Quella paura che viene da Pyongyang

Tratto da: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Mansudae_Grand_Monument_08.JPG

E’ incredibile pensare che il mondo abbia paura di un capo di stato di 32 anni, al potere per successione dinastico-familiare, e che comanda milioni di persone che vivono di stentio perché non hanno accesso a una ciotola di riso al giorno, in cui ogni esperimento di tipo bellico venga considerato come un giochino fatto lì per lì per vedere di nascosto l’effetto che fa, mentre la televisione comunica frasi ufficiali con cui tenere alto l’animo della popolazione indottrinata al culto della personalità del Leader e a una mistura filosofica tra socialismo e spiritualismo all’acqua di rose, e mentre la propaganda verso l’estero costituisce uno dei capitoli di spesa più ragguardevoli.

Sì, è incredibile. Ma è esattamente quello che sta accadendo.

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Kim Jong-Il: morte di un dittatore

La retorica della Corea del Nord, messa in piedi in anni di propaganda e ideologismo costruito giorno per giorno, ha contaminato l’informazione occidentale al momento il cui il "caro Leader" Kim Jong-Il è stato còlto da infarto, dopo una vita fatta di culto della personalità, privazioni dei mezzi primari di sostentamento del suo popolo, realizzazione di ordigni atomici, cognacchini e film porno proiettati in privato.

Qualcuno dice, sia pure virgolettando, che è morto il "caro Leader", qualcun altro accenna all’erede di Kim Il Sung (perché è normale passare sopra al passaggio filiale dei poteri plenipotenziari del paese più povero e più chiuso del mondo), giornali e televisione insistono sul video ufficiale dell’emittente ufficiale  nordcoreana in cui l’annunciatrice del telegiornale delle 12 locali si mostra in preda a una incontenibile commozione non riuscendo a trattenere le lacrime (e ci credo, perché se le avesse trattenute dopo cinque minuti chissà che fine avrebbe fatto…), sui dodici giorni di lutto proclamati, qualcuno si mette a riportare le dichiarazioni della Chiesa sudcoreana.
Per poco qualcuno ha mancato la propaganda di Pyongyang secondo la quale Kim Jong-Il avrebbe scritto oltre 1500 libri e che avrebbe cominciato a parlare all’età di due mesi. Desolante "Il Fatto Quotidiano" che conclude uno dei suoi articoli sul tema dicendo che "Rimane l’incognita del figlio Kim Jong-un, già designato come leader della Corea, ma forse la nazione può cominciare a guardare avanti con più fiducia rispetto al passato."

Ma come no, e i regali sotto l’albero li mette Babbo Natale.

Ma non c’è nessuno che osi dire e stampare che quest’omino qui era, soprattutto, un dittatore? (No, perché l’ovvio non lo scrive più nessuno…)

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Pyongyang, Seul, l’isola di Yeonpeyong e la guerra “vaiassa” tra le due Coree



Siamo pietosi noi italiani.

Stiamo sempre a guardare dal buco della serratura delle stanze anguste e strette delle nostre visuali e continuiamo a occuparci del matrimonio della Carfagna, del delitto di Avetrana, della posizione del Papa sui profilattici, mentre in Corea si stanno facendo gli ultimi preparativi per una bella guerra che, voglio dire, è quello che ci voleva per farci rimbecillire ancora di più e indurci ad insistere a parlare delle possibili elezioni, sempre in attesa del 14 dicembre, il B.-day, senza dimenticarci, nel frattempo, dei malori in acqua della Federica Pellegrini.

C’è un dittatorello ex grasso che sta per tirare le cuoia e che ha costruito, assieme al padre, il culto della personalità più antistorico del XX secolo, il "Caro Leader" che ha affamato il suo popolo, ridotto un paese alla miseria, e che, così per divertimento, spara all’isola di Yeonpeyong.
Perché quando si annoia, si sa, il dittatore vecchio e malato spara. Oh, lui reagisce così…
Quelli del Sud non vedevano l’ora di coinvolgere gli USA, fatto sta che i missili sono schierati, sei stato tu, no sei stato tu, ripeti se hai il coraggio, pum, pum pum, e la festa comincia coi fuochi d’artificio.

La guerra, quella sì che è una vajassa!

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Mi e’ arrivato il “Pyongyang Times”

Mi è arrivata una copia del Pyongyang Times, ne vado molto orgoglioso.

In fondo è un modo con cui la Corea del Nord guarda all’Occidente. C’è il New York Times, il Los Angeles Times, il Times e basta, loro hanno il Pyongyang Times, ecco, metteteci un toppino. Esce settimmanalmente e una copia è arrivata dalla nazione più chiusa direttamente qui in Italia, in una busta con l’indirizzo scritto a macchina (vi rendete conto? A Pyongyang hanno ancora le macchine da scrivere) e la carta che sembra carta da pane dei tempi che furono.

Poi uno dice: "Ma è tutta propaganda…" Già, perché quella che stampa Feltri non lo è, vero?
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Corea del Nord: designato il successore di Kim Jong Il



E così dopo il conclave in cui i sommi elettori (uno solo!) si sono riuniti, il Compagno Camerlengo dello Stato della Città di Pyongyang, Sua Eminenza il Caro Leader Kin Jong Il, ha designato il suo medesimo successore nel figlio Kim Jong Hun.

Il grosso grasso affamator di popoli ha così smentito qualsiasi voce su un ritorno alla democrazia in Corea del Nord, a Pyongyang le vigilesse continueranno a ballare su piedistalli nell’atteggiamento di dirigere un traffico inesistente, e la gente mangerà meno riso, tanto ormai, meno di così…

Si esprime vivissimo apprezzamento da parte della Segreteria di Stato, dalla Pontificia Accademia del Partito e dalla Chiesa Comunista tutta.
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E le stelle stanno a guardare. Anche le strisce!

Il Caro Leader Kim Jong-Il gioca a Atlas Ufo Robot e lancia razzi missili con circuiti di mille valvole. Pare che abbia piazzato un satellite in orbita per la trasmissione di inni rivoluzionari.

Il dittatore dello stato libero di Pyongyang, affamatore di popoli mentre lui è grasso come un maiale, fa quello che gli pare, mentre gli USA sono stati occupati per anni a fare la guerra a Saddam Hussein e più che a lui, al suo fantasma.

Grande preoccupazione nell’opinione pubblica internazionale, ma di far fuori il Caro Coso non se ne parla. E stasera il Consiglio di Stato dell’ONU probabilmente stabilirà per Kim Jong-Il una sospensione di tre giorni con obbligo di frequenza, convertiti in attività socialmente utili.
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Giuseppe Zaccagni – Pyongyang lascia il nucleare per il greggio

E’ un compromesso storico quello raggiunto a Pechino dopo giorni di trattative. Perché il governo nordcoreano di Pyongyang ha deciso di sospendere il suo programma nucleare in cambio di un milione di tonnellate di greggio l’anno a partire dal momento del blocco del suo reattore di Yongbyon (attualmente utilizzabile anche per scopi militari dal momento che è in grado di produrre uranio indispensabile per la costruzione di armi atomiche) e di ottenere, poi, due milioni di kilowatt di elettricità al suo definitivo smantellamento. Crisi salvata, quindi. Almeno per il momento, conoscendo le passate impennate del leader coreano Kim Jiong-Il. Comunque i negoziatori – Corea del Sud, Russia, Cina, Stati Uniti – lasciano soddisfatti la capitale cinese che è stata l’arena di un tour de force diplomatico che tendeva, sin dai primi passi, a convincere i nordisti a sospendere il loro programma atomico di carattere militare.

La crisi è rientrata pur se i rappresentanti giapponesi si sono astenuti dall’accettare le proposte di compensazione sottolineando, con la loro mossa, che resta ancora aperta una questione strategica, di sostanza.
Ma a parte le polemiche e gli strascichi diplomatici tutto è avvenuto perché i negoziatori di Pyongyang hanno gettato sul piatto della trattativa il peso della loro (presunta) forza militare ricattando, allo stesso tempo, gli amici alleati di Mosca e di Pechino. Hanno fatto capire di essere pronti a fare marcia indietro, ma di voler ottenere una serie di “privilegi”. E così la discussione si è concentrata sul “quanto” e sul “come”.

Il Nord ha garantito il blocco definitivo della centrale di Yongbyon (un reattore sperimentale da 5 megawatt la cui costruzione era stata sospesa in base all’accordo cornice del 1994) entro due mesi chiedendo però, in contropartita, aiuti in campo economico capaci di impedire un peggioramento dei rapporti. E nel protocollo di intesa c’è anche un impegno alla chiusura di altri impianti nucleari nordocoreani. E precisamente quelli di Taechon (un reattore da 200 megawatt), di Pyongyang (un laboratorio che può produrre piccole quantità di plutonio) e di Kumho (due reattori da 1.000 megawatt ad acqua leggera). Impianti questi che saranno sottoposti al controllo degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) chiamati a verificare la sospensione della produzione di plutonio. E sempre nel quadro degli accordi Pyongyang ha reso noto che fornirà una lista completa dei siti nucleari nel Paese, con l’inventario dettagliato del quantitativo di plutonio prodotto. Disattiverà, quindi, tutti gli impianti, compreso un suo reattore nucleare a grafite di potenza moderata. Si effettuerà una piena conversione ad uso civile.

Quanto alle altre decisioni di ordine politico e diplomatico sembra ormai chiaro che Washington avvierà l’iter per rimuovere Pyongyang dalla lista dei paesi “canaglia”, sponsor del terrorismo. E in questo quadro si potrebbe anche arrivare ad eliminare le sanzioni economiche unilaterali e nel frattempo, programmare una serie di trattative per allacciare relazioni diplomatiche dirette. Il dossier d’intenti è notevole. E se tutto andrà avanti come previsto si arriverà a chiudere una pagina della guerra fredda “asiatica”. C’è, infatti, l’impegno anche per un nuovo incontro ravvicinato, a Tokio – previsto per il 19 marzo – quando si riuniranno cinque gruppi di lavoro che affronteranno i temi più scottanti ancora aperti: dalla denuclearizzazione della penisola alla normalizzazione delle relazioni di Pyongyang con Washington e con Tokyo.

Intanto sul piano delle relazioni politiche e diplomatiche si può dire che dal vertice di Pechino gli americani escono a testa alta. Il loro rappresentante – Christopher Hill – ha voluto sottolineare che si è trattato di "un primo passo" verso il disarmo e che "molto lavoro" rimane da fare. Incontrando i giornalisti dopo la firma dell’accordo, Christopher Hill – il negoziatore americano – ha poi affermato che gli Usa si sono impegnati a "risolvere entro 30 giorni il problema delle sanzioni che riguardano il Banco Delta Asia di Macao” accusato di aver messo in circolazione valuta contraffatta versata su conti nordcoreani. Il falco neoconservatore John Bolton, in passato uno degli uomini di punta dell’Ammistrazione di George W.Bush, ha invece aspramente criticato l’accordo, che ha definito "pessimo". Le vere vincitrici della lunga partita, fino a questo momento, sono così la Cina e la Corea del Sud, che hanno ostinatamente voluto proseguire sulla strada dei negoziati anche quando, dopo il test nucleare del 9 ottobre scorso, tutto sembrava perduto. Il risultato è buono anche per Pyongyang, che ha ottenuto precisi impegni di aiuti da parte dei suoi interlocutori. Mentre la Russia ha mantenuto una posizione defilata ed in sostanza filo-Pyongyang, il Giappone di Shinzo Abe appare l’unico ad essere stato costretto ad una marcia indietro dalla posizione intransigente con la quale si era presentato al tavolo di Pechino.

Dal canto suo Bush è intervenuto esprimendo la propria “soddisfazione” per l’accordo raggiunto con la Corea del Nord che – ha detto – “mette un freno al suo controverso programma nucleare”. "E sono anche soddisfatto – ha aggiunto – perché i colloqui rappresentano la migliore opportunità per fare ricorso allo strumento della diplomazia per affrontare le questioni delle sanzioni e il programma nucleare della Corea del Nord e per far sì che la penisola coreana sia libera da armi nucleari".
Le sanzioni americane – come è noto – sono consistite anche nel congelare 24 milioni di dollari su conti intestati ad istituzioni e cittadini nordcoreani accusati di trafficare in droga, armi e dollari falsi. Le misure, imposte dagli Usa, hanno avuto l’effetto "collaterale" di isolare la Corea del Nord dal sistema finanziario internazionale, circostanza che ha avuto un diretto influsso negativo sulle finanze private di molti membri dell’elite politica nordcoreana. L’accordo firmato ora dai delegati non è molto diverso da quello che era stato raggiunto tra la Corea del Nord e gli Usa sotto la presidenza di Bill Clinton nel 1994. Quell’accordo era entrato in crisi per i ritardi nell’applicazione dalle due parti e per il voltafaccia di Pyongyang, che nel 2002 aveva ripreso a sviluppare il proprio programma nucleare.

Nei colloqui di Pechino, intanto, non si è fatta menzione della seconda possibile fonte di materiale fissile per la produzione di armi atomiche oltre al reattore di Yongbyon. Si tratta del materiale che lo scienziato pachistano Abdul Qadeer Khan (conosciuto per essere il "padre" della prima bomba atomica del Pakistan) ha affermato di aver venduto ai nordcoreani, che non l’hanno mai ammesso. Infine, ma non certo meno importante, rimane la confusione su quante siano le armi nucleari in possesso di Pyongyang che, secondo i servizi segreti occidentali potrebbero essere in un numero compreso tra le tre e le dodici. Un problema serio quando, e se, arriverà il momento di distruggerle. Un fatto è certo: Kim Jong-Il – vero “Dottor Stranamore” dell’Asia – continua a giocare d’azzardo.

da: www.altrenotizie.org

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Giuseppe Zaccagni – Il nucleare di Pyongyang sotto processo a Pechino

La piccola e disastrata Repubblica Popolare di Corea (Nord) – dominata da Kim Jong Il – continua a far paura per il suo (controverso) programma nucleare. Ed ora – precisamente l’8 febbraio, a Pechino – andrà a sistemarsi nella gabbia degli imputati. Avrà di fronte i giudici di cinque paesi: i nemici tradizionali che sono gli Usa, la Corea del Sud, la Gran Bretagna e gli amici critici come la Russia e la Cina. E sarà, appunto, in questo singolare tribunale internazionale che la Corea del Nord dovrà rispondere sul contenuto reale di quei segnali bellicosi rivolti al mondo nei mesi scorsi: un eventuale lancio di missili – i “Taepodong 2 – con testate nucleari capaci di raggiungere l’Alaska.

Al tavolo di Pechino i coreani (dopo i positivi contatti preliminari a Berlino con gli Usa) potranno contare su russi e cinesi come difensori d’ufficio. Per Mosca, comunque, le eventuali sanzioni contro la Repubblica Popolare potrebbero essere messe in atto, ma non si dovrebbe mai arrivare all’uso categorico della forza. Il motivo? Sta nel fatto che la Corea confina anche con la Russia e, di conseguenza, – come ha detto recentemente il ministro della Difesa del Cremlino, Sergej Ivanov – “Immaginatevi che cosa succederebbe se ci fossero azioni militari sul territorio nordcoreano!". Posizione di cauta attesa è poi quella della Cina. Perché Pechino si dice sempre pronta ad agire nei confronti di Pyongyang "con fermezza, ma in modo costruttivo e con prudenza", mantenendo rapporti amichevoli e solidi, nonostante il governo nor¬dcoreano mostri sempre una decisa ostilità nei confronti della politica di aperture promossa dai cinesi. E’ chiaro, comunque, che la Cina non vuole la disintegrazione del sistema politico nordcoreano, per non mettere in pericolo la pace nella penisola e nell’intero continente.

Duri e all’attacco su tutti i fronti saranno poi i rappresentanti degli Usa, i quali potrebbero ribadire la linea delle sanzioni e dei controlli internazionali. E precisamente il blocco dei prodotti militari e di tutti gli articoli di lusso; il potere di ispezionare i carichi di merci che entrano o escono dal paese; un congelamento bancario di qualsiasi somma legata ai programmi bellici di Pyongyang; la messa al bando di aerei e navi nordcoreani da tutti gli aeroporti e i porti del mondo e restrizioni sui movimenti di esponenti ufficiali nordcoreani.

Sempre a Pechino gli uomini di Kim Jong Il – nel quadro di una loro politica di difesa e di contemporaneo attacco – riapriranno anche una questione che sembrava accantonata. E precisamente quella loro richiesta – avanzata agli Stati Uniti – di revocare le sanzioni imposte per presunto riciclag¬gio di denaro sporco e contraffazione che portarono, a suo tempo, al congelamento di 24 milioni di dollari su un conto di una banca di Macao intestato a Pyongyang. Ma a parte ogni controversia che figurerà sul tavolo di Pechino, è chiaro che i coreani hanno interesse a far slittare il più a lungo possibile qualunque decisione relativa alle loro iniziative atomiche, in modo da far accettare alla comunità internazionale il suo eventuale status di potenza nucleare come sono il Pakistan e l’India. Intanto gli esperti militari di vari paesi occidentali insistono nel sostenere che la Corea del Nord disporrebbe di una mezza dozzina di bombe atomiche.

Questo il contenzioso verrà esaminato nel corso dei colloqui di Pechino. Con molta probabilità la Corea del Nord dovrebbe riuscire a superare la condizione di isolamento nella quale si trova. L’arma che verrà utilizzata dai rappresentanti di Pyongyang potrebbe essere quella delle relazioni economiche e commerciali, soprattutto nei confronti della Russia che, da tempo, ha bisogno di manodopera per le sue regioni siberiane. E si sa che più volte Kim Jong Il ha fatto balenare la possibilità di aprire le frontiere per far arrivare contadini ed operai in quelle zone della Russia che più hanno bisogno di manovalanza straniera. Si tratterebbe, in sintesi, di uno scambio singolare: uomini contro favori politici e diplomatici. E Mosca, è noto, è sensibile ai problemi relativi al suo sviluppo economico nell’Estremo oriente.

da: www.altrenotizie.org

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