David Puente pasticcia con le sentenze della Corte Costituzionale

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C’è molta disinformazione sull’obbligo vaccinale, ma questo lo sapevamo da tempo.

Gira da svariate ere geologiche in rete una citazione di una sentenza della Corte Costituzionale (la dichiarata 308/90) che reciterebbe (erroneamente) quanto segue:

“Non è permesso il sacrificio della salute individuale a vantaggio di quella collettiva. Ciò significa che è sempre fatto salvo il diritto individuale alla salute, anche di fronte al generico interesse collettivo.”

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: quella citazione NON ESISTE in NESSUNA sentenza della Corte Costituzionale. Ma esiste qualcosa di simile nella sentenza n. 307 (e NON 308) del 1990:

“Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri. Un corretto bilanciamento fra le due suindicate dimensioni del valore della salute – e lo stesso spirito di solidarietà (da ritenere ovviamente reciproca) fra individuo e collettività che sta a base dell’imposizione del trattamento sanitario – implica il riconoscimento, per il caso che il rischio si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento. In particolare finirebbe con l’essere sacrificato il contenuto minimale proprio del diritto alla salute a lui garantito, se non gli fosse comunque assicurato, a carico della collettività, e per essa dello Stato che dispone il trattamento obbligatorio, il rimedio di un equo ristoro del danno patito.”

Ciò detto, David Puente, nel maldestro tentativo di debunkare la notizia (ci riesce solo parzialmente, in realtà) in un articolo del 9 marzo 2021, intitolato “Lo stato di emergenza è stato annullato dai tribunali? Il messaggio su WhatsApp che disinforma” (se vi interessa cercàtevelo con Google, io non intendo produrre traffico a beneficio di questa pubblicazione), pubblicato su Open Online, rimanda, attraverso un link, al testo della sentenza 308/90 che nulla ha a che fare con la materia del contendere, visto che la sentenza che ci interessa è la 307 dello stesso anno. Sarebbe bastata una piccola, piccolissima dose di attenzione in più da parte di Puente, per riuscire a trovare il corretto riferimento. Invece no, linka una sentenza che riguarda la legge della Regione Liguria riapprovata il 15 novembre 1989. Cosa ha fatto Puente? Ha preso per buono il riferimento (sbagliato) della sua fonte, ha fatto una ricerca su Google, ha trovato un testo che nulla aveva a che vedere con i suoi parametri, e ha scritto che quella frase NON si trova nella sentenza. Per forza, era la sentenza sbagliata! Se c’è un filo conduttore che ci riporta alla verità delle dinamiche dei fatti, questo è proprio l’errore. Puente voleva dimostrare la falsità di una citazione, ma ha preso per buono il fatto che il riferimento a quella sentenza fosse proprio quello del documento originale. Invece anche quello era sbagliato, e l’errore si è protratto mettendolo vieppiù nei pasticci.

Ma un brivido mi percorre la schiena. Leggendo quello che scrive Puente nel suo articolo apprendo che:

“C’è un’altra sentenza, la 307/1990 che riguarda proprio il tema dei vaccini dove viene dichiarato legittimo l’obbligo vaccinale siccome questo rispetta l’articolo 32 della Costituzione italiana:”

A sostegno della propria tesi, Puente cita una parte della sentenza, la seguente:

“Da ciò si desume che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacchè è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale.”

Il problema è che Puente cita solo UNA parte (certamente quella che più si confà alla sua linea di pensiero) della logica che sottende al pronunciamento della Consulta. Infatti, proseguendo la lettura nel testo della Corte, si apprende quanto segue:

“Ma si desume soprattutto che un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili.”

Com’è che David Puente “taglia” questa parte fondamentale? Si può imporre un trattamento sanitario SOLO se questo non incide sulla salute del soggetto. Questo è il senso, il nòcciolo, il Kern della questione. Una informazione “monca” di questo particolare è una non-informazione. Di più, appare come un tentativo poco riuscito di piegare a sé un testo di altissimo valore giuridico che concilia le esigenze della collettività ma contempera anche quelle del singolo. Eppure c’è un sacco di gente che dà retta a questi “debunker” che partecipano a trasmissioni televisive e radiofoniche che amplificano il loro pensiero fino a farlo apparire corretto, tanto nella forma quanto nella sostanza.

Da parte mia, con questo, vi è solo la soddisfazione di aver debunkato il debunker ancora una volta. Ma è una magra soddisfazione. Certa gente non cambierà mai. Ma gli conviene?

Il vaccinismo a oltranza di David Puente

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David Puente ha fatto carriera. Fino a poco tempo fa, su Twitter, si dichiarava un aspirante “giornalista” presso Open On Line, adesso la dicitura è cambiata e il Nostro è diventato “Responsabile del progetto Fact Checking di Open Gol”, che non so bene cosa voglia dire, ma sembra una cosa importante.

Andando a cercare la stringa “David Puente” su Google, inoltre, si legge che sarebbe addirittura un “produttore televisivo”.

Eh, sì, il tempo passa inesorabile e i debunker fanno carriera.

Tra i suoi ultimi interventi su Twitter (vi ricordo che sono stato bannato dal suo account, ma tanto ho tutti i mezzi per leggerlo e criticarlo lo stesso), figura anche un intervento piuttosto discutibile che mi piace sottoporre alla vostra attenzione.

Ora, che David Puente sia un vaccinista lo sappiamo tutti, non è una novità. Che dire? Beato lui che se lo può permettere e che non ha mai avuto reazioni gravemente avverse, come le ho avute io (inizio di shoc anafilattico), alla somministrazione di un siero. Purtroppo io devo andarci molto, ma molto più cauto. Non posso permettermi di scegliere tra le due alternative proposte.

Che ci siano due scelte, quella di vaccinarsi e quella di non vaccinarsi è altrettanto lapalissiano, tanto da rasentare quasi lo scontato e l’ovvio.

Quello che, invece, non è affatto dimostrato è che il non vaccinarsi prolunghi la pandemia (che Puente scrive in modalità assolutamente maiuscola, nemmeno fosse una categoria dello spirito kantiana) e favorisca lo sviluppo di nuove varianti. Né che, per contro, il vaccinarsi impedisca questo processo, visto che la vaccinazione completa offre solo un’alta percentuale di copertura dal rischio di non ammalarsi (non di non contrarre l’infezione). Il virus esiste ed evolve “ex se”, non sta a guardare se uno è vaccinato o no. In Italia sono già stati indivituati due casi di variante Epsilon e pare proprio che questo tipo di variante riesca ad eludere totalmente gli anticorpi prodotti dalla magica punturina. Di che cosa stiamo parlando? Di niente, di fuffa, di argomentazioni totalmente generiche. Il New Zeland Herald riferisce, inoltre, che sono stati registrati altri casi di un’altra variante, la Lambda, presente in oltre 30 paesi, Regno Unito e Australia compresi.

Ciò che tutti pagheremo molto, ma molto caro, sarà l’aver puntato tutto sui vaccini e niente, ma proprio niente, sulle cure.

 

Cosa c’entrano David Puente e Roberto Burioni con il caso di Camilla Canepa? Poco, anzi, pochissimo. Pur tuttavia…

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Il caso della morte di Camilla Canepa, la 18enne deceduta a Genova per una trombosi, successivamente all’inoculazione della prima dose del vaccino Astrazeneca, è stata, a livello informativo e di reazione dell’opinione pubblica, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

In realtà i casi di morte quanto meno “sospetta”, a seguito della somministrazione del siero vaccinale svedese, erano stati molti e svariati. Troppi gli insegnanti deceduti, troppi i militari. Casi strazianti, di cui, pure, a suo tempo, vi avevo dato conto su questo blog.

A voler ben vedere, negli ultimi giorni si è verificato un altro decesso per circostanze analoghe: all’ospedale di Cosenza (che, voglio dire, si trova in Italia, mica all’estero!) è morta Alessia Reda, 24 anni, per un’embolia polmonare. Aveva assunto il siero Moderna. Altre due donne di Crotone sono ricoverate in gravissimo stato presso il reparto rianimazione del locale nosocomio. Nel savonese un’altra giovane donna è stata sottoposta a un delicatissimo intervento chirurgico per l’asportazione di un trombo.

Ma sul caso di Camilla Canepa si è rivoltato il modo di presentare la notizia. Ormai il re è nudo. Non si dice più che la morte è avvenuta DOPO la somministrazione del vaccino, e non necessariamente PER CAUSA di essa. Era l’artificio retorico con cui i giornali si paravano le terga per non andare contro alla verità ufficiale e non rischiare una querela multimilionaria da parte delle case farmaceutiche. Si diceva, allora, che bisognava assolutamente e inderogabilmente attendere i risultati degli esami autoptici. Intanto, però, interi lotti venivano bloccati, impedendone così la diffusione, la somministrazione è stata sospesa, poi è ripresa, si è detto all’inizio che Astrazeneca non doveva essere somministrato a persone con meno di 55 anni di età, poi l’asticella è stata riportata sui 65, poi ulteriormente alzata agli over 65 (ad libitum). Oggi si parla di non vaccinare gli under 60.

Guardate me, per esempio: ho 57 anni. All’inizio non rientravo nel novero della popolazione vaccinabile. Poi ci sono rientrato per un pelo, e poi ne sono stato buttato fuori di nuovo. Insomma, io che svolgo una professione per cui è prevista l’inoculazione di Astrazeneca, questo vaccino lo devo fare o no? Perché non è che lo posso fare o non fare a rate!

Ma, sia pure con cautela, la finestra si è aperta. Adesso non c’è più quella cautela prudenziale e anche un po’ retorica e ipocritamente fasulla per cui “si sa ma non si può dire”. Perché ci si trincerava dietro all’evidenza meramente statistica per cui i benefici erano superiori ai rischi (ma vallo un po’ a raccontare a chi ha rischiato sulla propria pelle e ce l’ha rimessa!), e tanto bastava. Adesso i giornali riportano le opinioni della virologa Viola che ha affermato: «Sbagliato proporlo ai giovani, diamolo solo agli over 55» e, successivamente, «Le Regioni non devono fare la corsa a chi somministra più dosi. Attenzione ai rischi maggiori dei benefici». E arriva a ipotizzare che la seconda dose di Astrazeneca non vada fatta.

Cioè, ci sono dei casi in cui i rischi (e il rischio è anche quello della vita, evidentemente) sono maggiori dei benefici e ce lo vengono a dire adesso? Dopo gli Open Day? Ma si può sapere cosa cazzo sono gli Open Day rispetto alla vita di una persona? In breve, quello che cercano di dirci, sia pure con maldestra e condizionale grammatica, è che di vaccino qualcuno può anche morire. Che non è vero che i vaccini sono sicuri in modo ASSOLUTO e per TUTTI, ma che occorre MOLTA prudenza nella loro somministrazione, perché, si veda il caso, c’è anche chi ci può rimettere la pelle. Ma questo lo sapevano e lo sapevamo da quel dì.

Certo, c’è chi ha anche detto che l apovera ragazza deceduta abbia voluto fare il vaccino un po’ per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti i giovani, godersi le vacanze senza il pericolo di infettare e di essere infettati. E se anche fosse? Perché, non è forse un diritto godersi le vacanze (la ragazza stava per affrontare l’esame di Stato) dopo un periodo di studio? E per questo bisogna rischiare di morire?

E infine c’è il silenzio assordante di virologi e immunologi. Nessun cenno sul caso di Camilla Canepa da parte dell’account Twitter di Roberto Burioni (che, invece, ci informa prontamente di un provvedimento del GIP del Tribunale di Milano che ha deciso il sequestro di servizi che lo diffamano).

Silenzio anche da parte dei più accaniti debunker favorevoli al vaccino: David Puente, al contrario, annuncia lieto e festante che presto si sottoporrà anche lui all’inoculazione del vaccino (quale non si sa ancora):

La gente è così. Non è capace di vivere le proprie scelte da sola, non è contenta finché non le ha comunicate agli altri. Come quelli che su Facebook scrivono “Vaccino? Fatto!” o adornano la foto del loro profilo con “Io mi sono vaccinato/a”. Come se gliene interessasse a qualcuno.

Beato chi ci crede. Noi no, non ci crediamo.

Luc Montagnier – David Puente 2-0

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Una delle persone più “attenzionate” periodicamente da David Puente è sicuramente Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina (1986) per aver scoperto il virus dell’HIV, professore a tempo pieno presso l’Università di Shangai, già collaboratore dell’Istituto Pasteur. Insomma, non esattamente l’ultimo venuto. Una persona a cui si dovrebbe un minimo di rispetto, oltre che il massimo della gratitudine per quello che ha fatto per l’Umanità intera.

Cosa ha fatto Montagnier, ormai 88enne, ingravescentem aetatem, da attirarsi l’attenzione dei debunker? Ha detto questo, secondo quanto riportato dallo stesso Puente: “La vaccinazione di massa? Un errore enorme, sta creando le varianti.” Questo è bastato al debunker per tacciare questa affermazione di “disinformazione”, linkando un articolo della collega Juanne Pill di open.online, che, almeno a prima e svogliata lettura non mi pare sconfessi le affermazioni di Montagnier.

Ma a parte questo, devo riconoscere di non avere contezza delle competenze scientifiche di Juanne Pill e su questo mi taccio. Ho invece contezza di quelle di David Puente, che non mi risulta abbia titoli, docenze, Premi Nobel per la Medicina, esperienza e competenza per definire la frase citata l’“ennesima sparata di Montagnier”.

Se un Premio Nobel per la Medicina mi dice che la vaccinazione di massa è stata un errore, il minimo che si possa fare è ascoltarlo e prendere sul serio le sue parole. O, almeno, prenderle anche con il beneficio dell’inventario, perché no, ma non è che si tacciano così, impromptu, di “disinformazione” solo perché riprese imprudentemente da un manipolo di complottisti (uno dei pericoli maggiori del genere umano, evidentemente, roba che il coronavirus diventa una carrettata di buccia di cocomero e di semini sputati) che se le sono scambiate via WhatsApp (capirai!). Ora, se una giornalista competente e preparata come, ad esempio, Silvia Bencivelli, specializzata in giornalismo scientifico, mi dicesse che quelle parole vanno prese con le molle e vagliate alla luce di altri documenti, protocolli, affermazioni e dichiarazioni, ci posso credere. Ma che sia un debunker, basandosi esclusivamente sul lavoro di una collega (quindi neanche fatto da lui personalmente) a minimizzare e a archiviare con una sola parola il pensiero di un medico come Montagnier, questo no, non lo posso accettare. E non lo dovrebbe accettare nessuno.

Il senso di David Puente per i Maneskin e per le non-notizie

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Dunque, come sapete, David Puente mi ha bannato su Twitter e io non posso più vedere i suoi post. Allora, con la massima tranquillità, vediamo di che cosa si è occupato negli ultimi tempi, come abbiamo sempre fatto.

Non poteva non essere una ghiotta occasione quella dell’illazione sul conto di un componente del gruppo dei Maneskin (o come si scrive, tanto non ha importanza!) di aver assunto cocaina a un tavolo dell’Eurovisione dopo l’annuncio della vittoria dell’Italia a questa certamente imprescindibile kermesse canora.

Ora, un debunker dovrebbe occuparsi principalmente di smontare ed eventualmente confutare le NOTIZIE. Non i pettegolezzi, le insinuazioni, le illazioni, le maldicenze, le diffamazioni (per quelle ci pensano i giudici). Perché quella che riguardava questo sgradevole aspetto (sgradevole per chiunque, non solo per il solista dei Maleskin) era una NON-NOTIZIA. Non è vero che siccome un pettegolezzo di bassa lega viene pubblicato su un giornale francese e rilanciato da qualche agenzia di stampa diventa automaticamente una “notizia” o una “fake news”. Ci vogliono prima di tutto le fonti (vere o false che siano) e su QUELLE si può, eventualmente, dimostrare che una notizia è falsa, non certo sulle congetture, sui “sentito dire”, o sulle supposizioni personali. Tanto più se esternate sulla scia di un (ingiustificato) entusiasmo dell’opinione pubblica verso la vittoria del gruppo, entuasiasmo peraltro rientrato prontamente come un fuoco di paglia (chi ne parla più dei Maleskin e della loro canzonetta? Nessuno.)

David Puente, non avendo elementi da confutare (non certo per colpa sua, ovviamente, ma proprio perché nessuno aveva prove della accusa che stava portando avanti), dapprima ha scritto che per “sniffare” o “pippare” coca da quella distanza, il cantante avrebbe dovuto avere un naso da formichiere (“Accusano Damiano dei @thisismaneskin di “pippare cocaina” durante l’#Eurovision e in piena diretta TV, ma gli utenti non si rendono conto di un dettaglio: per arrivare al tavolo ci voleva un naso a formichiere! #maneskin”) e, successivamente, assume questa sua personalissima conclusione a valore di prova:

oltretutto mostrando un “meme” o, comunque, una elaborazione grafica di qualità incerta e sicuramente raffazzonata. Beh, ma così sono bravi tutti. Basta che qualcuno pensi qualcosa, la elabori graficamente, e quella è la prova? Sinceramente mi sembra un po’ pochino.

Comunque la vicenda è andata a finire bene, il cantante dei Maneskin è uscito pulito da ogni sospetto ma, soprattutto, da un test antidroga a cui si è volontariamente sottoposto. Quindi non per merito della demolizione di una non-notizia da parte di David Puente.

C’è anche un aspetto etico che mi preme sottolineare. Scrive Puente: “Damiano, però, è fortunato! Perché? Perché può rispondere con forza alle accuse! Al di là delle vittorie, lui come altri “Vip” ha una potenza di fuoco sui social e nei media che un “comune mortale” non può permettersi.”

E’ vero. Il cantante dei Maneskin (ma perché chiamarlo confidenzialmente per nome? Personalmente non ci sono mai andato a fare colazione insieme, but that’s another story) ha decisamente una visibilità diversa da quella di un “comune mortale” sui social media, in TV, alla radio, alle conferenze stampa e in ogni dove. Ma non è vero che anche un comune mortale non possa adeguatamente difendersi nelle sedi giudiziarie appropriate, se ritiene di aver subito un torto o se viene indagato perché sospettato di aver commesso un reato. No, questo proprio no. Perché non è sui social o sui media che ci si defende. Non è pilotando l’opinione pubblica che ci si fa giustizia, ma coi FATTI. E tenendo la schiena dritta, anche se qualcuno te la vuol schiacciare verso il basso. Le non-notizie lasciamole pure ai francesi. Che si incazzano, e le balle ancora gli girano.

David Puente mi ha bloccato su Twitter

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Come avete letto sul titolo di questo post, sono stato bloccato da David Puente su Twitter. Ecco qua:

Ma chi l’ha detto che non posso vedere i suoi tweet?

 

Tutt’al più non potrò più commentare su Twitter i suoi interventi (ma tanto lo facevo assai poco anche prima). Ma quanto a commentare ho canali a sufficienza per poter continuare a farlo. Ma gli conviene?

Cose di Twitter: David Puente chiede le prove, e l’associazione gli risponde picche

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Recentemente David Puente ha pubblicato su Twitter, in ben sei interventi, la storia della sua richiesta (fatta con “estrema educazione”, secondo quanto riferito dallo stesso giornalista praticante) di “prove” della loro attività, lamentandosi successivamente della risposta brusca e un po’ sgarbata che ha ricevuto. Ma ecco i tweet in questione:

Siccome la lettura di quanto riportato da David Puente potrebbe risultare un po’ ostica e difficoltosa, riepilogo io, a beneficio dei lettori, l’accaduto.

David Puente ha contattato via e-mail una non specificata associazione, le prove della sua attività. Ne avrebbe ricevuto le risposte che ha riportato e di cui ha dato parziale evidenza, oltre alla dichiarata PEC rivolta dall’associazione in questione alla redazione del giornale per cui collabora (e della quale, invece, non esiste nessuna evidenza, neanche di screenshot, se non un semplice virgolettato).

Ora, entrando nel merito della questione (e mi sento legittimato a farlo perché Puente pubblica buona parte del carteggio su un luogo pubblico o pubblicamente accessibile), mi viene da osservare che ricevere una mail in cui si richiedono prove del proprio operato da un certo signor “Verifica” (ma verifica di cosa, poi?), ancorché con la firma del giornalista praticante in questione, non è che sia un gran bel biglietto da visita. Tenuto conto che una e-mail è quanto di più incerto e falsificabile possa esistere al mondo (chiunque può spedire una e-mail a nome di chiunque, lo dimostrano gli innumerevoli messaggi di spamming con attachement di malware che io stesso ricevo quotidianamente, anche apparentemente da me stesso), David Puente avrebbe potuto modificare, per l’occasione, il campo “From” lasciando inalterata la parte relativa all’indirizzo di posta elettronica di provenienza.

Fermo restando che non è dato sapere in merito a COSA è stata fatta la richiesta di prove, la risposta della controparte, sia pure esacerbata nei toni, appare più che legittima e giustificata.

Non esiste al mondo che un giornalista, un blogger, un collaboratore di testata o chi per loro chiedano direttamente a una associazione le prove di quanto da lei affermato. Piuttosto, si criticano i contenuti noti, e ci si lamenta del fatto che manca l’evidenza (scientifica o giudiziaria, si veda il caso) di quanto affermato. Io sono il primo a prendere con le dovute molle la dichiarazione secondo la quale l’associazione Liber Liber abbia ricevuto 10 milioni di visite in un anno sul suo sito web. Ma mai mi sognerei al mondo di scrivere a Liber Liber per chiedere di fornire la prova provata di tutto ciò. Primo, perché ho di meglio da fare. Secondo perché, secondo il principio dell’onere della prova, spetta al blogger (o al giornalista, o al collaboratore, o a chi per lui) dimostrare che certe affermazioni non sono vere (o gonfiate, o mal interpretate), magari paragonandole con altri dati incongruenti in suo possesso. Ed è quello che, nel caso dell’associazione Liber Liber, ho fatto.

Invece David Puente ha bussato alla porta degli altri, e questi gli hanno risposto picche. O, come si dice dalle mie parti, “ci ha trovato l’uscio di noce”. Non spetta a loro fornire le prove di quanto affermato (ancorché si tratti di tesi verosimilmente strampalate e risibili) o scritto, a meno che non ci sia di mezzo un reato (diffamazione, minaccia o quant’altro, ma di questo David Puente non parla) ma a chi indaga spetta invece l’onere di dimostrare che quelle affermazioni, semplicemente, non sono vere.

In breve, gli hanno detto “Tu in casa nostra non entri!” E’ scortese? Forse. L’associazione ha usato toni eccessivi rispetto a quello impiegato con “estrema educazione” da Puente? Senz’altro. Ma è un loro diritto fare accomodare in casa loro chi vogliono e respingere gli ospiti sgraditi.

Puente afferma, non senza un certo candore, “voglio capire come prosegue questa storia”. Come deve proseguire? Che intanto hanno risposto, il resto lo vedranno con i loro legali. Intendiamoci, a me pare che nella corrispondenza evidenziata da Puente (e devo basarmi solo su quella, perché se c’è o c’è stata della ulteriore corrispondenza non mi è dato di saperlo) non ci sia alcun estremo di reato. Ma se loro ritengono diversamente è loro diritto anche andare in causa, se lo credono opportuno. Magari poi dopo la perdono, però, se si sentono, ancorché infondatamente (lo deciderà un giudice, questo, non David Puente né l’associazione in questione), minacciati o derisi nella loro dignità, possono ricorrere le vie legali che ritengono più opportune. E, aggiungo, ci mancherebbe anche altro. Il giudice si farà una grassa risata? Il PM chiederà l’archiviazione? E sia. Questo è nell’ordine naturale delle cose.

Infine, alcune riflessioni sulla osservazione di Puente secondo cui “Se non c’è nulla da nascondere non vedo alcun problema.” Questa è una questione antica come il mondo ma è del tutto destituita di fondamento. Io posso non aver nulla da nascondere, ma richiedo quelle garanzie minime (e quando dico minime intendo proprio dire minime) che tutelino la mia persona e/o le mie fonti. Se ricevo della corrispondenza, fosse anche solo la bolletta dell’acqua, non è che la faccio vedere a tutti, solo perché non ho nulla da nascondere. Se invio un biglietto di auguri a un amico uso un cartoncino e una busta chiusa perché sono più tutelato. E, in fondo, che cosa avrei da nascondere? Si tratta solo di poche frasi di convenevoli, in fondo. Se prendo un’Aspirina perché ho qualche linea di febbre, non c’è niente di male, né tanto meno da nascondere, ma mica devo farlo sapere all’universo mondo solo perché l’universo mondo me lo chiede! Voglio dire, si può anche rispondere con un “fatti i fatti tuoi, non mi scocciare!” Ma questi della corrispondenza e dell’Aspirina, direte voi, sono esempi “viziati” dalla tutela della privacy, riguardano comunque dati personali e/o sensibili. Ma perché, secondo voi se dubitate della veridicità di una notizia e chiedete al giornalista che l’ha riportata di indicarvi quali sono le sue fonti, secondo voi quello lo fa perché, tanto, non ha nulla da nascondere? Ma via, non odo fiabe dall’età di bimbo, che ebbi breve.

Insomma, come dire, Puente un po’ se l’è cercata, e la controparte ha reagito sparando cannonate a raffica contro la classica mosca che dava fastidio. E la domanda, alla fin dei conti, tanto per cambiare, è sempre la stessa: “Chi debunka i debunker?”

David Puente a “Presa diretta”

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Anch’io, come molti, spero, ho seguito l’interessante puntata di “Presa diretta”, condotta da Riccardo Iacona, jersera su RaiTre, e dedicata all’odio in rete. Solo che, non appena iniziata l’anteprima, ho avuto una sensazione di sobbalzo e un sussulto sul divano su cui ero seduto, perché il programma è cominciato con una breve ma significativa intervista a David Puente, il debunker e “praticante giornalista” (sic) presso Open, oggetto a sua volta di odio sociale e destinatario di minacce di morte e messaggi inqualificabili della più svariata specie. E siccome quell’attacco non mi è piaciuto affatto, e considerato che il canone RAI contribuisco a pagarlo anch’io, credo di avere il sacrosanto e rispettabile diritto a dire la mia.
David Puente, come dicevo, è certamente una vittima. E, in quanto vittima, è un soggetto debole che lo Stato deve proteggere in tutti i modi. Come tutte le vittime di reato, fossero anche dei crudeli assassini senza nessuna pietà. E’ vittima di un manipolo di complottisti che la Magistratura sta mandando in galera uno per uno. Con la lentezza proverbiale della giustizia italiana e tutte le garanzie della difesa, beninteso. Gente scomposta, buona più a urlare e ad emettere sommarie condanne a morte che a esprimere opinioni. Ma i processi vanno avanti, e vi ho parlato in un altro post della condanna per diffamazione a carico di Rosario Marcianò, nonché dei suoi residui carichi pendenti. Tutti procedimenti in cui, va detto chiaramente, David Puente non è parte lesa.

Io sono profondamente addolorato per il fatto che un uomo giovane come il Dottor Puente sia costretto a cambiare città, assieme a tutta la sua famiglia che non c’entra nulla, indirizzo, numero di telefono e a vivere in semiclandestinità, come se fosse un ricercato (e in certo qual modo “ricercato” lo è, e da gente senza troppi scrupoli verbali, evidentemente). Ma l’inizio della trasmissione dedicato al suo “caso” mi è sembrato decisamente fuori luogo.

Puente ha dedicato mezza vita intera non soltato a smascherare le bufale, ovvero le notizie false che circolano sul web, ma anche e soprattutto a perseguire i cosiddetti “complottisti”, in quella che appare ai miei occhi una vera e propria “crociata” (sono innumerevoli i suoi interventi a riguardo, e va da sé che il termine “crociata” è qui usato in senso meramente iperbolico) contro costoro. E’ una persona che si sa difendere, e lo fa con dedizione certosina, denunciando e querelando con costanza pressoché quotidiana ogni attacco (e per “ogni” intendo dire esattamente “ogni”) alla sua persona. E fa bene, la Magistratura poi fa il resto: procedede, archivia o lascia passare i termini per la prescrizione, a seconda dei casi. In uno Stato democratico funziona così. Solo che non si ha notizia (o, almeno, il Dottor Puente nei suoi canali ufficiali non ce ne dà contezza) dell’esito di questa valanga di querele e di segnalazioni che, pure, con dedizione, ha rivolto agli inquirenti. Cosa sta succedendo nei palazzi della giustizia? Qualcuno è stato rinviato a giudizio? Si sono celebrati dei processi almeno in primo grado? Quante condanne? Quante assoluzioni? Quante archiviazioni? E per quali motivi? Semplicemente non lo sappiamo. E’ chiaro che di fronte alla pressoché totale assenza di notizie nel merito dei fatti (e non in quello della personale sensibilità del Dottor Puente) uno qualche dubbio (ancora legittimo, nel dibattito democratico, almeno spero) se lo fa venire. Paradossalmente, l’unica notizia che si ha di un procedimento giudiziario riguarda proprio David Puente, ma non in veste di parte offesa, bensì di indagato, procedimento che si è risolto, e buon per lui, con una archiviazione da parte del Giudice per Indagini Preliminari.

Ci sono giornalisti che vivono sotto scorta per le loro indagini sulla mafia, sulla criminalità organizzata, sulle collusioni dei poteri forti, per avere scoperchiato i pentoloni degli interessi di parte nella Terra dei Fuochi, e la trasmissione ne ha dato giusta e doverosa contezza. Ci sono blogger che vivono all’estero, in paesi dove la rete è censurata, gente che viene arrestata per le proprie opinioni, in Ungheria (qui dietro, voglio dire) una radio si è vista relegata a trasmettere solo sul web, Patrick Zaky marcisce in un carcere egiziano, vittima di uno stillicidio personale assurdo, la verità su Giulio Regeni è di là da arrivare, ci sono donne che subiscono il cyberodio sotto forma di stalking pesante da parte di persecutori che pretendono di averle solo e perennemente per sé, spesso ci rimettono la pelle senza che nessuno se ne curi e senza che nessuno ne parli, ma è possibile che la diffamazione riguardi solo Laura Boldrini (che diede a Puente e altri debunker il compito di formare una estemporanea task force contro le bufale, culminata nella creazione di un sito web, rispondente all’indirizzo bastabufale.it e che è stato completamente abbandonato, tanto da visualizzare messaggi di errore come quello che segue, dovuto all’incuria della piattaforma WordPress, lasciata in balia di se stessa)?

Ed è mai possibile che a Giorgia Meloni, per contrappasso, David Puente rivolga una sorta di incondizionata solidarietà perché ritiene che sia “il minimo”? Ma ci sono donne che di odio (non solo on line, evidentemente) muoiono davvero! Ma è possibile che di fronte alla pedopornografia on line, agli atti di bullismo sui social a danno dei minori, continui e reiterati, ai provvedimenti del Garante per la Privacy contro Tik Tok la precedenza venga data a un “praticante giornalista” (la definizione non è mia) che vede nel complottismo e nel terrapiattismo il peggiore dei mali?

Che, poi, a chi si deve il fatto che una persona come Rosario Marcianò sia stata più volte condannata per le opinioni che ha diffuso sul web? Ai genitori di Valeria Solesin e alla tenacia di giornaliste e donne coraggiose come Silvia Bencivelli, ecco a chi si deve. Sono loro che ci hanno messo la faccia, la firma e la sofferenza di anni di indagini e di giudizio.

Quello che sta accadendo a David Puente è certamente odioso e riprovevole in sé, ma è un dato, a mio avviso, sicuramente secondario rispetto alla montagna di fango che l’odio in rete sta ributtando su vittime certamente più deboli e incapaci di difendersi. Certo, la prima serata RAI è sicuramente una vetrina appetibile per chiunque, ma l’effetto Streisand è sempre in agguato. Anche per i debunker.

L’onnipresenza di David Puente sui casi giudiziari di Rosario Marcianò

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Rosario Marcianò, quintessenza pura del complottismo Made in Italy, è stato condannato per diffamazione alla pena di un anno di reclusione per aver negato la veridicità della strage di Batclan, dove morì la nostra connazionale Valeria Solesin. Oltre alla pena detentiva, Marcianò è stato condannato a risarcire le parti civili costituitesi in giudizio (20.000 euro ciascuna) e al pagamento delle spese legali. Il procedimento si è svolto con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena in caso di affermazione di colpevolezza (anche in un rito abbreviato si può uscire assoli con formula piena, ma non è questo il caso). E questo è.

La notizia è stata pubblicata, tra le altre fonti, anche da OpenOnLine, il quotidiano diretto da Enrico Mentana per il quale lavora il debunker David Puente, che ha fatto dell’opposizione a Rosario Marcianò e ai suoi complottismi, un punto fermo e irremovibile della propria attività giornalistica. E di chi è l’articolo su Open che tratta della recente condanna a carico di Marcianò? Di David Puente, sissignori. Ora, io non ho nulla in contrario a che il signor Puente si tolga qualche soddisfazioncella ogni tanto, e scriva di un argomento e di un personaggio a cui ha dedicato tanto tempo ed energie. Solo che, siccome lo vedo molto coinvolto emotivamente, avrei preferito che a vergare il pezzo fosse un altro componente della redazione, che avrebbe potuto dare una visione più distaccata e neutra della vicenda. Non credo che manchino in Open firme valide o in grado di scrivere qualche riga sull’accaduto. Sarebbe come se, per assurdo, un giornale affidasse a Mario Calabresi un articolo storico sull’uccisione del padre. Non dubito che sia legittimo, dico soltanto che, forse, Calabresi sarebbe tanto coinvolto emotivamente, che l’articolo rischierebbe di perdere la sua storicità per far spazio ad una compartecipazione personale così difficile da evitare. E’ una questione di sensibilità giornalistica, semplicemente.

Se si va a cercare su Google la stringa “david puente rosario marcianò” esce una prima pagina piena zeppa di risultati risalenti alle pagine Facebook, ai post su Twitter e a quelli sul blog personale del giornalista

Ma cominciamo a leggerlo, questo articolo. Esordisce così:

“I complottisti, prima o poi, pagano”, così titolava un articolo di Open del 19 ottobre 2020 sul processo a Rosario Marcianò per le orrende falsità su Valeria Solesin e la sua famiglia.

Allora andiamolo a vedere questo articolo precedente, visto che, oltretutto, è regolarmente linkato. Da chi è firmato? Ma naturalmente da David Puente. E il cerchio si chiude.

Sulla cronaca giudiziaria non bisogna dare opinioni provenienti da una sola fonte, soprattutto quando questa fonte è così ampiamente coinvolta, direttamente o indirettamente, nei fatti narrati. Ripeto, avrei preferito un redazionale.

Quello che è certo è che io sono un garantista, e che il mio garantismo mi impone, a mio mal grado, di considerare Rosario Marcianò colpevole solo in presenza di una sentenza passata in giudicato. Quella di cui David Puente parla oggi non lo è. Dunque andiamo avanti e attendiamo. Nel frattempo chi debunka i debunker?

AGGIORNAMENTO DEL 28/02/2021

E per chi avesse ancora dei dubbi sul profondo coinvolgimento emotivo di David Puente ecco i suoi ultimi tweet sul tema:

David Puente: Ritengo che Salvini “abbia fatto un ottimo lavoro dal punto di vista comunicativo”

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rollingstone

Ritengo che Salvini «abbia fatto un ottimo lavoro da un punto di vista comunicativo: Luca Morisi  sa il fatto suo, è indubbio. Oggi, a furia di messaggi polarizzanti, il rapporto con il suo elettorato è consolidato, difficile da scardinare. In futuro potrebbe anche sentirsi libero di dire qualcosa di pesante»

da: “Ci resta solo la verità”, su rollingstone.it
https://www.rollingstone.it/rolling-affairs/reportage/ci-resta-solo-la-verita/426980/#Part2

Il “silenziatore” di David Puente: ecco com’è andata

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puente

Dunque vediamo un po’ che cosa ha spinto David Puente a “silenziarmi” (verbo poetico usato da Twitter per chiamare in altro modo meno violento e diretto la semplice e banale censura).

Scrive Puente:

“Oggi è successa una cosa molto brutta. Ho ricevuto una richiesta di aiuto da un amico in difficoltà, la sua compagna ha un problema di salute […] ed è caduta vittima di un malvivente online.”

Nello spazio tra parentesi quadre riservato ai puntini di sospensione Puente ha riportato la localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Io l’ho omessa perché non mi pare il caso di riportarla. Comunque rispondo a Puente:

“Gentile da parte sua dare particolari sulla localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Senza questo particolare la notizia sarebbe stata esattamente la stessa ma lei ha voluto rendere Twitter anche oggi un posto peggiore. La privacy è un valore. Vergogna!”

La replica lascia perplessi:

“Immagino che lei abbia con se la discussione privata tra me e la vittima.”

A parte l’errore di ortografia commesso nello scrivere “con se” che va scritto “con sé”, con l’accento acuto, è evidente che io non posso avere le conversazioni telematiche private di nessuno a meno che non decida di renderle pubbliche lui stesso (col consenso della controparte, evidentemente). E non si sa neanche che cosa volesse dire con questo intervento: forse che la signora che si è rivolta a lui gli ha dato l’autorizzazione di parlare del suo problema di salute? E peché io dovrei avere la disponibilità di una eventuale informazione del genere?? Non si sa, né Puente, chiaramente, lo spiega.

Continua la conversazione:

(…)
“Nel frattempo che lei cerca di cambiare discorso, lei mi accusa di aver violato la privacy di una persona?”

E questa è veramente la battuta involontaria incredibile che fa da chiave di volta a tutta la conversazione. Ho scritto “La privacy è un valore”. Se questa è una frase che sottende una accusa più o meno manifesta verso terzi per aver violato i dati personali di qualcuno giuro che mi faccio dichiarare pazzo e mi faccio impiccare. Ho difeso la privacy perché la ritenevo e continuo a ritenerla veramente un valore. Se avesso scritto “La privacy è una cagata immane” di che cosa sarei stato accusato, di attentato alla Costituzione e sovvertimento dell’ordine costituito? Si arriva all’assurdo che una frase come “La privacy è un valore” venga svilita del suo significato originario per poi sentirsela ritorcere contro. C’è da dire, a favore di Puente, che è reduce da una serie di minacce (anche di morte, purtroppo), di diffamazioni e di ingiurie di ogni genere. Non se le merita. Esattamente come non se le merita nessuno. Quindi posso capire che sia particolarmente sensibile. Lo capisco, dicevo, ma non lo giustifico. Nessuno ha voluto dire che lui ha violato la privacy di chicchessia. Tutt’al più che è sta molto, ma molto indelicato. Provo a spiegarglielo.

“(…) non mi faccia dire quello che non ho scritto.”

Ma lui non capisce:

“(…) Le ho fatto una domanda, non la eviti. Lei con la frase “La privacy è un valore” afferma che ho violato la privacy della vittima? Risponda “si” o “no”, non è difficile.”

E allora io glielo rispiego:

“È di tutta evidenza lo scollegamento logico tra la mia asserzione e la sua supposizione. Chiunque legga la mia frase senza i pregiudizi dell’hater buonista se ne può rendere conto. Ma sottoscrivo e ribadisco in pieno quello che ho asserito: la privacy è un valore.”

Non c’è nulla da fare. Ho fatto il pessimo passo di non rispondere con “Sì” o “No” (ricordate i computer sutto DOS quando chiedevano la risposta S/N? Ecco, la stessa cosa.) e mal me ne incolse. Perché usare due caratteri quando che ne sono 280 a disposizione? Perché chiarire con una parola quello che può essere chiarito con un discorso intero più lungo e più compiutamente rappresentativo delle idee di una persona? Macché, la risposta è caduta nel vento, come riporta una pessima traduzione ecclusiastica di Bob Dylan. E allora arriva la mannaia: non rispondi come dico io? Ti “silenzio”:

“Prendo atto che evita di rispondere ad una semplice domanda. Torno a silenziarla, che tanto è inutile discutere con lei.”

E così, da oggi, il debunker di stato italiano non mi legge più. Oh, son cose che farebbero piangere anche un uomo grande, sapete?