Bambole, non c’è una lira

Come avete visto le pubblicità di Amazon sul blog sono durate poco (anzi, pochissimo). Hanno ricevuto, questo sì, migliaia di clic (grazie!) ma sfortunatamente nessuno di questi accessi è stato talmente generoso da ordinare qualcosa sul gigante delle vendite on line, e darci la possibilità, così, di far sopravvivere il blog con le percentuali sui proventi degli articoli venduti. Insomma, le percentuali sono: clic 3584, vendite 0. Uno squilibrio troppo abissale per continuare a mantenere certi contenuti. Se quei 3584 clic fossero stati fatti sui contenuti di Google AdSense (che vedete adesso sul blog) a quest’ora non dico che sarei ricco ma vedrei la sopravvivenza economica del blog sotto un’altra e più positiva prospettiva. Quindi si torna ai santi vecchi. Sarà questione di centesimi, ma è sempre meglio di niente. E in più ve lo meritate!

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Quando ti arriva una mail da Jimmy Wales (forse)

Poi succede che ti arriva una e-mail. Mittente apparente jimmy@wikipedia.org. E già il mittente è inquietante. Più inquietante è il subject: “Valerio – Ne ho abbastanza“. “E vai“, ti dici “Jimmy Wales, il guru di Wikipedia in persona, si è arrabbiato di tutti gli interventi che faccio contro di loro e adesso promette vendetta.” Non potrei permettermi un contenzioso con Wikipedia, figuriamoci una causa legale, per cui apro la mail con un po’ di titubanza. Cazzo vuole Jimmy Wales da me? Semplice: soldi. La mail inviata apparentemente dall’indirizzo di Jimmy era in realtà intestata (indirizzo e-mail del mittente) alla casella di posta elettronica donate@wikipedia.org afferente alle donazioni. Siccome nel 2018 ho disgraziatamente effettuato per errore una donazione a Wikipedia (per vedere dove andassero a finire materialmente i nostri soldi), allora ecco di nuovo Jimmy Wales o chi per lui, in una mail scritta in perfetto italiano, a bussar quattrini e a chiedermi di effettuare una nuova donazione per il 2019.

Scrive:
“La compravendita dei dati degli utenti, come se la nostra privacy fosse una merce qualsiasi, i siti a pagamento che bloccano l’accesso a chi non può permetterselo, la pubblicità che ci bombarda ogni volta che apriamo un browser: ne ho abbastanza!”

Ecco uno che si lamenta della gestione della privacy degli utenti e poi usa i dati in suo possesso per andare a chiedere donazioni. Non è che sia molto coerente, a dire il vero. Ho fatto una donazione a Wikipedia, questo è vero (anche se per mia sbadataggine e contro la mia volontà), se deciderò di farne un’altra lo farò senza che nessuno mi scriva usando il trucchetto dell’e-mail scambiata e farlocca per farmi credere, inizialmente, che sia proprio Jimmy Wales in persona (e anche con un subject assai incazzoso, per giunta) a scrivermi, perché se immediatamente vedo un indirizzo del tipo donate@qualcosa.qualcosaltro  poi sono portato a pensare che si tratti di una scocciatura, che il mittente faccia solo spamming (come effettivamente è) e che Wikipedia mi chieda di aprire il portafoglio (come effettivametente è). Quindi sono portato a cestinare automaticamente la mail. Invece così mi prendo un bell’accidente e quanto meno la mail la apro. Fine psicologia wikipediana, non c’è che dire.

La pubblicità. Jimmy Wales ha ragione a dire che la pubblicità ci bombarda ogni volta che abbiamo un browser, ma la pubblicità, per molti siti, è l’unica fonte di sostentamento. Questo blog vive anche grazie alla pubblicità. Wales aggiunge: “Siamo una non-profit. Solo l’1% dei nostri lettori dona” ed ecco quello che mi fa più incazzare, una lagna costante e una lamentela sempiterna. Questo blog ha in media 1000 visualizzazioni al giorno. Non sono tante. Non sono poche. Sono 1000 visualizzazioni. Per 365 giorni all’anni fa 365000 visitatori. Mettiamone pure 300.000 per prudenza. Se io avessi l’1% dei miei visitatori che mi facesse una donazione di un euro (il prezzo di un caffè, come dico nella pagina di valeriodistefano.com) ricaverei 3000 euro. Che basterebbero e avanzerebbero per liberarsi dalle pubblicità di Google Adsense su valeriodistefano.com e su classicistranieri.com per almeno 9 anni. Per cui, hai l’1% dei tuoi lettori che ti fa una donazione? Ringrazia il tuo Dio, perché con i numeri che ha Wikipedia questo significa poter contare su tanti, ma tanti, ma tanti soldi. Che bisogno hai di venire a rompere i coglioni a me, povero blogger, che se voglio raccattare qualche centesimo (perché di centesimi si tratta) al giorno sono costretto a servirmi dei bannerini pubblicitari pregando che qualcuno ci clicchi sopra, perché se non ci clicca nessuno io non ricavo niente di niente??

Jimmy Wales ne ha abbastanza? E sapesse quanto ne abbiamo abbastanza noi del modello wikipediano. Di un’enciclopedia che usa i SeroBOT per censurare i contributi degli utenti, di tutte le volte in cui scrivono “qual è” con l’apostrofo, di quando la lobby si impunta e fa pressione sul Parlamento Europeo che fa una norma ad hoc per la Link Tax, quando pubblicizzano il Manifesto della Razza da Wikisource, quando scrivono che Vittorio Emanuele II era “superdotato” come se fosse un dato enciclopedico, quando dedicano parole e parole in una voce su Wanna Marchi, ma lo scrittore catalano Rafael Cansinos-Assens non ha nessuna voce e così via.

Via, via, cestinare. E alla svelta.

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Marcia indietro sulla pubblicità nel blog (pacta servanda sunt!)

Mi spiace dover fare marcia indietro sulla pubblicità nel blog e negli altri due siti che gestisco (classicistranieri.com e musicaclassicaonline.com), ma purtroppo avevo preso un accordo con chi fornisce i banner (indovinate chi?) che mi vincola ancora per un anno e mezzo circa.

Pacta servanda sunt e io li servo. Prendiamo il buono di tutto questo, che consiste nel fatto che almeno nella parte statica la pubblicità non c’è più.

Ci avevo creduto. Ma va bene così. Forse.

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“In famiglia conviene averne quando serve!”

Photo by Sage Ross (ragesoss.com), from Wikimedia Commons. Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported.

C’è una pubblicità di un noto medicinale di marca a base di ibuprofene di cui non faccio il nome, ma è il Moment, via, che mi torna spesso in mente in questi giorni.

C’è una signora che esce dalla farmacia, incontra una sua amica e le mostra la (nuova) confezione del Moment da 36 compresse (200 mg. ciascuna). L’amica pare entusiasta dall’idea di poter fare una scorta, lo compra anche lei, esce e in quel momento incontrano un signore che si ferma a sua volta piacevolmente stupito dal nuovo formato della confezione, e, soprattutto, dalla prospettiva di avere per lungo tempo la possibilità di accedere al medicinale una volta acquistato.

Una delle due donne, nello spot, dice che “In famiglia conviene averne quando serve”.

E vissero tutti felici e contenti.

Premetto che io sono un accanito sostenitore dell’uso dell’ibuprofene negli stati dolorosi. Compro il generico (mi dispiace per la casa farmaceutica che lo produce, ma pecunia non olet) nella versione da 400 mg. E generalmente passa tutto. E’ una confezione da 12 compresse e mi basta per un lungo periodo di tempo. Non posso farci nulla se soffro e ho sempre sofferto solo saltuariamente di mal di testa.

Ma 36 compresse in versione-scorta… o è una famiglia in cui tutti (compresi i bambini) soffrono di cefalea ricorrente oppure l’idea è che si possa comunque comprare un medicinale in quantitativi maggiori a quelli strettamente necessari.

Voglio dire, se ho l’influenza vado in farmacia a comprare l’Aspirina. Mi dànno un astuccino di compresse (deglutibili o effervescenti) che dovrebbero, ragionevolmente, essere sufficienti ad affrontare i sintomi fino alla guarigione.
Poi me ne avanzano cinque o sei e le tengo lì per tutte le evenienze o per farle scadere. Se ne ho ancora bisogno la compro di nuovo. E’ questo il concetto dell’approccio al farmaco “da banco”.

La “scorta” farmacologica è un approccio nuovo. La signora che dice che “conviene averne quando serve” è molto giovane. Avrà due figli piccoli, così, a spannòmetro. E non si dànno le compressine per il mal di testa ai bambini. Quindi le prenderanno lei e suo marito, non penso abbiano in casa una nonna, una zia, una madre possibilmente vedova che faccia ricorso alla pasticca ad ogni dolor di capo.

Finora la confezione-gran-risparmio era quella dei frollini per la colazione del mattino, dei pannolini per la cacca, del detersivo per la lavatrice.

Adesso l’occasionalità della cura diventa rito quotidiano. La scatola nell’armadietto dei farmaci perché “non si sa mai”. Ma la normalità è che uno stia bene, non che stia male. Si sta male una volta ogni tanto, non in modo continuativo da giustificare una quantità superiore alla norma di medicinali in casa, sia pure a prezzo vantaggioso. Non è che uno dice “Oddìo, è finito il latte, meno male che ne ho una scorta in cantina, se no domattina non si faceva colazione!” Se hai un mal di testa, non hai nulla in casa e la farmacia è chiusa te lo tieni. Oppure bussi alla vicina e chiedi.

Magari non ha proprio quello che vuoi tu, però forse fa effetto lo stesso e ti sei fatto anche due chiacchiere.

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“l’Unità” e la pubblicità on line a “il Giornale”

(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

Sarebbe uno screenshot da “senza parole”, e cercherò di usarne il meno possibile.

Nella home page de “l’Unità” (quotidiano suppostamente del PD) è apparsa la pubblicità de “il Giornale” (quello che è di Berlusconi e nemmeno troppo suppostamente).

Non in maniera diretta, ma certamente in modo evidente e chiaro.

il Giornale” viene chiaramente segnalato con la pubblicità di Cubolibri, che offre un abbonamento alla versione digitale a solo 20 euro al mese (un mese gratis, e ci state bene!).
C’è anche una sorta di riproduzione del quotidiano degli alleati di governo in formato tablet, che in maniera ineccepibile si riconosce nel riquadro pubblicitario.

“Sfoglia il Giornale” non significa genericamente “sfoglia il quotidiano”, ma “sfoglia QUEL quotidiano”. E’ la maiuscola che frega.

Potete vedere il tutto ingrandendo l’illustrazione di questo articolo.

Non ho parole. O, meglio, le avrei. Ma non posso.

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Gli occhiali a raggi X degli anni ’70 (per vedere attraverso i vestiti!)

Immagine da una pubblicità originale degli anni '70

Negli anni 70, su giornaletti pseudo-adolescenziali come i mai abbastanza rimpianti “il Monello” e “l’Intrepido”, compariva la pubblicità di alcune ditte (una, soprattutto, la Same-Govi o Same-Govj, come si sarebbe chiamata più tardi per un adattamento ortografico) che vendevano oggetti che suscitavano la curiosità del pubblico ma sulla cui reale efficacia si sono sempre nutriti numerosi dubbi.

Erano oggettini che servivano per spiare senza essere visti, insomma, il kit dello 007 improvvisato.

C’erano, in particolare, un paio di occhiali che venivano spacciati come “a raggi x”, o “sexy occhiali” inforcando i quali si sarebbe stati in grado di vedere attraverso i vestiti le fattezze delle ragazze. In realtà si dovevano vedere le fattezze di chiunque, ma il prodotto veniva pubblicizzato con il target più appetibile: “proverete l’ineguagliabile illusione di vedere attraverso i vestiti”, promettevano gli annunci che vendevano il tutto per corrispondenza e in pacco anonimo. Ed era effettivamente un’illusione.

Il problema non era che questi oggetti, poi, non mantenessero quello che promettevano, il problema era che le ragazze si spaventavano davvero non appena vedevano uno con gli occhiali un po’ strani (magari perché fortemente miope) pensando che fosse un guardone. Sembra impossibile, ma mia moglie me ne parla ancora con imbarazzo.

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“Questo e’ un vero tatuaggio!”

C’era una pubblicità della Renault che mi piaceva da matti.

Era quella di un giovanotto che va a scuola, parcheggia la macchina davanti al portone al momento dell’uscita, i bambini escono correndo, lui allarga le braccia e invece del bambino gli corre incontro la maestra, oltretutto carina anche con le calze di nylon della nonna, e tutti lo guardano con invidia.

Dava un senso meraviglioso e liberatorio di giustizia. Voleva dire che anche un giovanotto non particolarmente strafigo in jeans e maglione poteva arrivare a un tocco di sventola come la maestra.

Adesso la pubblicità è cambiata.

Adesso c’è una madre che guida una vettura della Renault e che si accorge che la figlia, anche lei appena uscita da scuola (perché la scuola c’entra sempre), si è fatta un tatuaggio.
"E quel tatuaggio?? Cosa ti è venuto in mente???", domanda la madre alla figlia (già cresciutina rispetto agl’infanti che uscivano dalla lezione con la maestrina di cui sopra) nel momento in cui accidentalmente la ragazzina ha il fondo schiena scoperto.
Scandalizzata perché la pargola si è marchiata a vita con un disegno di cui potrebbe pentirsi? Figuratevi! Arrabbiata perché lo ha fatto senza il suo consenso?? Ma non fatemi ridere!!! Cosa fa allora la madre? Si tira giù la zip posteriore della gonna e le fa vedere un tatuaggio variopinto aggiungendo: "Questo è un vero tatuaggio!" come per dire "Ragazzina, sei una dilettante!"

In effetti la ragazzina la guarda con una faccia tra lo sbalordito, il timoroso, il deluso e il compassionevole:

Ma ormai è fatta, la madre ha insegnato alla figlia come ci si fa un tatuaggio serio e ridendo e scherzando l’accompagnerà sulle strade difficili e tortuose della vita. Chissà, magari un giorno le spiegherà anche se viene richiamata dalla scuola perché va in giro succintina mostrando il pancino,  la colpa è degli insegnanti che non sanno neanche farsi un tatuaggio comme il faut, poveri repressi che non sono altro!

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“Cancro? Aloe subito” – Annuncio pubblicitario rimosso da questo blog

Sulla testata del blog (il mio blog) l’altro giorno è apparso, tra gli annunci di Google Adsense questo testo pubblicitario:

"Cancro? Aloe subito. Dr. XXX risponde ad Agosto indo XXX YYYYYY Chemio? Aloe subito…" (segue l’indirizzo web di un sito)

Non conosco l’efficacia terapeutica dell’aloe contro il cancro o quale effetto abbia sulle conseguenze dell’uso di farmaci chemioterapici.

Ma io questo annuncio sul mio blog non ce lo voglio.

Ho messo il sito nella blacklist del mio account di Google Adsense e in poche ore non dovrebbe essere più visibile in questa sede.

Se dovesse accadere avvertitemi, sì??

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Francesca e lo spot Telecom 2011

Ce l’avete presente il nuovo spot della Telecom?
Ecco, sì, quello di Francesca.
"Mi fa una rabbia lo infilerei!", diceva sempre la mi’ nonna Angiolina che tanto era arrabbiata fissa e quindi avrebbe "infilato" chiunque dalla mattina alla sera, domeniche comprese.

Dunque, Francesca nasce nel 1951 (credo, potrebbe essere anche il 1953, ma penso proprio che con il 1951 si riesca a fare cifra tonda e poi vi spiego perché) e c’è il papà che comunica ai parenti il lieto evento, non si sa se da un "Posto Telefonico Pubblico" come si chiamava allora e come si è continuato a chiamare almeno finché hanno avuto senso i posti telefonici pubblici. Pensate che bellezza, non avevi bisogno di avere il telefono in casa, se volevi chiamare qualcuno o farti chiamare da qualcun altro andavi al "posto telefonico pubblico" (solitamente il Bar dello Sport), facevi le tue conversazioni, tornavi a casa e nessuno più ti rompeva le balle.

Dalla nascita di Francesca è tutta una serie di eventi in video, dalla sua crescita fino alla nascita della nipotina (che si chiama Francesca anche lei, perché la storia si ripete) accompagnata dalla evoluzione del telefono. Dall’apparecchio nero e pesantissimo al muro alla videoconferenza.

Bello!

Solo che a Francesca non ne va mai storta una. Ma, dico io, un momento di sfiga, un attimo di sconforto, un po’ di sana e umanissima depressione li avrà avuti anche lei,  insomma, nella vita non va sempre tutto bene, fa parte degli umani, ma non dico una disgrazia, magari un paio di esami fuori corso e il divieto di uscire il sabato sera per due settimane.

E, invece, lei, Francesca, no. Lei è riuscita ad avere una vita perfetta sfuggendo a tutto. Sempre e regolarmente.

Negli anni ’70 è una contestataria. Oh, mai che si sia vista fracassare la regione occipitale da un poliziotto manganellatore! Questa non è mai stata trattata da puttana perché gridava "Tremate, tremate, le streghe son tornate!", non si è mai sentita arrivare un sasso sulla testa, di quelli delle gragnuole che forze dell’ordine e studenti si scambiavano senza nemmeno troppe cortesie.

Eppure anche lei avrà gridato "l’utero è mio e lo gestisco io!" perché fugge subito dalle contestazioni giovanili per farsi ingravidare dal fidanzo e la si vede mentre dipinge la casa agli inizi degli anni ottanta, e vaffanculo anche alle ideologie, perché va bene fare i pirla da giovani, ma poi c’è da mettere la testa a posto e fare figli. Costei sgrava -probabilmente in piena guerra fredda-, quando c’erano Breznev e Andropov da una parte, Reagan dagli altra a farsi i dispettucci alle rispettive olimpiadi, Sting cantava che lui sperava che anche i russi amassero i loro bambini (perché ce le dimentichiamo le cose, specie quelle più imbarazzanti e dozzinali) e lei, Francesca, partorisce un rampollo.

Nel frattempo lavora, sembra in un’azienda sanitaria e si realizza come donna e come madre.
La penultima sequenza la mostra mentre porta un bel thè caldo al figlio che studia, studia, lo sa il Padreterno quanto studia, è affaticato, poverino, ma studia, studia sempre, mica come i figli degli altri che si drogano a nastro, no, il figlio studioso e senza pantaloni a vita bassa in pieno anno 2000 a chi va a capitare? Ma a Francesca, naturalmente, e ci mancherebbe anche altro.

11 anni dopo, praticamente ai giorni nostri, Francesca ha 60 anni, precisi, ed è nonna della sua omonima. Mio nonno Raffaele, che Dio lo conservi in gloria, è morto a 58 anni quando Francesca ne aveva 20. Ma lei è ancora sufficientemente figa da far girare un intero reparto di geriatria, il marito è un po’ giù di corda, deve avere la prostata.

Francesca è la quintessenza della paracula che ce l’ha fatta.

E quello spot dovrebbe inquietarci davvero.
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Dichiarazione universale dei diritti dell’odio verso le pubblicita’ natalizie

Devo confessarvi che quest’anno, più che nei precedenti, ho sviluppato un fastidio e un’avversione tali per le pubblicità di Natale, che prenderei a calci in culo perfino Santa Claus.

In particolare mi stanno antipatici tutti i bambini (rigorosamente del nord, si noti bene!) che fingono di essere buoni e innocenti, quando sono solo degli evidenti assassini in erba che cercano di far ammazzare l’augusto vecchietto in vestito rosso e pompòn bianco, renne comprese, cercando di farlo sfracassare dal camino (“Bùttati che è morbido!!”).

Perchè è tutto un buonùme retorico insopportabile, perfino più insopportabile del buonismo del Partito Democratico, e guardate che ce ne vuole.

“A Natale puoooooi / fare quello che non puoi fare maaaaaaaaaaiiiii”. Ma cosa fanno a Natale questi rompicoglioni in erba che non possono fare negli altri momenti dell’anno? Voglio dire, a parte reclamare a gran voce un cellulare nuovo, la Playstation, Facebook libero in libero stato, l’opzione natalizia per la scheda SIM per poter mandare mille e più SMS a chiunque ed entrare così nel nòvero dei trituratesticoli ad oltranza? Durante l’anno possono fare sempre e comunque quello che cavolo vogliono perché hanno imparato l-e-n-t-a-m-e-n-t-e (“piano piano, buono buono”) che la prepotenza nel nostro paese paga.

E allora già che ci sono, i nostri pubblicitari possono anche mettere nelle pubblicità ambientate nel profondo nord qualche bambino di colore, ma non proprio nero, diciamo mulatto, per far vedere che l’integrasi

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Giulia di Pisa e la pubblicita’ della Coca Cola

La nuovissima pubblicità della Coca Cola l’ho ascoltata questa mattina alla radio, durante una pausa di "prima Pagina" su Radio Tre (cosa volete, anche la più culturale delle reti radiofoniche ha da campà’!).

Non ci volevo credere, avevo sonno, dovevo arrivare a scuola, avevo altro a cui pensare, la chiave del cassetto non entrava, ho tirato giù una serie di santi dal calendario, poi basta, mi sono stufato, meglio l’oblio.

Ma stasera quella pubblicità l’ho vista in versione televisiva. E’ oscena.

Oscena soprattutto perché la protagonista parla di sé e asserisce di chiamarsi Giulia e di venire da Pisa. Che, voglio dire, per un livornese di adozione, ma anche per un non livornese, non è un bel viatico.

Giulia da Pisa dice di essere amante delle cose semplici, dice di andare in bicicletta preferendola all’automobile, che così non inquina, che va volentieri a piedi, che preferisce stare a casa piuttosto che viaggiare così risparmia, Giulia, insomma, passa la domenica a casa a gustare il ragù della mamma bevendoci dietro una bella Coca Cola.

Dé’, perché se ci beveva un bel bicchiere di vino un era pisana!
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Aspirina che ti passa!

Alla TV ci sono delle pubblicità che mi lasciano perplesso.

Come quella in cui c’è lui che la sera torna dal lavoro con il raffreddore e l’influenza (mentre lei, invece, sta benissimo, la brava massaia italiana non può permettersi di avere una linea di febbre) e il giorno dopo vanno a trovarli i loro amici.

Lei, premurosa, ma anche un po’ rompicoglioni, gli rifila due aspirine, e poi, via, a letto.

Una bella dormita e il giorno dopo il nostro eroe è risanato e si mette addirittura a giocare a palle di neve.

Ora invece spiegatemi perché io sono cinque giorni che vado strascicando raffreddore, mal di gole, tosse, mi riempo di aspirine e non riesco nemmeno a giocare a briscola?

Gliela darei io la neve a quei due lì, ma quella che è caduta a Campo Imperatore, con -17° di temperatura e bufere di vento incluse!

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