Su Twitter con Nicola Lagioia. Per un’analisi della polemica

Ho avuto una discussione su Twitter con tale Nicola Lagioia.

Non sapevo nemmeno di avere la prima edizione (2001) del suo “Tre sistemi per sbarazzarsi di  Tolstoj (senza risparmiare se stessi), me l’ha detto mia moglie e ho pensato subito di  regalarlo alla biblioteca comunale.

Detto questo, spero di riferire al meglio il pensiero del mio interlocutore che, se vuole,  avrà ampio diritto di replica.

Si è cominciato con Chomsky a Roma. Lagioia comunica che i biglietti sono esauriti. Ecco  come è proseguito il dialogo:


@NicolaLagioia @andreamoro_ Biglietti esauriti? Ma perché era a pagamento??

@valeriodistefan @andreamoro_ è all’Auditorium. Ieri a pagamento (c’ero). Perché non  dovrebbe esserlo? (c’era orchestra, luci ecc.)

Si noti come nasce la polemica sterile in rete. Uno (cioè io) chiede se l’incontro di  Chomsky fosse stato a pagamento. Ero memore di una conferenza di Chomsky, a Pisa, sul finire  dei miei studi e del fatto che per assistervi non avevo dovuto pagare nemmeno una lira.

La risposta “Perché non dovrebbe esserlo?” innesca di per sé la volontà polemica, perché  passa dall’aspetto del dato oggettivo (quell’evento era a pagamento) al dato moralistico (“e  per quale motivo non avrebbe dovuto esserlo?”).

Quindi si prosegue:


@NicolaLagioia @andreamoro_ Mah, vedi un po’ tu… Chomski… alla faccia dell’anarchismo culturale. Meno male che lo sentii a Pisa. Gratis.

@valeriodistefan @andreamoro_ c’è orchestra, la vuoi pagare? auditorium diverso da c sociale  (maschere, impiegati ecc). Tu lavori gratis?

@NicolaLagioia @andreamoro_ Su, non si àlteri. Chomsky canta anche senza orchestra. Io  lavoro a pagamento. Ma distribuisco cultura gratis.

C’è l’orchestra. Ma non è indispensabile. Io voglio sentire il conferenziere, se volevo un  quartetto d’archi mi compravo un CD di musica classica. E perché devo pagare per qualcosa  che non è neanche funzionale all’evento?
La polemica prosegue sul “Tu lavori gratis?” A parte il fatto che questi sono affari miei,  decido di passare a dare del “lei” all’interlocutore. Non sia mai!


@valeriodistefan @andreamoro_ mo’ passi dal tu al lei. Distribuire cultura e lavoro culturale son cose diverse. La 2a va retribuita.

@NicolaLagioia @andreamoro_ Dare del Lei non offende nessuno. Potrei farmi pagare anche per distribuire cultura ma non lo faccio. Scelte.

Distribuisco cultura attraverso uno dei più grandi siti di download e streaming in Italia, che oltretutto è mio. Potrei “venderli” quei file, metterli a pagamento. Potrei farlo,  nessuno potrebbe impedirmelo. Ma ho deciso di non farlo. Evviva, no? Voglio dire, non è che  esiste UN SOLO modo in cui vanno le cose.
E questo deriva dalla mancanza conoscenza dell’altro. L’altro, nella polemica informatica, è  lo schermo da riempire. Non importa che cosa abbia fatto o che cosa abbia detto o scritto.
Il lavoro si paga, la distribuzione di cultura no. Punto. Tertium non datur. E invece qui il  tertium potrebbe essere datur e come, solo che non viene proprio preso in considerazione.

Dare del “Lei” in rete è una modalità comunicativa fenomenale. Spiazza, mette K.O.. Come si  permette uno che scrive in un posto come Twitter in cui tutti siamo amici, amicissimi,  followers, bellissimo, bravissimo, applausi a scena aperta a non voler far parte del  meraviglioso mondo di chi la pensa allo stesso modo?? Ehi amico, qui ci diamo del “tu”, è  più facile, più diretto, più “in”. No, non mi piace.


@NicolaLagioia @andreamoro_ Dare del Lei non offende nessuno. Potrei farmi pagare anche per distribuire cultura ma non lo faccio. Scelte.

@valeriodistefan @andreamoro_ Era solo perché prima mi aveva/i/vate dato del tu. Ma tu  (lei/voi) non ricordi (a/ate) la cassa dei doganieri.

@NicolaLagioia I doganieri avevano una cassa? Mi ricordavo una casa, ma allora ero molto  giovane.

@valeriodistefan una casa con Montale, una cassa nel suo ragionamento.

@NicolaLagioia La “cassa” si riferiva a quello che ha scritto Lei. Poi è ovvio che Montale  ha scritto correttamente “casa”.

E qui arriva il corto circuito della polemica, l’effetto “boomerang”. Lo scrittore commette  un errore di ortografia. Dice che non mi ricordo “la cassa dei doganieri”. Figuriamoci, me  la ricordo talmente bene che so benissimo che era una “casa” non una “cassa”.
Ed è lì dove l’interlocutore fa morire il dialogo. Potrebbe semplicemente dire “E’ stato un mio errore.” In fondo chi è che non ne fa? Invece insiste. La “casa” era per Montale, la “cassa” è nel mio ragionamento. E invece lui aveva proprio scritto così.

 

Secondo argomento. Chomsky, sempre lui, è intervistato nella trasmissione di Concita De Gregorio.

Faccio notare che se Chomsky fosse stato informato che la De Gregorio pubblica i suoi libri per Mondadori, e che ha diretto un giornale che è tra i primi nella classifica dei percepitori di fondi pubblici, non so come l’avrebbe presa.

Anche questi sono fatti. E anche qui si insinua il giudizio.

Mi viene infatti rimproverato di assumere un atteggiamento incoerente. Infatti io scrivo su Twitter (il mio interlocutore, evidentemente, no):


25 gen: achtung coerenza @valeriodistefan usando twitter si arricchisce (gratis) giganti web. Non è mai così semplice…

Notate che con l’amplicarsi della polemica si spoglia il linguaggio. Mancanza di preposizioni (“giganti web” per “giganti del web”), di articoli (“giganti” per “i giganti”) e concordanza al grado zero del vero con il complemento a cui si riferisce (“arricchisce giganti”).


@NicolaLagioia Stia tranquillo. Usando Twitter non uso denaro pubblico.

@valeriodistefan Ma arricchisce affamatori del mondo, stando a suo ragionamento. Buon appetito. Linguisticamente qui c’è un bug (Chom docet)

@NicolaLagioia Quindi se siamo tutti un po’ sporchi nessuno può dare del “lurido” all’altro? Craxiano e démodé.

@valeriodistefan mannò. E che Rete sembra piena di persone che si autoproclamano pure come un giglio e lì finisce il loro discorso.

@NicolaLagioia E allora qual è la Sua obiezione? Che devo star zitto perché se la Di Gregorio pubblica per B. io scrivo su Twitter?

@valeriodistefan …affermare propria purezza più che migliorare ciò che ci circonda, volevo dire. Un’inversione di priorità.

E’ il craxismo di ritorno. Non ci se la può prendere coi ladri perché tutti abbiamo rubato la marmellata da bambini, non si può dire che “l’Unità” riceve finanziamenti pubblici perché magari chi lo dice (cioè io) percepisce un’indennità di accompagnamento pagata coi soldi di tutti e allora siamo nella stessa barca. Tutti ladri nessun ladro, tutti intingitori nello stesso piatto e nessun affamato. Se uno è sporco bisogna tacere, perché sotto sotto uno magari si è dimenticato di lavarsi i piedi questa mattina e qualcosa di sporco ce l’ha anche lui. Si potrebbe dire che a proposito di soldi regalati ai giganti dell’informatica probabilmente lo stesso Lagioia userà un sistema operativo Windows o Mac. O un iPhone. Ed è la pallina che rimbalza sulla parete.

Percxhé guardi la trave nell’occhio del fratello e non guardi il bruscono che è nel tuo?
E allora qual è la soluzione?


@valeriodistefan fa stesso discorso neoliberisti. Fare qualcosa per la propria comunità, intendo. Ora basta però. Ci siam spiegati.

“Ora basta però” racchiude un messaggio implicito: “e sono io a dire che basta!” (e francamente non si vede proprio perché). “Ci siam spiegati”. Ci SIAMO?? A me sembra che lui non si fosse spiegato per niente. Ma può darsi.

E’ il momento del finale e della richiesta del numero di telefono e dell’indirizzo e-mail per proseguire, fuori dalla costrizione dei 140 caratteri, quello che Lagioia definisce “litigio”.


@valeriodistefan così ci si spiega meglio. E anche si litiga (meglio)

E’ ovvio, alla divergenza di opinioni si dà necessariamente un significato negativo. Pensarla diversamente non è democrazia. E se non è guerra è, quanto meno, “litigio”.

Comunque, il mio indirizzo e-mail è pubblico, il mio numero di telefono lo stesso, e se proprio qualcuno vuole ascoltare la mia voce ci sono le mie audioletture. Quanto a me, mi prendo il diritto di parlare con chi voglio, quando voglio e, soprattutto, SE VOGLIO.

Alcuni interventi di Nicola Lagioia sono stati cancellati. Ma è stato un intervento tardivo perché ne conservo gli screenshot.

E’ Twitter, bellezze!

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Post da uno sconosciuto

Succede anche questo nello strampalato mondo dei social network.

Ho inviato un link a un destinatario. Anzi, due. Uno dei due è l’indirizzo di RadioTre.

L’altro mi invia questa risposta: “@valeriodistefan Grazie, ma non accetto post da sconosciuti. Né tanto meno li leggo @Radio3tweet“.

E’ straordinario. Pensavo che le cose da non accettare dagli sconosciuti fossero le caramelle, come ci insegnavano da bambini.

Ma la cosa ancora più straordinaria è che Twitter NON consente (per l’evidente sua natura) di non accettare contributi, post e messaggi diretti. Proprio perché su Twitter chiunque può raggiungere chiunque altro. Che sia conosciuto o sconosciuto dal “chiunque altro” in questione. Non si può NON accettare questa semplicissima realtà, perché, viceversa, non si accetterebbe di stare su Twitter.

E’ come dire “io non accetto raccomandate da chi non conosco“, oppure “non ricevo SMS se non da chi voglio io“. E’ anacronistico, oltre che impensabile.

E’ notevole anche la precisazione “Né tantomeno li leggo“. Insomma, uno non li accetta, non li legge, ma si piglia la briga di rispondere e chiarire. Strano.

Poi che faccio? Vado su Facebook e noto che il mittente non-accettante è uno dei miei “amici”.

E’ la libertà di potersi esprimere che fa paura, non gli “sconosciuti!”

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“Che palle! Che paio di palle!!”

A “Tutta la città ne parla” (RadioTre) qualcuno mi ama. E sia chiaro che io adoro essere amato.

Comunque vengo citato abbastanza spesso per i miei contributi a quella che è una piccola e divertente comunità radiofonica.

Anche oggi hanno (coraggiosamente) letto un mio intervento su Facebook che inizia con “Che palle! Che paio di palle!!” (non si dice “palle!” alla radio), con risatina soffocata del conduttore. Hanno detto che non sono MAI d’accordo. Poi vado a vedere ed in effetti coloro che hanno cliccato un “like” al mio commento sono pochini, solo una persona.

Ma quella persona chi è?? La redazione!!

Cioè, loro fanno un programma, io non sono d’accordo, dico “Che paio di palle!!” e loro sono dicono “Mi piace!”. Adoro essere amato.

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Luca Bassanese – La canzone del laureato

Non conoscevo Luca Bassanese. Questa mattina a “Tutta la città ne parla”, su RadioTre, si ragionava di università da accorpare o no. E’ stata trasmessa la sua “Canzone del laureato”, motivetto grazioso, di divertente esecuzione, scritto e musicato come uno dei canti di protesta di una volta. Invece parla di un giovane che prende coscienza della sua vita da laureato-precario.

La domanda è, tanto per cambiare, la seguente: qual è il confine tra ispirazione, libero adattamento, citazione, rielaborazione, spunto, uso creativo, copiatura pedissequa, abbeveraggio dalla fonte e portare l’acqua della suddetta fonte al proprio mulino?

Recita una quartina della canzone:

“Un quarto di vita passato a studiare
per diventare Anonimo dottore
avrei preferito una laurea ad honorem
in canti ed in vino mio caro signore.”

La fonte a cui si è abbeverato Luca Bassanese è fin troppo evidente per chi abbia 50 anni come me: è “Via Paolo Fabbri 43” di Francesco Guccini.

“Se fossi accademico, se fossi maestro o dottore,
ti insignirei in toga di quindici lauree ad honorem,
ma a scuola ero scarso in latino e il “pop” non è fatto per me:
ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43!”

Canzone criptica quella di Guccini, più aperta e fresca quella di Bassanese, ma gli elementi ci sono tutti (le lauree “ad honorem”, diplomarsi o laurearsi “in canti e in vino”, la ripresa del concetto del “dottore”…). Un omaggio trasversale? Un retaggio di quando quelli più grandi di noi avevano il disco della EMI in cui Guccini cantava “Krapfen” in modo incomprensibile? Tutto può essere. Ma i debiti culturali vengono a galla, sempre.

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Il Brassens di Radio Tre

Mi è appena arrivata la newsletter di RadioTre, che ascolto frequentemente prima di tutto perché fa figo e io non voglio perdere l’occasione, e poi perché non c’è niente di meglio, e questo le fa onore.

Mi informano che una puntata di “Wikiradio” in onda la settimana prossima sarà dedicata a “George Brassens”. Orrore!! “George” è la forma inglese, quella francese (Brassens era belga) è “Georges”. Perfino Wikipedia in francese lo scrive così.
Una -s riesce a mischiare i mondi.

E’ grave? No, anzi, sì, certo, è gravissimo!

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“Tutta la città ne parla” e il nostro blog

Screenshot dal podcast di "Tutta la città ne parla"

Oggi la redazione di “Tutta la città ne parla” mi ha contattato per un intervento telefonico.

Ho rifiutato.

Il perché credo afferisca a quella sfera discrezionale e personale per cui si fanno delle scelte e non se ne deve spiegazione a nessuno. Libertà, dunque, o, se si preferisce, “scelte”.

L’edizione di oggi, tuttavia, si è conclusa con una citazione dall’articolo del blog La distrazione massmediologica di massa e la trattativa stato-mafia. A questo proposito ho da dire che:

a) l’articolo non si trova sulla pagina Facebook della trasmissione. E’ stato pubblicato solo (credo) sul mio blog e, se del caso, linkato;
b) non è stata citata la fonte di provenienza (nulla di che, solo una questione di trasparenza filologica);
c) l’articolo è stato pubblicato ieri e non oggi.

Comunque il brano citato era questo:
“Io voglio Ingroia non perché mi interessi stare dalla sua parte, tutt’altro, ma, paradossalmente, proprio perché non voglio stare da nessuna parte, neanche dalla sua. Non mi interessa niente se era un pubblico ministero troppo “esposto”, è un suo diritto esternare il suo pensiero, e se lo fa può essere criticato come qualunque altro cittadino. Ma ci stanno togliendo gli interlocutori e il materiale di discussione da sotto al naso.”

La collaboratrice, probabilmente visto che la trasmissione era agli sgoccioli, ha saltato il brano “e se lo fa può essere criticato come qualunque altro cittadino.” Lo ritengo solo un lapsus, ripeto, nulla di voluto, forse solo la fretta. Ma anche come lapsus fa riflettere…

(Dal lettore virtuale di MP3 è ascoltabile l’estratto della puntata di oggi)

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“You are here” – I luoghi di John Lennon su Radio Tre

In occasione del 70mo anniversario della nascita di John Lennon, File Urbani dedica uno speciale alle città e ai luoghi che hanno segnato la carriera e la vita di una delle più grandi personalità musicali del XX secolo.

Valerio Corzani e Felice Liperi attraverseranno la carriera dell’ex Beatle dagli esordi di Liverpool fino al tragico agguato davanti al Dakota Hotel di New York, passando per la gavetta delle notti di Amburgo, i fasti di Abbey Road, l’incidente diplomatico di Manila, il ritiro spirituale in India, i Bed-in di Amsterdam e Montreal, il "lost weekend" di Los Angeles e l’ultimo concerto ufficiale a San Francisco.

La randomica mappatura dei luoghi e delle città care a Lennon sarà anche il pretesto per accostare alcuni dei mille piccoli capolavori creati dal musicista inglese durante e dopo la parabola beatlesiana. Un patrimonio di canzoni e di musiche rimesso a lucido proprio in questi giorni attraverso la rimasterizzazione (curata direttamente dalla compagna Yoko Ono) di tutti i dischi solisti di John Lennon.

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Radio Tre RAI compie 60 anni

E bisogna fermarsi per dire che Radio Tre oggi compie 60 anni.

E’ una cosa importante, non è una fesseriola editoriale da quattro soldi, una patacca di anniversario buona solo per organizzare eventi.

RadioTre da sempre rappresenta la cultura in Italia, cioè quella cosa per cui non si spende più un centesimo perché considerata investimento inutile. Eppure, nel 1950, a cinque anni dalla fine della guerra, ci fu chi considerò la fondazione di una rete radiofonica ad ampia caratterizzazione culturale non solo un bene, ma addirittura una necessità e un investimento per il Paese.

Il tono pacato, la modulazione soporifera, l’impresione di trovarsi tra gentiluomini di una volta, sono tra le prime cose che colpiscono della radio che ha fatto dei libri, degli approfondimenti culturali, di quelli sociali e di informazione, nonché della musica classica e lirica, più che un cavallo di battaglia, una icona.

RadioTre è l’unica emittente che riesce a far ascoltare una trasmissione come "Uomini e Profeti" perfino agli atei.

Recentemente è stata creata una "Dichiarazione di dipendenza da RadioTre" con primo firmatario Alessandro Bergonzoni.

E poi le rubriche sono a decine, da "Radio Tre Suite" a "Fahrenheit", da "Prima Pagina" a "Tutta la città ne parla". E’ bello ascoltarla al mattino presto, quando wsei rincoglionito dal sonno e la voce di un giornalista ti sveglia con le rassegne stampa e web dei giornali stranieri.

Ma è bello anche sentire Stinchelli e Suozzo ne "La Barcaccia", fatto con umorismo per chi, come me, non capisce un accidente di lirica.

Più in generale è bello che RadioTre ci sia, e che ci faccia capire che si può fare a meno di TV e altre schifezzuole.

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