Pisa nera

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A Pisa (e il prode Baluganti Ampelio mi dirà “e dove altro?”) succede che una ragazza senegalese di 14 anni venga sottoposta ad atti di veri e propri bullismo e razzismo. Ha due elementi a suo favore, va molto bene a scuola ed è di pelle nera. Che, voglio dire, se esistesse gente normale a questo mondo, si porrebbe un interrogativo: “Ma com’è che lei, nera, va bene a scuola, mentre io, bianco, non capisco una sega e non riesco ad andare oltre il sette?”

Invece qualcuno tra i suoi compagni ha deciso di bombardarla di lettere (cinque o sei da quello che si sa) con il tenore di chi evidenzia che «Non si è mai vista una negra che prende 10 a Diritto». Il che, probabilmente, è anche vero. Così come è vero che non si era mai vista una testina di minchia scrivere cose del genere. Ma nonostante questo il padre della ragazza ha voluto ugualmente incontrare i compagni di classe della figlia, che ha il solo torto di andare bene e di voler fare l’avvocato: “Per me siete tutti miei figli”, ha detto, ma come si suol dire, quelli non se ne sono fatti né in qua né in là, creando un cordone di omertà vigliacca e coriacea attorno al corvo che è andato oltre ai messaggi scritti e ha strappato alla ragazza due libri di testo e un quadernone per gli appunti tanto, voglio dire, i soldi che i genitori della ragazza hanno speso per comprarle i libri su cui studiare crescono sugli alberi.
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Lettera a Carlo Lorenzini “Collodi”

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Caro Collodi,

c’era una volta… “Un burattino!”, dirà subito Lei. No, caro il mio Furbèga, ha sbagliato. C’era una volta una canzone.

Oh, per intenderci, mica una canzone di quelle serie, da incidere su un disco a 78 giri, che non esistevano nemmeno quando è morto Lei, no, era una canzonetta di quelle false per bambini. Solo che a’ mocciosi dei su’ tempi probabilmente gli cantavano la ninna-nanna, mentre a me tutte le mattine alle elementari (e insieme a me a tutta la classe) mi picchiavano le gònadi con “Carissimo Pinocchio”, diffusa dagli altoparlanti di quelle scuole onorate. Dopo si diceva la preghierina e si cominciava la giornata. Chi lanciava con la cannula della penna le palline di carta imbevute di saliva e precedentemente masticate con doviziosa perizia, chi si rovinava il grembiàle con le pompette della Pelikan che gli scoppiavano in mano, chi, non avendo perizia né nell’una né nell’altra cosa, semplicemente si cacava addosso.

Nella canzoncina anzidetta, il Suo “Pinocchio” (best seller mondiale, ne converrà, come i film di Benigni!) veniva chiamato “amico dei giorni più lieti”. Non le sembra un po’ troppo?
Sì, vanno bene Geppetto, la Fata Turchina e il Grillo (spiaccicato contro il muro come si meritava per aver fatto una morale non richiesta).
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Il mio Pinocchio fragile…

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Rileggere ad alta voce "Pinocchio" per la gente del Web non è stata una riscoperta particolramente entusiasmante (anche se, paradosso della vita, ci sono degli ascoltatori entuasiasti dell’audiolibro che ho terminato e messo in linea appena ieri).

Intanto c’è da dire che di versioni gratuite di "Pinocchio" in audiolibro ne esistono almeno due. Una, quella distribuita dal Gutenberg Project e da Librivox mi sembra molto "americana", l’altra, per la voce di Silvia Cecchini mi è sempre sembrata un po’ troppo melliflua e poco adatta (anche se di gran lunga migliore della precedente) a rendere tutte le sfumature dell’animo del personaggio del Collodi e del mondo che gli gira intorno.

Così ho deciso di mettere a disposizione una versione mia.

Se piacerà o non piacerà non è affar mio e non me ne curo. Il lavoro è lì per chi lo vuole, e chi non lo vuole può tranquillamente andare a prenderselo dove crede meglio. Il lavoro, s’intende.

Mi curo, invece, di quello che ho provato nel rileggere a voce alta e nel dare un qualsivoglia senso (foss’anche quello del mio personale modo di recepire il testo) l’opera ingiustamente considerata "maestra" nella letteratura mondiale.

Penso che quello che mi ha sempre colpito di Pinocchio sia stato il registro linguistico di un toscano d’antan che ho sempre amato frequentare. Ma poi basta.

Sgomberiamo il campo da possibili equivoci: Pinocchio non fa ridere. Al contrario, a leggerlo c’è proprio di che sfracassarsi i coglioni, non è un libro per l’educazione dei bambini e dovrebbe essere somministrato sotto la stretta sorveglianza e supervisione di un adulto.
Pinocchio è tutto meno che educativo, ha personaggi improbabili e strampalati e, soprattutto, quello che sapevamo sulla fiaba non è vero.
Quella dai capelli turchini, ad esempio, non appare subito nell’opera come "Fata", ma come Bambina.
Una bambina che propone a Pinocchio di farle da sorellina. E che muore di crepacuore all’ennesima marachella del burattino. Una stronza, la Bambina dai capelli turchini che fa incidere sulla lapide della sua tomba perfino il nome del colpevole della sua morte (così si sentirà in colpa di più!).
E come tutte le donne stronze nella vita di un uomo torna. Non si sa come faccia, metempsicosi, gusto per l’orrido, Gerovital.Ma ormai non è più bambina, è donna, ed è disposta a fargli da mamma e da fata insieme. Anche qui resterà con un palmo di naso, perché Pinocchio va nel Paese dei Balocchi e tanti saluti e sono.
La donna, per Pinocchio è sorella/madre/fata. Quindi solo ruoli asessuati. E non perché un burattino (che si muove, pensa e agisce in tutto e per tutto come un bambino vero)  non potesse provare delle pulsioni erotiche (coltiva altri sentimenti come quelli della lealtà e dell’amicizia), ma perché la società gliele nega in guisa di controllo materno e di intoccabilità.

Alcuni capitoli sono addirittura  raccapriccianti. Pinocchio capisce fin troppo presto cosa sono la giustizia e i magistrati: il giudice delegato a ricevere la sua denuncia di furto per tutta risposta lo sbatte in galera.
Lui non ne capisce il perché, deve solo accettare ciò che la società esterna gli impone e conformarvisi per il suo bene e per il bene della società stessa. Non capisce ma deve adeguarsi. E come tutte le persone che assaggiano la galera, non può fare altro che sprofondare sempre di più.
Viene impiccato dagli "assassini" che lo vogliono derubare promettendogli guadagni facili in poco tempo (in fondo il Gatto e la Volpe non erano altro che una delle moderne finanziarie), lo costringono legato a una catena a fare il cane da guardia, rischia di essere fritto in padella a guisa di pesce e, trasformatosi in ciuchino, viene costretto a una umiliante performance nel circo, si azzoppa e lo rivendono a un delinquente matricolato che lo affoga con una pietra al collo per farne pelle da tamburo.
Non c’è rieducazione, non c’è redenzione per Pinocchio nell’essere se stesso, ma solo nell’essere il prodotto delle aspettative degli altri. Quanto più Pinocchio corrisponde a quello che la Fata, Geppetto e il Grillo-Parlante vogliono da lui, tanto più è come loro, dunque buono.

Pinocchio è il prototipo di quelli che ce la fanno, che diventano bambini in carne ed ossa, che non muoiono ciuchi come il suo amico Lucignolo, che ciuco era e ciuco è destinato a rimanere per sempre, fino alla sua pietosa morte da ciuco, perché lui non ha una fata a cui sacrificarsi per essere salvato, lui non ha nessuno, e allora tanto peggio.

Quelli che hanno spostato il senso del romanzo di Collodi nella ricezione della gente sono stati:
Walt Disney (che l’ha epurato di quella parte che era tragica sì, ma che fungeva da campanello di allarme per il senso critico del lettore e lo ha trasformato in una farsa statunitense che nulla ha a che vedere con i toscanismi dello scritto);
Luigi Comencini, che nel trasporlo sul piccolo schermo ha fatto un’opera davvero meravigliosa, ma completamente diversa dal libro a cui è ispirato;
Edoardo Bennato che ha cannato la comprensione del personaggio della Fata e ci ha fatto un inno post-femminista all’acqua di rose.

Comunque, se volete ascoltare la mia lettura, la trovate qui:

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Boicottiamo il “Pinocchio” americano della RAI!

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“Pinocchio” di Luigi Comencini fu uno sceneggiato (ridotto, poi, a film) irripetibile.

Cast formidabile, con Gina Lollobrigida che faceva la fata dai capelli turchini, Nino Manfredi nei panni di Geppetto (con la storica battuta iniziale davanti al primo abbozzo del burattino: “Lo sai icché c’è? Che tu mi sembri cresciuto!”), Franco Franchi e Ciccio Ingrassia che facevano il Gatto e la Volpe e il piccolo Andrea Balestri che era, ahimè, pisano. Tutti a interpretare un copione di Suso Cecchi d’Amico e dello stesso Comencini, e vai!

Aveva una colonna sonora tra le più belle, suggestive e struggenti che si ricordino. neanche il “Sandoka-ààààn” dei fratelli Guido e Maurizio de Angelis (gli Oliver Onions) o Gigi Proietti che cantava de “lu beddu cavalèri” ne “L’amaro caso della Baronessa di Carini” ti prendevano tanto.

Domenica e lunedì prossimi il “Pinocchio” di Comencini verrà sostituito e messo in secondo piano da una americatana di bassissima lega in cui, ahilei, ha partecipato anche la Littizzetto nel ruolo del Grillo Parlante e questa non gliela perdoniamo, nossign