Consulta: “Inammissibile il referendum elettorale. Il quesito è eccessivamente manipolativo”

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La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere la richiesta di ammissibilità del referendum elettorale “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria).
Oggetto della richiesta referendaria erano, in primo luogo, le due leggi elettorali del Senato e della Camera con l’obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale interamente in un maggioritario a collegi uninominali.
Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta” – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”.
Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe
potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

Roma, 16 gennaio 2020

…e Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore Ballerina

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Il 27 agosto del 1950 era una domenica molto calda.

Nella sua stanza d’albergo di Torino, Cesare Pavese, scrittore, assunto l’equivalente di 20 bustine di sonnifero, si congedava dal mondo come tutte le persone perbene, senza fare rumore.

Il poeta, l’intellettuale, il fine traduttore, l’innamorato perennemente respinto, immortalato nei versi criptici di De Gregori (un De Gregori in vena di indovinelli, evidentemente), chiese persino scusa per il disturbo.

Fu talmente educato e gentile nel suicidarsi che la sua morte, oggi, non se la ricorda praticamente nessuno. Del resto sui giornali c’è da scrivere che Prodi dà la sua benedizione alla rinascita dell’Ulivo, gl’importassai a "Repubblica" di un morto, per di più comunista, confinato, antifascista, che voleva solo insegnare latino e greco.

Scrisse poesie e romanzi entrati a buon e pieno diritto a far parte della storia della letteratura del nostro paese.

Le sue traduzioni sono lezioni di stile su Melville, Dos Passos, Faulkner, Defoe, Joyce, Dickens…

Lasciò scritte poche frasi quando decise di andarsene. L’ultima fu: "Non fate pettegolezzi." Una lezione.

Logico che nella scuola italiana nessuno lo spieghi più.