L’apostrofo che fa i fanghi alle Terme di Buçaco (Portogallo)

Le terme del Buçaco sono quelle in cui andava il personaggio di Pereira a fare le cure per dimagrire. Il film di Roberto Faenza, interpretato da un magistrale Marcello Mastroianni, ci restituisce un Portogallo “primo”, quasi “primitivo”, per questo dotato di un’aura di sacralità immensa, che su un sito web del cui nome non voglio ricordarmi
è stato storpiato dall’uso dell’apostrofo. Anche questa è sciatteria.

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Nas caricias quentes: in morte di Antonio Tabucchi

Avere avuto la possibilità, anche solo per un’ora, di incrociare Antonio Tabucchi come insegnante è stata una delle esperienze più singolari che potessero accadermi.

L’ho sempre detto e sostenuto: ho avuto la fortuna di avere maestri straordinari. Antonio Tabucchi è stato uno di loro.

Mentre la sua fama di scrittore decollava con “Sostiene Pereira”, io ero uno studente di lingua e letteratura portoghese che scopriva Camoes, Eça de Queiroz e la cronachistica portoghese del trecento, la letteratura di viaggi che si trasformava sempre più in picaresca, ma lasciamo perdere le disquisizioni.

La più grande consolazione che ho, è che Antonio Tabucchi è morto fuori dall’Italia, in un Paese libero e che amava, in quella Lisbona che sfavillava, come all’inizio del romanzo di Pereira.
E lontano da quelle accuse di diffamazione e da quelle richieste di risarcimento milionarie esose che, pure, non ne incresparono l’integrità morale e il rigore intelletyuale neppure di un millimetro.

A Maria José de Lancastre, che non si ricorderà di me, ma poco importa di me, il ringraziamento per averci dato, assieme a Tabucchi, tutti i Pessoa possibili.

Resti con noi, Professor Tabucchi. Nas caricias quentes.

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Il Vaticano su Jose’ Saramago: “scelse di essere la zizzania”

E’ piuttosto facile prendersela con i morti.

Sono li’, non rispondono, anzi, hanno il pallore tipico di chi, oltre a non avere più vita , non ha, evidentemente, nemmeno più idee, a parte quelle che ha scritto quando “era”.

Così, invece di essere in un momento di tristezza culturale per la morte di un Premio Nobel per la letteratura, evento che dovrebbe essere sempre foriero di riflessione, qualcuno ha pensato di trovarsi nella pubblicità che dice “Ti piace vincere facile?”.

Il qualcuno in questione è la Chiesa Cattolica (Bòm-ci bòm-ci bom bom bom…) che ha sottolineato, con la carineria, il garbo, e il rispetto verso chi ha idee diverse che Saramago “Scelse di essere la zizzania nell’evangelico campo di grano”.

Fine, vero? Soprattutto nei confronti della famiglia, decisamente piu’ garbato di un telegramma di cordoglio, che ormai non fa più scena, mlo mandano tutti.

Sputare sui cadaveri, però, è uno sport che in Vaticano, rimesse a posto la palestra e la piscina del giovane Wojtyla, continua ad essere praticato.

Saramago o chi per lui, nell’ultimo post sul suo “Caderno” (il blog che curava) aveva riportato o fatto riportare l’ultima citazione da un’intervista del 2008, in cui dichiara, alla fine: “…mi sembra che senza idee non si vada da nessuna parte.”

Infatti.

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E’ morto Jose’ Saramago, il Premio Nobel rifiutato dalla Einaudi



«Non pubblico la mia nuova raccolta di saggi con Einaudi perché in essa critico senza censure né restrizioni di alcun tipo Berlusconi, il quale è il ca­po del governo ma anche il proprietario della casa edi­trice, come di tanti altri mezzi di comunicazione in Italia. La verità è che quella che si è creata potrebbe es­sere definita una situazione pittoresca se il fatto che un politico accumuli tanto po­tere non facesse temere per la qualità della democra­zia.»

(José Saramago, +2010)
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Lezioni di cultura e civilta’ dalla Grecia

Siamo arrivati al dover prendere lezioni di civiltà anche dalla Grecia, che è sempre stata il fanalino di coda dell’Unione Europea, la Cenerentola del Mediterraneo, la piccola fiammiferaia dello Tzatziki e dell’Ouzo.

La lezione di civiltà, evidentemente, non è quella della delinquenza che, in Grecia come dappertutto, non manca -e lo si è visto con i morti e i feriti di oggi-. Di delinquenza ad altissimi livelli, casomai, noi ne abbiamo da esportare.La lezione è quella di chi può ancora contare con la possibilità di mandare la gente davanti al proprio Parlamento per esprimere il proprio dissenso, che è una cultura che in Italia si è persa o, più probabilmente, non c’è mai stata.

E’ la cultura del dissentire, del non essere d’accordo, del dirlo, del gridarlo quando è necessario (ed è sempre più necessario!) del farsi sentire parte attiva della popolazione che ha eletto un Parlamento e che, da brava parte attiva, esercita il controllo sulle istituzioni.

Il dissenso in Italoia non esiste. Camera dei Deputati e Senato sono espressioni silenti e machiavelliche di una popolazione che ci si identifica e che non ha nessun interesse a contestare perché va bene così, figuriamoci.

Da domani tocca al Portogallo.
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Le piu’ belle cartoline dei lettori – Richiesta di prestiti

Come sempre mi dichiaro devoto al sempiterno lettore Guareschi Antenore (o Papanti Pilade, ora non me lo ricordo), per avermi inviato, durante la sua permanenza in terra lusitana, una variegata iconografia di cartoline che costituiscono repertorio imprescindibile per l’opera di divulgazione dell’estetica del bello tra i lettori più attenti.

E’ il caso di questa pregiata icona, dal titolo originale "Ciavresti mica dumila euri da prestàmmi, no eh??"

Non c’è che da ribadire le imperiture gratie al Guareschi e alla di lui legittima, la quale si è pur tuttavia schifata di firmare la portoghese finezza.
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Le piu’ belle cartoline dei lettori – Piccole donne crescono



Dunque, come vi dicevo, il mio amico Morganti Pìlade è andato a Lisbona (a proposito, anch’io sono stato a Lisbona nel dicembre scorso, ve l’ho mai detto? No, eh??), e mi ha facilitato, tra le altre, questo pregiatissimo trìttico (trìttico?) intitolato "Piccole donne crescono".

Nella foto, le sorelle Argìa, Adelina, Maila e Marusca Papeschi, stanno per intonare la cantata "Mein Freund ist mein, und er gibt es mir recht viel!" ("Ir mi’ bimbo è mio e me lo dà dimolto!") di un giovanissimo Johann Sebastian Bach di passaggio a Livorno, composto dopo che aveva mangiato uno dei famosi panini dell’Orco.

In primo piano il fiore di cactus, simbolo di pace e di prosperità in famiglia.
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Le piu’ belle cartoline dei lettori – Danza propiziatrice

Oggi son particolarmente lieto e gàrrulo.

Difatti, mentre zompettavo bel bello verso casa, perché mi sono evitato una riunione scolastica, grazie a un fax che mi cambiava di sede dieci minuti prima del suo inizio, ho viesto quella buona donna della postina che, rivolgendosi a me col suo consueto fare delicato e per nulla invasivo, mi ha detto: "Toh, ma che ci farai con tutte queste cazze di cartoline?"

E io da capo a spiegarle che era il mio caro amico Palleschi Ivonne vedovo Orzalesi ma risposato Risaliti a farmi omaggio d’una paccata di materiale iconografico che ha raccolto apposta per me durante la sua transumanza in quel di Lisbona, dove ha recato seco anche la preziosa druda Ofelia Sacripanti in Marrucci.

Nell’opera iconica intitolata "Badalì caschi!" si vedono Corinna Sgargarozzi e Ucrelia Palleschi intente in danze propiziatorio allo scopo di marcare il territorio per la conquista del maschio, ripreso in secondo piano, tale Uribeschi Libero, che agguantato l’attrezzo pensa "Ora le infilzo!"

Come potevo non essere grato al mio amico Ivonne per tutto questo?
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Wikipedia e la Baixa piu’ grande del Portogallo che la ospita

Mi dichiaro debitore al colitico Fabio Mont… Bernardeschi Otello (o Paglianti Anchise) che, dovendo programmare il suo viaggio con relativa permanenza a Lisbona (a proposito, non ricordo bene se vi ho detto che anch’io sono stato a Lisbona, nel dicembre scorso…) ha pensato bene di andarsi ad informare su Wikipedia.

Così, scopriamo alla voce "Baixa" che tutti possono raggiungere via web all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Baixa) che detto quartire di Lisbona, ricoprirebbe "un’area di circa 235 000 km²". Calcolando che il Portogallo ha una superficie di 92.391 km² sarebbe il primo esempio di quartiere più grande dello Stato che lo ospita.

Imbarazzante…
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Jose’ Saramago rifiutato da Einaudi in onor di Berlusconi

José Saramago è uno scrittore portoghese.

Ha scritto cose a volte interessanti, a volte da omogeneizzarsi i testicoli dentro un frullatore. Certo, è meglio farci quattro chiacchiere davanti a un buon bicchiere di vinho verde che leggere il suo "Viaggio in Portogallo", ma è una brava persona, ha un grandissimo talento ltterario, e l’Accademia di Svezia gli ha concesso il Premio Nobel per la Letteratura. Conoscerlo e farlo conoscere è cultura generale, come avrebbe detto Camilo José Cela, che, guarda caso, è un altro Premio Nobel.

Saramago, alla veneranda età di 89 anni ha un blog. Si chiama "O cuaderno" (Il Quaderno) e vi raccoglie appunti, riflessioni e interventi sulla vita portoghese e internazionale.

Come spesso succede, quando ci sono degli scritti di un qualche interesse e valore da raccogliere, ne ha fatto un volume (di carta) da pubblicare e far circolare tra i lettori.

La sua casa editrice italiana, Einaudi, ha però rifiutato di tradurre e pubblicare il libro perché conterrebbe l’asserzione che Berlusconi sia un "delinquente" e che l’Italia si trovi in una situazione di grave, gravissimo pericolo.

Einaudi è stata la casa editrice che ha pubblicato Natalia Ginzburg, che ha stampato la traduzione di Fernanda Pivano dell’Antologia di Spoon River, che ha fatto uscire Primo Levi, i romanzi di Sciascia erano suoi, prima di passare a quei deliziosi pasticcioni di Adelphi. Einaudi ha pubblicato Elsa Morante, il suo "La Storia" fu il primo libro edito direttamente in collezione economica, perché anche chi aveva possibilità economiche limitate potesse leggerlo (clausola perentoria dell’autrice, più che delicatezza della casa editrice, ma si apprezza lo sforzo…)

Einaudi che rifiuta Saramago pr salvare il suo Signore e Padrone Berlusconi è roba che fa schifo alle blatte!

Non comprerò mai più un libro di Einaudi, e così spero sia di voi.
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Lisbon Story 06 – La Ginginha della Espinheira

Nei dopopasto, durante il mio viaggio a Lisbona (perché mi pare di avervi già raccontato di essere stato a Lisbona, non ve l’ho ancora detto? Beh, ora lo sapete…), amavo andare alla Stazione del Rossío, e raggiungere, poco lungi, un antico spaccio del liquore di ciliegia portoghese, la famosa Ginginha.

Ginginha è il diminutivo di Ginja, ciliegia, appunto, e il paradiso degli ubriaconi si chiama "A Espinheira".

E’ uno di quei posti monotematici che mi piacciono tanto. Si vende Ginginha e solo Ginginha. In bottiglie da un litro, da 750 ml. o in bicchierini di vetro, da bere lì sul posto.

Niente tavoli, solo un bancone. E uno stuolo di avvinazzati.

I tipi che vi servono ("tristi come un militare di Brindisi", direbbe Stefano Benni), se sceglierete (come vi consiglio) di gustarvela lì, vi chiederanno "com fruto o sem fruto?" Vogliono sapere se la volete con tre ciliegine o no. Chiedete le ciliegine e ammirate l’abilità prestidigitatoria di versare le tre cliegie dal collo della bottiglia.

Poi compratevi un litro di Ginginha come souvenir, e una volta a casa provate a versarla nei bicchierini con tre ciliegine di numero… è peggio che fare il cubo di Rubik!

Ma la Ginginha è proprio deliziosa. Appena appena un po’ troppo dolce, forse, ma mandorlata al punto giusto (ché io non ho mai capito come fa la gente a sentire la mandorla nei liquori, nel vino rosso, perfino nell’olio extravergine d’oliva, mi sembrabo tutte delle gran coglionature, ma questa volta è vero…)
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Lisbon Story 06 – Gli ex voto del Dottor Sousa-Martins

In un punto inizialmente non ben meglio identificato di Lisbona (ve l’avevo già detto che ci sono stato a fine dicembre?) c’è una statua, peraltro bruttina, dedicata a un certo Dottor Sousa-Martins.

Il posto, in realtà, si chiama Campo de Santana, e il Dottor Sousa-Martins era un tipo piuttosto orinale, l’unico santo laico di cui io abbia avuto notizia.

Brillante personalità, fine umorista, medico di valore e maestro formidabile, si ammalò di tubercolosi.

Pur di non cedere alla malattia si suicidò nel 1897 non prima di aver coniato la storica frase "La morte non è più morte di me!"

E’ veneratissimo, e per grazia ricevuta riceve una valanga di ex voto, simili più a delle lapidi tombali, che ho immortalato in questa istantanea che vi rifilo tastando il tastabile.
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Lisbon Story 03 – Pastéis de Belém

Insomma, vi dicevo che il Monasterio dos Jeronimos a Belém, da solo, vale una visita a Lisbona. La foto del chiostro è solo esemplificativa, qui sotto c’è un brevissimo filmato (oh, cosa volete, l’ho fatto col cellulare, non sono mica Spielberg…) ancor più esemplificativo, nel senso che quando l’avrete visto non ci capirete un accidente, per cui andateci.

Ma non è solo un tempio di cultura e di spiritualità (che, francamente, della seconda, ne abbiamo piene le tasche), è anche e soprattutto il crogiuolo in cui nacque la semplice ma efficace ricetta dei Pastéis de Belém, piccoli pasticcini di pasta sfoglia e crème brulée da consumarsi con un caffé (ma io vi consiglio un Porto Ferrer!!) abbondantemente spolverati di zucchero a velo ma soprattutto di cannella.
Serviti ancora caldi e croccanti si sciolgono in bocca e costituiscono una vera e propria esperienza spirituale (quella vera!)

Si consumano preferibilmente nella Pasticceria di Belem, che dal 1877, su antica ricetta, ne sforna a centinaia al giorno.

E’ un luogo meraviglioso, ornato di azulejos, in cui troneggia una citazione dai Lusiadi di Luis de Cam

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Wikisource e la poesia ignorata

Sono ancora qui a dichiarami grato a quegli di Wikisource, uno dei progetti-satellite di Wikipedia) per aver dimostrato innegabile umorismo involontario.

Ho consultato la voce di WikiSource che corrisponde alla pagina

http://it.wikisource.org/wiki/Alma_minha_gentil,_que_te_partiste

perché c’è un rimando dalla voce principale di Wikipedia, che è quella riferita al più grande poeta portoghese Luis de Camões, che, guarda caso, è l’autore del sonetto "Alma minha gentil que te partiste" (Mia anima gentil, che ti partisti).

Tralasciando queste cose, (la letteratura portoghese? Perché, esiste??), si dovrebbe capire che si tratta di un *sonetto*, dunque di una composizione poetica, dunque di una struttura che vorrebbe che si andasse a capo alla fine di ogni verso.

Invece l’hanno pubblicato con un verso dietro l’altro.

Recentemente la Wikimedia Foundation ha raggionto oltre sei milioni di dollari di donazioni, ma non pare che i prodoitti messi in linea siano "adeguati" qualitativamente alla percentuale di donazioni.

Perché la gente paga per aiutare un progetto che offre un servizio come questo?

Questo post ha avuto un seguito.


Alle 19 della data del mio intervento ho ricevuto da Andrea Zanni di Wikisource una mail di chiarimenti, a cui faccio seguire la mia replica.

Wikisource ha cancellato il sonetto incriminato (ecco la schermata):



Che dire? Che il blog funziona e che le notizie arrivano. Meglio così! : - )


Egregio sig. Valerio Di Stefano,

in riferimento a quanto scritto da lei nel suo sito,
(…)

vorrei farle notare che:
* Wikisource è una biblioteca libera, che nasce esattamente dallo spirito e con la collaborazione del Progetto Gutemberg, che lei sembra apprezzare

* Wikisource è una biblioteca libera in lingua italiana, per cui il sonetto citato è già stato cancellato (probabilmente verrà trasferito nella Wikisource portoghese)

* il sonetto citato non era stato formattato, e dato che il software MediaWiki non "legge" i normali a capo, la poesia era visualizzata non correttamente, come da lei evidenziato.

Le faccio inoltre notare che, stando alla cronologia della pagina, l’IP XXXXXXXXXXX alle 11:25 del 4 gen 2009 ha inserito il testo, e l’amministratore XXXX alle 11.48 l’ha cancellato.
Ora, che lei scriva un post di un blog (senza commenti abilitati, mi pare) denigrando un’intero progetto per una cosa del genere mi sembra un pochino esagerato.
Mi sarebbe piaciuto postare questo nei commenti del suo blog, ma non mi paiono abilitati.

Se vuole fare un giro per Wikisource, e vedere ciò che facciamo e come lo facciamo, è il benvenuto.

Cordiali saluti

Andrea Zanni — Utente:Aubrey

Gentile Signor Zanni,

grazie per essersi preso il tempo e la cortesia di scrivermi, cercando anche il mio indirizzo di posta elettronica "diretto" che non è un mistero per nessuno, (ma, comunque, ci vuole un po’ di tempo).

La Sua mail mi dimostra che il mio blog "funziona", e che, bene o male (più bene che male), le notizie si spargono.

Non Le nego che la cosa mi spaventa un po’, perché non pensavo (e non penso) che il mio blog fosse (sia) così seguito. Ma tant’è.

Quanto al merito di quello che mi scrive, Le dirò in tutta franchezza e sincerità che Wikipedia, così com’è, non mi piace per niente.
E’ una mia opinione personale, certo (e come tale la esprimo), ma trovo che quello che fa la qualità di un’opera di consultazione è l’affidabilità e la serietà dei contenuti.
Preferisco di gran lunga un’opera "chiusa" e con i diritti d’autore, ma seria e affidabile a un’opera "aperta" ad altissimo rischio di errori e di inaffidabilità. Perché sulla cultura non transigo.

E’ ovvio che l’ideale sarebbe avere un’opera scientificamente affidabile, aperta e accessibile a tutti, ma questo non è il caso di Wikipedia.

Lei mi dirà: "Ma se non Le piace, perché non fa qualcosa per collaborare e renderla migliore?" La risposta è semplice: "Perché questa è falsa democrazia."

La differenza di opinioni non si esprime solo dal di dentro (sarebbe troppo comodo!), ma anche e soprattutto dal di fuori.
Wikipedia pubblica delle cose, io se trovo che Wikipedia scriva delle stupidaggini (che è cosa ben diversa dalle inesattezze) lo dico sul mio blog (come, credo, sia mio preciso diritto).
Del resto non ci si può aspettare che l’enciclopedia più consultata al mondo vada esente da critiche esterne.

Rispetto a Wikisource, Lei la paragona al Project Gutenberg (e non "Gutemberg") ma io credo che questo paragone non sia neanche proponibile.
A me sembra, piuttosto, un concentrato di copia e incolla, un po’ maldestro, che punta ad essere un riferimento interno a Wikipedia.
Come dire, i libri meglio averli in casa che riferirsi alle copie che si trovano nelle
biblioteche.
Non trovo nulla di male nel copiare LiberLiber o il Project Gutenberg stesso.
Ma almeno che si abbia la cortesia di dirlo, perché la gente non è stupida e lo vede. Personalmente, anche qui, ho scelto un’altra strada e non me ne sono pentito.

Circa la breve vita del sonetto di Camoes su Wikisource, prendo atto di quello che mi scrive, ma il rischio è anche quello che in una mezz’ora scarsa qualcuno arrivi su quella
voce e la legga.
Il software che gestisce l’iniziativa non supporta gli "a capo", Lei mi dice, e non è certo una cosa da poco.
Che dire? usate un altro software, se volete andare avanti con quello vi esponete alle critiche della gente.

Infine comprendo molto il Suo rammarico nel non trovare nel mio blog la possibilità di commentare i post.
Glielo spiego in una sola parola: "Scelte!"
In rete ci sono iniziative aperte a tutti, e blog su cui la gente non può commentare. Mi viene da dire che il mondo è bello perché è vario ma è una stupidaggine.
Diciamo che il mondo è bello perché spesso si può fare ciò che si crede meglio senza dover rendere conto a nessuno.

Se vorrà, comunque, e se me ne darà l’autorizzazione, posso pubblicare la Sua mail e la mia risposta nello stesso post "incriminato".
Così le voci saranno perfettamente
bilanciate.
Naturalmente leggerò con interesse un suo eventuale scritto in merito a quanto Le ho esposto.

Con i saluti più cordiali.

Valerio Di Stefano

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