Io non sto con il Ministro Madia. E nemmeno col suo gelato!

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C’è qualcosa di vecchio e di stantìo nell’ondata buonista e filopiddina seguita alla pubblicazione, da parte del settimanale “Chi”, di alcuni scatti fotografici che ritraevano la Ministro Madia intenta a gustare un gelato. E a montarli, ad arte, in modo da alludere a prestazioni di ben altro genere, complice il titolo “Ci sa fare col gelato”.

Ora sia chiaro, la Ministro Marianna Madia, come chiunque di noi, è libera di mangiarsi un gelato in santa pace e di leccarsi le dita senza che questo debba diventare pretesto per qualcuno per ricamarci sopra a iosa. Ma poi basta così. Perché ciò che, invece, risulta stomachevole, è la pioggia di messaggi di solidarietà che sono piovuti sui social network e su tutto il web in queste ore.

Perché, voglio dire, è “Chi”. E’ roba nazional-popolare, un feuilleton che lo compri oggi, in mezz’ora hai finito di scorrerlo (“leggerlo” mi sembrava un termine eccessivo), lo metti via, ti dimentichi del contenuto e te lo ritrovi nel negozio della parrucchiera o nella sala d’aspetto del medico. E’ un rotocalco che ci campa sul filo del detto e del non detto, del vedo e non vedo, del tocca e non tocca, del c’ero e non c’ero -Di Stefano ora basta!-, cosa pretendevano questi solidali del tweet, che pubblicassero l’opera omnia di Antonio Gramsci in una nuova edizione critica riveduta? O che offrissero ai lettori una copia omaggio dei “Canti” di Leopardi?? O magari un CD con l’integrale delle Ouvertures di Francesco Maria Veracini, che tanto sapete assai voi chi era? Questa è editoria che tira a far ciccia, e per ciccia s’intende carne, viande, meat. Che poi sia vera o costruita non importa.

E allora “Uno schifo”. “Qualcosa di disgustoso”. E la senatrice Laura Puppato: “Solidarietà a Marianna Madia per la squallida e incredibilmente perversa copertina di Chi“. E ancora: “Questo è giornalismo criminale. Inutile, sessista. Non so in che altro modo definirlo” (Pietro Raffa), “Sempre peggio, sempre più giù. Che esempio per i giovani e le donne?” (Noemi Grillo), “Il servizio è talmente becero che non riesco neanche a provare pena verso Signorini. Che schifo” (Francesca Bianchi), “Un giornale non può permettersi di fare servizi come quello fatto sul gelato e la Madia” (Matteo Ornati)

Ma perché, quando la Madia ha snobbato i giornalisti accusandoli di non essere “di rinnovamento” durante la sua passerella alla Leopolda, quello non è disgustoso? E l’operato del governo di cui fa parte, che rifiuta di parlare con le parti sociali e se ne fa anche un vanto, pur di far passare il cosiddetto Jobs Act che detto così sembra il nome di una pratica erotica, per non parlare (ma parliamone per carità) del fatto che gli insegnanti, dopo gli interventi dei governi di destra (cioè degli alleati del PD) dovranno attendere ancora un anno prima di avere gli scatti di anzianità di servizio ai fini economici? E che dire del fatto che un avvocato, solo perché fa parte del Governo, è tra i primi firmatari di un decreto che mina alla base la Costituzione e abolisce il Senato? Se di cose disgustose bisogna parlare, allora c’è solo da dire che ce ne sono di ben peggiori di un servizio fotografico sulla Madia che ciuccia il gelato. Perché io da Signorini me lo aspetto che pubblichi una roba del genere su “Chi” mentre da chi mi governa (che dovrebbe essere migliore di me) non me lo aspetto che mandi avanti un esecutivo in questo modo cialtrone. Non me ne importa nulla della solidarietà della Puppato nei confronti della Madia (che fa parte di quel governo che le sta tirando via la poltrona del Senato da sotto il sedere): è con il popolo italiano che dovrebbe essere equa e solidale. Più della cioccolata dei campesinos boliviani, per Dio! La ministro Madia è un personaggio pubblico, potrebbe stare un po’ più attentina ai paparazzi volanti. Noi siamo privati cittadini, ognuno nel proprio dolore, ogni tanto qualcuno la sera chiude la sua azienda di famiglia e va a buttarsi giù da un cavalcavia perché non ha più di che pagare i debiti e i dipendenti, ma no, macché, ci s’ha da pensare al gelato della Madìa, noi…

Non Focaccia; non questi che m’ingombra

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C’è qualcosa che ancora non torna nell’intricata vicenda Cancellieri, e che mi spinge a tornarci sopra (del resto sono sul MIO blog e parlo un po’ di quello che mi pare, va bene??).

La Procura di Torino ha deciso di non contestare al Ministro della Giustizia alcun reato. Bene.
Gli atti saranno trasmessi, per un approfondimento, alla Procura di Roma. Bene.

Letta difende la Guardasigilli fino a che non ci saranno novità e la Guardasigilli non si dimette perché non ha commesso nessun reato. Male. Male assai.

Perché in Italia abbiamo l’assurda pretesa di far dimettere un politico -o un tecnico prestato alla politica, come nel caso della Cancellieri- SOLO se ha commesso un reato. E a volte nemmeno in quel caso.

Il fatto che il “penalmente rilevante” faccia la differenza è, di per sé, aberrante. Perché anche se non costituisce reato, il fatto che un ministro della giustizia abbia detto alla famiglia di una detenuta, sua conoscente ed amica, di disporre pure di lei per qualunque cosa, è e rimane un fatto grave che dovrebbe giustificare le dimissioni.

Il Ministro della Giustizia svolge le sue funzioni nei confronti di chiunque, non solo di quelli che gli chiedono di svolgerle in un certo modo.

Il Ministro della Giustizia è uguale per tutti. Se non sa garantire questa uguaglianza alla popolazione detenuta se ne deve andare. Non importa se abbia commesso un reato o meno.

Ci sono tante cose che non costituiscono reato ma che possono essere riprovevoli per chi le compie. Per esempio, se un insegnante va a scuola a fare lezione in abiti sporchi e trasandati, se non si lava da giorni, se puzza di sudore e di alcool, se ha il fiato come una fogna di Calcutta, se rutta in classe e all’intervallo si accende un mozzicone ciucciato di sigaro toscano genitori e dirigenti sarebbero preoccupati sulla sua effettiva capacità di portare avanti la sua funzione.

Eppure non è un reato non lavarsi, avere l’alito pesante e indossare abiti sporchi. Non lo è nemmeno fumare il toscano.

Nel caso Cancellieri è il senso dell’etica che è andato perduto. Quello stesso senso che fece dimettere la Idem per molto meno e che ora tutti hanno miracolosamente smarrito.

 

PS: Spiegazione del titolo: “Farina” è Vanni de’ Cancellieri. Il verso è il 63 del XXXII dell’Inferno.

Vice-ministro si dimette per un video pseudo-“erotico”. Non è successo in Italia

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Screenshot da lastampa.it

Su “la Stampa” leggo la notizia di una vice-ministro che si è dimessa, o è stata costretta alle dimissioni per un video che si presume “erotico” e che di “erotico” ha ben poco.

Mi sono stupito, lì per lì. Poi lo stupore è rientrato. Non si tratta di una vice-ministro italiana, ma costaricense. E io che lì per lì avevo finito col credere che qualcosa da noi fosse cambiato, pirla che sono!

Ho voluto approfondire un po’ di più la questione. Intanto ho ascoltato il sonoro. Un video di un minuto e mezzo in tutto in cui la Signora dice al destinatario delle riprese che lo ama, che non è abituata a fare questo tipo di cose (un video dal contenuto “amoroso”), ma che le fa solo ed esclusivamente per lui. Lui che chiama “mi vida”, ovvero “vita mia”.

Quindi il video è una prova d’amore. Un atto privato. Che non credo la vice-ministro (della cultura, peraltro) abbia deciso di pubblicare autonomamente su YouTube a beneficio di un pubblico indeterminato (sarebbe stato come suicidarsi), ma che sarà stato in qualche modo fatto recapitare all’amato in privato.

Il problema, dunque, è che una vice-ministro, nel suo privato ha fatto quello che voleva. E che poteva fare. E qualcuno l’ha incastrata divulgando il tutto su YouTube.

Avrebbe, forse, dovuto perdere l’amore, non il posto di vice-ministro. 

Lusi in the sky with diamonds

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Il Partito Democratico ha impallinato Lusi perché non poteva fare altro, stretto tra l’uscita dall’aula del PDL da una parte (mossa umanamente bieca e volgare ma politicamente astuta) e volto palese dall’altra.

Sono rimasti quasi soli a mandare in galera uno che si era presentato nelle loro liste nel 2008 e che è stato spedito nel limbo del Gruppo Misto non appena si è cominciata a sentire puzza di bruciato, ben consapevoli com’erano di quello che arrostiva sul fuoco.

La colpa, ci mancherebbe anche altro, è di Beppe Grillo. Se non ci fosse Beppe Grillo e la sua indignata massa di persone che leggono “il Fatto Quotidiano” e che ce l’hanno con i privilegi della Casta (ma quarda un po’ questa gente che s’indigna contro chi la rappresenta e legge anche quello che vuole, ma come si permette???) non avrebbe fatto tutta questa paura al Parlamento, che sarebbe stato libero di salvare anche Lusi.

Il vero capro espiatorio, dunque, non è Lusi, ma Grillo, a cui vengono attribuiti poteri che non ha. Non esiste “il sacrificio di uno per salvare tutti”, il Partito Democratico lo sa benissimo di essere in profonda crisi e che anche se risultasse il primo partito d’Italia non governerebbe più di sei mesi.

E’ un sistema che cade a pezzi e invece di spostarsi per prendere i calcinacci in testa vuol farci credere che piove.

Franco Barbato si autosospende dalla carica di Parlamentare per un’inchiesta preannunciata dalla stampa

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L’onorevole Francesco Barbato (Italia dei Valori) ha annunciato quest’oggi la sua autosospensione dalla carica di parlamentare dopo aver appreso dai giornali di essere coinvolto in un’inchiesta del PM Woodcock della Procura della Repubblica di Napoli.

“Da domani in quest’Aula sarete 629: io mi autosospendo da deputato”. Ha detto.

E prima di entrare nell’aula di Montecitorio ha spiegato: “Non sono indagato, e in ogni caso la mia posizione è limpida. Ma la questione è un’altra. Se un politico finisce sui giornali perché coinvolto in un’inchiesta, è bene che non partecipi all’attività politica”.

C’è qualcosa che non torna. Barbato dice di non essere indagato. E se non è indagato perché si autosospende? Perché l’hanno scritto i giornali? Ma i giornali non dovrebbero emettere avvisi di garanzia, o avvisi di conclusione delle indagini, per quelli deve pensarci la magistratura inquirente. Non ci si autosospende in presenza di un sospetto. Lo si fa, casomai, se e quando questo atto è stato formalizzato e notificato alle parti. Non perché sia di per sé obbligatorio autosospendersi o dimettersi, ma perché non lo si fa solo per sentito dire.

E poi cosa vuol dire che uno si “autospende” (ovvero quando non si partecipa alle discussioni in aula o ai lavori delle commissioni di cui si fa parte)? Ce lo spiega lo stesso Barbato: “Ovviamente mi ridurranno lo stipendio, come accade quando non si partecipa all’attività parlamentare”. E’ una sorta di cassa integrazione volontaria, ma non certo un autolicenziamento dalla carica di deputato. Voglio dire, uno straccio di stipendio minimo dovrà pur prenderlo (anche chi è stato sospeso dallo stipendio e dalla funzione pubblica percepisce un assegno alimentare) e a occhio e croce lo “straccio” di stipendio minimo di un parlamentare deve essere assai più alto del minimo dei minimi che percepisce il dipendente pubblico sospeso d’ufficio per qualche inadempienza.

O si dimette (e lascia il posto al primo disponibile dei non eletti, possibilmente non indagato), o continua a fare il deputato facendosi nemmeno troppo scudo del principio costituzionale che stabilisce la colpevolezza dopo una sentenza definitiva passata in giudicato.

I deputati sono per legge 630. Si decida, o sta fuori o sta dentro. Al Parlamento, s’intende.

Cosentino: il giorno del giudizio – Il testo (PDF) della richiesta di autorizzazione all’arresto

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Stiamo perdendo il senso delle cose.

I giornali on line aprono tutti (tranne "Il Fatto Quotidiano") con la notizia di una strage familiare avvenuta a Trapani. Tra meno di un’ora comincerà alla Camera dei Deputati il dibattito, cui seguirà il voto, sulla richiesta di autorizzazione all’arresto del deputato Nicola Cosentino.

E’ sempre così. Quando sta per succedere qualcosa di importante per le istituzioni, i giornali (soprattutto quelli che percepiscono denaro pubblico) nicchiano, temporeggiano, parlano d’altro. "La Stampa" ha perfino allestito una pagina in cui un inviato a Montecitorio aggiorna via SMS la situazione del dibattito. Per ora è riuscito solo a commentare gli "ammàppela!" di D’Alema. Un po’ pochino come introduzione a un dibattito così importante.

Il "Corriere" mette la notizia in quinta posizione, dopo il rincaro della benzina e la messa in rilievo di un video del team della Gabanelli che intervista un tassista che confessa di evadere il 40% delle tasse (ci voleva la Gabanelli, evidentemente, per renderci edotti del fatto che in Italia esistono categorie e ordini professionali in cui largheggia l’evasione fiscale…).

I soli commenti di Palazzo sono le posizioni contrapposte di Bossi e Di Pietro. Bibì e Bibò si fronteggiano dicendo l’uno che contro Cosentino le carte non dicono nulla, e l’altro ribattendogli che non le ha lette.

Nel dubbio, le carte sulla richiesta di autorizzazione all’arresto di Cosentino sono qui, scaricabili in formato PDF.

Leggiamole noi per primi, e facciamoci, a prescindere da come andrà, una opinione personale basata sulla conoscenza. Il resto lasciamolo al teatrino della politica, o a quello che ne resta.

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Frattini indagato per abuso d’ufficio sulla base di un esposto di un cittadino

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(screenshot da Repubblica.it)

Dunque Frattini è indagato ufficialmente dalla procura della Repubblica di Roma per abuso d’ufficio.

Solita retorica. Da una parte la magistratura dice che l’iscrizione nel registro degli indagati e la trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri sono un atto dovuto, dall’altra il politico indagato risponde che si sente sereno e attende con assoluta tranquillità il corso della giustizia.

Cazzo, avessi sentito mai un magistrato dire una cosa del tipo "Non dovrei nemmeno iscriverlo questo qui nel registro degli indagati, ma lo faccio per uno scrupolo di coscienza professionale, magari un giudice potrebbe anche assolverlo, perché potrei anche avere torto a formulare questa accusa", così come non ho mai sentito un politico indagato dire "Non sono affatto tranquillo,  anzi, me la sto facendo sotto."

La cosa che fa pensare è che l’indagine è partita sulla base di un esposto di un militante vicino a Futuro e Libertà. Un cittadino. Magari dalle idee politiche un tantinellino discutibili, ma pur sempre un cittadino. Che ha informato la magistratura di un evento di cui è venuto a conoscenza. E cioè che Frattini avrebbe acquisito delle documentazioni da Santa Lucia che attesterebbero che la famosa casa di Montecarlo è di proprietà di Tulliani, cognato del Presidente della Camera. E che non poteva farlo perché non era di sua competenza.

Ora,  Frattini ha  risposto in Parlamento, cioè in seduta pubblica usando quelle documentazioni. Com’è che la Magistratura agisce sulla base dell’esposto di un cittadino e non in base all’evidenza della pubblicità dell’agire di Frattini?
Voglio dire, se io vedo il mio vicino che tutte le sere riceve le visite, poniamo il caso, di una puttana minorenne ma non troppo, poniamo il caso di diciassette anni e mezzo, e vedessi la traviata uscire dalla sua casa tutte le sere con un mucchio di soldi in una busta, poniamo il caso conferitigli a titolo di pagamento della sua prestazione sessuale, lo vedo solo io. E’ chiaro che la Magistratura non lo può sapere se non glielo dico.

Ma che diamine, Frattini va in Parlamento, ne parlano tutti i giornali, l’abuso d’ufficio è perseguibile d’ufficio, ci voleva l’esposto del privato cittadino per far partire un’indagine?

Pare di sì, perché in Italia la notitia criminis non può passare attraverso l’osservazione della realtà da parte dei magistrati. E’ la logica del sentito dire. Io ti indago perché ho sentito dire da qualcun altro che tu hai fatto questo, non sono io che mi prendo la briga di verificarlo direttamente.

La calunnia, si sa, è un venticello.

Nichi Vendola a “Che tempo che fa”

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Non so se avete visto "Che tempo che fa" su Rai Tre, stasera.

Io stavo mangiando una bresaolina lèggia lèggia con un po’ di limone, un filino d’olio extravergine d’oliva, cui ho fatto seguire un assaggio di un aspic di carne e cotiche di piede di porco (perché con quattro fettine di bresaola e via si sta difficilmente in piedi) e mi sono apparsi due tipi che hanno detto di chiamarsi Paolo e Luca, conosciuti dal grande pubblico come "Le Iene", cui è stato affidato il compito intellettualmente gravoso di condurre il Festival di Sanremo.

Uno di loro ha detto (ma per scherzare, nèh?) che ama andare in palestra per sentire l’odore del sudore dei maschi, poi ha parlato della nipotina appena nata che appena l’ha presa in braccio le ha "cagato addosso".

Che, voglio dire, sono argomenti che quando uno mangia, la domenica sera, fanno anche piacere. Insomma, uno digerisce meglio, fa spazio tra i succhi gastrici e non ha bisogno dell’apporto serale e caritatevole dello storico Digestivo Antonetto.

Poi è arrivato Nichi Vendola.

Fazio, da conduttore e portatore degli interessi dell’azienda, quando il Presidente della Regione Puglia ha detto che la Fiat fa una macchina tutto sommato mediocre gli ha, di rimbalzo, ribattuto: "E’ una sua opinione, Presidente…"

Ma certo che è una sua opinione, scusa, lo chiami per un’intervista, quello esprime una considerazione personale, di chi deve essere l’opinione, del lattaio all’angolo? Del fioraio del cimitero monumentale? Ne avranno anche loro, indubbiamente, e allora, se ti interessano,  vai e intervista loro. Se inviti Vendola è chiaro che le opinioni sono sue.

No, la considerazione di Fazio era molto più sottile: "E’ una Sua opinione" ma, soprattutto "se ne assume ogni responsabilità" (perché guai a dire che la azienda automobilistica di bandiera fa delle vetturette "mediocri"). Solo che la seconda parte della considerazione Fazio non l’ha detta.

Ma una domanda tremenda gliel’ha fatta. C’è da vergognarsi del servizio pubblico a sentir rivolgere a un politico la seguente questione:

"E’ meglio vincere male o perdere bene?"

Dico, ci si può anche svegliare alle tre di notte e mettersi a piangere per una cosa del genere.

Ma che razza di domanda è?

E lì Nichi Vendola avrebbe avuto l’occasione di mettere l’assist in gol, di prendere al volo l’occasione per una rovesciata di buon senso e di buona politica.

Avrebbe potuto dire: "E’ molto meglio vincere bene!" (perché, notoriamente, la scelta obbligata in Italia è quella tra il male maggiore e il male minore). Avrebbe vinto le elezioni, anticipate o no che fossero, a mano bassa.

Avrebbe potuto dirlo ma non l’ha fatto. Ha preferito rispondere "E’ meglio perdere bene", come per dire che lui perderà, e perderà di sicuro.

E a questo punto c’è da vergognarsi della politica.

E’ il ritorno alla normalità dopo l’ebbrezza delle feste. Domani è solo lunedì.

Berlusconi ottiene la fiducia della Camera

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E così è stata espressa la fiducia alle prostitute, alla politica che si compra a buon prezzo, alla nipotina del Presidente Moubarak, al fondo che non è stato raggiunto perché non basta ancora, all’Italia che se ne va alle suddette prostitute, all’Italia che si compra a buon prezzo, all’italia nipotina di qualche zietto presidente, all’Italia che non ha ancora raggiunto il fondo.

La mail a deputati e senatori per il B.-Day

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E’ inutile, non c’è niente da fare, stiamo aspettando il 14 dicembre (dopodomani, ormai) come se si trattasse della data oltre la quale tutto non sarà più come prima.

Attendiamo il voto di fiducia o di sfiducia alla Camera dei Deputati come se fosse una finale di Coppa del Mondo di calcio o l’ora X dell’impatto di un meteorite sulla terra.

E ci chiediamo chi vincerà il match o se il sassolino dallo spazio andrà a colpire qualche zona abitata del pianeta piuttosto che andare a scaraventarsi nell’Oceano.
Si comincia già a guardare gli altri in cagnesco, a tirare dritti, a fare gesti scaramantici e a grattarsi le parti intime, a evitare di parlare dell’argomento perché si fa finta di rispettare le opinioni altrui, quando, invece, non ce ne importa un fico secco.

Il previsionismo la fa da padrone, dunque.

E alle Camere prevedono già che ci saranno manifestazioni di protesta. E siccome hanno la sfera di cristallo, deputati e senatori hanno ricevuto una mail preventiva in cui si scrive testualmente:

“Si comunica che il giorno 14 dicembre prossimo, in concomitanza con la discussione presso le Camere delle mozioni sulla fiducia al Governo, sono previste manifestazioni di protesta che potrebbero interessare le zone circostanti le sedi del Parlamento.

Allo scopo di tutelare l’ordine pubblico, la Questura di Roma ha predisposto una serie di servizi, comprendenti anche posti di blocco volti ad impedire l’avvicinamento dei manifestanti ai palazzi del Senato e della Camera dei Deputati, in modo da evitare il ripetersi di episodi come quello del 24 novembre scorso, allorché alcuni manifestanti tentarono di accedere dall’ingresso principale di palazzo Madama.

In considerazione delle difficoltà che il dispositivo di sicurezza potrebbe comportare nell’accesso al Senato, l’Amministrazione ha richiesto alla Questura di garantire il transito dei Senatori e dei dipendenti, previa esibizione del tesserino di riconoscimento personale e del contrassegno di transito dell’autovettura; eventuali difficoltà che dovessero essere frapposte al transito dal personale di polizia presente sul territorio potranno essere segnalate telefonicamente alla Centrale operativa del Senato (tel. 06 xxxxxxxx), che provvederà – compatibilmente con la situazione – ad esperire ogni azione utile alla soluzione del problema. Si suggerisce, tuttavia, di anticipare l’arrivo in Senato alle prime ore della mattinata, in quanto successivamente l’eventuale concentrazione dei manifestanti in corrispondenza dei posti di blocco potrebbe rendere fisicamente impossibile il transito”.

Così nessuno potrà più avvicinarsi per tirare le uova alle sedi del Parlamento impegnate a contare i voti pro o contro Berlusconi, ivi compresi quelli dei trànsfughi dell’Italia dei Valori che hanno il mutuo da pagare.

Rinviata la decisione della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento

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Sicché la decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità o meno del "legittimo impedimento" è stata rinviata dal 14 dicembre al 10 o al 25 gennaio (non si sa ancora bene).

Non è certamente un rinvio tecnico, visto che ce lo conferma lo stesso neo presidente della Consulta De Siervo, che tende a precisare, si badi bene, "noi non siamo di parte".

Vorrei anche vedere il contrario!

De Siervo, però, sostiene che serva un clima più tranquillo per giudicare, e che, probabilmente, questa tranquillità non sarebbe garantita dalla concomitanza del voto di fiducia in Parlamento sul governo Berlusconi, prevista per la stessa data.

Ora:

a) la data del 14 dicembre per la decisione sul "legittimo impedimento" era stata prevista dalla Corte Costituzionale ben prima che venisse calendarizzata alla Camera per la discussione della mozione di fiducia, quindi in un momento in cui non c’era minimamente da dubitare sulla serenità di giudizio che avrebbe dovuto caratterizzare la decisione;

b) i poteri costituzionalmente garantiti (e il potere giudiziario è un potere costituzionalmente garantito) sono, proprio per questo, indipendenti.

Per cui, mi si spieghi perché il fatto che il potere politico debba decidere sul Presidente del Consiglio può influire sulla serenità di giudizio della Corte Costituzionale che è un potere a parte, ma soprattutto indipendente.

Il rinvio, dunque, acrà solo l’effetto di prolungare per circa un mese o qualcosa di più l’effetto del legittimo impedimento sul Presidente del Consiglio che:

a) se sarà messo in minoranza resterà in carica per il disbrigo degli affari correnti fino all’insediamento di un nuovo esecutivo (dunque, continuerà a usufruire del legittimo impedimento se e fino a quando sarà ancora legge dello stato a tutti gli effetti);

b) se incasserà la fiducia avrà la possibilità di pensare alle contromosse da prendere nel caso la consulta dovesse giudicare incostituzionale il legittimo impedimento.

Il rinvio non sarà certo un regalo a Berlusconi, ma non è neanche un segnale coerente per il paese.

E’ come se un treno ritardasse la partenza solo perché deve salire un passeggero che, guarda caso, quel giorno deve arrivare con la coincidenza di un autobus di un’autolinea pubblica.

"Il clima è troppo surriscaldato, vogliamo evitare letture politicizzate della sentenza", ha proseguito De Siervo.

E io che pensavo che la giustizia facesse il proprio corso a prescindere da tutti e da tutto.

Ma questo, forse, vale solo per i comuni cittadini.

Aspettando Godot e il B. Day del 14 dicembre

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C’è un’aria strana in giro, come quella della quiete prima della tempesta, come di una tromba d’aria che si annuncia con un soffio di vento appena appena percettibile, ma guarda te che razza di metàfore che trovo di prim a mattina…

Tutto è sospeso, rimandato, aggiornato al 14 dicembre. Il B-Day. Il giorno in cui sapremo se quest’omino umile, dai modi garbati e sensibile ai cambiamenti, disposto a rendere giustizia, omaggio e rispetto ai diversi poteri dello Stato, cadrà sotto il peso dei traditori finiani o sarà salvato dai voti dei radicali schierati a difesa unica e immarcescibile di Pannella, ormai diventato l’ombra di se stesso (non lo votavo nemmeno quando votavo radicale, figuratevi…).

Nel frattempo tutto è chiuso, la Camera dei Deputati, per esempio, giusto per dimostrare al paese che quello che, con un’ipèrbole, viene chiamato il "disbrigo degli affari correnti" viene trasformato in un fancazzismo pròno alla questione di fondo, che, per inciso, dovrebbe essere quella di rappresentare gli italiani nella funzione legislativa e non certo quella di starsene a casa (pagati, eh, s’intende, chè in Italia ci sono solo due categorie di persone pagate per non fare nulla dalla mattina alla sera, i politici e gli insegnanti…).

Siamo tutti lì come degli imbecilli ad aspettare. Come se da questa decisione della Camera dei Deputati di salvare o meno un omino di bassa statura coi capelli incatramati dipendesse non solo l’esito del governo del paese, ma addirittura la sorte di tutti noi, delle istituzioni, dei servizi, delle libertà individuali. Qualcuno sta attribuendo a questo evento poteri sinistramente divinatòri, sempre per la tradizione tutta italiana di cedere alle lusinghe del pensiero determinista e raziocinante, per cui "Se Berlusconi si salva supero un esame", "Se Berlusconi va giù mi ubriaco di champagne…" e quant’altro.

Ci riempiranno di pronostici e dibattiti: "Ballarò", "Anno Zero", i telegiornali, le testate giornalistiche sul web e non. Per fortuna che la trasmissione di Fazio e Saviano è finita se no ci saremmo dovuti sorbire l’insostenibile litania degli elenchi di chi aspetta senza sapere che cosa.

Il 14 dicembre saremo liberi non tanto da Berlusconi (che ha ottime probabilità di sfangarla anche stavolta) ma dell’immobilismo che in suo nome ci viene imposto. E staremo tutti peggio.

Svolta a destra

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Sei un frequentatore di Facebook?
Non puoi fare a meno di apparire e farti vedere dai tuoi numerosissimi amici degli amici degli amici che ti tàggano anche nelle più banali e ìnfime questioni di dubbia utilità intellettuale?

Allora non avrai potuto fare a meno di osservare questo bel cartello stradale di svolta a destra:



Iniziative? Opinioni? Blog? Informazione? Da oggi grazie anche a Facebook puoi averle anche tu, e con una bella fiamma tricolore come iconografia. E potrai perfino, come i gladiatori romani, far vedere a tutti il tuo pollice recto, così la storia saprà che a te ti piace.

Poi dinne male…

Il Messaggio–semolino di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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Roma, 31 dicembre 2009

Buona sera a voi che siete in ascolto.

Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende.

Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l’Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.

Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale : non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d’uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie.

Proprio questo è invece accaduto nel corso dell’ultimo anno. L’Italia – sempre restando ancorata all’Europa – ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L’Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.

Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro.




Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.

Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani.

C’è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi; ce ne stiamo sollevando; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell’Italia; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subìto colpi non lievi; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l’occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.

Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell’economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa: affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo – dalla crisi deve e può uscire un’Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l’impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani.

Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi: le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale, elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi "atipici", comunque temporanei.

Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell’attenzione politica e sociale, e quindi dell’azione pubblica. L’economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l’Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l’Italia, si può dare una risposta ai giovani che s’interrogano sul loro futuro.

C’è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà: ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.

Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest’anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l’orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia; la passione e l’impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura.

Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell’insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l’opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.

Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare: proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà.

La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale; in quel campo, è vero, non si può più procedere con "rattoppi", vanno presentate e dibattute un’analisi e una proposta d’insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato. Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito.

E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla. Ho detto più volte quale sia il mio pensiero; sulla base di valutazioni ispirate solo all’interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali.

La Costituzione può essere rivista – come d’altronde si propone da diverse sponde politiche – nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L’essenziale è che – in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione – siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.

Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell’intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordem
ente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.

Il nuovo slancio di cui ha bisogno l’Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà: e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest’anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell’Aquila e dell’Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.

E’ necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari: penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.
Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.

Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.

E’ necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.

Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l’impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo – che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell’allarme per il clima e per l’ambiente – ritroviamo l’ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l’esigenza dell’unità della nazione italiana.

In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto: esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E’ uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell’aggressione al Presidente del Consiglio: si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.
Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione : un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò.

Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all’estero. Mi ha detto – dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale – che lui e i suoi "ragazzi" traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.

Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all’opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell’ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali.

E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.

Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all’Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall’America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l’esempio della nostra pace nella libertà.

Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall’Italia ma con l’Italia nel cuore.

Ancora buon anno a tutti.

Il colore viola – Dopo il No Berlusconi Day, quasi quasi Berlusconi lo voto anch’io

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Parole vuote – Contraddittorio

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Ci sono delle parole che stanno perdendo valore. Le stanno svuotando, sono praticamente dei contenenti senza contenuti, sono delle robe tristissime, come Oliver Hardy senza Stan Laurel, come le imitazioni delle Pringles alla paprika del Lidl, come un militare di Brindisi (questa metafora non è mia, è di Stefano Benni, e mi è sempre piaciuta), triste come un Ponce alla Livornese che si è freddato, come un libro di Paulo Coelho, come una locomotiva a nafta della linea Bassano del Grappa-Padova, come un raffreddore in piena estate, come le copertine dei libri della Adelphi di qualche anno fa, come una tisana di biancospino e melissa per dormire.

E più vengono usate più si svuotano di senso e la gente non capisce più un cazzo che cosa vogliano dire.

Ultimamente va assai di moda il



Pare che tutto, per avere un’anima politically correct debba per forza avere un "contraddittorio". State guardando un’intervista in TV? Qualcuno sta parlando male di Berlusconi? Eh, non si può perché ci deve essere il "contraddittorio" dalla parte che si ritiene venga offesa. Già, ma che razza di ocntraddittorio ci può essere in un’intervista che raccoglie solo ed esclusivamente i pensieri dell’intervistato? Nessuno. Non ce ne frega nulla del contraddittorio, perché ogni pensiero, ogni informazione, ogni tipo di messaggio veicolato è, per definizione, fazioso e di parte.

Cominciò a limarci sordo lo zerbino Fabio Fazio quando, intervistando Marco Travaglio, disse che il giornalista non poteva ripetere una circostanza pubblicata su un suo libro a proposito dell’attuale Presidente del Senato Renato Schifani, per il semplice fatto che mancava il contraddittorio. E allora?? Non siamo in un processo penale in cui il contraddittorio è indispensabile, non c’è da creare nessun incidente probatorio, sono le opinioni di un giornalista che, fino a prova contraria, se dice il vero non è perseguibile, se sta diffamando un’alta carica dello Stato deve essere giudicato per quello che ha fatto.

Floris (altro zerbino) a Ballarò (altra trasmissione di regime) ha tenuto Berlusconi in diretta per 20 minuti solo perché il Capo del Governo aveva scambiato una trasmissione per un’aula d’accusa.

Il contraddittorio lo invocano i colpevoli. Per quanto mi riguarda niente contradditori, sono un preconcezionista già di mio.

Diana Blefari Melazzi: in morte di una brigatista e in agonia dello Stato

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C’è qualcosa di inquietante nello Stato se lo Stato abdica alla sua funzione costituzionalmente stabilita, di esercitare la certezza della pena e tendere alla rieducazione del reo.

Se una brigatista si impicca in carcere, dopo aver dato evidenti segni di squilibrio e di instabilità psicologica al limite della compatibilità carceraria, tanto da far ritenere necessario un trattamento sanitario obbligatorio.

Diana Blefari Melazzi si è tolta la vita dopo la conferma all’ergastolo stabilita dalla Corte di Cassazione. E c’è da chiedersi allora come mai non è stata protetta la sua incolumità personale e perché, soprattutto, non è stato protetto il diritto dello stato di esercitare l’erogazione della pena.

Una donna che avrebbe dovuto essere sorvegliata a vista, un esempio attraverso il quale lo stato avrebbe potuto dimostrare che "ergastolo" è una pena edittale, l’occasione di poter restituire alla società una persona nuova.

Il detenuto, ultimamente, fa più comodo da morto che da vivo. Soprattutto se sta per iniziare a collaborare.