Vito Comencini: “Questo Presidente della Repubblica mi fa schifo”

Il deputato leghista Vito Comencini, dall’assemblea dei giovani della Lega a Pontida ha dichiarato, insultando il capo dello Stato, “Posso dirlo? Questo Presidente della Repubblica mi fa schifo! Mi fa schifo chi non tiene in conto del 34% dei cittadini”. Al di là dello sfogo ingiustificato per la perdita di poltrone da parte del suo partito, a colpa ed opera del Capitano Salvini, io mi auguro vivamente e con tutto il cuore che Comencini voglia rinunciare alle sue prerogative da parlamentare per affrontare da semplice cittadino le conseguenze a cui inevitabilmente lo porteranno le sue gravi parole. La parte grottesca di questa ennesima farsa è che da quanto riferisce l’agenzia di stampa AGI, Comencini, 31 anni, sarebbe tuttora “studente di giurisprudenza”. Ma nella striscionistica spicciola della deliziosa kermesse ce n’è stato anche per il presidente del Consiglio: “Conte infame per te solo letame”. In breve, esempi edificanti per la gioventù riunita e tristezza unica per le gravi parole pronunciate da un partlamentare della Repubblica, che viene pagato con i soldi dei cittadini e non certo per dare addosso al Presidente della Repubblica. Dal vostro indignato speciale è tutto, linea allo studio.

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Verso il Conte-bis

Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
E le consultazioni del Presidente della Repubblica cominciano domani alle 16. E non c’è più tempo. Il nome di Conte è il primo passo verso l’inciucio giallorosso. Zitti e subire.

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Proviamo anche con Dio, non si sa mai

C’è una cosa che non sopporto (una sola?) ed è quando la gente dice che un governo (come è accaduto con Monti, con Renzi e con Gentiloni) non è espressione del voto popolare e quindi sarebbe, per certi versi, illegale o quanto meno illegittimo. E’ una posizione da ignoranti, da persone incolte, da gente che non sa che le regole sono altre, che i governi non sono eletti dal popolo che, casomai, elegge il Parlamento, che il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica, il quale nomina anche i ministri su sua proposta, che in Parlamento si formano delle maggioranze anche diverse da quelle che hanno sostenuto un governo eventualmente dimissionario, e che se in Parlamento c’è una maggioranza diversa da quella che è uscita fuori dalle urne ed è disposta a sostenere un esecutivo, quell’esecutivo è legittimato ad operare finché la sua maggioranza lo mantiene in piedi. A votare ci si va, normalmente, una volta ogni cinque anni. E che il Parlamento si sbrighi da solo le beghe e le grane di maggioranze, opposizioni e balle varie. Questo tanto per dire che l’inciucio giallorosso tra PD e M5S, se mai si farà, con questa fecondazione in vitro che dovrebbe dare vita a un embrione governativo la cui gravidanza appare sempre più incerta, è legittimo, anche se oggettivamente schifoso, come schifoso era il patto scellerato tra pentastellati e leghisti. Hanno litigato e se ne sono dette di santa ragione per anni, adesso basta, che si mettano in una stanza, o in una pizzeria, o davanti a un aperitivo, o dove loro credono maledettamente meglio, stilino un accordo, se ci arrivano, e salvino la legislatura dallo scioglimento anticipato delle camere e dal salvinismo spicciolo, da tutto questo ciucciamento di crocifissi, di cuori immacolati di Maria a cui affidare il popolo italiano, di vangeli ostentati, di citazioni di San Giovanni Paolo II, di disgraziati lasciati a marcire al largo delle coste di Lampedusa. Non è che la logica del “Proviamo anche con Dio, non si sa mai” funziona a tutti i costi. Anzi, in genere non funziona mai. Lasciando l’Italia nella soluzione perenne del male minore (il futuro governicchio giallorosso sarebbe comunque meglio di un ritorno della Lega al governo o delle elezioni anticipate che Salvini stravincerebbe a mani basse), che non si sa perché bisogna sempre scegliere il male minore, il bene non si può mai scegliere, il bene, quello del paese, è solo nelle mani di Dio e della Madonnina. Proviamoci anche con loro. Hai visto mai?

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Un uomo solo al comando

Salvini vuole:

  • provocare la crisi di governo (e ci riesce benissimo, visto che è compito suo) e determinare le dimissioni del Presidente del Consiglio (che non è lui);
  • fissare la discussione della Conferenza dei Capigruppo al Senato (prerogativa del Presidente del Senato) e la data della discussione della mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio (che non spetta a lui);
  • la sfiducia all’attuale esecutivo (che spetta al Parlamento o a uno solo dei suoi due rami);
  • lo scioglimento immediato delle Camere (compito del Presidente della Repubblica);
  • l’indizione di nuove elezioni gestite dal Viminale di cui lui, fino a prova contraria, è Ministro;
  • la nomina plebiscitaria a Capo del nuovo Governo (prerogativa anch’essa del Presidente della Repubblica).

Un uomo solo al comando. L’ultimo di cui ho notizia era Fausto Coppi. Il primo tentò di scappare su un camion vestito da tedesco.

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Licenza di uccidere

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

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Ordine di carcerazione per Umberto Bossi (e pena sospesa -per ora!-)

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La notizia è di quelle che sono passate in sordina negli ultimi giorni, relegata a pochissime righe in una pagina interna sui quotidiano nazionali, o a un minuscolo link sulle home page dei giornali on line. Umberto Bossi è stato raggiunto da un ordine di carcerazione dopo il passaggio in Cassazione che ha confermato la condanna a 1 anno e 15 giorni di reclusione per il trascolorato leader della Lega, colpevole (a questo punto lo si può dire!) di vilipendio al Capo dello Stato, per aver definiti l’allora Presidente della repubblica Napolitano un “terùn” facendo contemporaneamente un accenno di gesto delle corna.

Dopo la sentenza di Cassazione, la magistratura di Brescia ha chiesto e ottenuto un ordine di arresto per Bossi. Subito dopo, però, ha emesso un’ordinanza di sospensione della pena. Bossi dovrà scegliere in quale forma di detenzione scontare la pena (sostanzialmente se carceraria o domiciliare) o se vorrà optare per la libertà vigilata o per l’affidamento inm prova ai servizi sociali, tutte forme “alternative” per scontare una condanna tutto sommato mite ma esecutiva. Bossi ha svariati precedenti penali al suo attivo (se volete approfondire l’argomento potete guardare la voce a lui dedicata su Wikipedia, che sui morti e i precedenti penali è un vero e proprio portento, bisogna riconoscerlo) e questo, probabilmente, ha fatto sì che una condanna a solo un anno e mezzo, una volta passata in giudicato, diventasse esecutiva.

Ma non è stata ordinata la carcerazione per un mariuolo qualunque. E’ stata ordinata la carcerazione per Umberto Bossi, il Ministro del Welfare dei governi Berlusconi, di cui la Lega è stata alleata per interi lustri. Non è un cittadino comune a dover andare in galera (o, come in questo caso, usufruire delle forme alternative di espiazione della pena), Bossi è stato una figura centrale delle trascorse legislature. E’ stato deputato e senatore, Ministro delle riforme del federalismo (le solite razzate leghiste), Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Col suo carico di carichi (gioco di parole) pendenti è stato anche membro della Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni dal 22 luglio 1999 al 10 giugno 2001. Cioè, chi si occupava della giustizia e dei diritti dei cittadini nel 1999-2001 adesso è stato oggetto di un ordine di carcerazione per vilipendio al Presidente della Repubblica.

Ha fatto parte di quel gruppo di politici di centro-destra che hanno amministrato e governato il Paese negli anni del non ancora terminato berlusconismo. E, come già accaduto per Berlusconi, adesso deve scontare una pena. Fa parte di quel gruppo di politici di spicco  per i quali si stanno lentamente aprendo le porte del carcere (o dei servizi sociali, si veda il caso). E’ solo questione di tempo. Una generazione politica formata da individui per cui la giustizia ha comminato la galera condannando così non già un gesto isolato e occasionale (può succedere a tutti una diffamazione o un vilipendio del capo dello Stato sotto forma di critica apparente, i social network ne sono pieni), ma la logica stessa che sottende e ha sotteso alla loro opera governativa. Non si è condannato un uomo o un politico, si è chiesto il carcere per un simbolo, peraltro tragicamente presente nella compagine governativa attuale.

Ma per l’informazione ufficiale italiana tutto questo conta poco, anzi, pochissimo.

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Mattarella è un uomo onesto

C’è una sorta di perfida retorica nell’informazione generalista (e generalizzata) che ha seguito l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica (nuovo come Capo dello Stato sì, ma di antica e vecchia appartenenza democristiana), quella che lo ha descritto come persona di integerrima rettitudine, onesto, con la schiena dritta (altra espressione dei giornali odiosa e vacua) e profondo conoscitore della Costituzione.

Ora, io queste doti non le definirei una vera e propria notizia a sé stante. Perché che il Presidente della Repubblica sia una persona seria, onesta e di spiccato rigore morale me lo aspetto già dal ruolo che di lì a poco sarà chiamato a svolgere. In breve, mi aspetto che sia migliore almeno di tutti i parlamentari che lo hanno eletto, di quelli radiati dal Parlamento, di quelli che il Parlamento lo hanno preso come un notaio di mera esecuzione dei propri decreti legge, o di quelli che dall’alto del loro scranno bacchettano ora questo ora quello in nome di una morale che si pretende essere elevata a regolamento dell’aula. Non solo mi aspetto tutto questo, ma ESIGO addirittura che il Presidente della Repubblica conosca a menadito la Costituzione, visto che ne è il Garante e visto che deve difenderne i principii anche in nome e per conto di quella parte di Italia a cui lui non piace (voglio dire, dovrà mica piacere per forza, no?).

Sono doti scontate, così come scontato appare questo giornalismo di maniera, questo linguaggio sempre uguale da testata a testata, questo neolecchinismo spicciolo che fa di un evento assolutamente ordinario un articolo di giornale strombazzato in prima pagina.

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La libertà di espressione dei confini li ha!

A pagina 18 di “Internazionale” di questa settimana c’è un trafiletto di Philippe Ridet sui fatti francesi che si intitola “Irriverenti e liberi“. E’ un titolo che non mi piace, perché suggerisce che la libertà di espressione derivi (anche) dall’irriverenza. Come a dire che se dici una preghiera sei meno libero di esprimerti rispetto a quanto tu non lo sia immensamente di più se tiri un rutto alla statua di San Zoccolo da Trinidate di Sotto (o allora? O un c’è la libertà d’espressione?? O un sarò libero di ruttà’ contro chi mi pare? Eh, eh???)

Ma colpisce quel “la libertà di espressione non deve conoscere confini”. Già, sarebbe ganzo. Peccato che, almeno in Italia, i confini ci siano. La diffamazione è uno di quelli, ma non è il solo. Ci sono anche i cosiddetti “reati di opinione”, come le ipotesi di attività antinazionale del cittadino all’estero (art. 269 c.p), propaganda e apologia sovversiva o antinazionale (art. 272 c.p.), lesa prerogativa dell’irresponsabilità del presidente della Repubblica (art. 279 c.p.), delitti contro i culti ammessi dallo Stato (art. 406 c.p.).

Dirà il pio Baluganti Ampelio: “MA perché, se sono all’estero e trovo la bandiera italiana un ci posso sputà’??” Macché! Però a Parigi il nostro inverecondo lettore potrà trovare milioni di persone marchiate gauche-caviar pronte a scendere in piazza con Erdogan, mica cotica!

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Il privilegio di studiare in una scuola più sexy

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato: «All’inizio dell’anno scolastico capita di affrontare la scuola con riluttanza, perfino come un pesante dovere, ma la scuola, il poter studiare è soprattutto un privilegio». Che strano, io pensavo che fosse un sacrosanto diritto riservato a quanti volessero dare voce e realizzazione alle proprie ispirazioni individuali. Ma forse mi sbaglio.

Il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, a sua volta, ha affermato: “Dobbiamo rilanciare una scuola che sia più attraente… più sexy. Sarebbe necessario lanciare la Costituente dell’istruzione”. Una scuola sexy?? Com’è una scuola sexy??? Cosa si deve fare in una istituzione degna dell’aggettivo “sexy”? Si deve sculettare? Si deve ballare sulla colonna sonora di “9 settimane e mezzo” sulla cattedra? Si programmeranno corsi intensivi di seduzione per gli insegnanti come aggiornamento??

E i ragazzi? Un articolo di Flavia Amabile su “La Stampa” chiarisce che, seguendo una ricerca dell’Università Milano Bicocca, “più sono connessi [si intende alla rete] meno studiano”. Ah sì?? Davvero??? E io che pensavo che a stare su Facebook tutto il giorno a scambiarsi micini e bacini si diventasse dei profondi conoscitori dei “Paralipòmeni della Batracomiomachia” di Leopardi, o anche in grado di dissertare con una certa disinvoltura sul bosone di Higgs o sulle tendenze dell’economia sociale di mercato. E invece NON studiano o studiano di meno o studiano pochissimo. Ma questo lascia stupiti. Non ce lo saremmo proprio mai aspettato. Anzi, in genere usano il web per accedere a siti di interesse spiccato ed evidente (generalmente a luci rosse), strano che non imparino qualcosa.

Beh, certo. Con una scuola sexy…

[Questo è l’ultimo articolo sulla scuola che scrivo per un bel po’ di tempo]

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Laura Boldrini: “Non si può tirare in ballo il Presidente della Repubblica”

ANDREA COLLETTI. Ho presentato un emendamento – giustamente dichiarato inammissibile dalla Presidenza, ma lo sapevo già – in cui finanziavo la Presidenza della Repubblica con 70 mila euro. Lo finanziavo al fine di contrattualizzare un docente di diritto costituzionale che potesse vagliare la costituzionalità dei decreti-legge. Eh sì, perché ci sono dei requisiti per poter firmare un decreto-legge, è la Costituzione che lo dice, e allora colui che firma ed emana questi decreti-legge deve ricordarsi che la penna con la quale firma la deve intingere nell’inchiostro della Costituzione. (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Ed invero, ed invece, l’attuale Presidente della Repubblica, che in realtà funge anche da Presidente del Consiglio dei ministri e forse anche da capo indiscusso del PD e del PdL, dovrebbe rileggersi questo libello, è proprio qui, glielo possiamo anche regalare (mostra copia della Costituzione) e capire che non siamo una monarchia costituzionale con a capo re Giorgio I, ma siamo in una Repubblica parlamentare.

PRESIDENTE. No, però lei non può parlare così del Presidente della Repubblica, lei lo sa questo. Ne abbiamo già discusso in altre occasioni.
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Popolo della Libertà, Scelta Civica per l’Italia).

ANDREA COLLETTI. Perché no? È scritto nella Costituzione: Repubblica parlamentare.

PRESIDENTE. Sì, però lei sa che non può chiamare in ballo il Presidente della Repubblica e anche questo fa parte del Regolamento.

ANDREA COLLETTI. Allora non lo chiamerò.

PRESIDENTE. D’accordo, la ringrazio di questa cortesia.

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La terra degli oranghi

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Sul caso Calderoli-Kyenge sta succedendo l’inverosimile. E l’inverosimile è che nessuno chiama più le cose con il loro nome, limitandosi a un constatazionismo da paura.

L’ha paragonata a un orango. E poi ha detto: “Il mio è un giudizio estetico e non politico”. Cazzo, ma è un’aggravante, non un’attenuante. Vuol dire che non si è messo sul piano delle idee a criticare una persona nel merito di quello che dice ma ha fatto un paragone inqualificabile volendo dare un “giudizio estetico”. Ma paragonare estericamente una persona a un orango NON è un giudizio estetico, è un’offesa bella e buona.

Calderoli, del resto, aveva già detto che in fondo quella “battuta” (anche qui si noti il linguaggio fine e delicato) l’aveva fatta in un comizio. E quindi? Vuol dire forse che in un comizio una offesa cessa di essere offesa e diventa automaticamente battuta per il fatto di essere contemplata nell’alterco politico? Non mi pare proprio.

Letta, d’altra parte a pregato Maroni di intervenire, pena il caos. Ma non ho capito, perché Maroni? Letta non è forse il Presidente del Consiglio dei Ministri? Glielo dica lui a Calderoli, che oltretutto è anche vicepresidente del Senato. Ha proprio paura di chiederne le dimissioni, che deve far portare il suo pensiero al destinatario da qualcun altro?

Salvini, dal canto suo dice a Napolitano di tacere (che è meglio), perché lui si INDIGNA con la maiuscola con chi si indigna con la minuscola. Un ricorso stilistico niente mali per far vedere che c’è una indignazione di serie A (la sua) e una di serie B (quella del Presidente della Repubblica). Indignazione mangia indignazione e anche per Salvini quella di Calderoli è una battuta, eh, beh, ci mancherebbe altro.

Cappi di Forza Nuova a Pescara e l’assessore veneto Stival che dice che quello offeso è stato l’orango, completano la disgustosa e melmosa kermesse di rimpalli di responsabilità, precisazioni, scuse, atti formali e dispettucci vari. Del resto in Italia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ma nessuno ha mai pensato di dire che quelle parole non si cancellano con delle scuse formali, arrampicandosi sui rami di un ragionamento per affermare quello che non si può affermare, perché a pronunciarle, oltre che a un membro di un partito è anche ma SOPRATTUTTO il vicepresidente del Senato. C’è da chiedersi, al di là di ogni retorica spicciola e di ogni falsa solidarietà alla Kyenge (sui social network ne è apparsa molta, e sinceramente disgustosa almeno quanto le parole che hanno generato tutto questo cancan) se Calderoli non sia indegno di proseguire il suo mandato istituzionale non tanto e non solo perché ha paragonato un ministro della repubblica a un orango, ma anche e in particolare perché non può più fornire quella serenità e quell’affidabilità necessarie, assieme all’equilibrio indispensabili per presiedere una seduta. Pensate solo un attimo se la Kyenge dovesse riferire al Senato e fosse proprio Calderoli a presiedere.

Inutile, non lo vediamo. E stai a vedere che gli oranghi siamo noi!

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Per Stefano Rodotà Presidente della Repubblica

da: it.wikipedia.org

E’ risaputo che l’elezione alla presidenza della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica di Laura Boldrini e Piero Grasso mi lascia piuttosto perplesso. Ma soprattutto insoddisfatto.

C’è da sognare, dunque. Sognare che, a questo punto, Stefano Rodotà venga eletto Presidente della Repubblica. Uomo retto, preparato, di grande cultura giuridica ed estremamente sensibile ai diritti di ciascuno. Chi meglio di lui?

Nessuno, certo. E sarà per questo che non sarà eletto. Gli verrà preferito un uomo del sistema, un vecchio notaio costituzionale brontolone e ringobbito. E’ la diciassettsima legislatura, bellezze…

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