Sento il mare dentro una conchiglia?

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Il mi’ zio Piero, che gli garbava il mare e mi ci portava col vespino assieme alla mi’ zia Iolanda e al cane Boby, aveva un battibatti imbalsamato (chissà cosa ci faceva, o quali virtù avesse il detto battibatti per poter sfuggire alla impietosa putrefazione) e un conchiglione.

Il battibatti lo teneva in camera, ben nascosto. Il conchiglione, invece, era da salotto, da esposizione.

“Mettitelo all’orecchio, si sente il mare”, mi diceva.
E allora io, piccinino, obbedivo, avvicinando all’orecchio il bestio ormai privo del suo contenuto carnoso e carnale, chiocciolone di mare di dimensioni estreme.

Però il mare non ce lo sentivo. Macché. Nada, nichts, nisba.
Mi giravo verso il mi’ zio Piero e gli facevo un sissì meccanico, perché non mi andava di contrariarlo o renderlo infelice, ma io il jovanottesco mare dentro una conchiglia non ce lo sentivo.

Mi sembrava, più che altro, che fosse il fatto che l’orecchio veniva chiuso da qualcosa a fare in modo di sentire quel rumorino che non era il mare, no, era semplicemente un effetto che poteva essere raggiunto con una conchiglia, sì, ma anche, per esempio, con un bicchiere.

Ecco, da allora capii che ci sono un sacco di cose morte e inerti intorno a noi, a cui gli esseri umani trasferiscono aspettative improbabili e impossibili perché sono irrimediamilmente scemi (ma il mi’ zio Piero no, un era scemo, voleva farmi ruzzare un gocciolino…).

Il mi’ zio Piero

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Anche il mi’ povero zio Piero morì il 6 di febbraio, per l’esattezza il 6 febbraio del 1986.

La sera prima mi disse “Domattina cosa fai, vai all’Università?? Ecco, bravo, io invece son di fèsta!!”. Era in pensione.

Il mi’ zio Piero contribuì alla mia educazione musicale. Mi comprò uno stereo che mi sembrava bellissimo (era uno Schneider!), contribuì al completamento della mia raccolta de “I Grandi Musicisti” della Fratelli Fabbri Editori dedicata alla musica classica con dischi a 33 giri con incisioni davvero pregevoli (avrei raccolto volentieri anche quelli del jazz, ma di jazz non ho mai capito una venerata, e nemmeno il mi’ zio Piero, a dirla tutta).

Mi insegnò la passione per la registrazione, per la conservazione dei suoni e delle voci, passione che non mi ha mai abbandonato.

Aveva un registratore a nastro, un Philips con le bobine piccole (il mi’ zio Piero, con incredibile fantasia li chiamava “i rotolini”), di quelli col microfono esterno che ssssssstttttttttt!! non si deve parlare mentre si registra sennò viene la voce e rovina tutto.

Il suo vicino di casa si chiamava Beppe il Papi. Era un bestemmiatore di professione. Aveva fatto della bestemmia un’arte, una forma letteraria, praticamente un atto creativo demiurgico a sé. Scandiva le bestemmie come quello delle previsioni del tempo scandisce le temperature minime, anzi, di più, come la voce alla radio che legge il bollettino per i naviganti (ma c’è ancora??). Allora il mi’ zio Piero, dal terrazzo di sopra, calava il microfono in direzione della voce di Beppe il Papi che sacramentava in endecasillabi a rima baciata, lo immortalava sui “rotolini”, e ridacchiava di gusto.

Il mi’ zio Piero è lo sposo nella fotografia, quando sposò la mi’ zia Iolanda. Il mi’ nonno Armando è il primo da sinistra, dritto come un fuso e bello come tutti se lo ricordano. La mi’ nonna Angiolina nella foto non c’era (dev’essersi rotta i coglioni prima ancora del flash del fotografo). Dietro al mi’ zio Piero c’è il pòvero Eraldo, pescatore.

E quella piccina che fa da damigella, con la ghigna a tagliòla è la mi’ mamma.

(cliccate sull’immagine per vederla con una definizione maggiore)