PECcati veniali

Il mio datore di lavoro (Pubblica Amministrazione) deve mandare al mio datore di stipendio (Ufficio del Tesoro) alcuni incartamenti che mi riguardano.

Per farlo usa la tradizionale raccomandata.

Sia il mio datore di lavoro che il mio datore di stipendio sono dotati di caselle di Posta Elettronica Certificata.

L’affrancatura della raccomandata è a carico dei cittadini contribuenti. Se usassero la PEC non ci sarebbero costi per nessuno. Io non ho parole. O, meglio, le ho. Ma è meglio che non le scriva.

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La Posta Elettronica Certificata che non arriverà mai

Il mio cosiddetto “datore di lavoro” ha una casella di posta elettronica certificata.

Anch’io ho una casella di posta elettronica certificata.

Entrambi conosciamo i rispettivi indirizzi. Quindi possiamo inviare comunicazioni di qualunque tipo, incluse dichiarazioni d’amore, con il valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno a costo praticamente zero (la mia PEC costa 5 euro l’anno IVA esclusa, meno di una raccomandata di tipo tradizionale).

L’altro giorno ho ricevuto una raccomandata cartacea con ricevuta di ritorno.

Prezzo dell’affrancatura 4 euro. Cioè, i cittadini italiani hanno speso 4 euro per mandare a me una raccomandata con ricevuta di ritorno quando il mio datore di lavoro (che, evidentemente, per le spese postali, accede a un fondo pubblico) avrebbe tranquillamente potuto inviarmi un allegato in PDF con recapito praticamente istantaneo, al posto dei due giorni di trasporto impiegati dal cartaceo.

Noi siamo in leggera controtendenza.

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