), c’è gente che specula sul dolore della gente e chiede il riscatto, ma come si fa a chiedere il riscatto per un morto? Cosa dicono i "rapitori"? "Gli teniamo una pistola puntata alla tempia, e guardate che se non pagate entro la tale data lo ammazziamo!"??
Un morto è morto. E’ terra, polvere, fumo, nulla. Per qualcuno avere un luogo in cui piangere, anche se fatto di polvere e di nulla è una cosa importante.
Se avessero trafugato la salma di un mio caro (ma di chi? Quella del mì’ nonno Armando? Della mì’ nonna Angiolina?? Quella del mio bisnonno Napoleone??? O del mio bis-zio Alberto che morì a 18 anni nella prima guerra mondiale pigliandosi una delle prime palle degli austriaci -quando si dice la fortuna…-???) e avessero chiesto il riscatto avrei semplicemente detto "Tenetevelo pure, è la memoria che conta!"
Già, la memoria… la memoria è quella di "Lascia o raddoppia", di Edy Campagnoli, del "Rischiatutto" e delle gambe sotto la minigonna di Sabina Ciuffini, e anche, però, di una serie molto cospicua di ruote della fortuna con le TV di Berlusconi, va bene, la memoria c’è, di cos’altro abbiamo bisogno?

Nichi Vendola a “Che tempo che fa”

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Non so se avete visto "Che tempo che fa" su Rai Tre, stasera.

Io stavo mangiando una bresaolina lèggia lèggia con un po’ di limone, un filino d’olio extravergine d’oliva, cui ho fatto seguire un assaggio di un aspic di carne e cotiche di piede di porco (perché con quattro fettine di bresaola e via si sta difficilmente in piedi) e mi sono apparsi due tipi che hanno detto di chiamarsi Paolo e Luca, conosciuti dal grande pubblico come "Le Iene", cui è stato affidato il compito intellettualmente gravoso di condurre il Festival di Sanremo.

Uno di loro ha detto (ma per scherzare, nèh?) che ama andare in palestra per sentire l’odore del sudore dei maschi, poi ha parlato della nipotina appena nata che appena l’ha presa in braccio le ha "cagato addosso".

Che, voglio dire, sono argomenti che quando uno mangia, la domenica sera, fanno anche piacere. Insomma, uno digerisce meglio, fa spazio tra i succhi gastrici e non ha bisogno dell’apporto serale e caritatevole dello storico Digestivo Antonetto.

Poi è arrivato Nichi Vendola.

Fazio, da conduttore e portatore degli interessi dell’azienda, quando il Presidente della Regione Puglia ha detto che la Fiat fa una macchina tutto sommato mediocre gli ha, di rimbalzo, ribattuto: "E’ una sua opinione, Presidente…"

Ma certo che è una sua opinione, scusa, lo chiami per un’intervista, quello esprime una considerazione personale, di chi deve essere l’opinione, del lattaio all’angolo? Del fioraio del cimitero monumentale? Ne avranno anche loro, indubbiamente, e allora, se ti interessano,  vai e intervista loro. Se inviti Vendola è chiaro che le opinioni sono sue.

No, la considerazione di Fazio era molto più sottile: "E’ una Sua opinione" ma, soprattutto "se ne assume ogni responsabilità" (perché guai a dire che la azienda automobilistica di bandiera fa delle vetturette "mediocri"). Solo che la seconda parte della considerazione Fazio non l’ha detta.

Ma una domanda tremenda gliel’ha fatta. C’è da vergognarsi del servizio pubblico a sentir rivolgere a un politico la seguente questione:

"E’ meglio vincere male o perdere bene?"

Dico, ci si può anche svegliare alle tre di notte e mettersi a piangere per una cosa del genere.

Ma che razza di domanda è?

E lì Nichi Vendola avrebbe avuto l’occasione di mettere l’assist in gol, di prendere al volo l’occasione per una rovesciata di buon senso e di buona politica.

Avrebbe potuto dire: "E’ molto meglio vincere bene!" (perché, notoriamente, la scelta obbligata in Italia è quella tra il male maggiore e il male minore). Avrebbe vinto le elezioni, anticipate o no che fossero, a mano bassa.

Avrebbe potuto dirlo ma non l’ha fatto. Ha preferito rispondere "E’ meglio perdere bene", come per dire che lui perderà, e perderà di sicuro.

E a questo punto c’è da vergognarsi della politica.

E’ il ritorno alla normalità dopo l’ebbrezza delle feste. Domani è solo lunedì.

Elenco delle cose che mi hanno fatto girare i coglioni in “Vieni via con me”

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– Fabio Fazio che invita (ma per scherzo, sapete?) Milena Gabanelli ad andare a lavorare perché deve pagare tutti i milioni richiesti nelle cause che la sua coraggiosa trasmissione ha ricevuto in tutti questi anni;

Roberto Saviano che racconta le storie commoventi dei morti nella Casa dello Studente de L’Aquila e non denuncia la storia da piangere della mancata ricostruzione e della dignità dei vivi che non hanno più una città che è stata completamente cancellata dalla memoria degli uomini;

Roberto Saviano che continua a pubblicare per la Mondadori e cita l’articolo 34 della Costituzione sulla scuola e le parole di Pietro Calamandrei;

Fabio Fazio che continua a fare la padroncina di casa della RAI nonostante tutto;

Fabrizio De André tirato fuori a sproposito, anche solo con una citazione da "Il Testamento di Tito", perché fa tanto vangelo laico, che, tradotto, significa "cattocomunista";

i balletti su una versione da commento sonoro ai film del muto degli anni venti, suonata con la pianòla scordata, che costano una barcata di quattrini per due o tre minuti di amenità che non si capisce nemmeno cosa vogliano dire;

Domenico Starnone che ci racconta com’è e come deve essere una scuola ideale ma intanto campa coi diritti d’autore delle sue opere e sarebbe bene che tornasse a guadagnare quanto un insegnante che campa solo del suo stipendio, poi lo vedi come gli passano le rùzze da comparsata televisiva;

il Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso che parla di eliminazione di alcune garanzie solo formali per lo snellimento dei processi penali, ignorando che uno stato che  è disposto a eliminare le garanzie a favore di una giustizia penale più veloce probabilmente non si merita né garanzie né giustizia penale più veloce. E anche perché il Dottor Gian Carlo Caselli non direbbe mai una cosa del genere;

don Luigi Ciotti che ha fatto la litania della legalità, che è la stessa cosa che ci permette di dire che Marcello Dell’Utri non può essere ritenuto colpevole del reato di associazione mafiosa perché non è ancora intervenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e che Berlusconi è incensurato;

Roberto Saviano che pronuncia "Iòrghe Luis Bòrghes" per "Jorge Luis Borges";

il ringraziamento a Endemol, che fa capo a Berlusconi anche lei.

L’ultima puntata di “Vieni via con me”

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Hanno ragione Cetto La Qualunque e Beppe Grillo.

Cetto la Qualunque ha ragione quando dice che una evento televisivo-culturale è bellissimo alla prima puntata, interessante alla seconda, sopportabile e passabile alla terza, ma alla quarta puntata ti fa spaccare i cogghiùna.

Beppe Grillo ha ragione da vendere quando dice che il format della trasmissione "Vieni via con me" con Fazio e Savio è di proprietà di Endemol, che Endemol è di proprietà di Mediaset e che il banco vince sempre, e l’illusione di avere una TV alternativa a quella di regime è, appunto, un’illusione, perché "Vieni via con me" è una trasmissione di regime, in cui il tornaconto è sempre e comunque quello del Presidente del Consiglio.

Come ogni copia di "Gomorra" venduta, del resto. Almeno finché Saviano continuerà a pubblicare per la Mondadori.

Radio Tre ricorda i venticinque anni dalla morte di Elsa Morante

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Radio3 ricorda Elsa Morante a partire da Sabato 20 Novembre alle ore 18:00 con una puntata speciale de La Grande Radio dedicata alla scrittrice.
Tra i frammenti sonori riproposti il racconto di Alberto Moravia, sul difficile carattere di Elsa Morante, della sua grande immaginazione, del suo orrore per la realtà. E poi il ritratto di Enzo Siciliano e Lina Sastri che legge alcune pagine di Menzogna e sortilegio e Raffele la Capria che legge un brano da L’isola di Arturo.

Giovedì 25 Novembre , venticinquesimo anniversario della scomparsa della scrittrice i programmi di Radio3 dedicheranno parte del loro spazio al ricordo di Elsa Morante. A partire da Fahrenheit che ospiterà dalle 15:00 le voci di amici, scrittori, critici ma anche le voci degli ascoltatori chiamati a confrontarsi con la modernità e la sensibilità della sua scrittura. Tra gli ospiti Carlo Cecchi, regista, attore  amico della Morante, Giuliana Zagra della Biblioteca centrale di Roma che sta curando l’archiviazione dei manoscritti e dei materiali morantiani. Alle19:00 Hollywood Party ricorderà in particolare le opere letterarie della scrittrice romana portate sul grande schermo da Luigi Comencini (La Storia) e Damiano Damiani (L’isola di Arturo). A partire dalle 20.00 invece Radio3Suite proporrà alcuni frammenti di opere di Elsa Morante musicate dai grandi compositori della musica contemporanea del panorama italiano.

Maroni contro Saviano: si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignita’

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Lo Stato dev’essere sceso a livelli talmente bassi da aver bisogno, più che di calendarizzazioni dell’eutanasia di governo, di un pronto soccorso immediato che limiti gli effetti dell’aneorisma in atto se un Ministro dell’Interno, che in quanto Parlamentare deve rendere conto dell’operato all’intero popolo italiano, e non soltanto ai suoi elettori, se la prende con Roberto Saviano.

E io non volevo più neanche parlarne di "Vieni via con me", trasmissioncina tutto sommato innocua, elencazione sterile di luoghi comuni recitati da ospiti impacciati e inadeguati, condotta da una personcina in abitino marròn, come il tinello di cui parla Paolo Conte, un po’ perché ne ho già parlato abbastanza e uno rischia di diventare ripetitivo, un po’ perché mi pare, in tutta sincerità, che la qualità complessiva del programma non meriti altre parole: hanno cominciato con Cristiano De André che deve per forza fare il verso a suo padre e cantare "Don Raffaè’" e hanno tenuto solo due o tre minuti un monumento vivente come Beppino Englaro, messo accanto a Fini e a Bersani, e ce la gabellano come televisione di qualità sapendo che è così non perché lo sia effettivamente, ma perché la gente è abituata a vedere di peggio.

Le mosse di Maroni contro Saviano e la RAI sono, comunque, inaccettabili e irricevibili.

Un Viminale furioso perché Saviano ha citato un brano tratto da un’intervista a Gianfranco Miglio rilasciata al quotidiano "Il Giornale" (eeeeehhh!…) il 20 marzo 1999. Eccolo qui:

"Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate."

E’ la citazione di una persona a cui è stata intestata una scuola pubblica ad Adro e che viene considerato essere il padre di un movimento politico.

Cos’è, non si può citare Miglio? E’ sacro?? E non si può muovere una critica in televisione a quanto affermato da Miglio più di dieci anni fa???

Certo che no, tant’è che Maroni ha dichiarato: "Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega".

Senza, peraltro, ricordarsi di quello che lo stesso Umberto Bossi, con una serie di fini francesismi, aveva dichiarato sullo stesso Miglio:

"Poveraccio", "vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona", "me ne fotto delle minchiate di Miglio", "arteriosclerotico, traditore", "Ideologo? No, panchinaro", "una scoreggia nello spazio" (cit. in: Marco Travaglio, Miglio col bene che ti voglio, l’Espresso 24 aprile 2009)

Cos’è che è di pregiudizio per la Lega, quello che ha detto Saviano o la citazione di Miglio?

Non si sa bene, ma Maroni prosegue imperterrito: "Ho chiesto al Cda della Rai il diritto di replica".

Ma la replica de che? Una critica è tale perché rappresenta il pensiero di chi la muove, non si sa bene che cosa voglia replicare: replica a una frase di Gianfranco Miglio? A una citazione?? A un dato di fatto???

Perché il punto è questo, il governo morente e uscente (che, tuttavia non uscirà e non morirà tanto presto, sarà un’agonia lunga e dolorosa -per il popolo italiano, beninteso-) sta distorcendo la realtà cercando di negare l’innegabile, ovvero che Gianfranco Miglio abbia detto quelle cose. E non pare proprio che la redazione de "il Giornale" le abbia smentite.

Allora: "Chiedo risposta anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere smentite"

Non c’è nulla di peggio di chi si renda portavoce del pensiero e della sensibilità altrui. Dove sono le "insinuazioni gravissime"? A quali frasi si riferisce Maroni? Non è dato di saperlo. Quello che è chiaro è che vuole il "palcoscenico", unico strumento mediatico e di propaganda utilizzato anche dal suo Reggente.

Alla RAI gli hanno risposto picche, che non se ne fa di nulla, nessun diritto di replica, nichts, nata, rien de rien, raus, zò i man da la verzüra! Loris Mazzetti ha dichiarato: "Se noi abbiamo detto cose non vere, cose smentibili se lo abbiamo ingiuriato o offeso, che si rivolga direttamente alla magistratura"

E allora lui si è rivolto al capo dello Stato. Che, voglio dire, come ragionamento non fa una piega. "Giro al presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato la questione, se la Rai deciderà di negarmi il diritto di replica a Saviano".

E’ come rivolgersi al tappezziere, alla ferramenta e all’elettrauto perché al banco della salumeria del supermercato si sono rifiutati di darci un etto di prosciutto crudo.

Come replica a Saviano, così ottenuta, varrebbe poco.
Come show probabilmente sarebbe più divertente di Fazio in vestito gessato marrone (così ci è sembrato alla televisione!).

Annamaria Fiorillo a “In mezz’ora” tra “Ragion di Stato” e “non ricordo di aver autorizzato”

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C’è sempre qualcosa di strano, anzi, di antico, quando un magistrato, ordinario o della procura dei minori (come in questo caso) compare in televisione.

Intendiamoci, non che sia disdicevole in astratto per un pubblico ministero apparire in una trasmissione televisiva, ma diventa quanto meno sospetto quando lo fa per rendere conto alla pubblica opinione di un atto o di un gesto compiuto nell’adempimento del proprio Ufficio.
Perché per definizione il Pubblico Ministero è soggetto soltanto alla legge, e il suo operato non ha e non dovrebbe aver nulla a che vedere con la pubblica opinione. Che è liberissima di criticarlo o di approvarlo, beninteso.

Il Pubblico Ministero Annamaria Fiorillo, della procura dei Minori di Milano, che fu il magistrato ad occuparsi del caso Ruby, e che alla affermazione "è nipote del Presidente Moubarak" rispose "Sì, e io sono Nefertiti", è stata intervistata da Lucia Annunziata a "In mezz’ora" di oggi.

E’ strano, generalmente è una passerella di prestigio per politici, uomini di cultura (molti i primi e pochissimi quest’ultimi), sindacalisti, Ministri della Repubblica.
Oltre a essere un palcoscenico invidiato e invidiabile per la Annunziata che con questo spazio si è tolta più di un sassolino dalla scarpa stretta della RAI.

E’ successo anche che nella trasmissione siano intervenuti Procuratori Capi, ma sempre per riferire di questioni generali o di principio.

Il senso delle dichiarazioni televisive di Annamaria Fiorillo, invece, mi è parso più tendere verso una plateale giustificazione, un "mea culpa", una gigantesca "excusatio non petita".

Perché che cosa spinge un Pubblico Ministero a parlare al pubblico, anziché rinchiudersi nel tradizionale riserbo e nella asettica chiusura ermetica a moralità garantita dei codici e delle leggi?

Non ha parlato di giustizia o di legalità (termine quanto mai labile: nel 1938, una volta approvate le leggi razziali si era in piena legalità; negli anni ’50 condannare una persona per adulterio significava "legalità", fino al 1972 era "legale" mandare un obiettore di coscienza in galera perché si rifiutava di compiere il servizio militare di leva), ha parlato si sé, del perché ha agito in un certo modo piuttosto che in un altro, con la Annunziata che, man mano che il tempo passava, sembrava aver assunto lei il ruolo di Pubblico Ministero, mentre la Dottoressa Fiorillo più che un’intervistata sembrava sentirsi sul banco degli imputati. Televisivi, beninteso.

Ma "imputata" di che cosa? Qual è l’errore madornale di cui si sente colpevole?

"Io credo di aver commesso un errore quella notte a non insistere sulle mie disposizioni", spiega.
"Quando mi fu ripetuto dell’illustre parentela – ha aggiunto la Fiorillo – risposi verifichiamola. Se ne abbiamo certezza e c’e’ questa persona che chiede la minore in affido allora accertiamo la sua identità e poi procediamo.  Il funzionario della questura con cui parlai aveva un tono molto rigido, come se non potesse fare, dire altro, e io, sorprendendomi, ho ribadito le disposizioni. Siamo arrivate quasi a un diverbio. Continuava a ripetere che c’era questa persona che voleva la minore in affido, mentre io insistevo con le disposizoni già date. Dovevo capire che il funzionario – sì, ricordo che era una donna – era costretta ad agire in quel mondo e avrei dovuto dirle di passarmi i suoi superiori e di procedere come le avevo detto e invece non l’ho fatto"

Ma la cosa che mi ha lasciato più perplesso è stata quella che la Annunziata ha definito, «la corda con cui la stanno impiccando» e cioè una frase scritta nella relazione dello stesso Pubblico Ministero Fiorillo, in cui, per sua stessa ammissione (lo dice alla Annunziata) elenca una serie di circostanze che fanno capo ai suoi ricordi di quella notte: «non ricordo di aver autorizzato…»

Il Pubblico Ministero, a proposito di quella frase ribadisce: «Avrei dovuto scrivere "ricordo di non aver mai autorizzato"».

E non sono differenze da poco per una persona abituata a leggere nelle pieghe del linguaggio i vari moti dell’animo umano.

Se la Fiorillo ha scritto (e, aggiungo, sottoscritto) «non ricordo di aver autorizzato…» significa che potrebbe avere o non avere autorizzato qualcosa ma che non se lo ricorda.
Se, invece, avesse scritto "ricordo di non aver mai autorizzato" avrebbe voluto dire che ricorda bene di non aver dato un’autorizzazione, dunque che ne è certa.

Sono frasi pesanti come macigni e che sono profondamente diverse fra loro.

«Le parole di Maroni? Forse le ha dette per ragion di Stato», ha aggiunto la Fiorilli nell’intervista.
Come se avesse riconosciuto implicitamente che c’è una zona d’ombra in cui nemmeno il Pubblico Ministero può agire senza che i suoi atti vengano coperti da una verità "altra" rispetto a quella che dovrebbe essere garantita dall’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge prevista dalla Costituzione e dall’indipendenza del potere della magistratura.

"Ragion di Stato" o no, la gente vuole sapere com’è andata. E pare proprio che non lo saprà mai.
Ma tanto che c’importa? Domani sera ci sono Fini e Bersani alla trasmissione di Fazio e Saviano…

Via con loro e cosi’ sia

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Dio mio la trasmissione di Saviano, Fazio & C…

Per carità, non che io sia stato del tutto preconcezionista nei confronti di un programma che avrebbe dovuto essere di denuncia, dare un po’ di respiro a una televisione ripetitiva, in cui la cosa più guardabile resta “Ballarò” perché molte trasmissioni si sono degradate, fino a fermarsi poco più in alto di certi rotocalchi da uno o due euro, poco più in basso del più economico dei principi attivi delle benzodiazepine e dei tranquillanti.

Ci si aspettava molto, dunque, e a ragione.

E il successo è arrivato, puntuale, non perché sia stato molto quello che ci hanno dato, ma perché in confronto a quello a cui siamo abituati anche una trasmissione mediocre è da dieci e lode.

Dice “Ma c’era Benigni”. Sì, e allora? Non si ha certo bisogno dei comici per sapere che Berlusconi ha tutto. Lo sappiamo da soli, però non reagiamo. Perché? Perché siamo dei vigliacchi, ecco perché, perché abbiamo bisogno di qualcuno che le cose le dica per noi, perché noi non abbiamo le parole, perché c’è andato gratis, perché paghiamo il canone, perché la vita è bella e lui ha citato “Era de maggio”, perché ha fatto la rima stanze/depandànze, perché Saviano era imbarazzato e triste, perché noi stavamo nella comodità dei nostri divani morbidi, con i piedi stanchi e puzzolenti dentro le ciabatte di casa dopo aver lavorato un giorno intero o dopo non aver fatto un cazzo perché licenziati o in cassa integrazione, e allora chi ce lo fa fare di metterci a pensare se c’è un comico che lo fa per noi??

Che poi, diciamocela tutta: era roba vecchia di 12 anni fa quella di Benigni, gli ha dato una rispolveratina e via, come nuova, ad acchiappare il pubblico sbadato e smemorato della televisione.

Ecco il testo di allora (1998):

Io sono il boss della coalizione:
Casini, Fini e ultimamente Buttiglione.
Io sono il Leader, il Salvatore,
la Provvidenza, sono l’Unto dal Signore.

La Standa è mia, il Milan è mio
e la Marini, la Cuccarini le cucco io;
Mentana, Fede, Paolo Liguori,
la Fininvest, Publitalia, Mondadori,
Vittorio Feltri, i due Vianelli
e – se obbediva – forse Indro Montanelli.

Ci ho Panorama, Assicurazioni,
Milano Due, Milano Tre, Sorrisi&Canzoni,
ville in Sardegna, palazzi a Milano,
un conto a Hong Kong, due a Singapore e tre a Lugano,
arei, navi, banche, libretti,
sei elicotteri, duecento doppiopetti.

Ci ho Tatarella e Fisichella,
Marco Pannella e Franco Zeffirella,
Clemente Mastellla, la su’ sorella,
Gianfranco Funari e la su’ mortadella.

Carlo Rossella del Tiggì Un
è mio, è mio il tigi due di Mimun.
Gianfranco Fini, oh yes, Paolo Maldini
Letta, Lentini, Alessandra Mussolini,
Pierferdinando Casini, Fiorello e fiorellini,
la Mondaini e Roberto Formighini.

Ci ho Via dell’Umiltà, c’ho la Segreteria
a via Dell’Anima de li mortacci mia.
Mi manca la Fiat, ma me la piglio,
come ho già preso a Miglio e Scognamiglio;
sarà ancora mia la Presidenza del Consiglio.

Checchè si dica, è mio anche mio figlio
il Padre Nostro… è solo mio
e cosa nostra non è vostra, è cosa mia.
Di aziende e banche ho fatto il pieno
basta così, domani compro il mar Tirreno.
Ma io compro tutto, dall’a alla zeta…
ma quanto costa questo cazzo di pianeta?!
Lo compro io, lo voglio adesso
poi compro Dio: sarebbe a dire compro me stesso.


Ecco, e ora? Come ci siete rimasti?

Ma, si sa, it’s uònderful, duddudududù…

Lo stesso Saviano aveva cominciato bene, con la fabbrica di fango. Quello che la gente può farti se parli di lei, se la critichi, se ne scopri le magagne è un tema nobile, che richiederebbe tutta la serata.

Ne ha parlato sì e no cinque minuti. Poi è passato a Falcone e fin lì va bene, ma quando ha recitato l’elenco delle azioni sintomo della condizione omosessuale (tipo pulirsi le orecchie col cotton fioc anziché con lo stuzzicadenti che fa più “uomo”) per fare da contraltare a Nichi Vendola (che, da parte sua, ci ha deliziato con la lettura dell’elenco dei sinonimi della parola “omosessuale”, solo che si è dimenticato il livornese “frustone” e il pantoscano “pigliànculo”) ho pensato che ormai avevo completamente espiato la mia pena media giornaliera.

Claudio Abbado che è un monumento è stato fatto parlare pochissimo. La cultura sta andando in malora, ma nessuno ha detto niente. Lo sappiamo benissimo che in Venezuela ci sono progetti meravigliosi che tolgono bambini e bambini dalle strade per educarli alla musica e al senso dell’orchestra, ma proprio per questo bisognerebbe incazzarsi ancora di più: loro tolgono la possibile prostituzione dalle strade e noi la facciamo entrare nei palazzi del potere.

Tremonti dice “Fatevi un panino con la Divina Commedia”, bravo, bravo, oh no, sei bravo tu, ma io guarda che ho visto il tuo concerto e mi sono commosso, no, mi sono commosso di più io a leggere il tuo libro, Pompei crolla, è una metàfora della vita…

Pompei non crolla perché è una metafora della vita, ma perché è la realtà della nostra incuria e dello stallo dell’ignoranza al potere.

Cibùm cibùm-bùm…

Chiara Valerio – E’ vostra la vita che ho perso – Manuela Mandracchia e Sandra Toffolatti

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È vostra la vita che ho perso di Chiara Valerio
con Manuela Mandracchia e Sandra Toffolatti

16 Marzo 1978. Una camera dell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà. All’interno, una dottoressa trasferita dall’ospedale psichiatrico di Gorizia e una donna in cura perché sente le voci. Gli echi delle voci umane, dei chiavistelli e dei cicalini parlano alle orecchie della donna sul letto e incuriosiscono la dottoressa. Una radio o forse solo un’altra suggestione che annuncia il rapimento di Aldo Moro. L’utopia realista di Basaglia e dei suoi allievi, di restituire la follia alla società e i gesti e le esitazioni di due donne, che, senza deciderlo, restituiscono normalità alla realtà.

Radio Tre – Giosue’ Calaciura – Un’altra storia – scene grottesche da un attentato

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Martedì 26 ottobre 2010 ore 21.00
per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli

Un’altra Storia. Scene grottesche da un attentatodi Giosuè Calaciura
con Alfonso Santagata e Fortunato Leccese

Due attentatori di mafia attendono la loro vittima: è un magistrato. I due mafiosi dovranno azionare il radiocomando per fare esplodere l’auto su cui viaggia. L’agguato sembra ricalcare quello a Giovanni Falcone, alla moglie e alla scorta. Nel dialogo tra i due mafiosi, uno più giovane, l’altro con più esperienza, l’attesa, la preparazione, il passato e il futuro diventano il resoconto surreale e grottesco di un destino collettivo che poteva essere diverso. Il radiocomando della strage pronto per la detonazione e la radiolina portatile che diffonde le note dei concerti per pianoforte e orchestra di Mozart, s’intrecciano e si confondono sino alla sorpresa finale.

Radio Tre: una festa lunga un mese

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1950-2010 SEMPRE NUOVA RADIO3
UNA FESTA LUNGA UN MESE
I RADIODRAMMI
Martedì 26 Ottobre Ore 21.00
Martedì 09 Novembre Ore 21.00

La radio è il centro intorno al quale si sviluppano i quattro radiodrammi che Radio3,  per festeggiare i suoi primi sessant’anni,  ha commissionato ad alcuni tra i migliori talenti della narrativa italiana –Giosuè Calaciura, Carlo D’Amicis, Nicola Lagioia , Chiara Valerio – anche collaboratori abituali di Radio3, alcuni in voce, altri dietro le quinte, alcuni recenti ed altri di lungo corso, tutti conoscitori delle regole, dei segreti, delle insidie e delle potenzialità del mezzo radiofonico. Le  serate in diretta dalla Sala A  di via Asiago sono affidate a due registi della nuova generazione teatrale: Lisa Ferlazzo Natoli e Francesco Saponaro. Nessun montaggio in studio, nessuna post-produzione, ma tutto rigorosamente dal vivo, come un concerto o uno spettacolo teatrale che avvengono in un luogo e in un momento stabiliti. Una modalità di produzione che vuole catturare dal vivo le potenzialità e l’originalità di un "genere?, quello del radiodramma, da esplorare e rivalutare.

E’ morto Tom Bosley, “papa'” Howard Cunningham in Happy Days

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Ci sono persone che quando se ne vanno sembra quasi che se ne vada un familiare, una parte di te, sotto forma di ricordi, o anche soltanto di abitudine.

Ecco,l’abitudine è quella che non muore mai anche se le persone se ne vanno.

E allora addio alla piacevole abitudine bambina, o, quanto meno, adolescente, di guardare Tom Bosley interpretare Howard Cunningham, il papà di Richie in "Happy Days".

Un ebreo che interpretava un repubblicano americano convinto nell’America provinciale di Milwakee negli anni ’50 e che diceva "Maaaaaaaarioooooooon…" sempre con la stessa faccia paciosa e bonacciona.

Beato davvero chi l’ha condiviso.

La follia degli (ultimi) SMS per Sarah Scazzi

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E adesso, per favore, la si faccia finita davvero.

E che il funerale di una giovanissima ragazza porti quel silenzio autenticamente tombale che il distacco dal dolore introduce nell’oblio.

Che non è oblio di quello che le è stato perpetrato in vita, ma di ciò che le è stato vigliaccamente gettato addosso post-mortem.

Le ragazze normali non le considera nessuno, ma quando diventano "angeli biondi" l’odore di retorica comincia a farsi nauseabondo e fuori luogo.

Tra gli adolescenti continua a circolare un SMS, la versione che ho potuto raccogliere recita così:

Facciamo una preghiera x la povera ragazza sarah scazzi ke e st ammazzata e gettata in un pozzo… ti prego falla girare…se nn lo farai significa ke 6 una xsona kruda e snz cuore…ciao sarah! Tvb noi tt!

Capite? La gente manda questa roba ai ragazzini.

Come a dire che chi NON fa una preghiera, o interrompe la Catena di Sant’Antonio vagamente minacciosa, sgrammaticata e con errori di ortografia deve sentirsi in colpa. Una colpa grave, gravissima, quella di non volersi unire all’amalgama della massa e del pensiero pervertito.

In colpa di cosa? Di essere ateo? Di non pregare? Di non avere i 15 centesimi di rito per inviare un SMS? O il non volerli spendere per non voler aderire a una solenne e ridondante stupidaggine?

Che uno dice "Ma una preghiera non si nega nemmeno a un condannato a morte!"  (salvo, poi, condannare a morte l’assassino, quello no che non merita preghiera!) Ricordate la canzone di Enrico Ruggeri e Andrea Mirò "Nessuno tocchi Caino"? Brutta e scritta male, d’accordo
Ma "una croce e un gesto di pietà" sono il kit di sopravvivenza per chiunque muoia, illa razione K del cattolicesimo non si nega a nessuno, anzi, lo si impone, pena l’essere senza cuore.


Ora, tra gli ultimi sgocciolamenti di morbosità, nel liquefarsi del torbidume residuo che questa vicenda può ancora esprimere, il Corriere della Sera ha rivelato che:

a) la madre della vittima non parteciperà alla funzione religiosa;

b) Sarah Scazzi non è stata battezzata perché la madre è Testimone di Geova.

Chissà se qualcuno, grazie a queste inutili rivelazioni, avrà anche il coraggio di dire che va bene, c’è libertà di religione in Italia, sì, ma che è stato meglio che a Sarah fosse riservato il rito che tutti, meno la madre, volevano per lei.

“You are here” – I luoghi di John Lennon su Radio Tre

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In occasione del 70mo anniversario della nascita di John Lennon, File Urbani dedica uno speciale alle città e ai luoghi che hanno segnato la carriera e la vita di una delle più grandi personalità musicali del XX secolo.

Valerio Corzani e Felice Liperi attraverseranno la carriera dell’ex Beatle dagli esordi di Liverpool fino al tragico agguato davanti al Dakota Hotel di New York, passando per la gavetta delle notti di Amburgo, i fasti di Abbey Road, l’incidente diplomatico di Manila, il ritiro spirituale in India, i Bed-in di Amsterdam e Montreal, il "lost weekend" di Los Angeles e l’ultimo concerto ufficiale a San Francisco.

La randomica mappatura dei luoghi e delle città care a Lennon sarà anche il pretesto per accostare alcuni dei mille piccoli capolavori creati dal musicista inglese durante e dopo la parabola beatlesiana. Un patrimonio di canzoni e di musiche rimesso a lucido proprio in questi giorni attraverso la rimasterizzazione (curata direttamente dalla compagna Yoko Ono) di tutti i dischi solisti di John Lennon.

Quelli che su Facebook vogliono la pena di morte e non dimenticheranno mai Sarah Scazzi senza averla conosciuta

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Eccoli, ancora, dunque, gli sciacalli della cronaca, gli sfruttatori del dolore e della pura rabbia, dell’occhio per occhio dente per dente, del “io mi farei giustizia da solo tanto, cosa vuoi, in Italia di giustizia non ce n’è“.

Aprono un gruppo su Facebook e lo intitolano “Pena di morte per Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi”.

Sono due clic, per carità, nulla di particolarmente impegnativo, chè le sinapsi di costoro mai arriverebbero a fare qualcosa di informaticamente diverso dal “clicca qui” o “clicca là”.

L’unica cosa veramente difficile da immettere in una operazione simile, oltre alla totale mania di protagonismo al limite del patologico, è un tempismo invidiabile.

In “Amici miei” la definizione del “genio” veniva data tramite “fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione”.

Essere geni su Facebook è molto semplice. Basta non avere nulla da fare (nulla di particolarmente scocciante o impegnativo, come alzarsi la mattina per andare a lavorare, ad esempio…) ed essere al computer nel momento in cui arriva una notizia che turbi la sensibilità dell’opinione pubblica al punto da causare un maremoto emotivo, sulla cui onda cavalcano questi surfer improvvisati.

Ma sì, la pena di morte per lo zio di Simona Scazzi, Dio che ideona!!

E da lì, più di 20.000 persone si iscrivono, perché è chiaro, chi non vorrebbe avere tra le mani un assassino per essere un po’ assassino a sua volta? “Lasciàtelo a me che l’ammazzo io”, sembra gridare dal fondo di un anonimato che tale non è (aprire un gruppo su Facebook è più o meno come aprire una casella di posta elettronica, si può sempre risalire a chi l’ha fatto).

E tutti gli altri 20.000 e passa che sembrano rispondere: “Lascia un capello a me!” oppure “Le unghie dei piedi gliele strappo io con le pinze arroventate!“, “Io gli brucio gli occhi…“, “Io gli trafiggo il cuore con un paletto di fràssino…” “Sì ma non picchiare troppo forte se no muore subito!

L’odio e la barbarie di uno solo lasciano spazio all’inciviltà di 20.000.

Per uno zio che ammazza la nipote biondina ci sono 20.000 individui disposti a identificarsi nientemeno che col dolore di una famiglia (che è quanto di più personale possa esistere), che si sente in diritto, anzi, in dovere, di sostituirsi allo stato nell’applicazione di una pena.

La pena di morte fu invocata da tantissime persone (ben più delle trascurabili 20.000 raccattate da questi giocherelloni del web) anche per Sacco e Vanzetti. L’applicarono infatti, solo che risultarono innocenti.

Lo zio della giovane vittima, con ogni probabilità, innocente non lo è.

Ed è proprio qui che deve agire lo stato, non i cittadini.

Cittadini buoni solo a fare una pagina web o a cliccare su un “Mi piace” o, peggio ancora, a scrivere “Non ti dimenticheremo mai!”

Ma non ti dimenticheremo mai DE CHE??

La conoscevano Simona Scazzi? L’avevano mai invitata a qualche festa, pranzo o cena a casa loro? Ci hanno parlato?? Hanno mai condiviso un pensiero, uno scambio di opinioni, una risata con lei? O pensano che il solo fatto che ne abbia parlato la televisione attraverso una trasmissione esecrabile dia loro il diritto di dire una cosa simile?

La madre non la dimenticherà mai, un vedovo non dimenticherà mai la moglie morta, un padre non dimenticherà mai il figlio morto per un incidente stradale, o sul lavoro, ci sono persone che vivono privatamente dei lutti indicibili e dei dolori inenarrabili. Privatamente. Mute.

Ci vogliono legami affettivi forti e indissolubili per non dimenticare mai una persona.

Ma questa gente che invoca la forca per gli assassini e si mostra biecamente su internet senza timore del ridicolo, si può sapere chi diàvolo era rispetto alla vittima?

Emeriti sconosciuti che non conoscevano una ragazza sconosciuta. E non la dimenticheranno mai. Complimenti!

E finché saranno su Facebook non li dimenticheremo neanche noi. Ci mettono la faccia, il nome e il cognome. La vergogna e il pudore, non sanno neanche da che parte abitino.

“Chi l’ha visto?” il caso della morte di Sarah Scazzi

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Verso le 22,40 di ieri sera, durante la diretta televisiva di "Chi l’ha visto?", era in collegamento, tra gli altri, la madre di Sarah Scazzi, una ragazzina, di più, una bambina di 15 anni scomparsa da 42 giorni.

Circostanze e materiale che costituiscono, lo capirete, polpa succulenta per una trasmissione di successo e per l’innalzamento del valore dell’audience, unico parametro, ormai, per il valore intrinseco di un programma pagato con i soldi dei contribuenti e dei cosiddetti "abbonati".

La madre diàfana, marmorea, probabilmente sotto sedativi, guardava il vuoto, ormai non parlava quasi neanche più. E chi non la capisce?

A un certo punto la notizia, battuta dalle agenzie di stampa. Il corpo senza vita della 15enne è stato ritrovato o sarebbe in fase di ritrovamento, grazie al crollo psicologico dello zio che ha confessato l’omicidio dopo più di 12 ore di interrogatorio.

Sono cose terribili, la Sciarelli lo sa. E proprio perché lo sa, cosa succede? Ha lì in diretta la madre affranta, impietrita, oltretutto in collegamento dalla casa dell’assassino e NON chiude il collegamento, no, va avanti fino alle 24 con una pioggia di condizionali d’obbligo, ma più che d’obbligo di indubbio imbarazzo per essere lì ad infierire sulle condizioni emotive di una povera donna a cui sa che tra breve tempo gli inquirenti diranno che la figlia è morta ammazzata proprio da quella persona nella cui casa si è deciso di effettuare il collegamento.

La Sciarelli, come tutta la redazione, non  solo sa quello che sta per accadere o che, per meglio dire, è già accaduto, ma decide di andare avanti in una inutile e pericolosissima spettacolarizzazione del dolore, annullando la messa in onda di "Parla con me" (spettacolino leggero a cui la RAI ha già messo i bastoni tra le ruote politicamente più e più volte, e figuriamoci se davanti al dolore privato la risata pubblica non doveva soccombere!) e arrivando a tenere il respito mozzato allo spettatore fino alla mezzanotte pur di poter dare la notizia in via ufficiale che il corpo ritrovato è quello di Sarah Scazzi, sì, ma soprattutto, che LORO c’erano, che "Chi l’ha visto" era lì, proprio mentre il dolore si faceva più intenso e irreversibilmente personale.

Avrebbe potuto, la Sciarelli, per un po’ di pudore e per quel minimo di rispetto che si deve alla umana sofferenza, di concerto con la redazione, chiudere le telecamere su una situazione che si era fatta fin troppo evidente. Lo ha chiesto alla madre della Scazzi: "Vuole interrompere la diretta??" E cosa poteva rispondere una donna in evidente stato di choc, prostrata da 42 giorni di attesa, intorno alla quale ronzavano mosconi di morte dell’informazione e del diritto alla dimensione privata del dolore, sotto forma di notizie, affermazioni, smentite, condizionale, semvra, pare, non si ha la certezza e quant’altro?? Doveva dire "Ma no, figuratevi, sto benissimo, continuiamo pure, mi hanno solo ammazzato una figlia, cosa volete che sia, è proprio niente rispetto alle esigenze del vostro spettacolo, continuate, continuate pure…"

Avrebbe potuto e, a mio giudizio, avrebbe dovuto farlo.

Perché questa povera donna fosse assistita, magari, da uno straccio di psicologo, sia pure dei Carabinieri.

Invece no, al danno si sono aggiunte le dichiarazioni successive della Sciarelli a Radio Capital: "Mi dispiace che sia successo in diretta".
Le dispiace?? Ma la gente incollata alla TV in attesa di notizie fino a mezzanotte mica le è dispiaciuta!


Avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo e non l’ha fatto. Il diritto ad informare è diventato il diritto a sbattere il più debole in seconda serata in una spirale perversa e incurante dell’altro come soggetto "senziente", chiunque egli sia.

Quanto costa fare una scelta coraggiosa come quella di non mandare in onda una diretta del genere? E quanto costa al cittadino una libertà di essere informato e rispettato che non esiste?