Luca era gay. E Sanremo era bello

Una volta Sanremo era proprio bello.

Il primo che io ricordi fu quello del 1968, vinto da Sergio Endrigo con una strepitosa "Canzone per te", che, da bambino, non so perché, ero convinto si intitolasse "La mia mano" (che razza di titolo è "La mia mano"?) probabilmente perché c’è un punto della canzone che fa "chissà se finirà/se un nuovo sogno la mia mano prenderà…", e mi rimase impressa così. Ancora oggi è una delle canzoni italiane che preferisco.

Me le ricordo ancora le canzoni dei Sanremo di una volta, rivedo ancora la povera Marisa Sannia che cantava "Casa bianca" di Don Backy, mi sembra ieri che José Feliciano commuoveva l’Italia degli anni ’70 con un paese sulla collina paragonato a un vecchio addormentato.

L’anno in cui sono nato vinse "Non ho l’età", e Mike Bongiorno che presentava si congratulò con "la signorina Gigliola Cinquetti".

Ieri hanno fatto vincere un pirlotto di Mediaset che per l’occasione è stato premiato da Maria De Filippi (e chi se no?), il marito di Costanzo, così tanto per far vedere che il berlusconismo impera anche in RAI.

Sanremo è stato fazioso ma non ingiusto. Il secondo posto, giustamente, è andato a Povia che ha cantato "Luca era gay", canzone indubbiamente di squisita fattura, ottimo gusto, realizzata con singolare capacità argomentativa, metricamente ineccepibile, cantata insieme a una signorina composta e soprattutto senza offendere nessuno. Chiaro che una canzone del genere non poteva che prendersi il Premio della Critica e i battimani dell’intellettualismo italiano.

Ridateci i Jalisse!
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