Tassa fino a due centesimi sugli SMS per la Protezione Civile

Un articolo di Mauro Vecchio su “Punto Informatico” ci informa che il Governo starebbe per varare una riforma della Protezione Civile, con particolare riguardo ai finanziamenti a favore del fondo per le calamità.

I fondi, oltre che ad essere ricavati da un aumento delle accise sui carburanti (sarebbero ben 5 centesimini al litro, vedete un po’ voi…), verrebbero alimentati da una tassa che arriverà fino a 2 centesimi (dàte, dàte, per favore…) per ogni SMS inviato.

Saranno i gestori telefonici che anticiperanno il pagamento dell’imposta “con facoltà di rivalsa nei confronti dei clienti”.

Ovvero, in teoria, e stando alla lettera, i gestori telefonici quella tassa possono anche NON farla ripagare ai clienti. Ma sarà, nel caso in cui la riforma dovesse diventare esecutiva, una pia illusione.

Personalmente sono pronto a non inviare più un SMS se anche solo uno dei centesimi che io anticipo al mio gestore telefonico (ah, il fascino della prepagata!!!) andasse alla Protezione Civile, dopo quello che è successo a L’Aquila.

Ma, nonostante me, la Protezione Civile sopravvivrà grazie alla gente che “TVTTBBBBB!!!!”, “Allora stasera ti vengo a prendere e ti faccio impazzire!”, “Sì, ma attento a mio marito!!”, “Io per te valicherei le montagne, altro che quel cornuto di tuo marito…”, “Sì, mi piace quando dici così…”.

Sarebbero già dieci centesimi di pura mancata ricostruzione.

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Come nasce un libro Open Source?

Grosseto – Siamo abituati, quando parliamo di OpenSource, a pensare al software, così come quando parliamo di CC pensiamo alla licenza libera con la quale si condividono legalmente e si preservano le opere intellettuali che di solito troviamo su Internet. Non penseremmo mai di associare entrambe le cose a un libro e per di più, oltre che in formato elettronico, anche in quello cartaceo. Invece è successo, esiste un libro di testo di matematica open source e rilasciato con licenza CC.

L’idea di realizzare tutto ciò è venuta al professor Antonio Bernardo, docente di matematica presso il Liceo Scientifico "Banzi" di Lecce, autore di numerose pubblicazioni nonché fondatore nel 2000 del sito matematicamente.it nato per "cercare strategie per coinvolgere i ragazzi, per avere un feedback dagli studenti, con giochi e curiosità ma anche fornendo una visione ampia della materia", come lo stesso fondatore dichiara in un’intervista. Il sito ha avuto subito molto successo, ma il successo riscosso non era completo per il docente e matematico: da qui il volersi cimentare in una nuova impresa, innovativa e senza dubbio unica nel panorama italiano (analoghe iniziative sono in corso negli USA).

È così venuto alla luce un libro di testo, dal titolo "Matematica C3" dove una C rappresenta Collaborative, una Creative e l’altra Commons, pensato per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Sfongliandolo lo si trova semplice, chiaro, ben strutturato: probabilmente risulterà gradito persino agli studenti che si troveranno da usarlo, tanto più che è dotato di una caratteristica molto differente rispetto agli altri libri che possiedono. Il testo è integrabile da chiunque ne abbia le conoscenze, un testo da rendere sempre migliore e che di conseguenza non ha prezzo (in tutti i sensi).

l professor Bernardo ha accetto di rispondere ad alcune domande sul progetto e sul libro.

Punto Informatico: So che lei ha alle spalle diverse esperienze editoriali: come è nata l’idea di questo testo così diverso da quanto siamo abituati a vedere?
Antonio Bernardo: Quando si scrive un libro di testo, specie se a più mani, e si fa pubblicare da una casa editrice i costi sono elevati e i guadagni per gli autori sono irrisori. Diventa poi anche più complesso aggiornare l’opera in quanto il libro "appartiene" all’editore. Guardando il libro di testo sia con gli occhi dell’insegnante che lo usa, sia dell’autore che lo scrive, mi son reso conto di un fatto banale ed elementare: chi scrive i manuali scolastici sono gli insegnanti, chi li usa sono sempre gli insegnanti e gli studenti, chi sfrutta economicamente questo meccanismo sono invece operatori esterni alla scuola. Rappresentanti, librerie, editori.

PI: È possibile cambiare questo percorso?
AB: Oggi ci sono gli strumenti, sia quelli elettronici, sia il sistema della stampa on demand, che permettono di "circuitare" direttamente gli insegnanti/autori con gli insegnanti/studenti fruitori, lasciando all’esterno il mondo dello sfruttamento economico dell’opera e per questo motivo mi sono deciso a intraprendere questa strada e diventare editore io stesso.

PI: Quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?
AB: Da un po’ di tempo avevo questa idea ma avevo paura a partire, più per gli aspetti legali che per quelli organizzativi, immaginavo che sarei andato allo scontro con interessi economici piuttosto forti, e sarei andato a scontrarmi anche con aspetti burocratici per niente banali. Poi, una volta preso il coraggio di partire ho potuto constatare che molti docenti hanno apprezzato l’idea e si sono dimostrati entusiasti di collaborare: una volta messa in moto la "macchina organizzativa" poi non si torna più indietro. Dalla fase iniziale di progettazione, di definizione di una linea comune, alla prima stesura del primo volume sono passati un paio d’anni.

PI: Due anni sono bastati a completare tutto il percorso?
AB: Il progetto è ancora all’inizio perché speriamo di completare i volumi per tutti e cinque gli anni della scuola superiore, tuttavia essere riusciti a portare a completamente il primo volume è stato un grande risultato. Essere riusciti a chiudere il ciclo di produzione del primo volume significa che il progetto è realizzabile.

PI: La scelta della CC è stata sua? Se sì, perché?
AB: Ho scelto la CC più aperta per dare la possibilità a tutti di personalizzare il testo e condividerlo. L’insegnante che adotta e utilizza questo libro ha modo di modificare o suggerire modifiche in base alla scuola in cui insegna, al proprio modo di lavorare e alle esigenze dei suoi studenti. Il libro quindi può essere non solo liberamente condiviso ma anche personalizzato.

PI: Quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?
AB: Da un po’ di tempo avevo questa idea ma avevo paura a partire, più per gli aspetti legali che per quelli organizzativi, immaginavo che sarei andato allo scontro con interessi economici piuttosto forti, e sarei andato a scontrarmi anche con aspetti burocratici per niente banali. Poi, una volta preso il coraggio di partire ho potuto constatare che molti docenti hanno apprezzato l’idea e si sono dimostrati entusiasti di collaborare: una volta messa in moto la "macchina organizzativa" poi non si torna più indietro. Dalla fase iniziale di progettazione, di definizione di una linea comune, alla prima stesura del primo volume sono passati un paio d’anni.

PI: Due anni sono bastati a completare tutto il percorso?
AB: Il progetto è ancora all’inizio perché speriamo di completare i volumi per tutti e cinque gli anni della scuola superiore, tuttavia essere riusciti a portare a completamente il primo volume è stato un grande risultato. Essere riusciti a chiudere il ciclo di produzione del primo volume significa che il progetto è realizzabile.

PI: La scelta della CC è stata sua? Se sì, perché?
AB: Ho scelto la CC più aperta per dare la possibilità a tutti di personalizzare il testo e condividerlo. L’insegnante che adotta e utilizza questo libro ha modo di modificare o suggerire modifiche in base alla scuola in cui insegna, al proprio modo di lavorare e alle esigenze dei suoi studenti. Il libro quindi può essere non solo liberamente condiviso ma anche personalizzato.
PI: Ho notato che sul testo stampato non c’è il bollino SIAE…
AB: Prevedendo complicazioni burocratiche mi sono proposto come editore del libro e gli ho assegnato un codice ISBN in modo che potesse essere inserito con facilità tra i libri di testo adottati, anche per questo ha una sua versione cartacea. Per i libri il bollino SIAE serve a garantire l’autore e a certificare il numero di copie vendute, in modo che l’editore gli corrisponda il dovuto secondo contratto. Per questo libro non ci sono diritti da pagare né agli autori né all’editore, pertanto non ha senso tenere un conteggio esatto delle copie vendute né ha senso certificare l’originalità del libro, poiché come accade con la licenza Creative Commons non ci sono copie originali e copie contraffatte: tutte le copie, anche quelle stampate in casa o fotocopiate, sono legittime.

PI: Cosa si aspetta da questo libro sempre in continua evoluzione e modificabile da chiunque ne abbia le competenze?
AB: Che diventi uno standard di riferimento per gli insegnanti di matematica e viva di vita propria indipendentemente dalle persone che in questo momento sono gli autori, un po’ come per i software Open Source. Quello che vorrei si realizzasse è che questo manuale non appartiene a nessuno in particolare ma allo stesso tempo è di tutti.

PI: Ha avuto molte ad
esioni da persone che volevano farne parte?
AB: Adesioni tantissime e tuttora ce ne sono, ma a questo punto del lavoro ho notato che chi vuole interagire fa fatica a mettersi al passo e la cosa più complicata, sono certo, sarà soppiantare chi andrà via. Per la mia esperienza sulla gestione di community bisogna creare le condizioni affinché le persone entrino ed escano dal progetto secondo le loro spontanee esigenze e desideri, ma facendo in modo che il progetto continui a vivere, a migliorarsi, ad ampliarsi o più semplicemente ad evolvere con le esigenze, in questo caso, della scuola.

PI: Da quello che ho visto, guardando il libro devo dire che è molto ben fatto. Come hanno fatto, persone che vivono in città diverse, hanno esperienze e modi di lavorare diversi, a raccordare il loro lavoro?
AB: In effetti, le persone del gruppo promotore, coloro che hanno fatto proprio il progetto condividendo aspettative e risultati, non si si sono mai incontrate fisicamente, ma devo dire che non è stato un handicap: Internet, e gli strumenti che offre, fa sì che ci si possa confrontare anche in tempo reale. Periodicamente infatti teniamo delle chat di redazione per raccordare il lavoro, ma ognuno lavora per conto proprio e condivide il lavoro prodotto.

PI: Cosa le fa ritenere che un libro scritto da un gruppo che possiamo definire di appassionati, non scrittori professionisti, possa essere ugualmente efficace?
AB: So per esperienza che un libro di testo scritto da professionisti che non siano docenti o anche studenti (perché no?) risulta poco efficace perché bisogna avere esperienza nel settore specifico del quale si vogliono affrontare le tematiche, e anche il giusto linguaggio perché un libro di testo possa davvero definirsi tale. Tengo a precisare che sarebbe più corretto definirlo manuale, poiché è pensato non tanto per la teoria, quella è materia per il docente, quanto per fornire un’ampia scelta di esercizi che sono più complessi da preparare. Una delle indicazioni principali per chi scrive il testo è quello di raccontare la matematica allo stesso modo in cui la racconta in classe di fronte agli studenti. Il libro quindi non è rivolto a un pubblico di studenti immaginari, ma agli studenti che siamo abituati ad avere in classe.

PI: Se altri volessero darle una mano, come dovrebbero fare? Di quali strumenti avrebbero bisogno per farlo? In pratica che tipo di aiuto più vi serve?
AB: Ci sono diversi livelli di collaborazione. Un piccolo gruppo di autori che scrivono una prima stesura della teoria con qualche esempio e qualche esercizio. C’è poi chi rivede ed integra il testo. Ma soprattutto ci occorre chi poi scrive gli esercizi, chi è in grado di svolgerli e verificarne il risultato preferibilmente usando i software di calcolo simbolico. In realtà quindi serve molto lavoro di chi legge e corregge il testo, di chi lo integra con esercizi meglio se originali, con qualche idea nuova, di chi trova gli errori nel testo degli esercizi o nel risultato. Per questo tipo di lavoro gli studenti sono più adatti degli insegnanti.

PI: Cos’altro?
AB: Poi ovviamente serve qualcuno con competenze specifiche per spostare i contenuti e le immagini da un software a un altro, qualcuno che migliori le figure e qualcuno che dia un aiuto sotto l’aspetto "estetico", si sa che noi matematici non siamo molto bravi in questo.

PI:La sua è sicuramente una pietra miliare nel campo dell’editoria e nella scuola: pensa che aprirà la strada a un nuovo modo di fare cultura?
AB: Ovviamente saranno i risultati dati dalla verifica in aula a dire quale sia veramente il valore di questo progetto. Le idee di partenza sono buone, ma la vera sfida è poi combattere sul campo per risolvere man mano tutte le problematiche che si presentano. Sarebbe una sfida "culturale" più ampia se si riuscisse a diffondere l’idea di una scuola più democratica, più libera, dove ognuno può attingere almeno alle risorse di base, in questo caso un manuale di matematica, in modo gratuito, senza segreti per nessuno: un libro che si sa in partenza che è condiviso da un buon numero di docenti di tutta Italia che insegnano in differenti tipi di scuola, cosa quest’ultima non facile da realizzare nemmeno per una grande casa editrice.

PI: Pensa che altri, di altre discipline, seguiranno la sua strada?
AB: Io spero di sì, e poi lo stesso Ministero dell’Istruzione sembra orientato a privilegiare i libri elettronici, quelli scaricabili da Internet, spero che si vada sempre di più in questa direzione. Tuttavia ritengo sia molto più facile realizzare a più mani, quindi collaborativamente, un testo scientifico che non ad esempio uno di letteratura o storia, dove l’impronta dell’autore è più importante. Probabilmente, invece, per testi antologici di brani di classici come se ne vedono tanti su Internet, la cosa dovrebbe essere molto più semplice. Si potrebbero ad esempio raccogliere un po’ di questi brani e farne un manuale scolastico. Speriamo che quando si diffonderà il nostro manuale anche altri colleghi di altre discipline si rendano conto che è un progetto fattibile.

PI: Sa se ci sono state scuole che hanno adottato il testo?
AB: Al momento sono sei ma ricevo richieste ancora oggi, qualche scuola si è lasciata la possibilità di adottare il nuovo libro a settembre. In ogni caso bisognerà aspettare almeno un paio d’anni affinché il libro si diffonda.

PI: Se una casa editrice le proponesse la pubblicazione (con tutto ciò che questo comporta) accetterebbe?
AB: Ho scelto di essere editore proprio per evitare di rivolgermi ad una casa editrice, e quindi direi proprio di no. In ogni caso il libro non è solo mio ma di tutti quelli che vi partecipano, e ciascuno mi ha rilasciato una liberatoria sulle condizioni di utilizzo dei materiali prodotti. Il libro è nato con licenza Creative Commons e tale resterà.

PI: Non crede che in parallelo al suo libro dovrebbe essere portata avanti la conoscenza e la diffusione del software libero?
AB: Lavorando con persone che in molti casi non hanno una preparazione informatica ho preferito lasciare libera scelta agli autori sugli strumenti da usare, in quanto ritengo che le persone non possono essere obbligate a studiare un software che useranno occasionalmente. Il prodotto finale è rilasciato in due versioni, quella PDF pronta per la stampa, e quella in OpenOffice che è stato scelto dopo aver valutato diversi software liberi perché ha un buon editor per le formule matematiche. La versione in Openoffice può essere modificata a piacimento da chi il libro lo deve usare.

PI: Non sarebbe più corretto realizzare lo stesso libro con strumenti liberi?
AB: In generale io vedo il software come una cosa di cui uno non si deve accorgere: noi lavoriamo sui contenuti, il software deve essere trasparente, invisibile. In ogni caso, scinderei il problema della diffusione del software libero dalla creazione di manuali scolastici come il nostro.

Tutti coloro fossero interessati o curiosi possono avere informazioni sul manuale o scaricarlo da qui. Il testo sarà presentato alla Convention delle associazione italiane per il software libero che si terrà a Puntone Scarlino (GR), Baia dei Gabbiani, i giorni 10, 11 e 12 settembre prossimi.

a cura di Patrizia Bisaccia
da: www.punto-informatico.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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Stefano Aterno – Chi la rete ferisce di rete perisce

Roma – Il DDL intercettazioni, al centro di un dibattito politico con pochi precedenti nella storia recente del nostro Paese, contiene, come è ormai noto, anche una disposizione – l’attuale comma 29 dell’art. 1 – che minaccia di produrre gravi conseguenze sull’ecosistema della blogosfera. La disposizione, infatti, prevede che la disciplina in materia di obbligo di rettifica prevista nella vecchia legge sulla stampa del 1948 si applichi anche ai "i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica".

Blogger e gestori di piattaforme di user generated content, quindi, all’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge anti-intercettazioni, dovranno provvedere a dar corso ad ogni richiesta di rettifica ricevuta, entro 48 ore, a pena, in caso contrario, di vedersi irrogare una sanzione fino a 12 mila e cinquecento euro. Abbastanza direi – che questo sia l’obiettivo perseguito dal legislatore o solo un effetto collaterale dell’ignoranza con la quale il Palazzo continua ad affrontare le cose della Rete – da far passare ai più la voglia di occuparsi, online, di informazione in ambiti o materie suscettibili di urtare la sensibilità di qualcuno ed indurlo a domandare – a torto o a ragione – la rettifica.
Cucina, ricamo, motori e moda, si avviano, quindi, a divenire i temi più gettonati nella blogosfera italiana.

È un duro colpo alla libertà di informazione online perché si appesantisce e "burocratizza", senza alcuna necessità, un’attività che ha, sin qui, avuto il suo punto di forza proprio nella semplicità con la quale chiunque poteva aprire e gestire un blog senza altre preoccupazioni che non quella, sacrosanta, di non violare gli altrui diritti e, eventualmente, rispondere delle violazioni.

All’indomani dell’annuncio della presentazione del DDL Alfano, la scorsa estate, a chi si preoccupava delle conseguenze di questa norma sulla libertà di informazione nella blogosfera, in molti, nel Palazzo, avevano promesso interventi puntuali ed efficaci per scongiurare che il rischio paventato diventasse realtà ed invitato la Rete ad abbassare i toni della protesta.
Nessuno, tuttavia, nel lunghissimo iter parlamentare attraverso il quale si è messo a punto il testo dell’attuale disegno di legge, si è ricordato di quelle promesse né ha mosso un dito per evitare che la Rete corresse il rischio di ritrovarsi "chiusa per rettifica". Parafrasando il vecchio adagio, tuttavia, potrebbe dirsi che "chi la Rete ferisce, di Rete perisce" (né in senso biologico né in senso violento, naturalmente!).

All’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge, infatti, sarà sufficiente pubblicare – e non sarà difficile elaborare uno script che vi provveda in automatico – in calce ad ogni post un link che inviti, chiunque abbia interesse alla rettifica, a comporre autonomamente un commento di un numero di caratteri corrispondente all’informazione da rettificare e pubblicarlo, sempre autonomamente, sul blog stesso, giusto di seguito, rispetto al post incriminato. Fatta la legge, trovato l’inganno, potrebbe dire qualcuno ma, in realtà, si tratta più semplicemente di volgere, a favore dei più, quelle peculiarità dell’informazione in Rete che sono, forse, sfuggite ai frequentatori del Palazzo. Ad una legge semplicemente stupida non può che reagirsi con una soluzione altrettanto stupida, ovvero, automatizzando un processo che già oggi – senza bisogno di alcuna legge – è alla portata di tutti.
Ma c’è di più o, meglio, la Rete può fare di più per reagire alle offese infertele.

Proprio la Rete, infatti, sembra destinata a vanificare gli sforzi sin qui compiuti – non è questa la sede per dire se a torto o a ragione – dai promotori dell’iniziativa legislativa per mettere un "bavaglio" sulla bocca dei media, limitando la pubblicazione delle intercettazioni.
Le tante penne che, sin qui, hanno scritto, riscritto e corretto il testo del disegno di legge, evidentemente, ignorano davvero – come in molte occasioni hanno dato adito a pensare – le dinamiche della circolazione delle informazioni nell’era dell’accesso e nel contesto mediatico, ormai globalizzato, al quale il nostro piccolo Paese è saldamente connesso. Non si spiegano diversamente gli sforzi sin qui compiuti – sino ad incrinare lo stesso fronte della maggioranza ed a produrre pericolosi attriti istituzionali – per imporre un divieto di pubblicazione destinato a rimanere del tutto frustrato dall’intervento di soggetti – che siano editori, blogger o semplici associazioni di cittadini – stranieri che dai loro Paesi, ricevuti – poco importa come – i testi o l’audio delle intercettazioni – provvedano alla loro pubblicazione su server collocati all’estero.

Difficile credere che gli estensori del testo ritengano che un divieto di pubblicazione contenuto in una piccola legge di un piccolo Paese – almeno rispetto al contesto globale dell’informazione – possa considerarsi applicabile anche ad un editore o ad un blogger straniero. Quale che sia il convincimento dei promotori dell’iniziativa legislativa, in ogni caso, esso si scontra con i limiti di applicabilità della legge italiana che, specie in materia di informazione, non può certo ritenersi applicabile ad un soggetto straniero, operante nel proprio Paese, attraverso, per di più, un’infrastruttura tecnologica anch’essa collocata all’estero.

Nelle dinamiche dell’informazione online, a differenza di quanto accade nel mondo dei media tradizionali nei quali le tv irradiano segnali ed i giornali vengono distribuiti, i contenuti pubblicati online sono, semplicemente, resi disponibili su macchine fisicamente collocate in luoghi geografici ben definiti e sta all’utente andarli a cercare, accedervi e fruirne. Difficile, in tale contesto, ritenere che qualsivoglia elemento dell’eventuale violazione del divieto di pubblicazione possa considerarsi consumato sul territorio italiano come esige l’art. 6 del codice penale ai fini della sua applicabilità.
Neppure le disposizioni contenute nel codice penale in materia di reati compiuti all’estero da cittadini stranieri, appaiono, d’altro canto, consentire – in un’ipotesi quale quella appena delineata – di ritenere applicabile la disciplina italiana complice la natura ed entità delle sanzioni con le quali è punita la violazione del divieto di pubblicazione.

Se, tuttavia, è legittima, come appare, la pubblicazione all’estero di quelle intercettazioni che la nuova legge vorrebbe rimanessero appannaggio di pochi, allora, per editori, giornalisti e blogger italiani, domani, sarà sufficiente dare sulle proprie pagine la notizia dell’avvenuta pubblicazione da parte di colleghi di oltralpe o oltre-oceano ed inserire un link – così come è naturale nelle dinamiche dell’informazione online – all’articolo o al post straniero.
Sarà tutto, inesorabilmente, lecito. Linkare ad un contenuto da altri pubblicato non equivale, infatti, a pubblicarlo e, d’altro canto, sarebbe difficile sostenere che la pubblicazione di un articolo o di un post attraverso il quale si dia la notizia dell’avvenuta pubblicazione, all’estero e da parte di un soggetto estero, di un’intercettazione il cui contenuto è rilevante per l’opinione pubblica italiana, possa considerarsi vietata. L’eventuale divieto, infatti, si porrebbe in insanabile contrasto con la libertà di informazione di cui all’art. 21 della costituzione, libertà che non può essere compressa sino a privare un blogger o un giornalista del diritto-dovere di raccontare un fatto – il che è diverso dal pubblicare uno specifico contenuto quale l’intercettazione – di rilevante interesse pubblico.

L’augurio è che nel Palazzo ness
uno pensi di poter risolvere il problema ordinando ai provider italiani – come si fa per i contenuti pedopornografici o il gioco d’azzardo online e, da qualche tempo, con espediente di dubbia legittimità, per l’antipirateria – di rendere inaccessibili interi siti stranieri. Si tratterebbe di un attentato senza precedenti alla libertà di informazione e si aprirebbe così uno scontro tra culture dal quale, nella società dell’informazione, il nostro Paese non potrebbe che uscire sconfitto ed isolato, accostato, nell’immaginario collettivo, a regimi totalitari che oggi proclamano e tentano di attuare un’anacronistica dottrina dell’isolamento telematico.

Non si tratta di "disobbedienza civile" ma, più semplicemente, di utilizzare le peculiarità e la straordinaria potenza della Rete e di sfruttare – per una volta a vantaggio della Rete stessa – l’ignoranza e la scarsa attenzione che il Palazzo da anni riserva al fenomeno dell’informazione online, per garantire ai cittadini l’accesso a contenuti che in Italia si è deciso di rendere non pubblicabili ma che nessuno può – nel secolo della Rete – rendere non fruibili, attraverso pochi click ed un viaggio virtuale dall’altra parte delle Alpi o, piuttosto, dell’oceano.

La Rete ferita reagisce senza violare nessuna norma di legge, ma semplicemente ricordando al Palazzo che l’informazione è ormai divenuta un fenomeno globale che non si può pretendere di governare attraverso regole nazionali, poco condivise nel Paese che le emana e niente affatto condivise nelle centinaia di altri Paesi che, oggi, compongono la comunità sovranazionale con la quale siamo chiamati a confrontarci e convivere.
Saranno i Mondiali che, come sempre, risvegliano l’orgoglio nazionale, sarà un pizzico di amor di patria o, più semplicemente, sarà la stanchezza di continuare a sentirci "diversi" rispetto al resto del mondo quando si parla di Internet ed informazione, ma non si può negare che, se saremo costretti a leggere le intercettazioni su malefatte consumatesi nel nostro Paese su siti battenti bandiere di altri colori, sarà difficile non sentirci sconfitti, sebbene contenti del fatto che, nel secolo della Rete, siamo finalmente in condizione di sentirci liberi, almeno, di informarci – se non anche di informare – quale che sia la volontà del Palazzo.

da: www.punto-informatico.it
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Massimo Mantellini – Contrappunti/Vota Internet

Roma – Non ci sono troppe ragioni per stupirsi riguardo alle vicende dei giorni scorsi in Commissione Giustizia, dove gli emendamenti di alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti che chiedevano fosse rivisto l’obbligo di rettifica per i blogger, tema già molte molte dibattuto sia in Rete che fuori e che Punto Informatico segue con attenzione da sempre. Ignoro le ragioni per cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione, abbia deciso di ritenere inammissibili le richieste, apparentemente di assoluto buonsenso, di Roberto Cassinelli (PDL) e di Roberto Zaccaria (PD): quello che però mi pare abbastanza evidente è che i toni di commento della vicenda siano piuttosto fuori dalla righe.

Detesto fare l’avvocato del diavolo, ma a margine di un articolo di legge scemo e un po’ intimidatorio, per altro scemo e intimidatorio meno di altri che abbiamo dovuto registrare in questi anni, Michele Meta (capogruppo in Commissione Telecomunicazioni per il PD) ha dichiarato che tale articolo "rischia di determinare un freno insopportabile alla libertà di espressione e alla creatività di migliaia di blogger. Vista l’immediata e gratuita fruibilità di internet, i blog fanno del web una piazza virtuale aperta, di confronto e arricchimento collettivo, sfidando spesso i grandi media pieni di risorse, sulla qualità e obiettività dell’informazione".

Una dichiarazione un po’ sopra le righe, specie se a proporcela è il rappresentante di un partito che in questi anni è stato lui, per primo, "freno insopportabile" allo sviluppo delle reti in Italia in numerose note occasioni. Fu per esempio una legge del centro-sinistra nel 2001 a generare la prima dolosa confusione fra pagine web e siti editoriali, piccola bomba semantica capace, come si vede, di creare concreti disastri anche a distanza di un decennio.

Ad occhio e croce il 90 per cento della discesa in campo di questi giorni da parte della politica contro l’obbligo di rettifica per i blog è del tipo ben interpretato dalla dichiarazione del PD: propaganda antigovernativa con il vestitino della festa su un tema di cui, tranne in rari casi, non interessa niente a nessuno. Del resto raccontare se stessi come gli indomiti cavalieri della libertà è sempre uno sport discretamente apprezzato a tutte le latitudini.

Anche il punto di vista di Antonio di Pietro in quanto a toni non scherza: "La Rete è uno degli ultimi rifugi delle voci libere e della libera informazione. Consapevoli dell’importanza rappresentata dal web continueremo la nostra battaglia contro il ddl bavaglio e, in particolare, contro l’obbligo per i blogger a pubblicare la rettifica entro 48 ore. È una battaglia in difesa della democrazia e della giustizia che porteremo avanti senza se e senza ma". La differenza concreta fra questi due differenti sprechi di aggettivi e frasi fatte è che il leader dell’IDV, blogger egli stesso, ha almeno avuto in questi anni comportamenti conseguenti su simili temi, pur partendo lui stesso da posizioni semplificate e populiste, figlie di quella interpretazione ideologica della rete che va da Beppe Grillo a Casaleggio (o viceversa).

Fra il disinteresse dei più e la strumentalizzazione di qualcuno,la terza via per incidere sulla solita tendenza italiana a legiferare "contro" Internet è ancora una volta quella della mobilitazione dal basso. Guido Scorza ha preparato una lettera aperta a Giulia Bongiorno, che molti utenti della Rete stanno sottoscrivendo in queste ore. Sono quindici anni che firmiamo petizioni in Rete, spesso su temi molto importanti: l’unica sensibile differenza fra le petizioni di oggi e quelle di qualche anno fa è che oggi i primi firmatari sono talvolta persone che hanno più facile accesso ai mezzi di informazione di massa. Così le stesse campagne che un decennio fa generavano migliaia di firme in Rete e un silenzio assoluto fuori, oggi hanno la capacità di uscire occasionalmente da Internet per raggiungere le pagine dei quotidiani e magari provocare qualche flebile reazione politica o una innocua interrogazione parlamentare.

La grande debolezza di simili strumenti di opposizione, come è noto, è che si tratta di presidi a costo zero, il cui valore in termini di "mobilitazione politica" è estremamente basso. I numeri stessi sono poi facilmente adulterabili, e la somma di queste due caratteristiche trasforma la Rete in una sorta di suk della politica dove chiunque può teoricamente costruire facile consenso su qualsiasi tema.

E allora come se ne esce? La risposta è contemporaneamente semplice e complicatissima: le grandi masse di utenti della Rete, offese dall’orribile legiferare contro la Rete, dovrebbero semplicemente mandare in Parlamento propri rappresentanti che conoscano ed apprezzino Internet. Ce ne sono moltissimi in ogni schieramento e potrei perfino iniziare qui di seguito un folto elenco nome per nome. Solo mandando a casa Giulia Bongiorno e la schiera di illetterati digitali che abitano il nostro Parlamento si incide su una questione che in Italia è ormai da anni declinata nell’unica sterile contrapposizione fra una politica che ignora Internet ed una massa sempre più ampia di utenti di Internet che si indignano a colpi di click.

Massimo Mantellini
da: www.punto-informatico.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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Cannonate sui balzelli telefonici – di Dario Bonacina

Non c’è dubbio: dopo l’eliminazione dei costi di ricarica e della scadenza del credito prepagato, il nuovo credo è l’abolizione dello scatto alla risposta. Ne parlano sempre più spesso gli utenti e le associazioni di consumatori, al punto che persino l’Authority delle Comunicazioni fa propria l’iniziativa e propone un emendamento al decreto Bersani affinché – prima che sia convertito in legge – elimini anche questo balzello. E qualcuno sta prendendo la mira anche sul canone Telecom e sulla tassa di concessione governativa.

Il canone è il bersaglio su cui anche Wind suggerisce di concentrare le mire, come si legge in un’intervista concessa al quotidiano la Repubblica dall’AD Paolo Dal Pino. Vistosi costretto a sopportare un onere stimato in 300 milioni per l’abolizione del costo delle ricariche, l’operatore consiglia, "invece di eliminare il costo delle ricariche" di pensare "al canone Telecom che da anni rimane invariato". Non potendo alzare le tariffe, per non causare "un’emorragia di clienti" a favore delle compagnie più forti sul mercato, "per mantenere l’equilibrio" l’azienda si vede costretta anche a "ridurre gli investimenti strutturali e tagliare i costi operativi". "Temo rischi per l’occupazione" dichiara Dal Pino.

C’è qualcun altro che non è contento dell’abolizione dei costi di ricarica: coloro che vendono le ricariche. "Sulle ricariche telefoniche non accettiamo più aggi da elemosina, siamo pronti allo sciopero" afferma Giovanni Risso, presidente nazionale della Fit, Federazione Italiana Tabaccai, alla notizia che gli operatori ridurranno ulteriormente i margini spettanti alla rete distributiva. "Non è giusto che i gestori penalizzino la nostra rete tenendo presente che, a titolo di esempio, in futuro su una ricarica da 10 euro il tabaccaio percepirebbe un margine medio lordo di circa 25 centesimi, mentre ora ne guadagna mediamente appena 30. E pensare che molti consumatori credono ancora che i costi di ricarica aboliti andassero tutti ai tabaccai. La verità è assai diversa".

E oltre alle petizioni varate da più parti per l’eliminazione dello scatto alla risposta, compare in rete anche un’analoga iniziativa – ancora senza firme, al momento della redazione del presente articolo – mirata ad abbattere la tassa di concessione governativa che grava sugli abbonamenti degli utenti privati: "Questa tassa – recita la motivazione della petizione – oramai non ha più ragione d’essere, visto che il telefono cellulare non è più un bene di lusso come lo era all’inizio della sua commercializzazione, quando costava tanto sia come apparecchio che come tariffazione. È anche grazie a lei che si è venuto a creare terreno fertile per il mercato del pre-pagato in Italia, dato che quest’ultimo consente di avere il cellulare senza costi fissi periodici, i quali gravano sul costo del bene anche in caso di non utilizzo dello stesso".

Sul patibolo delle gabelle, a questo punto, manca solo la tariffazione del traffico telefonico. Ma nessuno sembra avere ancora deciso di proporlo. Per ora.

da: www.punto-informatico.it

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Costi di ricarica: dietrofront di Wind – di Dario Bonacina

Non sono passate inosservate le nuove condizioni e le offerte tariffarie che Wind e Vodafone hanno deciso di praticare in conseguenza all’entrata in vigore del pacchetto Bersani. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha infatti chiesto ai due operatori "chiarimenti urgenti" in merito all’offerta in vigore in questo periodo

La questione è emersa la scorsa settimana e non suscita meraviglia il fatto che, a sollevare il polverone, si sia posta in pole position Generazione Attiva, l’associazione presieduta da Andrea D’Ambra: dall’offerta presentata da Wind, si evinceva che l’operatore – ai vecchi clienti che non passassero ai nuovi piani tariffari – intendeva continuare ad applicare i costi di ricarica sulle schede prepagate di importo inferiore ai 50 euro. Nella serata di ieri si è però appreso, da una nota aziendale, che l’abolizione del costo fisso per la ricarica dei telefonini sarà valida per tutti i clienti, vecchi e nuovi.

"In relazione all’art. 1 comma 1 del d.l. n. 7/2007 – scrive l’azienda – Wind informa che, a seguito delle comunicazioni trasmesse dal Ministero dello Sviluppo Economico e dall’Autorità delle Comunicazioni, rispettivamente in data 2 e 5 marzo 2007, non applicherà i contributi di ricarica ai contratti in essere alla data del 4 marzo 2007". Nella nota, l’operatore ha sottolineato "che questo provvedimento non potrà non avere impatti negativi sugli assetti concorrenziali del settore".

La decisione di Wind è peraltro in linea con le dichiarazioni rilasciate dal dicastero che fa capo a Pierluigi Bersani, che ieri ha diffuso una nota in cui ha osservato: "Oggi migliaia di cittadini hanno ricaricato il cellulare senza pagare i costi fissi grazie alla norma del decreto legge sulle liberalizzazioni entrata in vigore oggi. Una norma che non può che essere riferita a tutti i clienti attuali secondo i loro piani tariffari". Il Ministero fornisce quindi quella che in diritto viene definita interpretazione autentica quando afferma che "subordinare l’eliminazione del costo fisso al passaggio ad un nuovo profilo tariffario per coloro che acquistano carte prepagate al di sotto di 50 euro non sia in linea con la volontà del legislatore".

Al vaglio dell’Authority rimane l’offerta di Vodafone che invece consente, come richiesto dal decreto, il recupero del credito residuo legato ad una SIM scaduta (o per la quale il cliente esercita il diritto di recesso). Tuttavia, per ottenerlo, l’utente deve corrispondere all’operatore un contributo pari a 8 euro. Vodafone, a Punto Informatico, ha anticipato ieri la propria posizione spiegando che "il contributo di 8 euro copre solo parzialmente le spese vive per la gestione del recesso e l’invio del rimborso".

Non è mancato, nei confronti di Agcom, il plauso delle associazioni dei consumatori. Ma Altroconsumo, oltre a definire "discutibile" l’iniziativa di Vodafone, segnala l’allineamento del costo dei messaggi SMS, salito a 15 centesimi di euro nelle offerte di tre operatori su quattro, commentando: "È oramai evidente: la questione delle ricariche doveva essere affrontata dall’Autorità Antitrust e dall’AGCOM con una sanzione efficace, non con un decreto. Per Altroconsumo per superare la situazione attuale è necessario consentire l’ingresso anche in Italia degli operatori virtuali, l’unico modo che consentirebbe di introdurre più concorrenza sul mercato".

Ma se gli operatori sono sotto accusa, anche su Agcom si accendo i riflettori, quelli della Commissione Europea: come riferito da HelpConsumatori, la Commissione avrebbe espresso alcune perplessità sul provvedimento che abolisce i costi di ricarica. Non sulla sua opportunità, ma sotto il profilo delle "competenze" e "dell’applicazione" della legge: "Abbiamo sollevato alcune questioni procedurali sull’indipendenza dell’Autorità per le Comunicazioni in merito alla messa a punto della legge – ha dichiarato Martin Selmayr, portavoce del commissario europeo per la società dell’informazione e i media Viviane Reding – La Commissaria Reding condivide con il governo italiano l’obiettivo di proteggere meglio i consumatori, ma restiamo in contatto con le autorità italiane con le quali stiamo ancora discutendo la questione".

Il decreto Bersani, come noto, ha battuto sul tempo Agcom, che proprio in materia di costi di ricarica aveva promesso la promulgazione di un provvedimento regolatorio, attraverso una delibera che avrebbe potuto rappresentare la naturale conseguenza dell’inchiesta condotta con l’Antitrust, il cui esito è stato pubblicato nello scorso novembre.

Ad Agcom è rimasto, in ogni caso, il compito istituzionale di vigilare sull’operato delle compagnie telefoniche. Compito a cui l’Authority si è attenuta all’atto della pubblicazione del decreto Bersani: "Per evitare che vi fosse un trasferimento automatico dei costi di ricarica sui piani tariffari – ha riferito a il Messaggero il commissario Roberto Napoli – abbiamo chiesto ai nostri nuclei di Guardia di Finanza e Polizia postale di rilevare tutte le offerte degli operatori prima del 4 marzo. Le raffronteremo con le nuove comunicazioni che dobbiamo ricevere via internet in modo da garantire un confronto trasparente sui prezzi".

Ed è proprio all’insegna della trasparenza che l’Authority ha deliberato, tra le modalità attuative del Decreto, l’obbligo per gli operatori di mettersi in regola fin da subito esprimendo con chiarezza tutte le condizioni tariffarie per permettere agli utenti il confronto dei prezzi.

Alla luce di questi presupposti, il ministro Bersani ritiene comunque infondate le perplessità degli utenti: "Il timore che con una strategia tariffaria si compensi quello che si è perso con le ricariche è infondato perché le nuove offerte saranno messe in concorrenza tra di loro".

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Vietato spiare sistematicamente i dipendenti on line – a cura di Valentina Frediani

Lo chiedevano i lavoratori e molti imprenditori ed ora il Garante per la privacy ha deciso di mettere ordine sul delicatissimo fronte del monitoraggio delle attività Internet dei dipendenti pubblici e privati.

Con un provvedimento ad hoc, spiega lo stesso Garante, viene stabilito che i datori di lavoro pubblici e privati non possono controllare la posta elettronica e la navigazione in Internet dei dipendenti, se non in casi eccezionali. Spetta al datore di lavoro definire le modalità d’uso di Internet ma sono modalità che dovranno sempre e in tutti i casi tener conto "dei diritti dei lavoratori e della disciplina in tema di relazioni sindacali".

Il provvedimento, che sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale, vuole essere una sorta di guida alle regole. "La questione – ha spiegato Mauro Paissan, relatore del provvedimento – è particolarmente delicata, perché dall’analisi dei siti web visitati si possono trarre informazioni anche sensibili sui dipendenti e i messaggi di posta elettronica possono avere contenuti a carattere privato. Occorre prevenire usi arbitrari degli strumenti informatici aziendali e la lesione della riservatezza dei lavoratori".

Non ci sono novità sostanziali rispetto a quanto già espresso in passato dal Garante ma c’è una nuova chiarezza. Alle imprese, ad esempio, viene fatto carico di "informare con chiarezza e in modo dettagliato i lavoratori sulle modalità di utilizzo di Internet e della posta elettronica e sulla possibilità che vengano effettuati controlli". Ma è fuori discussione la possibilità di leggere e registrare sistematicamente le email dei dipendenti o di monitorare sistematicamente la navigazione web. Sono casi nei quali si realizzerebbe, spiega il Garante, "un controllo a distanza dell’attività lavorativa vietato dallo Statuto dei lavoratori".

Ciò che le aziende pubbliche e private devono fare è dunque dar vita ad un disciplinare interno, un documento realizzato anche assieme ai sindacati, "nel quale siano chiaramente indicate le regole per l’uso di Internet e della posta elettronica".

E, proprio per evitare usi impropri di Internet, al datore di lavoro viene ascritto il compito di minimizzare il rischio, ricorrendo a strategie e tecnologie dedicate.
Il Garante fa qualche esempio, per quanto riguarda la navigazione:
"- individuare preventivamente i siti considerati correlati o meno con la prestazione lavorativa;
– utilizzare filtri che prevengano determinate operazioni, quali l’accesso a siti inseriti in una sorta di black list o il download di file musicali o multimediali."

Per quanto riguarda l’email, invece, l’azienda:
– renda disponibili anche indirizzi condivisi tra più lavoratori (info@ente.it; urp@ente.it; ufficioreclami@ente.it), rendendo così chiara la natura non privata della corrispondenza;
– valuti la possibilità di attribuire al lavoratore un altro indirizzo (oltre quello di lavoro), destinato ad un uso personale;
– preveda, in caso di assenza del lavoratore, messaggi di risposta automatica con le coordinate di altri lavoratori cui rivolgersi;
– metta in grado il dipendente di delegare un altro lavoratore (fiduciario) a verificare il contenuto dei messaggi a lui indirizzati e a inoltrare al titolare quelli ritenuti rilevanti per l’ufficio, ciò in caso di assenza prolungata o non prevista del lavoratore interessato e di improrogabili necessità legate all’attività lavorativa.

"Qualora queste misure preventive non fossero sufficienti a evitare comportamenti anomali, gli eventuali controlli da parte del datore di lavoro – sottolinea il Garante – devono essere effettuati con gradualità. In prima battuta si dovranno effettuare verifiche di reparto, di ufficio, di gruppo di lavoro, in modo da individuare l’area da richiamare all’osservanza delle regole. Solo successivamente, ripetendosi l’anomalia, si potrebbe passare a controlli su base individuale".

Nel provvedimento sono anche dettagliate tutele specifiche per categorie particolari di lavoratori, come quelli che sono tenute al segreto professionale.

Di seguito l’approfondimento giuridico di ConsulenteLegaleInformatico.it sul nuovo provvedimento del Garante.

Pubblicato sul Bollettino di marzo del Garante, il Provvedimento generale relativo alle linee guida sulle questioni attinenti lavoratori/ posta elettronica e internet. Il Garante così a distanza di pochi mesi dal provvedimento relativo alla privacy applicata al dipendente nell’ambiente lavorativo (gestione busta paga, dati sindacali, sanitari, ecc.) torna sul rapporto privacy-datore di lavoro-dipendente, andando a toccare un tasto quanto mai discusso, quello relativo all’utilizzo delle risorse informatiche da parte del dipendente e del relativo potenziale controllo applicabile dal lavoratore.

Il provvedimento si inserisce in un contesto ormai diffuso che vede contrapposti coloro che si schierano fermamente dalla parte del datore di lavoro il quale può e deve controllare ogni e qualsivoglia movimento posta o navigazione del proprio dipendente, e coloro che al contrario vedono in tali condotte solo controlli mirati a "esaminare" il dipendente ed invadere pesantemente la sua privacy. Sino a ieri compito dei legali (ma spesso più della logica) era contemperare i suddetti interessi; oggi interviene proprio il Garante e va a chiarire modalità di accesso, memorizzazione, conservazione, consultazione e disponibilità delle risorse informatiche che il datore di lavoro può mettere a disposizione del proprio dipendente.

Il provvedimento si apre ovviamente con richiami ai principali generali del decreto legislativo n. 196/2003, e non va che a ribadire quanto ormai evidente in materia di privacy: occorre rispettare il lavoratore anche sulla base dello statuto ormai datato 1970 ma di estrema attualità (statuto dei lavoratori che all’art. 4 vieta il controllo a distanza dei lavoratori stessi); occorre pubblicizzare le modalità di gestione delle risorse messe a disposizione dei dipendenti affinché i controlli non divengano mezzi subdoli di monitoraggio delle persone che lavorano; occorre informare correttamente sui mezzi di controllo e sulle eventuali conseguenze.

Apparecchiature preordinate al controllo a distanza
Entriamo dunque nello specifico, partendo da quanto il Garante dispone in merito alla apparecchiature preordinate al controllo a distanza. Anzitutto tali apparecchiature possono essere predisposte rispettando dignità e libertà dei lavoratori (nello specifico rispettando le previsioni dell’art. 4 legge n. 300/70, ovvero Statuto dei Lavoratori); sono ad esempio da considerarsi in esubero rispetto alla necessità di trattamento, i sistemi di riproduzione o memorizzazione delle pagine web visualizzate dal lavoratore durante la navigazione; parimenti non è consentita una analisi occulta di computer portatili affidati in uso al lavoratore.
Laddove invece si renda tecnicamente necessario registrare, ad esempio, dati di entrate ed uscita delle mail gestite da un utente, il controllo – in quanto tecnicamente imprescindibile – sarà attuabile.

Programmi per controlli indiretti
Passiamo ai programmi che consentono controlli indiretti, ovvero quella strumentazione che, dovendo monitorare magari procedure operative per motivi di sicurezza, consente contemporaneamente di poter applicare un controllo del lavoratore.
Anche in questo caso si potrà ricorrere a tali programmi previa comunicazione sia al singolo dipendente che alla RSU (rappresentanza sindacale interna); in caso di opposizione della RSU, il titolare potrà dare comunicazione all’Ispettorato del lavoro competente il quale potrà vagliare la conformità del programma alle esigenze del datore di lavoro.
Si pensi ad esempio all’utilizzo di internet da parte dei lavoratori per necessità connesse all’attività svolta; in tal caso sarà diritto del datore di lavoro monitorare le navigazioni limitatamente alla necessità, ad esempio, di controllare l’occupazione della banda, o applicare filtri al fine di evitare navigazioni su siti non attinenti (o addirittura illeciti) all’ambito lavorativo.

Controllo della posta elettronica
Ed ora eccoci alla posta elettronica ed alla famigerata domanda: se il datore di lavoro munisce il dipendente di una casella di posta elettronica, può andare a consultare la posta anche in assenza del lavoratore, può accedere, cancellare, memorizzare senza violare principi di privacy e di segretezza della corrispondenza? Il Garante adotta una scelta quanto mai appropriata e logica (da anni sostenuta dalla sottoscritta che ovviamente stra-condivide!) ovvero il datore di lavoro che munisca i propri dipendenti di caselle di posta elettronica, deve preventivamente esplicitare in apposita policy le modalità di utilizzo della casella ovvero se può essere utilizzata con finalità personali o solo prettamente aziendali.

Nel primo caso il datore di lavoro si auto-ridurrà la sfera di accesso alla posta elettronica data in uso, conferendo però un servizio a favore dei propri dipendenti; nel secondo caso, indicando un utilizzo tassativamente di tipo lavorativo, andrà ad escludere ogni e qualsivoglia carattere di confidenzialità che potrebbe assumere l’utilizzo della posta da parte del dipendente, andando così ad eliminare ogni possibile recriminazione su memorizzazioni, accessi o altro.

Una puntualizzazione del Garante sembra interessante e cioè che in tal caso è opportuno che i messaggi di posta elettronica contengano un avvertimento ai destinatari nel quale sia dichiarata l’eventuale natura non personale dei messaggi stessi, precisando se le risposte potranno essere conosciute nell’organizzazione di appartenenza del mittente e con eventuale rinvio alla predetta policy datoriale Come dire: a scanso di equivoci chiarisco subito il tenore del messaggio e la sua conoscibilità anche da parte di terzi oltre allo scrivente-destinatario!

Principio di non eccedenza dei controlli
I controlli non possono essere prolungati, costanti o indiscriminati. Una osservazione: è difficile dimostrare che il controllo abbia caratteristiche suddette, soprattutto perché il datore di lavoro potrebbe in qualsiasi momento giustificare la necessità di monitorare i propri "affari", andando a recriminare una visualizzazione costante della posta; così come di costanza si dovrà parlare nel caso in cui il sistema tecnicamente registri dei log di connessione (come di prassi): in tale ipotesi è impossibile pensare che non sussista la "continuità" del potenziale controllo.
Sull’argomento il Garante stesso sottolinea nelle linee guida che il prolungamento dei tempi di conservazione dei dati relativi all’uso degli strumenti elettronici, può essere giustificato da esigenze tecniche o dalla difesa di un diritto in sede giudiziaria (quindi… sempre…???!!!).

Responsabile e Policy
Infine un buon suggerimento del provvedimento è quello di istituire una apposita figura che, all’interno della struttura, impartisca istruzioni sulle regole di utilizzo della strumentazione in dotazione, andando così a completare l’opera di trasparenza ed informazione, proprie di una policy interna.
Il Garante conclude prescrivendo ai datori di lavoro pubblici e privati di adottare le misure necessarie a garantire i diritti degli interessati (lavoratori) andando a specificare le modalità di utilizzo delle risorse quali posta elettronica ed internet, dando vita ad un vero e proprio regolamento disciplinare interno.

Finalmente un intervento articolato sull’argomento, magari opinabile in qualche punto che si presta a interpretazioni diverse, ma in linea generale logico.
Datori di lavoro quindi rimboccarsi le maniche e mettere mano ad un regolamento interno di utilizzo della strumentazione informatica, e che quanto scritto rispecchi la realtà!

Avv. Valentina Frediani
www.consulentelegaleinformatico.it
www.consulentelegaleprivacy.it

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YouTube vietato nelle scuole australiane – di Vincenzo Gentile

Non sembra esserci pace per il gioiellino di casa Google: in questi giorni lo stato australiano di Victoria ha vietato l’accesso al sito in oltre 1.600 istituti scolastici, nell’ambito di una maxi operazione contro il bullismo. Inoltre su esplicita richiesta dell’Academy of Motion Picture Arts & Sciences sono stati cancellati parecchi video presi dalla cerimonia di premiazione degli Oscar. Ma tutto ciò non basta: YouTube è ancora in ascesa.




La decisione di bannare il sito di BigG dalle scuole dello stato australiano è stata presa da un ministro locale dopo la scoperta di un video in cui era documentato l’assalto ad una ragazza da parte di una gang di ragazzi. Sul video, uploadato alla fine del 2006, indaga la polizia. "I siti sconsigliati alla navigazione da parte degli studenti sono già stati filtrati e YouTube è stato aggiunto alla black list" – dichiara Jacinta Allan, Ministro dei Servizi dell’Educazione. "Il governo del nostro stato non ha mai tollerato il bullismo nelle scuole, e questo atteggiamento di intolleranza si estende anche online. Tutti gli studenti hanno il diritto di apprendere in un ambiente sicuro e confortevole e ciò include rendere l’esperienza che i ragazzi hanno con il mondo online più sicura e produttiva possibile".

Ma i problemi non vengono mai soli per YouTube: infatti l’Accademia degli Oscar ha chiesto ed ottenuto la rimozione di molti video relativi alla serata di premiazione delle celeberrime statuette dorate. "I video, postati illegalmente sul sito, erano già entrati nel ranking dei più visti, con picchi di 250.000 click, prima che fossero rimossi. Al loro posto compare la scritta This video is no longer available due to a copyright claim by Academy of Motion Pictures Arts & Sciences" – dichiara il blogger Scott Kirsner su Variety.com.

Singolare la politica dell’Accademia: sul sito ufficiale della cerimonia non sono infatti presenti video relativi alle oltre tre ore di diretta, ma solo una clip di higlights e poco altro, per un totale di cinque minuti scarsi. E non sempre vengono rilasciati dei DVD o altri tipi di supporto in memoria della serata. "Non sono stati stilati progetti per aggiungere altro al sito uffciale della manifestazione, e quelli che ci sono adesso scompariranno, probabilmente per far crescere già da oggi l’attesa per lo show del prossimo anno. Abbiamo fatto ciò per tenere alto il valore della nostra programmazione e del nostro marchio" – spiega Ric Robertson, amministratore esecutivo dell’Accademia.

Dopo questi, che rappresentano gli ultimi di una serie di spiacevoli eventi che stanno segnando inevitabilmente il sitone di Google, i più maligni inizieranno a sogghignare. Ma avrebbero torto: più il sito viene attaccato dai detentori dei diritti, più la popolarità ed il traffico aumentano. Stando alle rilevazioni di Nielsen/NetRatings per gennaio, l’audience del sito è cresciuta di 3,8 milioni di utenti solo negli USA.

da: www.punto-informatico.it

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Costi di ricarica: accuse agli operatori – Dario Bonacina

Si avvicina il termine fissato dal decreto Bersani in merito al credito dei piani tariffari "ricaricabili", con l’abolizione dei costi di ricarica e della scadenza del credito prepagato. Ma in rete circolano voci di un intento contrario, o quantomeno da chiarire, da parte di alcuni operatori mobili. L’enigma sarebbe aperto su Wind e – per la scadenza delle SIM – su Vodafone.

Il blog di Windworld segnala l’introduzione di tre nuovi piani tariffari prepagati che l’azienda dell’Arancia varerà dal 5 marzo, e che, in conformità al pacchetto Bersani, non prevedranno addebiti di costi di ricarica. Secondo il blog, dal 5 marzo, i nuovi piani tariffari – che prevedono inoltre 15 centesimi di euro sull’invio di ogni SMS – sostituiranno i precedenti nell’offerta di Wind. Ma evidenzia che solo per questi tre nuovi piani non esisteranno più costi di ricarica, sia utilizzando vecchie ricariche ancora in vendita sia utilizzando quelle nuove, commercializzate a breve. Gli utenti con i vecchi piani tariffari, invece, continuerebbero a pagare i costi aggiuntivi sulle ricariche da 10 e da 25 euro. Il passaggio ai tre nuovi piani sarebbe comunque concesso senza addebiti aggiuntivi ai vecchi clienti (mentre saranno preattivati sulle nuove SIM). Continua la lettura di “Costi di ricarica: accuse agli operatori – Dario Bonacina”

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Wikipedia salvata dal primo emendamento – Dario d’Elia

Lo scorso novembre la Corte Suprema della California aveva riconosciuto che i blogger e i gestori di forum non possono essere denunciati per il posting diffamatorio realizzato da altri; un’interpretazione del Communication Decency Act che ha salvato, pochi giorni fa, Wikipedia dall’ennesima fastidiosa denuncia.

Fuzzy Zoeller, noto golfista professionista, si è alterato dopo aver letto il suo profilo su Wikipedia. L’autore di quel profilo lo aveva descritto come etilista, drogato e manesco. La pur immediata correzione operata dai revisori della piattaforma non è servita a placare lo spirito dell’attempato pro-golfer che ha prontamente intrapreso un’azione contro la piattaforma online, incurante delle conseguenze.

Ma non c’è voluto molto per comprendere che questa azione non era più possibile: la decisione della massima Corte californiana differenzia nettamente le responsabilità legali tra editori (primari) e distributori (secondari). La diffamazione e la calunnia possono essere imputate solo a chi ha redatto manualmente i testi incriminati – anche in caso di ri-pubblicazione degli stessi su altri siti.

Zoeller, quindi, non ha potuto far altro che denunciare l’indirizzo IP da cui è stato elaborato il posting "calunnioso". Colpo di scena: alla fine si è scoperto che questo faceva riferimento alla Josef Silny & Associates, organizzazione per il supporto scolastico internazionale che ovviamente si è dichiarata estranea ai fatti.

Secondo Slyck l’intera storia è un esempio della riaffermazione dei Diritti online correlati al Primo Emendamento, e un reminder sul posting intelligente: quello via proxy.
 
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