Garante della Privacy – Omicidio a Roma: i media rispettino il codice di procedura penale

In seguito alla pubblicazione di numerose immagini dei presunti autori di un omicidio, avvenuto a Roma, il Garante ritiene opportuno ricordare che – fermo restando il diritto-dovere di informare su fatti di interesse pubblico – il giornalista deve comunque attenersi a quanto stabilito dalla specifica normativa vigente in materia.

Oltre a quanto previsto dalle Regole deontologiche relative al trattamento di dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, l’art. 114, del Codice di procedura penale vieta “la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta”.

Roma, 25 ottobre 2019

Tratto da: https://www.gpdp.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9170332

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Era solo un ragazzo

Un giovane di 24 anni, Luca Sacchi, è stato ucciso mentre difendeva la fidanzata da un’aggressione e da uno scippo. Non c’è nulla da dire, è una tragedia. A poche ore dalla morte dello sventurato giovane, è apparso questo commento di David Puente sulla sua pagina Facebook (e, successivamente, sotto forma di screenshot, anche sul suo profilo Twitter):

La cosa che Puente mette in rilievo e stigmatizza (e fa bene!) è che “La prima curiosità che ‘smuove le coscienze’ è scoprire la nazionalità della vittima e degli aggressori, poi magari anche le loro posizioni politiche”. Da qui una serie di brevi valutazioni sulle possibili (quattro) reazioni riscontrate e una conclusione che ci appare un po’ semplicistica e frettolosa per cui “Se vi riconoscete in questi ‘commenti’ non vi dispiace che un ragzzzo è stato ucciso. Avete altro per la testa.” Peccato però, che proprio mentre Puente pubblicava queste note, sul sito del giornale on line per cui scrive appariva un redazionale di cui vi offro lo screenshot di seguito:

e in cui si legge: “Era un giovane di idee sovraniste, come si vede chiaramente dai post sulla sua pagina Facebook”.

Cioè, la prima “curiosità che ha smosso le coscienze” è stata proprio quella che Puente condannava, cioè la stigmatizzazione delle idee politiche della vittima. Non si parla di questo giovane in quanto vittima, ma in quanto morto, e se è vero come è vero che i morti non sono tutti uguali, lo sono almeno le vittime di reati infami come quello che ha tolto la vita a Luca Sacchi.

Sono stati in molti quelli che hanno tempestivamente fatto notare a Puente che il suo giornale stava facendo esattamente quello che lui stigmatizzava e che gli hanno domandato se non sentisse il bisogno, lui, persona retta e pulita, di distaccarsi da quello che ha scritto la redazione e assumere una posizione nettamente diversa e più defilata, dissociandosi dal tono da chiacchiericcio del redazionale, pur pubblicato dal giornale (Open On Line) per cui lui presta la sua opera di giornalista e cacciatore di bufale.

A tutt’oggi non c’è stata alcuna risposta di Puente. Eppure mesi fa, quando Open On Line per sbaglio o per maldestrìa pubblicò i dati personali dei genitori di Matteo Renzi, violando potenzialmente la loro privacy, solo allo scopo di rendere noto all’opinione pubblica un ordine giudiziario e il suo contenuto, David Puente fece un “mea culpa” personale (come se quei dati li avesse poi pubblicati lui!) e si dissociò dalla scelta del suo giornale che subito corse ai ripari fotoscioppàndo e sbianchettando l’immagine inizialmente pubblicata in modo integrale (ne parlai a suo tempo qui). Allora, naturalmente, si trattava soltanto di una leggerezza e di una “stupida” (“stupida”?) violazione della privacy, non della messa in linea delle idee politiche di un ragazzo a seguito della sua morte. Voglio dire, questi atti mi sembrano enormemente più gravi.

Restano su tutto (questo sì) l’imbarazzante silenzio di David Puente e l’altrettanto imbarazzante atteggiamento del suo giornale nei confronti delle idee politiche di Luca Sacchi. Che era solo un ragazzo.

 

Aggiornamento delle 12:50: Giulia Marchina, giornalista di OpenOnLine, in risposta a un post poco elegante di un utente, ha scritto su Instagram che Luca Sacchi sarebbe stato uno “sbruffone” (o, almeno, a tal guisa si sarebbe atteggiato): “Il mio lavoro è fatto anche di cose poco piacevoli, come scoprire che una persona appena morta si atteggiava a sbruffone“ (…) “Il mio lavoro mi impone di raccontare i fatti, senza sconto alcuno, altrimenti avrei fatto un altro mestiere”. “Se Luca fosse stato un novax lo avrei detto se avesse avuto la tessera del Pd idem”. Vi posto lo screenshot integrale dell’intervento.

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Ancora su @vanitosa95: il senso di Open Online per il fake

Il 21 ottobre scorso pubblicavo sul blog un post sulla storia di @vanitosa95, troll e hater bloccato su Twitter dalle numerose segnalazioni degli utenti, che augurava cancri e tumori a iosa a piccoli e grandi personaggi della politica, soprattutto a quelli di sinistra, nonché agli utenti che si fossero, putacaso, trovati in disaccordo con Salvini.

Nel post riportavo alcune delle frasi di odio che l’utente aveva tradotto in svariati tweet, omettendo di riportare la fotografia (chiaramente fasulla e farlocca) che l’hater in questione aveva pubblicato. Scrivevo che: ” i messaggi di questa persona, di cui ho oscurato la foto (non per rispetto della sua privacy, perché non ne ho nessuno, ma per rispetto di quella della persona a cui è stata probabilmente carpita) mi hanno turbato al punto di venirne a parlare con voi “.

Guarda caso, il giorno dopo, esce, alle 14,49, un articolo di David Puente su Open On Line, intitolato “Tutti dietro a Vanitosa95, ma Open vi aveva avvertito. Altri dettagli sull’account e la foto del troll” in cui l’articolista riferisce testualmente: “Qualcuno ha pensato che fosse meglio censurare la foto per una questione di privacy e sicuramente qualcuno potrebbe sostenere che pubblicarla metterebbe a rischio la persona ritratta a causa delle solita – e inutile – «caccia all’uomo».” Non si capisce bene a chi si riferisca l’autore del pezzo quando cita questo “Qualcuno” (ma possiamo bene immaginarcelo).

Segue una lunga disamina per dimostrare che la foto messa da @vanitosa95 sul suo profilo Twitter corrisponde in realtà a quella di una persona transessuale e che le immagini di questa persona erano già apparse su un sito a carattere pornografico.

Per quanto riguarda il nostro blog, nella sua piccola essenza di risorsa di opinione, ho solo da dire che personalmente non ritengo necessario dimostrare che @vanitosa95 sia un troll o, meglio, un hater, perché si tratta di un dato ormai dimostrato per tabulas. E allora ripubblicare la foto che l’odiatore di rete del giorno (tanto verrà abilmente sostituito da qualcun altro, non temete) ha utilizzato per corredare il proprio profilo, diventa inutile e ridondante. In breve, non ho bisogno che mi si dimostri che la foto ritraeva una determinata persona per credere che chi l’ha impunemente usata sia una persona fasulla che cercava solo visibilità. In breve, “un utente intento a pubblicare contenuti provocatori”, per dirla con le stesse parole di Puente.

Qualcuno dirà che si trattava di un transessuale la cui immagine è contenuta in un sito pornografico a disposizione di chiunque voglia andare a visitarlo. Dunque un’immagine pubblica. Vero. Ma non è detto che il nome o l’immagine di questa persona debbano per forza essere associati a un odiatore seriale. La privacy è un valore, e non è detto che quello che è pubblico o che si è autorizzati in qualunque modo a pubblicare debba essere divulgato per forza quando non ha alcun valore dal punto di vista della definizione dei fatti e di quello che si vuole dire. Quella di @vanitosa95 è stata un’utenza del tutto fasulla. La falsità di questo account è stata dimostrata dai contenuti di odio che questo account ha veicolato. Punto. Basta così.Il resto non serve a nulla. Che cosa aggiunge alla nostra conoscenza il sapere che l’ignaro personaggio dell’immagine riportata è un transessuale? Assolutamente nulla. E sarà anche un transessuale da sito porno, ma magari non ha mai augurato il cancro a nessuno e allora non si vede il motivo di metterlo ulteriormente in vetrina.

Non si tratta, quindi, di utilizzare o non utilizzare elementi già pubblici per avvalorare una tesi, ma di verificare a monte se quegli elementi (pubblici, non pubblici, o autorizzati che siano) sono utili alla notizia che si intende dare oppure no.

Soprattutto quando sono riferiti alla sessualità, alla notorietà e alla immagine di terzi.

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La letterina di Babbo Natale è solo spamming

Ogni anno faccio caso alla prima pubblicità natalizia che mi capita sotto gli occhi. Generalmente accade verso il ponte dei Santi, o leggermente più in là nel tempo. Stavolta, invece, il tutto si è verificato attraverso una mail di puro spamming arrivatami dall’indirizzo nominale di info@letterinadibabbonatale.com. Mi ricorda, la mail, che mancano 100 giorni a Natale (grazie, mo’ me lo segno!) e che posso prenotare la mia letterina di Santa Claus (c’è un po’ di confusione tra l’onomastica italiana e quella anglosassone) per mia figlia con largo anticipo, così quando arriverà, lei potrà dire “Hai visto?? Babbo Natale si è ricordato di me, sa dove abito!!” Il tutto condito da una buona dose di bontà pre-natalizia che non manca mai: “Questa letterina ti accompagnerà nel periodo più bello dell’anno creando un clima di festa nella tua famiglia. Ideale da inviare a tutti i bambini, nipoti e figli di amici, per continuare a raccontare la storia più magica che conosciamo, quella di un vecchietto che viaggia su una slitta trainata da renne volanti e che consegna regali.” Tutto molto bello se non fosse che è clamorosamente falso e si tratta probabilmente di un sistema acchiappaclic, perché i link sulla mail (che è in formato HTML con tanto di immagini suggestive di un Natale sotto la neve) rimandano direttamente a una pagina sita sul dominio emailsys4b.net. Se poi si va sul sito www.letterinadababbonatale.com si ottiene questo:

il dominio è scaduto oggi ed è pieno di pubblicità (non lasciatevi ingannare dai link). Il sito letterinadaboabbonatale.com è registrato a nome un utente di Hong Kong

mentre le credenziali del dominio emailsys4b.net sono oscurate per la privacy (cioè, LORO spammano a destra e a manca e poi invocano il principio della privacy, siamo a livelli di pura contraddizione in termini). E puntano sulla credulità della gente (a chi è che non farebbe piacere una letterina di babbo Natale per la festa più bella dell’anno?), sui sogni dei nostri bambini, sull’effetto sopresa. E’ normale che qualcuno ci caschi come una pera. Come sempre state attenti.

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Google: il diritto all’oblio non può essere applicato a livello globale

Nel 2016, la Francia, attraverso la Commissione Nazionale Informatica delle Libertà (CNIL) aveva condannato il motore di ricerca più usato nel mondo a pagare 100.000 euro per la mancata rimozione di alcuni link a livello mondiale. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato ragione al colosso informatico sostenendo che il diritto all’oblio riguarda solo gli stati membri dell’Unione Europea e non può avere un effetto di portata mondiale sui motori di ricerca.

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Quando ti arriva una mail da Jimmy Wales (forse)

Poi succede che ti arriva una e-mail. Mittente apparente jimmy@wikipedia.org. E già il mittente è inquietante. Più inquietante è il subject: “Valerio – Ne ho abbastanza“. “E vai“, ti dici “Jimmy Wales, il guru di Wikipedia in persona, si è arrabbiato di tutti gli interventi che faccio contro di loro e adesso promette vendetta.” Non potrei permettermi un contenzioso con Wikipedia, figuriamoci una causa legale, per cui apro la mail con un po’ di titubanza. Cazzo vuole Jimmy Wales da me? Semplice: soldi. La mail inviata apparentemente dall’indirizzo di Jimmy era in realtà intestata (indirizzo e-mail del mittente) alla casella di posta elettronica donate@wikipedia.org afferente alle donazioni. Siccome nel 2018 ho disgraziatamente effettuato per errore una donazione a Wikipedia (per vedere dove andassero a finire materialmente i nostri soldi), allora ecco di nuovo Jimmy Wales o chi per lui, in una mail scritta in perfetto italiano, a bussar quattrini e a chiedermi di effettuare una nuova donazione per il 2019.

Scrive:
“La compravendita dei dati degli utenti, come se la nostra privacy fosse una merce qualsiasi, i siti a pagamento che bloccano l’accesso a chi non può permetterselo, la pubblicità che ci bombarda ogni volta che apriamo un browser: ne ho abbastanza!”

Ecco uno che si lamenta della gestione della privacy degli utenti e poi usa i dati in suo possesso per andare a chiedere donazioni. Non è che sia molto coerente, a dire il vero. Ho fatto una donazione a Wikipedia, questo è vero (anche se per mia sbadataggine e contro la mia volontà), se deciderò di farne un’altra lo farò senza che nessuno mi scriva usando il trucchetto dell’e-mail scambiata e farlocca per farmi credere, inizialmente, che sia proprio Jimmy Wales in persona (e anche con un subject assai incazzoso, per giunta) a scrivermi, perché se immediatamente vedo un indirizzo del tipo donate@qualcosa.qualcosaltro  poi sono portato a pensare che si tratti di una scocciatura, che il mittente faccia solo spamming (come effettivamente è) e che Wikipedia mi chieda di aprire il portafoglio (come effettivametente è). Quindi sono portato a cestinare automaticamente la mail. Invece così mi prendo un bell’accidente e quanto meno la mail la apro. Fine psicologia wikipediana, non c’è che dire.

La pubblicità. Jimmy Wales ha ragione a dire che la pubblicità ci bombarda ogni volta che abbiamo un browser, ma la pubblicità, per molti siti, è l’unica fonte di sostentamento. Questo blog vive anche grazie alla pubblicità. Wales aggiunge: “Siamo una non-profit. Solo l’1% dei nostri lettori dona” ed ecco quello che mi fa più incazzare, una lagna costante e una lamentela sempiterna. Questo blog ha in media 1000 visualizzazioni al giorno. Non sono tante. Non sono poche. Sono 1000 visualizzazioni. Per 365 giorni all’anni fa 365000 visitatori. Mettiamone pure 300.000 per prudenza. Se io avessi l’1% dei miei visitatori che mi facesse una donazione di un euro (il prezzo di un caffè, come dico nella pagina di valeriodistefano.com) ricaverei 3000 euro. Che basterebbero e avanzerebbero per liberarsi dalle pubblicità di Google Adsense su valeriodistefano.com e su classicistranieri.com per almeno 9 anni. Per cui, hai l’1% dei tuoi lettori che ti fa una donazione? Ringrazia il tuo Dio, perché con i numeri che ha Wikipedia questo significa poter contare su tanti, ma tanti, ma tanti soldi. Che bisogno hai di venire a rompere i coglioni a me, povero blogger, che se voglio raccattare qualche centesimo (perché di centesimi si tratta) al giorno sono costretto a servirmi dei bannerini pubblicitari pregando che qualcuno ci clicchi sopra, perché se non ci clicca nessuno io non ricavo niente di niente??

Jimmy Wales ne ha abbastanza? E sapesse quanto ne abbiamo abbastanza noi del modello wikipediano. Di un’enciclopedia che usa i SeroBOT per censurare i contributi degli utenti, di tutte le volte in cui scrivono “qual è” con l’apostrofo, di quando la lobby si impunta e fa pressione sul Parlamento Europeo che fa una norma ad hoc per la Link Tax, quando pubblicizzano il Manifesto della Razza da Wikisource, quando scrivono che Vittorio Emanuele II era “superdotato” come se fosse un dato enciclopedico, quando dedicano parole e parole in una voce su Wanna Marchi, ma lo scrittore catalano Rafael Cansinos-Assens non ha nessuna voce e così via.

Via, via, cestinare. E alla svelta.

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Garante della Privacy: 600.000 euro di sanzione a Wind per telemarketing indesiderato

Ordinanza ingiunzione nei confronti di Wind Tre S.p.A. – 29 novembre 2018

Registro dei provvedimenti
n. 493 del 29 novembre 2018

IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

NELLA riunione odierna, alla presenza del dott. Antonello Soro, presidente, della dott.ssa Augusta Iannini, vicepresidente, della dott.ssa Giovanna Bianchi Clerici e della prof.ssa Licia Califano, componenti e del dott. Giuseppe Busia, segretario generale;

VISTO l’art. 1, comma 2, della legge 24 novembre 1981, n. 689, ai sensi del quale le leggi che prevedono sanzioni amministrative si applicano soltanto nei casi e per i tempi in esse considerati; 

RILEVATO che l’Ufficio del Garante, con atto n. 21916/114323 del 20 luglio 2018 (notificato in pari data mediante posta elettronica certificata), che qui deve intendersi integralmente riportato, ha contestato a Wind Tre S.p.A, in persona del legale rappresentante pro-tempore, con sede legale in Rho (MI), largo Metropolitana n. 5, C.F. 02517580920, le violazioni previste dagli artt. 23, 130, 162, comma 2-bis, 164-bis, comma 2, e 167 del Codice in materia di protezione dei dati personali (d. lg. 196/2003, di seguito denominato “Codice”) nella formulazione antecedente alle modifiche introdotte dal d. lg. 101/2018;

RILEVATO che dall’esame degli atti del procedimento sanzionatorio avviato con la contestazione di violazione amministrativa è emerso, in sintesi, quanto segue: 

– il Garante ha adottato, in data 22 maggio 2018, il provvedimento n. 313 (in www.gpdp.it, doc. web n. 8995285), al quale integralmente si fa richiamo, all’esito dell’istruttoria di un procedimento amministrativo avviato nei confronti di H3G S.p.A. e quindi, a seguito dell’intervenuta fusione di Wind Telecomunicazioni S.p.A. e H3G S.p.A. in Wind Tre S.p.A.;

– il procedimento ha tratto origine da numerose segnalazioni che lamentavano la ricezione di telefonate con operatore e di sms indesiderati a contenuto promozionale nell´interesse di H3G;

– l’istruttoria svolta dall’Ufficio anche mediante verifiche ispettive ha consentito di appurare che “anzitutto in relazione ai segnalanti, la Società abbia violato gli artt. 23 e 130 del Codice, essendo stati gli stessi contattati, direttamente o tramite la propria rete di vendita […], telefonicamente o via sms, nonostante si fossero opposti ai trattamenti per finalità commerciali […]. E tale illiceità, come già si è rappresentato, trova causa anzitutto nella menzionata assenza di idonee misure preventive apprestate dalla Società per escludere i contatti commerciali indesiderati (o quantomeno minimizzare il rischio del loro verificarsi), mediante opportuni incroci con proprie liste di esclusione nelle quali i segnalanti tutti avrebbero trovato collocazione […]. Deve peraltro rilevarsi che anche i controlli ex post che la Società è comunque tenuta a porre in essere ‒ come dichiarato, al tempo delle verifiche effettuati per lo più nella forma dell’invio di formulari ai partner […] o dei richiami generalizzati […] e finanche nelle comunicazioni individualizzate nelle quali la Società si limita a ricordare i vigenti obblighi di legge […] ‒ non si sono rivelati efficaci, atteso che non di rado più di uno dei segnalanti ha potuto lamentare reiterati contatti effettuati da utenze facenti capo ad un medesimo operatore, risultato partner della Società, senza che l’intervento di quest’ultima abbia sortito alcun effetto” e che “la Società consente l’accesso ai propri sistemi ‒ e quindi alla base dati di rilevanti dimensioni riferita agli utenti dei propri servizi di comunicazione elettronica, come risulta dalle dichiarazioni rese in atti […] ‒ ad una platea assai ampia di partner contrattuali […] senza aver provveduto a designare la parte assolutamente predominante degli stessi ‒ come si è visto, il 93% […] ‒ quali “responsabili del trattamento” ‒, qualificandoli anzi espressamente, nella documentazione in atti, quali “titolari del trattamento”. […] In considerazione dell’omessa designazione di tali soggetti quali “responsabili del trattamento”, deve ritenersi che nel caso di specie ricorrano gli estremi per una sistematica oltre che prolungata nel tempo comunicazione illecita dei dati riferiti alla clientela a terzi, i partner contrattuali per i quali non si è provveduto alla designazione quali “responsabili del trattamento”, che vanno ben al di là dei casi a campione individuati nel corso delle verifiche […], riguardando, come detto, il 93% degli operatori economici che vanno a comporre la rete commerciale della Società. In ragione dell’accesso accordato a tale classe di soggetti al sistema gestionale della Società in assenza di alcuna designazione degli stessi quali “responsabili del trattamento” e non essendo detta operazione di trattamento (la comunicazione dei dati) fondata su un idoneo consenso informato degli interessati (artt. 13 e 23 del Codice) ‒ anche in ragione del fatto che tale tipologia di soggetti non è menzionata nell’informativa resa alla clientela: […] ‒, né risultando comprovato altro presupposto equipollente ai sensi dell’art. 24 del Codice, tale trattamento ‒ seriale e sistematico, anzitutto in relazione a quanti presso tali operatori hanno attivato un contratto o hanno richiesto assistenza ‒ deve pertanto ritenersi illecito”;

RILEVATO che con il citato atto del 20 luglio 2018 sono state contestate a Wind Tre S.p.A.:

a) la violazione delle disposizioni di cui agli artt. 23 e 130, comma 3, e 167 del Codice, sanzionata dall’art. 162, comma 2-bis, con riferimento alla mancata acquisizione del consenso per l’effettuazione di chiamate promozionali;

b) la violazione delle disposizioni di cui agli artt. 23 e 167 del Codice, sanzionata dall’art. 162, comma 2-bis, in relazione alla mancata acquisizione del consenso per la comunicazione di dati a soggetti terzi (partner commerciali)

c) la violazione prevista dall’art. 164-bis, comma 2, del Codice, per aver realizzato le condotte di cui sopra in relazione a banche dati di particolare dimensioni (la base di dati riferita al brand “Tre” è costituita da circa 10.000.000 di utenze facenti capo a circa 6.600.000 clienti oltre a circa ulteriori 3.000.000 di utenze relative a clienti cessati);

DATO ATTO che, per le violazione di cui ai punto a) e b), è intervenuto pagamento in misura ridotta, ai sensi dell’art. 16 della l. n. 689/1981, effettuato l’11 settembre 2018; rilevato altresì che per la violazione di cui al punto c) non è prevista la facoltà di estinguere il procedimento sanzionatorio mediante pagamento in misura ridotta;  

DATO ATTO che Wind Tre S.p.A. ha inviato, il 24 luglio 2018, una istanza di revisione in autotutela del provvedimento di contestazione di violazione amministrativa nella quale ha rappresentato che: 

– la società, prima ancora dell’adozione del provvedimento n. 313 del 22 maggio 2018, aveva posto in essere autonome iniziative sul brand “Tre” al fine di eliminare le criticità riscontrate in sede istruttoria;

– tali iniziative sono state rafforzate a seguito dell’adozione del richiamato provvedimento e anche al fine di giungere ad una piena armonizzazione delle procedure in essere presso i brand oggetto di fusione nonché al necessario adeguamento dei trattamenti al Regolamento (UE) 2016/679 (General Data Protection Regulation, di seguito “GDPR”);

– per il comportamento proattivo della Società con riferimento al complessivo procedimento amministrativo instaurato nei suoi confronti dal Garante può giungersi all’archiviazione delle sanzioni ovvero alla riduzione sostanziale dell’importo delle medesime anche in relazione alla circostanza che il provvedimento legislativo di adeguamento delle disposizioni del GDPR prevede una modalità di estinzione dei procedimenti sanzionatori  mediante il pagamento di una somma in misura ridotta (pari a due quinti del minimo edittale), facoltà che appare equo estendere anche al caso in argomento;

RILEVATO che la richiesta di annullamento in autotutela della contestazione di violazione amministrativa non può trovare accoglimento poiché non si ravvisano nel predetto atto gli elementi di nullità indicati nell’art. 21-septies della legge n. 241/1990, tuttavia le argomentazioni in essa contenute possono essere prese in considerazione alla stregua di scritti difensivi prodotti dalla parte ai sensi dell’art. 18 della legge n. 689/1981. Tali argomentazioni non riguardano le condotte oggetto di contestazione ma i comportamenti successivi della Società, la quale, si evidenzia, avrebbe intrapreso, prima ancora dell’adozione del provvedimento n. 313 del 22 maggio 2018, un percorso di eliminazione delle criticità riscontrate e di adeguamento alle novità introdotte dal GDPR, tale da consentire di valutare con favore, in termini di quantificazione della sanzione, l’azione svolta dalla società. Al riguardo, si rinvia ogni considerazione alla sezione della presente ordinanza-ingiunzione nella quale si prendono in esame gli elementi per giungere all’importo finale della sanzione. In questa sede deve confermarsi la responsabilità di Wind Tre S.p.A. in ordine alle violazioni contestate, non essendo stati portati all’attenzione del Garante elementi nuovi e idonei ad escluderla. Inoltre, per quanto riguarda l’applicabilità nel caso in argomento dell’istituto della definizione agevolata introdotto dall’art. 18 del d. lg. n. 101/2018, deve evidenziarsi che tale istituto, per espressa indicazione del legislatore, riguarda soltanto i procedimenti sanzionatori in essere (cioè avviati con contestazione di violazione amministrativa) e non definiti alla data di applicazione del GDPR (25 maggio 2018). Poiché, nel caso in argomento, l’instaurazione del procedimento sanzionatorio è avvenuta in epoca successiva (con la notifica in data 20 luglio 2018 dell’atto di contestazione di violazione amministrativa), tale procedimento risulta escluso dalla possibilità di definizione agevolata.

RILEVATO, quindi, che Wind Tre S.p.A., sulla base degli atti e delle considerazioni di cui sopra, risulta aver commesso, in qualità di titolare del trattamento, ai sensi degli artt. 4, comma 1, lett. f), e 28 del Codice, le violazioni indicate ai punti a) e b) dell’atto di contestazione n. 21916/114323 del 20 luglio 2018, per le quali è intervenuta definizione in via breve e, conseguentemente, la violazione prevista dall’art. 164-bis, comma 2, per aver realizzato le violazioni di cui ai punti a) e b) in relazione a banche dati di particolare rilevanza e dimensioni;

VISTO l’art. 164-bis, comma 2, del Codice che punisce le violazioni di un’unica o più disposizioni indicate nella parte III, titolo III, capo I del Codice (ad eccezione di quelle previste dagli articoli 162,  comma  2, 162-bis  e  164), commesse in relazione ad una banca dati di particolare rilevanza e dimensioni, con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 50.000 ad euro 300.000;

CONSIDERATO che, ai fini della determinazione dell’ammontare della sanzione pecuniaria, occorre tenere conto, ai sensi dell’art. 11 della legge n. 689/1981, dell’opera svolta dall’agente per eliminare o attenuare le conseguenze della violazione, della gravità della violazione, della personalità e delle condizioni economiche del contravventore;

CONSIDERATO che, nel caso in esame:

a. in ordine all’aspetto della gravità, con riferimento agli elementi dell’entità del pregiudizio o del pericolo e dell’intensità dell’elemento psicologico, le violazioni risultano di rilevante gravità tenuto conto che, nel caso in argomento, sono stati impiegati differenti canali di contatto che hanno determinato un esponenziale aumento del livello di invasività delle campagne promozionali;

b. ai fini della valutazione dell’opera svolta dall’agente, deve essere considerato in termini favorevoli il fatto che Wind Tre S.p.A. abbia, prima ancora dell’adozione del provvedimento n. 313 del 22 maggio 2018, posto in essere autonome iniziative sul brand “Tre” al fine di eliminare le criticità riscontrate in sede istruttoria; tali iniziative sono state rafforzate a seguito dell’adozione del richiamato provvedimento e anche al fine di giungere ad una piena armonizzazione delle procedure in essere presso i brand oggetto di fusione nonché al necessario adeguamento dei trattamenti al GDPR;

c. circa la personalità dell’autore della violazione, deve essere considerata la circostanza che la Società risulta gravata da numerosi precedenti procedimenti sanzionatori definiti in via breve o a seguito di ordinanza ingiunzione (l’ultima ordinanza-ingiunzione è stata adottata il 22 maggio 2018, in www.gpdp.it, doc. web n. 9018431);

d. in merito alle condizioni economiche dell’agente, è stato preso in considerazione il bilancio ordinario d’esercizio per l’anno 2017 e i bilanci consolidati al 31 marzo 2018 e 30 giugno 2018; 

RITENUTO, quindi, di dover determinare, ai sensi dell’art. 11 della L. n. 689/1981, l’ammontare della sanzione pecuniaria, in ragione dei suddetti elementi valutati nel loro complesso, nella misura di euro 150.000 (centocinquantamila) per la violazione di cui all’art. 164-bis, comma 2, del Codice.

RITENUTO inoltre che, in relazione alle condizioni economiche del contravventore, avuto riguardo in particolare alla circostanza che Wind Tre S.p.A. è il primo operatore di telefonia mobile in Italia (con una customer base di 28.600.000 di sim card) e detiene anche una rilevante quota di mercato nel settore della telefonia fissa (2.700.000 linee), la sopra indicata sanzione pecuniaria risulta inefficace e deve pertanto essere aumentata del quadruplo, come previsto dall’art. 164-bis, comma 4, del Codice (da € 150.000 a € 600.000);

VISTA la documentazione in atti;

VISTA la legge n. 689/1981, e successive modificazioni e integrazioni;

VISTE le osservazioni dell’Ufficio formulate dal segretario generale ai sensi dell’art. 15 del regolamento del Garante n. 1/2000, adottato con deliberazione del 28 giugno 2000;

RELATORE la dott.ssa Giovanna Bianchi Clerici;

ORDINA

a Wind Tre S.p.A., in persona del legale rappresentante pro-tempore, con sede legale in Rho (MI), largo Metropolitana n. 5, C.F. 02517580920, di pagare la somma di euro 600.000 (seicentomila) a titolo di sanzione amministrativa pecuniaria per le violazioni indicate in motivazione;

INGIUNGE

alla predetta Società di pagare la somma di euro 600.000,00 (seicentomila), secondo le modalità indicate in allegato, entro 30 giorni dalla notificazione del presente provvedimento, pena l’adozione dei conseguenti atti esecutivi a norma dall’art. 27 della legge 24 novembre 1981, n. 689. 

Ai sensi degli artt. 152 del Codice e 10 del d.lg. n. 150/2011, avverso il presente provvedimento può essere proposta opposizione all’autorità giudiziaria ordinaria, con ricorso depositato al tribunale ordinario del luogo ove ha la residenza il titolare del trattamento dei dati, entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso, ovvero di sessanta giorni se il ricorrente risiede all’estero.

Roma, 29 novembre 2018

IL PRESIDENTE
Soro

IL RELATORE
Iannini

IL SEGRETARIO GENERALE
Busia

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Matteo Salvini e Elisa Isoardi si sono lasciati (e ora come ci siete rimasti?)

La notizia è di quelle che fanno gridare, già vorremmo correre lieti ad addobbare i nostri veroni ma siamo frenati da una sorta di infantile pudore che ci fa riflettere: Salvini e la Isoardi si sono lasciati. Anzi, probabilmente lo ha lasciato lei, ma non stiamo lì a sottilizzare. Lei devo dire che è stata molto delicata: ha postato su Instagram un particolare di una foto della loro vita intima, ringraziando lui di tutto il tempo speso insieme. Un gesto gentile e di una certa qual leggerezza affettiva, non c’è proprio che dire. Lui, che nella foto mostra solo un braccio, non ha obiettato. Probabilmente gli è stata bene questa spettacolarizzazione della loro vita intima, questo mettere in mostra su un social network l’amore che fu, e sigillare così, consegnandolo alla sfera dell’oblio (ma anche al perenne e costante ricordo telematico) una storia che si presume d’amore. Almeno finché è durato.

Perché tutto questo?? Perché questa assenza totale di vergogna e di pudore, nonché di imbarazzo, e questo senso di importanza essenziale della notizia, come se davvero fosse qualcosa da cui dipende il mondo intero, degna di essere riportata su tutti i giornali? Ebbene sì, anche Salvini ha una privacy. E contina ad esserci gente che si lascia senza nemmeno farsi un selfie.

Dell’amore che fu restano ormai solo pochi pixel.

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Non è Facebook che si fa i cazzi vostri, siete voi che glieli raccontate

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Li vedi passeggiare per i bar a ciacciare come forsennati sui loro telefonini, a parlare con gli amici, a passaggiare nervosamente in su e in giù, a twittare, chattare, telefonare e parlare sempre dello steso immarcescibile argomento: “Cosa fare adesso che Cambridge Analytica ha fatto esplodere l’effetto Facebook e ha rivelato che cosa è disposto a fare Zuk… Zik… Zak… sì, insomma, lui, con i nostri dati, quelli che gli conferiamo quotidianamente a ballini interi.

Perché la gentre si è svegliata adesso. Fino ad ora tutti erano impegnati a mandarsi i gattini in linea, i cuoricini, le ricette, le fotografie del dolce fatto la domenica, le foto dei propri figli minori di età (bel problema anche quello lì), gli apprezzamenti (“Oh, come sei bella!” “No, figurati, sei più bella tu!!”), le foto delle scarpine nuove ai piedi, e le dichiarazioni di voto in politica. Adesso, e solo adesso, lo ripeto, questa gente si sveglia, e scopre che Facebook fa un uso distorto di tutte queste informazioni. No, dico, ma PRIMA, questa gente, dov’era??

E perché oggi si fa tanto un pubblicare frenetico di istruzioni sul come disiscriversi da Facebook, quando un articolo pubblicato sul “Fatto Quotidiano” di domentica scorsa metteva in rilievo i pericoli dell’essere iscritti a Twitter, Amazon, Instagram e quant’altro? E’ fatta così la gente. Vuole scappare da Facebook e poi sul telefonino ha WhatsApp che è della stessa proprietà e traccia i profili degli utenti a seconda delle telefonate che fanno (a chi le fanno, quali amici hanno, chi sono i propri contatti in rubrica, chi quelli occasionali e viandare).

Io? Io sono nella merda fino al collo. Ho un blog, un accesso Facebook, WhatsApp sul telefono, Twitter e compro spesso su Amazon. Sono la vittima ideale. Però lo sapevo. E ho accettato il rischio. Chiudere la stalla quando i buoi son scappati mi sembra oltremodo puerile e poco conveniente.

E nessuno che abbia (ancora) capito che in tutto questo gratuito ostentato, il vero prezzo da pagare siamo noi stessi.

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L’insostenibile leggerezza di chiamarlo “Stefano”

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E’ morto Stefano Rodotà e io ci sono rimasto così male da non aver trovato nulla da dire o da dedicargli (non credo sia la stessa cosa, anzi, quasi mai lo è, ma è tanto per dire) nelle ore immediatamente successive la sua morte.

Come la maggior parte di noi ho appreso la notizia via internet, dove era riportata in primissima evidenza sui principali quotidiani nazionali, verso sera. Poi, la mattina successiva, era già passata in second’ordine (via, via, che qui il mondo gira, posson mica star dietro solo a Rodotà che muore lorsignori dell’editoria giornalistica!).

Poi i commenti su Twitter. Io è tanto tempo che mi dico che devo assolutamente iscrivermi ai canali delle istituzioni e dei principali politici italiani, ma leggere quello che scrivono può farmi male ai succhi gastrici, che son già delicatini, per cui mi dedico con tempi e attenzione limitati allo spulciare i loro cinguettii. Ce n’è uno che mi ha particolarmente colpito, ed è quello di Laura Boldrini, di cui non parlo più in questo blog da molto tempo. Ha scritto: Con #Rodotà [mi raccomando l’hastag, che fa più figo] perdiamo uno straordinario giurista [vero!], che si è battuto per il diritto di avere diritti [verissimo, sacrosanto!], anche nell’era digitale. [Perché, nell’era digitale i diritti non valgono?? Va be, passiamole anche questa.” E poi la chiusura finale: “Grazie Stefano”.

Ma come sarebbe a dire “Grazie Stefano”?? Perché lo ricorda e lo chiama come se fosse un amico intimo di infanzia? Perché si conoscevano, d’accordo, mi fa piacere, certamente Rodotà era un uomo dalla compagnia gradevole e da cui c’era sempre qualcosa da imparare, ma diamine, sei la Presidente della Camera, un po’ di contegno e di misura nell’eloquio non guasterebbe. Che so un “Grazie Professore” (per ricordare tutti gli anni di Rodotà spesi nell’insegnamento e nella formazione di generazioni di giuristi), “Grazie Presidente” (per ricordare quello che ha fatto come Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali). Rodotà era un gigante e almeno in articulo mortis merita il rispetto e il doveroso Lei che tutti gli dobbiamo tutti. E che gli deve, a maggior ragione il Presidente della Camera come terza figura istituzionale. Che, evidentemente, non smette di essere Presidente della Camera neanche quando sditeggia su Twitter.

Così ho scritto un controtweet alla Boldrini: “Perché lo chiama ‘Stefano’ come se ci fosse andata a mangiare la pizza insieme fino all’altro giorno?” I miei 140 caratteri di amarezza.

Per tutto quello che ho appreso nella lettura dei suoi scritti, grazie Professor Rodotà!

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Lavori in corso

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Nei giorni scorsi, ve ne sarete resi conto, il blog è stato a tratti irraggiungibile per via di alcune manutenzioni di ordine tecnico (sissì).

Come vedete ho eliminato (sarà la terza o la quarta volta che lo faccio, ma sento che questa è la volta buona, come direbbe Renzi) la pubblicità di Google. La mia pigrizia mi avrebbe imposto di lasciarla, ma si trattava di un contenuto ormai troppo invadente (dal punto di vista dell’occupazione dello spazio) ma soprattutto poco redditizio: dai 20 ai 90 centesimi di euro di media non sono neanche il caffè al bar della colazione. E la mia libertà di opinione vale molto di più (Adsense di Google mi filtrava i contenuti per vedere se erano confacenti alla pubblicità che programmavano su queste pagine). Senza contare che io non bevo caffè e non faccio colazione al bar.

Altra eliminazione importantina è stata quella del banner di Feedjit, anche quello piuttosto severo in termini di risorse di privacy. Certo, non è un segreto se arrivate su questo blog da una ricerca di Google, se ci venite tutti i giorni, o se lo fate grazie a un link di un’altra ricerca (ed era proprio questo tracciamento che Feedjit permetteva). Ma in fondo non serviva a nulla. E va beh, d’accordo che mi piacevano le bandierine.

Volevo anche cambiare il vestitino del blog. Questo lo mantengo perché è semplice e sobrio, ma mi ci vorrebbe qualcosa che sia un po’ più friendly con gli smartphone, magari intanto che ci sono smanetto un po’ però stavolta il blog dovrebbe essere sempre visibile. Se così non dovesse essere abbiate pazienza, mi sto facendo un ballino di cazzi miei.

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Il senso di Pippo Civati per la Privacy

Screenshot da www.civati.it

Io Pippo Civati non lo capisco. E non capirò mai neanche il perché abbia un seguito femminile così acceso e caloroso. Ma parliamo d’altro.

Ha inserito un sondaggio nel suo sito personale. Scopo del sondaggio dovrebbe essere quello di raccogliere il maggior numero possibile di opinioni sull’opportunità di votare la fiducia o meno in Parlamento al neogoverno Renzi e a tutte le renzine e ai renzini che ne fanno parte con malcelato orgoglio. In breve, fiducia o abbandono delle fila del PD. Che, voglio dire, dovrebbe anche saperlo un gocciolino da se solo, invece di chiederlo agli altri.

Per fare una cosa di questo genere basterebbe un formulario a due risposte, visto che tertium non datur e che ubi maior minor cessat.

Macché, sono ben UNDICI domande quando ne sarebbe bastata una, la prima.

Già la seconda è particolarmente fastidiosa: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per votare la fiducia?” Ma come sarebbe a dire “Indipendentemente dalla mia risposta alla domanda 1”?? Se io dovessi dire che la fiducia a Renzi non va votata come faccio a reputare valide alcune ragioni per farlo? In effetti tra le risposte possibili (max. 3) ce n’è una che dice “Non ci sono ragioni valide che giustifichino il Si alla fiducia” e “Sì”, ovviamente, è scritto anche senza accento.

La terza domanda è in par condicio: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per non votare la fiducia?”, quindi rovesciate il ragionamento di cui sopra e avrete le risposta.

Dalla quinta scelta in poi si va sul personale. Ben 7 domande su 11, non c’è male.

Si inizia con il classico uomo-donna, per proseguire con l’indicazione delle fasce d’età (sono compreso nella penultima, “tra i 46 e i 60 anni“, appena scendo negli inferi dell’ultima fascia, “sopra i 60 anni” vado direttamente a Lourdes su un wagon-lit della Croce Rossa). “In quale provincia vive?” “Qual è il suo titolo di studio?” Chissà che cosa cambia nella legittimità dell’espressione di un’opinione tra un laureato di Trento e un contadino con la licenza media di Ragusa (come se a Trento non ci fossero persone con la licenza media e come se a Ragusa non ci fossero laureati!).

Splendido il parco-risposte alla domanda n. 9 “Qual è la sua attuale occupazione?” in cui è contemplata l’opzione “Non sa”. Ma chi è che NON SA quale sia la sua occupazione?? Voglio dire, chi è che esce la mattina di casa e va a esercitare una non-attività in un non-luogo? Giusto il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia“!
E alla fine di tutto “Per favore, inserisca la sua mail.”

Ah, ecco cosa volevi, Civati, non volevi la mia opinione, volevi la mia mail. Non ti bastava il mio anonimato o registrare un semplice indirizzo IP di provenienza. Cos’è, vuoi scrivere a tutti quelli che non sanno quale occupazione hanno? Quelli che sono disoccupati a loro insaputa??

Meno male che c’è un pistolottino sulla Privacy da leggere. Dice così: “I dati personali, anche di natura sensibile, conferiti dall’Utente, saranno trattati esclusivamente per finalità di registrazione dell’Utente e per comunicare con l’Utente registrato.”

Ma è proprio quello che mi preoccupa. Che qualcuno “registri” me quando invece dovrebbe esclusivamente registrare le mie risposte. E anche che qualcuno desideri “comunicare” con me. Perché mai dovrebbe farlo? Vuole sapere se per caso non so che numero porto di scarpe? O se non so chi ho votato alle ultime elezioni?

Va bene, facciamo così: io rispondo e do il mio indirizzo di posta elettronica. Poi gliene chiedo la cancellazione. Se non rispondono o non ottemperano vado dal Garante della Privacy. Seguite il blog, è solo l’inizio.

 

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Confutatis Maledictis

Una signora mi ha detto che il mio blog sta cominciando a diventare noioso.

Senz’altro è vero, ma io sono vecchio e rincoglionito (sicché tendo sempre più spesso a reiterare sempre gli stessi discorsi). Inoltre sono acciaccato, malandato, menomato, zoppo, pensionato d’accompagnamento, in breve, “infelice”, come avrebbe detto il mi’ nonno Armando e questo mi rende vieppiù rimuginante e ripetitivo.

Del resto, cosa volete, anche gli argomenti di cui parlo son tutt’altro che popolari.
Se parlassi di sesso, delle gravidanze delle star, se vi invitassi a donare due euro all’Associazione Nazionale contro l’Unghia Incarnita (Onlus!!!!), se vi rimbalzassi i coglioni con l’ultimo telefonino in pura plastica a soli 535 eurini e ci state larghi, a quest’ora avrei molte più visualizzazioni.

Invece vi parlo di privacy (e il bello è che non la penso nemmeno come voi!), vi parlo di diffamazione (reato odiosissimo ma v’importa ‘na sega a voi, quella degli altri è diffamazione, la vostra è critica!), vi parlo di copyright (e anche lì v’importa ‘na sega a voi, voi la roba la scaricate, peggio per chi ci capita!), vi parlo di Wikipedia e di quanto sia improponibile, ma a voi Wikipedia vi garba di molto, e poi via, Di Stefano, perché questa continua crociata contro Wikipedia? Ora avresti anche rotto i coglioni a criticarla ogni volta che chiede i soldi alla gente.

Crociata?? Io non faccio nessuna guerra, e Wikipedia non è custode del Santissimo Sepolcro.
Vi rompo i coglioni quando parlo del loro vizietto di chieder soldi alla gente? Beh, anche loro rompono i coglioni a chieder soldi a ogni pie’ sospinto, ci mancherebbe altro che non li si possa criticare (ah, no, giusto, la mia è diffamazione, la critica è la vostra).

E poi non mi piacciono Jovanotti, la Boldrini e Saviano. No, via, non va bene così. E avete ragione, sto cominciando a diventare noioso. Sapete cosa c’è?? Che vi pigliate uno spazio web dove vi pare, ci installate WordPress o quello che vi garba a voi, e il blog ve lo fate per conto vostro, così la smettete di rompere i coglioni a me.

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Privacy is not a crime!

Qualcuno mi ha chiesto (bontà sua) cosa io ne pensi delle intercettazioni selvagge rispetto al tema della privacy.

A parte il fatto che ho già scritto qualcosa in proposito, posso condensare il tutto in una breve sentenza: avete voluto l’“intercettatemi pure”, avete voluto il “siamo tutti puttane”, avete gridato “io non ho niente da nascondere!” adesso non vi lamentate!

“Ma tu hai un blog, metti tutta la tua vita in pubblico e poi vieni a ragionare della privacy…”

Sì, io ho un blog ma tutta la mia vita in pubblico non ce la metto. Quanto alla privacy, è molto semplice: la privacy è tutto quello che IO decido che gli altri possano fare (o non fare) con i miei dati e con le mie informazioni. Punto, non c’è altro.

Sembra semplice eppure lo è:

– se io metto sul blog il mio indirizzo e-mail, è perché mi fa piacere che la gente mi scriva sulle tematiche e sugli articoli che tratto nel blog. E quello è il motivo per cui lo pubblico. Se, invece, lo usa per mandarmi della pubblicità, lì sì, mi inalbero. Perché questo non rientra più nei limiti di quello che IO avevo stabilito fosse il confine del mio formire quel dato personale;

– se io scrivo sul blog che ho l’influenza, questo dato deve rimanere circoscritto alla sfera della lettura di pura fruizione (leggasi “cazzeggio”) e nessuna clinica privata è autorizzata, attraverso il mio blog, a raccogliere informazioni sulla mia salute;

– se io metto su Facebook il mio numero di telefono, è perché voglio che Facebook e le persone autorizzate a vederlo possano usufrirne per offrirmi dei servizi o comunicare con me a voce, se credono. Se, invece, in virtù di quella pubblicazione mi telefona l’agenzia dei cuori solitari Cupido per propormi una iscrizione quelli non sono più i MIEI scopi iniziali.

“Eh, va beh, ma tu così ti esponi…”

Anche voi siete esposti, bèi miei naccherini, o pensate che non conferire su Facebook il vostro numero di telefono, ma dare dati riguardo alla vostra religione e al vostro orientamento politico vi preservi ugualmente in saecula saeculorum amen? “Oh, no, il numero di telefono è una cosa così personale…” E il credo religioso e politico no?? Non volete rotture di scatole? Non andate su Internet! Se ci siete (e ci siete) accettate di rischiare, ma poi non venite a fare quelli che cascano giù dal pero se Obama vi incastra mentre parlate con l’amante (paura, eh???).

La privacy è qualcosa di molto articolato. Se voi il numero di telefono invece che darlo a Facebook lo deste al supermercato perché avete completato la raccolta dei punti per l’ottenimento di una zuppiera in purissimo dado da brodo, e poi il supermercato lo cedesse a un altro supermercato, che lo cede a un’agenzia di pompe funebri avete il brodino caldo gratis, la spesa con lo sconto e il funerale con l’offerta speciale, ma intanto il vostro numero di telefono va in giro, e voi ve la prendete con me perché ho dato il mio numero di telefono a Facebook!

Dovreste incazzarvi quando qualcuno fa qualcosa a vostra insaputa coi vostri dati. E anche quando vi dicono che Letta non può essere stato intercettato perché aveva il cellulare crittografato. Perché non li dànno a noi i cellulari crittografati? Noi intercettati e Letta no perché aveva il telefonino strafigo? Va mica bene! Spendiamo centinaia di euro per un telefono che nella migliore delle ipotesi tra sei mesi sarà vetusto e ci pigliano anche per il culo facendoci ascoltare dagli americani.

“Firmi qui qui e qui, è per la privacy e poi ve lo tirano in quel posto perché per pagarvi il macchinone a rate dovete dare la liberatoria alle banche per l’appoggio del RID (“Ha un conto corrente lei?? Allora è tutto a posto, non ci saranno problemi…”). Vi piace avere almeno un paio di carte di credito nel portafoglio? Anche a me, ma si dà il caso che chi ha emesso la mia carta di credito sappia tutto di quello che compro, di quanto spendo, di dove lo compro. Se compro dei libri on line chi emette la mia carta potrà sapere che ho speso X presso il venditore Y, e non i titoli che ho ordinato. Ma quelli li conosce il venditore Y, appunto, e allora sono già due soggetti che hanno in mano i miei dati.

“Firmi qui qui e qui, è per la privacy” e poi lo prendete di nuovo in quel posto perché si dà il caso che se non firmate poi non avete quella prestazione sanitaria. Ma perché il centro che mi fa le radiografie ha bisogno di sapere se sono coniugato o se ho dei segni particolari di riconoscimento? E poi io dovrei firmare “per la privacy” mentre quelli mi chiedono se per caso ho un neo in fronte o con chi sono sposato?

Ecco, volevate il mio pensiero e ve l’ho detto. Ora firmate qui, qui e qui. E’ per la privacy.

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