Tra poche ore l’esecuzione di Marvin Lee Wilson

Tra poche ore Marvin Wilson, 54 anni ma con il quoziente intellettivo di un bimbo, sarà ucciso.

“Giustiziato” mi pare una parola fuori luogo perché, è evidente, non può essere una sanzione di giustizia quella comminata a una persona psichicamente minorata nello stato del Texas, dove si stanno registrando le percentuali più alte di sentenze di morte eseguite.

Se nessuno deve toccare Caino mi sembra strano che Caino venga addirittura giustiziato soprattutto quando non sa o non ha gli elementi e le capacità di capire che è un Caino.

Così lo adageranno su un lettino e gli spareranno in vena una soluzione che lo aiuti ad addormentarsi eternamente. Per gli USA e così sia.

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Arizona: riviata l’esecuzione di un condannato a morte perche’ il farmaco letale non e’ made in USA

Il "vuoto mito americano di terza mano", come lo ha definito il Poeta, prosegue sul filo della pena di morte.

Jeffrey Landrigan è stato condannato a morte nel 1990 per omicidio. La sentenza avrebbe dovuto essere eseguita in questi giorni, ma il giudice dell’Arizona ha stabilito che il farmaco usato per l’iniezione letale, il thiopentàl (che sembra una bestemmia in livornese), non essendo stato prodotto negli States, bensì importato dall’estero, non darebbe sufficienti garanzie di evitare sofferenze inutili al condannato. Sarebbe, quindi, un prodotto insicuro.

E, quindi, l’esecuzione viene sospesa in attesa che qualche casa farmaceutica senza scrupoli davvero statunitense al 100% assicuri l’opinione pubblica che il condannato si addormenterà serenamente per non svegliarsi mai più, perché i veleni come li fanno negli USA non li fanno da nessun’altra parte, questo bisogna dirlo.

Niente morte, dunque, in attesa del thiopental a denominazione di origine controllata e garantita.

Del resto siamo negli States…
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Sakineh non sara’ lapidata. Per lei prevista l’impiccagione.

"…così lo impiccheranno con una corda d’oro
è un privilegio raro…"

(Antica Canzone Inglese – traduzione e versione di Fabrizio De André)

Il popolo del web, quello del "salviamola con un clic!", sarà contento. E con lui i Facebookiani che hanno veramente a cuore le cause vinte dalla comodità della propria poltrona, con un movimento impercettibile dell’indice sul tasto sinistro del mouse. E con loro quanti hanno mandato SMS di solidarietà o di invito alla solidarietà foraggiando i guadagni delle compagnie di telefonia mobile che vendono comunicazione a 15 centesimi, tra i prezzi più alti in Europa.

Tutti a tirare un sospiro di sollievo per il fatto che Sakineh, condannata a morte per omicidio e adulterio, non sarà più lapidata, nossignori.

Le autorità iraniane, nel rivedere il suo caso hanno stabilito che siccome ci sono due reati concorrenti, l’omicidio e l’adulterio, ambedue puniti con la pena di morte, il primo con l’impiccagione, il secondo con la lapidazione, si esegue la pena con le modalità previste per il reato più grave.

Quindi Sakineh sarà impiccata, non lapidata.

L’ipocrisia dei "salvazionisti del clic" si è sempre e comunque concentrata sulla brutalità della modalità di esecuzione della lapidazione.

Carla Bruni, indignata fino all’inversimile, si disse scandalizzata che una donna potesse essere uccisa con modalità così bàrbare e sanguinarie. Dopo si è rinchiusa in sala d’incisione per una cover di David Bowie che le è venuta anche male, poverina.

Basta, si decise che la lapidazione era un metodo troppo antiquato e indegno di una società civile.

Invece l’impiccagione no, vero??

L’impiccagione ha quel senso di vecchio, anzi, di antico, sa di "pendagli da forca", rievoca Sandokan, i romanzi dei cicli della Malesia di Salgàri, i banditi sommariamente lasciati lì a penzolare e a far cibo per gli avvoltoi nei film di Robin Hood. Oh, poi l’impiccagione è anche un metodo moderno, l’hanno usata per eseguire le condanne del Processo di Norimberga.

Sakineh sarà uccisa tra due settimane, e ci sarà qualcuno che dirà che sarà una morte più dignitosa, che le causerà minore sofferenza. Fu impiccato anche Saddam Hussein, del resto, nel 2006.

E non è stato, forse, negli Stati Uniti che si è verificato tutto quel dibattito che ha portato all’abolizione della sedia elettrica e, più di recente, della fucilazione, troppo truculente e indegne della dignità del condannato? Meglio un cocktail di farmaci, volete mettere? Il moribondo si sdraia comodamente su un lettino a croce, assistito da un prete, un medico si occuperà di lui per vedere se è veramente morto, e, insomma, son cose che fanno piacere quando uno si trova in quei momenti lì.

Sakineh non sarà lapidata. Non assisteremo, muti, allo scorrere del suo sangue sul corpo fino alla totale resa dei suoi parametri vitali sotto i colpi delle pietre. Questo le autorità iraniane ce lo risparmieranno. Avranno la stessa pietà che ha la TV quando evita di farci vedere i bambini che muoiono di fame proprio all’ora del telegiornale della sera ("cosa vuole, signora, stavamo cenando, non è nemmen decenza…")

La sapremo col collo spezzato e, probabilmente, ci farà anche una impressione minore.

In fondo il popolo della rete ha fatto tanto.

Tranne gridare "No alla pena di morte!" per chiunque, ovunque e con qualunque mezzo.

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Le azioni sono pietre: la condanna in Iran di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e il pecoronismo del Web

Ieri la vicenda di Sakineh Mohammadi-Ashtiani ha fatto il giro del web, ed è arrivata in Italia dove si sono scatenati la solita reazione indignata in rete, il passaparola capillare di Facebook, e una valanga di iniziative di solidarietà nei confronti di questa donna incarcerata in Iraq con l’accusa di aver avuto relazioni sessuali con diversi uomini (anche diversi dal marito, evidentemente) nonché di averlo ucciso.

E’ stata condannata alla pena di morte mediante lapidazione.

E’ una tragedia che ieri ha riempito le pagine web dei quotidiani, trasmissioni radiofoniche e televisive si sono fatte portavoci di azioni di raccolta di messaggi e attestati di protesta e solidarietà. Chi chiede una sottoscrizione, chi una mail, chi un SMS.

E io mi sono stufato.

Sono stufo di vedere questo web pecoroneccio che crede nell’efficacia del clic, nel potere salvifico del "Mi piace" su Facebook, nel commento pubblico indignato, nei "Non deve succedere!!!" scritti in caratteri maiuscoli e che in due ore vanno a finire nel dimenticatoio della memoria.

Una donna, della minoranza azera di lingua turca, è stata condannata a morte in un processo in cui non le è stato nemmeno concesso il diritto a uno straccio di interprete. E non le inietteranno un coctail di veleni, come fanno con finta pietà negli Stati Uniti, no, le daranno tante pietrate finché non morirà. E la uccideranno di sicuro, perché l’Iran deve solo dimostrare di essere uno stato sovrano che non riceve ordini da nessuno.

E noi reagiamo indignati coi clic. O con 15 centesimi di SMS. Vergogna.

Dovremmo ricorrere ai nostri rappresentanti in parlamento, quei deputati e senatori che pretendono di essere stati eletti dal popolo ma che si sono solo autonominati, e scrivere a loro. E chiedere, visto che abbiamo votato almeno la loro coalizione politica, che cosa stanno facendo o hanno intenzione di fare per far valere il loro potere sulle pressioni internazionali a favore di questa donna.
Dovremmo scrivere a loro, al Ministero degli Esteri, all’Ambasciata d’Iran in Italia, rompere le balle all’infinito, con quelle cose bellissime che esistevano una volta e che si chiamavano telegrammi, e che ora si mandano solo in occasione dei matrimoni e dei funerali (cioè, fondamentalmente, in occasioni di stampo squisitamente cattolico) e se i nostri interlocutori non ci rispondono, sbattere tutto quanto in rete e inchiodarli alle loro responsabilità.

E invece ci fa piacere pensare che se Sakineh sarà graziata, il merito sarà anche un pochino della nostra indignazione.
Se, al contrario, sarà uccisa, noi avremo, comunque, fatto di tutto: un bel clic su internet. O un SMS alla radio.

La morte di Sakineh Mohammadi-Ashtiani è il prezzo della nostra impunità morale.
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Ronnie e il plotone di esecuzione

Ronnie sarà il prossimo condannato a morte dello Stato dello Utah.

Nel 2004, per evidenti motivi umanitari, lo Utah stabilì che l’unico modo per rispettare la dignità del condannato fosse quello di farlo sdraiare su un lettino, legarlo con le cinghie e sparargli in vena un cocktail di sedativi e benzodiazepine ad altissimo dosaggio prima, e una robaccia che schianta il cuore subito dopo. Vuoi mettere, non c’è paragone con la sedia elettrica che mandò arrostiti Sacco e Vanzetti.

Solo che Ronnie è stato condannato prima del 2004, quindi è l’ultimo ad avere il diritto di scegliere se crepare con la pera dell’eternità o se farsi trapassare il torace da una scarica di colpi sparati da un plotone di esecuzione.

E Ronnie ha scelto il plotone di esecuzione. Un modo romantico e coraggioso per andarsene, l’ultima passeggiata in un luogo aperto, un vaffanculo al prete, il rifiuto della benda, la camicia aperta con il petto da offrire alle pallottole del nemico, il profumo dell’aria dell’alba dell’ultimo giorno, e lo sguardo fissato in quello di chi ti spara.

Pum pum pum, ed è finita. Ciao Ronnie, perdonali, sono americani, non sanno quello che fanno.
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The Needle and the Damage Done (omaggio a Neil Young)

Gli americani hanno un modo curioso di vedere la vita e la morte delle persone.
Negli ultimi giorni si stanno arrovellando il cervello su una questione di tipo squisitamente giuridico, ovvero se l’iniezione letale corrisponda o meno ai criteri costituzionali che siano più o meno di carattere vagamente umanitario.
Insomma, il condannato quando viene ucciso soffre inutilmente (ci sarebbe da meravigliarsi del contrario) e bisogna vedere se questa sofferenza inflitta prima di fargli tirare le cuoia faccia parte o no di quei princìpi di rispetto dei diritti dell’essere umano che ogni stato deve rispettare anche in articulo mortis.
Perché ammazzare le persone va bene, ma farle anche soffrire, questo gli Stati Uniti proprio non lo permettono.
Hanno una mentalità da veterinari, e il governo italiano, naturalmente, le va dietro.
Qualcuno guarda già con interesse all’autocritica fatta dalla Corte di Giustizia, ma non si è ancora reso conto che a essere in discussione è l’istituto del coctail letale (espressione orrenda in cui i media sguazzano più che volentieri), non quello dell’esecuzione capitale.
Chissà quando si accorgeranno che il lettino dell’ultimo supplizio non è ortopedico e che non è giusto far venire anche il mal di schiena al malcapitato negli ultimi secondi della sua esistenza terrena.

A scuola Manzoni non si legge più. O se lo si legge viene propinano in salse quanto mai aberranti e in edizioni commentate dai primi professorucoli trovati per strada. E i ragazzi non lo amano.

Eppure basterebbe l’incipit della “Storia della colonna infame” a rivalutarlo ai nostri occhi. Il cattolico più bigotto d’Italia scriveva queste cose, il cattolico più bigotto degli USA si trastulla con le siringhe e i barbiturici…

Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissmi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile.

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Un’esecuzione del cappio

Saddam Hussein è ormai terra per i ceci.

E’ stato uno di quei pochi dittatori che non ce l’hanno fatta ad assicurarsi l’impunità (come è accaduto per quei brav’uomini di Pinochet, Franco, Milosevic e compagnia cantante).

L’opinione pubblica ha vissuto l’evento con lo stesso entusiasmo con cui si vive uno spettacolo televisivo, e c’era da aspettarsi che qualche imbecille prendesse il telefonino e schiaffasse il filmato integrale dell’esecuzione su qualche sito consenziente.

A me, se Saddam Hussein è morto impiccato non importa un gran che. Non si muore per mano altrui, o per un incidente, o per un cancro, o per collasso delle funzioni cardiocircolatorie, come scrivono i medici condotti nei certificati che attestano un decesso. No, si muore di morte, tutti, e tanto fa.

Quello che mi importa e mi indigna è continuare a vedere l’impunità di Bush che, appeso a una corda il suo capro espiatorio (espiatorio sì, ma pur sempre caprone e assassino), adesso non sa più come giustificare un intervento di guerra che genera più morti delle Twin Towers, continuamente e senza che nessuno se ne accorga più.

Ma dicono che siamo all’inizio di un nuovo anno, in cui tutti fanno buoni propositi.
Anche Bush?

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