Sonetto per Federico Maria Sardelli

Facesti il mondo di Barocco intriso
dacché nascesti e allor tu’ padre
cercò, meschin, di farti all’arte aduso
ma fìe preferivi, e pur leggiadre.

Quando voltasti il pur sprezzante muso
al pubblico plaudente a più non posso
già t’eri dato, in un spregior soffuso,
ad essere tutt’un col Prete Rosso.

Le danze, le ciaccone e le gavotte,
pavane, minuetti e rimalmezzo,
di stéccoli, micini e Lancillòtte,

furiosi Orlandi e Angeliche mignotte,
Bach che lo guardi con regal disprezzo
son tutte al tuo sapere scienze esatte.

 

(ora però basta Sardelli!)

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Un’altra poesia senza apostrofo

Gli errori di ortografia arrivano a pacchi anche su YouTube. Sull’onda degli anni ’70 ho trovato questo delizioso “Un altra poesia”, scritto senza apostrofo. Il riferimento è al brano degli Alunni del Sole. Il cui testo invece l’apostrofo ce l’aveva e come.

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Edoardo Sanguineti, morto di malasanita’

Ora, ditemi voi se quest’omino qui, che si è sempre occupato di poesia, che parlava di linguaggio e open source, un signore di ottant’anni amabile, dalla faccia assolutamente non offensiva, che scriveva cose come " La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina", ecco, ditemi voi se un omino così deve morire in un pronto soccorso per le conseguenze di un aneorisma, senza minimamente venire soccorso per più di due ore, perché non è un codice giallo.

Sono i poeti e gli intellettuali a morire di malasanità, a fare la fila a un pronto soccorso di un servizio sanitario pubblico. Sono loro e i poveracci. Perché far morire un poeta significa condannarlo all’oblio, e di Edoardo Sanguineti, il giorno dopo, non si ricorda quasi più nessuno.
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Vent’anni dalla morte di Giorgio Caproni, poeta

Livorno e’ una citta’ che dimentica i suoi figli e li disperde ovunque.

A Livorno gl’importa ‘na sega se te ne vai, e quando torni non ti riconosce nemmeno. Amare una città così è, quanto meno, obbligatorio.

Vent’anni fa moriva il poeta Giorgio Caproni, uno dei massimi esempi di capacità versificatoria, una delle anime più sensibili del XX secolo.

Nacque a Livorno, in Corso Amedeo, ha scritto versi meravigliosi con titoli che, da soli, valgono tutta una vita di poesia: intitolare un libro di poesia "Il seme del piangere" vuol dire avere capito tutto.

Caproni si trasferì a Genova, che gli diede molti più onori di quanto non abbia fatto la sua città natale.

Tra le poesie che ricordo più volentieri c’è questa "Preghiera" che, a dispetto del titolo, non ha nulla di religioso (ché Dio a Caproni è sempre restato ostico), ma viene usato con il significato di "richiesta".

Eccone i primi versi. Ve la leggerei volentieri tutta, ma sono afono e raffreddato, verrebbe un troiaio. Chissà, magari più in là, intanto leggete, gustate, comparate e iNparate:


Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figura netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno,come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
(…)

Le ragazze di Livorno "aperte come le sue piazze" non sono una metafora, sono una fotografia. Di quelle in bianco e nero, sgranate, di una volta. Caproni ripristina la rima in un discorrere poetico, la forma classica per un discorso interiore, tutto per raccomandare all’anima di andare a cercare la madre e di portarle il suo ricordo.

Livorno che osanna Virzi’ e che non si ricorda di Giorgio Caproni. Poi dice uno un si deve incazza’, no, te pensaci anche dell’artro…
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Versi nell’incomparabile stile di Giosue’ Carducci



Scriver le strofe sàffiche
è bello assai da farsi
la rima chiude in "-arsi"
l’ultimo verso in "-ar".

Ci metto il cacciatore
la nube un po’ rossiccia
la gente assai alticcia
di vino a ubriacar.

Gli uccelli sono neri
fa pimpumpàm lo spiedo
poi vien Caciagli Edo
i fortóri ad eruttar.

All’albero non tende
la mano pargoletta
ma due bistecche aspetta
già pronte a divorar.

Ma basta un settenario
composto alla Carducci
per dirgli "Ce lo ciucci!"
al tegame di tu’ mà(r)

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Ferdinando Russo – Idillio ‘e ‘mmerda – Nuova versione riveduta

Vi vo’ a pubblicare testé un meraviglioso e delicato poema in lingua napoletana del Poeta Ferdinando Russo, che ebbi modo di ascoltare per la prima volta declamato da Peppe Barra (il poema, non il poeta) durante uno spettacolo teatrale. Ricercatolo sul web, dove non ne esistono che trascrizioni orripilanti, sono riuscito a ricostruirlo in una versione quanto meno decente. Ve la offro con l’orgoglio tipico del filologo e la vanagloria che ne consegue:

Nu juorno na cacata sulitaria,
meza annascosta dint’ ‘a nu sentiero,
c”o sole ‘e luglio e c”o profumo ‘e ll’aria
s’annammuraie d”o strunzo ‘e nu pumpiero.

Essa era tonna, acconcia, piccerella,
isso era niro, gruosso, frisco frisco;
essa era fatta a fforma ‘e cuppulella,
isso rassumigliava a n’obelisco.

E, cu ll’ intermediario ‘e nu muscone
na bella sera tutta prufumata,
‘o strunzo avette ‘a dichiarazione
d’ammore d”a cacata ‘nnammurata.

Isso era nato sotto mala stella;
ca maje nisciuno l’aveva guardato…
Vulette bene a chella cacatella
cchiù assaie d”o culo ca l’avea cacato.

Ma stevano luntano; e sulo ‘a luna,
e sulo ‘e pprete e sulo ‘e ffrasche verde
sapevano ‘e turmiente, a uno a uno,
‘e chilli duie sperdute piezze ‘e mmerde.

E ‘na matina, erano verso l’otto,
nu cato d’acqua ‘a copp”a na fenesta
facette comm”o libbro galeotto
‘e donna Francesca e Paolo Malatesta.

Benedicenno nzieme chella secchia,
s’astrignèttero forte. Erano sule:
essa lle regalaje na pellecchia,
isso lle regalaje dduie fasule.

Chiano, sciulianno dint’a ll’acqua ‘alice,
cu nu curteo ‘e muschille int”o sentiero,
sotto ‘o sole, ‘a cacata ‘e stiratrice
se maretaje c”o strunzo d”o pumpiero.

E in viaggio ‘e nozze stettero abbracciate
mmiez’a dduie piezze ‘e càntere scassate.

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Le prime poesie

…ed ecco la poesia di A. una mia alunna. Sono i suoi primi vagiti poetici, e anche se la metrica zoppica un tantino, lasciamoli liberi di esprimersi al meglio…

Se fosse per me
il mondo sarebbe un
susseguirsi di futili parole
che anche essendo così piccole
e semplici riempono il cuore di gioia…
le uniche 2 parole
che il destino mi ha
regalato per poi distruggermi
il cuore…

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Wikisource e la poesia ignorata

Sono ancora qui a dichiarami grato a quegli di Wikisource, uno dei progetti-satellite di Wikipedia) per aver dimostrato innegabile umorismo involontario.

Ho consultato la voce di WikiSource che corrisponde alla pagina

http://it.wikisource.org/wiki/Alma_minha_gentil,_que_te_partiste

perché c’è un rimando dalla voce principale di Wikipedia, che è quella riferita al più grande poeta portoghese Luis de Camões, che, guarda caso, è l’autore del sonetto "Alma minha gentil que te partiste" (Mia anima gentil, che ti partisti).

Tralasciando queste cose, (la letteratura portoghese? Perché, esiste??), si dovrebbe capire che si tratta di un *sonetto*, dunque di una composizione poetica, dunque di una struttura che vorrebbe che si andasse a capo alla fine di ogni verso.

Invece l’hanno pubblicato con un verso dietro l’altro.

Recentemente la Wikimedia Foundation ha raggionto oltre sei milioni di dollari di donazioni, ma non pare che i prodoitti messi in linea siano "adeguati" qualitativamente alla percentuale di donazioni.

Perché la gente paga per aiutare un progetto che offre un servizio come questo?

Questo post ha avuto un seguito.


Alle 19 della data del mio intervento ho ricevuto da Andrea Zanni di Wikisource una mail di chiarimenti, a cui faccio seguire la mia replica.

Wikisource ha cancellato il sonetto incriminato (ecco la schermata):



Che dire? Che il blog funziona e che le notizie arrivano. Meglio così! : - )


Egregio sig. Valerio Di Stefano,

in riferimento a quanto scritto da lei nel suo sito,
(…)

vorrei farle notare che:
* Wikisource è una biblioteca libera, che nasce esattamente dallo spirito e con la collaborazione del Progetto Gutemberg, che lei sembra apprezzare

* Wikisource è una biblioteca libera in lingua italiana, per cui il sonetto citato è già stato cancellato (probabilmente verrà trasferito nella Wikisource portoghese)

* il sonetto citato non era stato formattato, e dato che il software MediaWiki non "legge" i normali a capo, la poesia era visualizzata non correttamente, come da lei evidenziato.

Le faccio inoltre notare che, stando alla cronologia della pagina, l’IP XXXXXXXXXXX alle 11:25 del 4 gen 2009 ha inserito il testo, e l’amministratore XXXX alle 11.48 l’ha cancellato.
Ora, che lei scriva un post di un blog (senza commenti abilitati, mi pare) denigrando un’intero progetto per una cosa del genere mi sembra un pochino esagerato.
Mi sarebbe piaciuto postare questo nei commenti del suo blog, ma non mi paiono abilitati.

Se vuole fare un giro per Wikisource, e vedere ciò che facciamo e come lo facciamo, è il benvenuto.

Cordiali saluti

Andrea Zanni — Utente:Aubrey

Gentile Signor Zanni,

grazie per essersi preso il tempo e la cortesia di scrivermi, cercando anche il mio indirizzo di posta elettronica "diretto" che non è un mistero per nessuno, (ma, comunque, ci vuole un po’ di tempo).

La Sua mail mi dimostra che il mio blog "funziona", e che, bene o male (più bene che male), le notizie si spargono.

Non Le nego che la cosa mi spaventa un po’, perché non pensavo (e non penso) che il mio blog fosse (sia) così seguito. Ma tant’è.

Quanto al merito di quello che mi scrive, Le dirò in tutta franchezza e sincerità che Wikipedia, così com’è, non mi piace per niente.
E’ una mia opinione personale, certo (e come tale la esprimo), ma trovo che quello che fa la qualità di un’opera di consultazione è l’affidabilità e la serietà dei contenuti.
Preferisco di gran lunga un’opera "chiusa" e con i diritti d’autore, ma seria e affidabile a un’opera "aperta" ad altissimo rischio di errori e di inaffidabilità. Perché sulla cultura non transigo.

E’ ovvio che l’ideale sarebbe avere un’opera scientificamente affidabile, aperta e accessibile a tutti, ma questo non è il caso di Wikipedia.

Lei mi dirà: "Ma se non Le piace, perché non fa qualcosa per collaborare e renderla migliore?" La risposta è semplice: "Perché questa è falsa democrazia."

La differenza di opinioni non si esprime solo dal di dentro (sarebbe troppo comodo!), ma anche e soprattutto dal di fuori.
Wikipedia pubblica delle cose, io se trovo che Wikipedia scriva delle stupidaggini (che è cosa ben diversa dalle inesattezze) lo dico sul mio blog (come, credo, sia mio preciso diritto).
Del resto non ci si può aspettare che l’enciclopedia più consultata al mondo vada esente da critiche esterne.

Rispetto a Wikisource, Lei la paragona al Project Gutenberg (e non "Gutemberg") ma io credo che questo paragone non sia neanche proponibile.
A me sembra, piuttosto, un concentrato di copia e incolla, un po’ maldestro, che punta ad essere un riferimento interno a Wikipedia.
Come dire, i libri meglio averli in casa che riferirsi alle copie che si trovano nelle
biblioteche.
Non trovo nulla di male nel copiare LiberLiber o il Project Gutenberg stesso.
Ma almeno che si abbia la cortesia di dirlo, perché la gente non è stupida e lo vede. Personalmente, anche qui, ho scelto un’altra strada e non me ne sono pentito.

Circa la breve vita del sonetto di Camoes su Wikisource, prendo atto di quello che mi scrive, ma il rischio è anche quello che in una mezz’ora scarsa qualcuno arrivi su quella
voce e la legga.
Il software che gestisce l’iniziativa non supporta gli "a capo", Lei mi dice, e non è certo una cosa da poco.
Che dire? usate un altro software, se volete andare avanti con quello vi esponete alle critiche della gente.

Infine comprendo molto il Suo rammarico nel non trovare nel mio blog la possibilità di commentare i post.
Glielo spiego in una sola parola: "Scelte!"
In rete ci sono iniziative aperte a tutti, e blog su cui la gente non può commentare. Mi viene da dire che il mondo è bello perché è vario ma è una stupidaggine.
Diciamo che il mondo è bello perché spesso si può fare ciò che si crede meglio senza dover rendere conto a nessuno.

Se vorrà, comunque, e se me ne darà l’autorizzazione, posso pubblicare la Sua mail e la mia risposta nello stesso post "incriminato".
Così le voci saranno perfettamente
bilanciate.
Naturalmente leggerò con interesse un suo eventuale scritto in merito a quanto Le ho esposto.

Con i saluti più cordiali.

Valerio Di Stefano

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Poesia Provenzale: Quando al sol la lodoletta



Quando al sol la lodoletta
si rivolge vezzosetta
vòlge, modula e cinguetta
il dolce canto, poi si affretta
a scagazzar sulla maglietta
guarda qui che cazzo di poesia
mi è venuta,
ecco,
lo vedi a cercar le rime baciate,
così imparo
a intestardirmi sulla traduzione metrica
di Jaufre Rudel
(e anche Bernart de Ventadorn)

(C) 2008 – Tutti i diritti riservati (se no me la copiate poi me ne ho a male…)

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Scendo in campo. Con la voce.

Ho deciso di scendere in campo con la voce.

Detto così sembra una stronzata finta. Invece è una stronzata vera.

Mi sono messo a leggere testi poetici e a metterli a disposizione (qui) di quei poveri disgraziati che, bontà loro, vogliono scaricarli e ascoltarli.

Non è una cosa di cui andare fieri o da sventolare in giro come una bandiera, ma è sempre meglio che promulgare indulti o avocare De Magistris.

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