La riforma Bonafede

Reading Time: 2 minutes

Della cosiddetta “riforma Bonafede” della giustizia si parla poco, anzi, pochissimo. Non è, in effetti, una riforma che apporti quegli auspicati cambiamenti epocali nel sistema penale italiano.

Ci sono aspetti che non rivelano una particolare originalità o efficacia, come la decisione di notificare via PEC al difensore, oltre la prima notifica cartacea all’interessato, tutti gli atti del processo. In breve, hanno scoperto che esiste la PEC, che ha lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, e che può risolvere il problema della perdita del documento cartaceo o del ritardo della notifica da parte del servizio postale. Insomma, la PEC esiste ed esiste da almeno un decennio. Si tratta/si trattava soltanto di usarla e superare le farragginoserie del sistema. Le cose erano semplici, più che semplici. Eppure è stato interesse dell’amministrazione della giustizia mantenerle complicate, finché non è arrivata una normativa in proposito (e va detto fra parentesi, ma dovrebbe essere ovvio, che la riforma Bonafede è ancora in fase di discussione e non è ancora operativa).

Altro punto di discussione sono le riduzioni dei tempi delle indagini preliminari e, conseguentemente, quelle dei processi. Il PM che non stia nel termini temporali indicati avrà delle sanzioni di carattere disciplinare. Ma finché il legislatore parlerà in termini ordinativi e non prescrittivi nei confronti dei magistrati che la tirano per le lunghe (cosa significa che i termini indicati sono “perentori”?) non si caverà un ragno dal buco e ci sarà sempre chi preferirà rischiare un procedimento disciplinare interno (che potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto).

C’è poi la riforma del processo di appello per i reati puniti con la pena edittale fino a 10 anni, che saranno giudicati ancora in composizione monocratica, e non da tre giudici come finora è accaduto. Ora, qual è il senso di ricorrere in appello, a parte quello di farsi ridurre l’entità di una condanna e di guadagnare tempo sulla prescrizione? Senz’altro quello di essere giudicato da più persone, rispetto alla composizione del tribunale monocratico, per una ragione molto semplice: tre teste ragionano meglio di una. Se si riesce ad insinuare nella corte il “ragionevole dubbio” è molto più probabile che questo vada a vantaggio dell’imputato che potrebbe uscirne assolto. E poi perché porre uno sbarramento per i reati puniti con 10 anni di reclusione? Cosa deve aver commesso un cittadino per essere giudicato da una triade di giudici, un omicidio stradale? E se ha commesso un reato cosiddetto “minore”? E’ vero che ci sono reati e reati, ma non è vero che esistono cittadini e cittadini.

Nello scarso ed annoiato dibattito sulla riforma del ministro Bonafede, infine, si è inserita di recente la proposta del Partito Democratico di prevedere tempi di prescrizione più lunghi per i condannati in primo grado e più brevi per chi sia stato assolto. Non si vede il perché si debbano distinguere cittadini in base alla sentenza di primo grado, che se è assolutoria, può essere ribaltata in appello, se è di condanna, idem con patate. Un colpevole assolto in primo grado (per esempio per mancanza di prove) avrà più possibilità di un colpevole condannato di sfangarla e di arrivare indenne alla prescrizione del reato. Lo stesso Davigo, che ebbe a dichiarare

“Bisognerebbe abolire la prescrizione” (1)

pone seri dubbi di costituzionalità sulla proposta del PD. Insomma, la riforma Bonafede non parte sotto i migliori auspici e si prospetta come un pastiche inestricabile dal quale sarà difficile riuscire a disimpantanarsi.

(1) Confronta ADN-Kronos dell’11/12/2019

Il sindaco di Riace Antonio Trifoli pubblica una mail con i dati personali di Jasmine Cristallo

Reading Time: 3 minutes
(Cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Non so chi siano né Jasmine Cristallo (che mi risulta leader e portavoce di una parte del movimento delle cosiddette “sardine”) né Antonio Trifoli. Cioè, so benissimo che Antonio Trifoli è il sindaco di Riace, eletto nella lista civica “Riace Rinasce”, vicina alla Lega, già destituito con una sentenza del Tribunale la cui efficacia esecutiva risulta sospesa in virtù del ricorso presentato avverso la stessa sentenza.

Fatto sta che un paio di giorni or sono il sindaco Trifoli ha pubblicato su Facebook il testo di una PEC di Jasmine Cristallo indirizzata alla Questura di Reggio Calabria e all’ufficio protocollo del Comune in cui si comunicava che si sarebbe tenuto un flash mob e che la partecipazione avrebbe previsto la presenza di 150/200 persone approssimativamente. Il tutto senza cancellare l’indirizzo di residenza, l’indirizzo di posta elettronica (quest’ultimo segnalato dalla quasi totalità della stampa, anche se sulla documentazione in mio possesso che premetto a questo intervento l’e-mail PEC non compare) e il recapito telefonico, mettendo così la persona di Jasmine Cristallo all’esposizione di qualunque fanatico che abbia o che abbia voluto perseguitarla a vario titolo. Adesso tutti sanno dove abita (e saperlo, purtroppo, non dovrebbe essere un grosso problema, visto che gli archivi comunali dell’anagrafe di stato sono pubblici e pubblici sono i dati in essi contenuti), a quale indirizzo di posta elettronica risponde (e questo potrebbe essere un problema abbastanza facilmente risolvibile, basta “switchare” le impostazioni della casella in modo che riceva posta elettronica esclusivamente da account altrettanto certificati e che rimandi indietro le mail provenienti da account di posta elettronica tradizionale che sovente sono i più utilizzati per il mail bombing denigratorio). Resta (come se fosse poco), il problema del numero del cellulare e, più in generale, l’atteggiamento di chi, alla carlona, ha pubblicato su un social una mail (cercando di avvalorare la propria tesi circa il numero dei partecipanti al flash mob), senza preoccuparsi di sbianchettarne i passaggi salienti e/o i dati personali che non interessavano a nessuno. O, forse, interessavano solo ai soliti leoni da tastiera.

Il messaggio è restato in linea per pochissimo tempo (è stato quasi immediatamente cancellato), ma ormai il danno era fatto. Jasmine Cristallo ha dichiarato:

“Eccovi il signor Antonio Trifoli. Non l’ho mai incontrato di persona, ma tra poco succederà: in tribunale”

mentre Trifoli, azzardando una francamente incomprensibile scintilla di difesa ha detto:

“La mia intenzione era soltanto quella di evidenziare il numero esatto delle persone che hanno partecipato all’iniziativa e per errore ho pubblicato sul mio profilo Facebook anche l’indirizzo di Jasmine Cristallo. Stamane le ho telefonato spiegandole questo e chiedendo scusa. Non è mio costume fare certe cose, anzi sono contento quando qualcuno viene a Riace per manifestare pacificamente. Io non sono Mimmo Lucano, ma non sono né leghista né razzista come spesso mi dipingono”.

E ancora:

“Per una svista – si legge sul suo profilo – è  stata pubblicata per poco tempo, sotto i tanti commenti di una testata locale, una nota in cui vi erano alcuni dati della sig.ra Jasmine Cristallo. Porgo a lei le mie più sentite scuse e la aspetto al Comune di Riace per offrirle un mazzo di fiori e per scambiare 4 chiacchiere con lei, per farle capire che non sono così cattivo e pieno di pregiudizi, come invece sono stato descritto”.

Sarà, però intanto i soliti haters hanno cominciato a minacciare velatamente perfino la figlia dell’attivista e questo è seriamente preoccupante.

Leggerezza o atto doloso che sia, la privacy di una persona sarebbe stata pesantemente violata. E non si può non offrire tutta la propria solidarietà a Jasmine Cristallo che in questo frangente è senz’altro il soggetto più debole e compromesso.

PECcati veniali

Reading Time: < 1 minute

Il mio datore di lavoro (Pubblica Amministrazione) deve mandare al mio datore di stipendio (Ufficio del Tesoro) alcuni incartamenti che mi riguardano.

Per farlo usa la tradizionale raccomandata.

Sia il mio datore di lavoro che il mio datore di stipendio sono dotati di caselle di Posta Elettronica Certificata.

L’affrancatura della raccomandata è a carico dei cittadini contribuenti. Se usassero la PEC non ci sarebbero costi per nessuno. Io non ho parole. O, meglio, le ho. Ma è meglio che non le scriva.

L’affrancatura è a carico dei cittadini!

Reading Time: < 1 minute

Il mio datore di lavoro (facente parte della Pubblica Amministrazione) ha un indirizzo di posta elettronica certificata e conosce il mio.

Giorni fa mi ha spedito una comunicazione ordinaria (di cui conoscevo già il contenuto) per posta cartacea. Prezzo dell’affrancatura, 70 centesimi di euro.

Insomma, la Pubblica Amministrazione preferisce spendere 0,70 euro per dirmi una cosa che sapevo già (ma fin qui niente di male, ci vuole spesso una comunicazione scritta a seguito di quelle verbali) e per via ordinaria, col rischio che la lettera si perda e nel tempo di due giorni, anziché inviarmi la stessa comunicazione via PEC, con lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, a costo zero e con notifica immediata.

Ah, i settanta centesimi li paghiamo noi, naturalmente.

La mia banca è indifferente. Per forza!

Reading Time: < 1 minute

Stamattina ho ricevuto una letterina dalla mia banca.

Mi dicono che c’è una normativa antiriciclaggio che impone all’istituto di recedere dal contratto di conto corrente se IO non adempio a una serie di dati da fornire (ma non mi dicono quali).

Il tutto, ovviamente, “nostro malgrado”, che si direbbe anche “a nostro mal grado”, ma non stiamo lì a sottilizzare. Fatto sta che se entro il 31/12 non fornisco quello che loro non mi dicono mi chiudono il conto.

Mi avvertono anche che il tutto si risolve con una firmetta (“firmi qui, qui e qui”) e che in caso di dichiarazione falsa io rischio il penale e loro no, ma non si preoccupi, è una formalità (come sarebbe a dire che è una formalità?? La gente va in galera per formalità???).

Ho scritto loro una PEC (meglio tenere tutto agli atti!) con questo testo:

“Gentili Signori, in relazione al rapporto di conto corrente di corrispondenza in essere, e facendo seguito alla Vostra del 12/11/2013 (Ref. 1921/3091) inerente “Obblighi di adeguata verifica” sono lieto di rassicurarvi che non sono un mafioso e che non riciclo denaro. Per il resto fate un po’ voi. Cordialmente. Valerio Di Stefano”

Stay tuned!

E vogl’essere chi vogl’io, ascite fora d’a casa mia!

Reading Time: 2 minutes

Ci son momenti in cui uno non ne può più e dice basta.

A me è successo così, con una mail un po’ più pesantuccia delle tante altre ricevute. Me la mandava una  OnLus. Non ve ne dico il nome tanto non ve ne importa niente e le cose importanti sono ben altre (vivaddìo, un po’ di benaltrismo spicciolo me lo consento anch’io ogni tanto).

Mi dicevano che loro hanno in corso una iniziativa (e va beh, sono in tanti a farne di  iniziative…) soprattutto in collaborazione con un gioco da ricevitoria.

Mi è salito il sangue alla testa. Ma come, collaborate con un gioco di cui è concessionario lo stato, e per cui la gente si dissangua e ci si rovina la vita e venite a occupare la mia  casellina di posta elettronica con 170 Kb. di presentazioni, inviti, e soprattutto dati  postali, bancari o numeri di telefono della solidarietà a cui mandare un SMS “comodamente seduto nella mia poltrona”??

Io non voglio stare comodamente seduto nella mia poltrona. Io non voglio più che queste  organizzazioni grandi e piccole mi scrivano un’e-mail o mi mandino la loro propaganda cartacea del piffero. Se sono interessato alla loro causa li cercherò io, se no se ne stiano lontane.

Tra poco (cioè non troppo poco) sarà Natale e cominceranno a tempestarmi fraticelli, suorine, poverelli, mense caritatevoli, dovrò ricordarmi dei canguri dell’Australia, delle bambine abbandonate nello Zambia, delle vaccinazioni, dell’abbandono degli animali trattati a calci in culo, di mandare un obolo a quelli che dipingono con l’orecchio, a quelli che  suonano il pianoforte con i piedi, alle ragazze sordomute e al fondo di solidarietà “Dona anche tu un catetere a Valerio Di Stefano”.

No, non ci sto più, mi dispiace. Indurisco il cuore e gli faccio un mazzo così. Non mi  lascio più intenerire dalla faccia degli attori in televisione che sponsorizzano questa o  quella associazione. Non ne posso più delle stesse associazioni che mettono sullo spot televisivo gli stessi bambini che dicono di volere aiutare. Sono come quelli che li usano, o usano i cuccioli di cane, per impietosire i passanti, né più né meno.

Ci deve pensare lo Stato a questi bisogni. E se non ci pensa e crea questo vortice di denaro tra cinque per mille, otto per mille e donazioni volontarie vuol dire che qualcosa non funziona a monte.

Quindi io mi armo di firma digitale, di PEC ma soprattutto di rabbia e indignazione.

Voglio sapere dove e da chi hanno ricevuto i miei dati. E se non me lo dicono li segnalo al Garante della Privacy. Perché non è che se il frate è indovino io sono stupido!

Chi se ne frega di quanto costa “Report”?

Reading Time: 3 minutes
This image was originally posted to Flickr. Its license was verified as "cc-by-sa-2.0" by the UploadWizard Extension - da: it.wikipedia.org

Dalla trasmissione di “Report” di domenica 30 settembre 2013:

MILENA GABANELLI “Il nostro Bernardo Iovene ha perso un po’ l’aplomb. Ma in nessun paese al  mondo un politico si permette di replicare ad un giornalista che sta facendo domande  legittime “mi dica chi la sta pagando per venire fin qui”. Allora stiamo parlando di  Campobasso, da Roma, non dai Caraibi. Allora, la linea editoriale la decido in autonomia  dentro al servizio pubblico, che non vuol dire essere al vostro servizio.  Bernardo Iovene  non è un dipendente Rai, ha impiegato 4 mesi a realizzare questa inchiesta e l’ha realizzata  con mezzi propri, anticipandosi le spese e poi emette fattura. Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.”

La Gabanelli è andata oltre le righe. Solo perché il giornalista Bernardo Iovine è stato chiaramente assalito dalla prosopopea di una sottosegretaria di governo si sente in dovere  di rispondere con l’arma della trasparenza a una insinuazione infondata fin dal suo primo  formularsi. Sarebbe bastato dire che Bernardo Iovine, come tutti coloro che lavorano per Report, non sono dipendenti RAI. Punto, fine.

Invece eccoci, una puntata di “Report” costa 180.000 euro. Ora lo sappiamo. E sappiamo anche  che non sono pochi. Oddio, certamente una puntata di un varietà televisivo del sabato sera  costa molto, ma molto di più, tette e culi non sono a buon mercato rispetto al reporter  rampante con la telecamerina sul tavolo puntata contro il potente di turno, ma con la logica del “c’è ben di peggio” si va poco lontano.

180.000 euro, dunque e apprendiamo che questa cifra include anche il “compenso” della Gabanelli. Già, ma non sappiamo A QUANTO ammonti lo stipendio della Gabanelli. La logica del “tutto compreso” non permette di vedere quali sono le varie voci di spesa e a quanto ammontano. Si fa un bella pentola di minestrone, si dà una cifra e tanti saluti e sono.

“Fax e telefoni” rientrano nel pentolone. Ma chi è che li usa ancora i fax? Probabilmente  l’asilo infantile Mariuccia qui all’angolo e forse neanche loro. Chi deve mandare un  documento fa una scansione e lo manda via mail. Se sono cose importanti usa la PEC che costa  6,05 euro ALL’ANNO a chiunque (quindi anche a Report). Per le telefonate a voce tra i  componenti della redazione si può usare Skype. Oppure VoipStunt. Con WhatsApp si mandano messaggi vocali, con Viber si possono fare delle telefonate, il tutto GRATIS (o, meglio, sfruttando la connessione internet disponibile).

E ci tiene, la Gabanelli, a dirci che a noi telespettatori, sia che la sua trasmissione ci  piaccia o non ci piaccia, quella trasmissione non costa una lira perché la pubblicità della RAI incassa 190.000 euro e, quindi, i costi originari sono ripagati con un margine di  guadagno per l’azienda.

Ma che importanza ha? E’ veramente un punto di merito? Io non lo so. E sinceramente non mi importa molto sapere se al momento in cui si liquidano i costi di una puntata si va ad  attingere dai soldi che pago anch’io o da quelli che pagano un formaggino e un pinguino col telefono all’orecchio. Io non la voglio una trasmissione di pubblico interesse pagata da qualche azienda commerciale, neanche gratis. Se una trasmissione fa effettivamente  informazione, la RAI che la trasmette e che è servizio pubblico me la deve dare anche se ci  rimette, anche se nessuna crema rinfrescante vaginale investe un solo euro per trasmettervi i suoi spot. Tanto più che “la linea editoriale la decido in autonomia dentro al servizio  pubblico” e, quindi, se si decide una linea editoriale DENTRO al servizio pubblico si fa servizio pubblico anche se non si è dipendenti RAI.

E chi se ne frega di quanto spendi.

La Posta Elettronica Certificata che non arriverà mai

Reading Time: < 1 minute

Il mio cosiddetto “datore di lavoro” ha una casella di posta elettronica certificata.

Anch’io ho una casella di posta elettronica certificata.

Entrambi conosciamo i rispettivi indirizzi. Quindi possiamo inviare comunicazioni di qualunque tipo, incluse dichiarazioni d’amore, con il valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno a costo praticamente zero (la mia PEC costa 5 euro l’anno IVA esclusa, meno di una raccomandata di tipo tradizionale).

L’altro giorno ho ricevuto una raccomandata cartacea con ricevuta di ritorno.

Prezzo dell’affrancatura 4 euro. Cioè, i cittadini italiani hanno speso 4 euro per mandare a me una raccomandata con ricevuta di ritorno quando il mio datore di lavoro (che, evidentemente, per le spese postali, accede a un fondo pubblico) avrebbe tranquillamente potuto inviarmi un allegato in PDF con recapito praticamente istantaneo, al posto dei due giorni di trasporto impiegati dal cartaceo.

Noi siamo in leggera controtendenza.

Lettera aperta ai senatori del PD che hanno abbandonato l’aula

Reading Time: < 1 minute

Come vi avevo promesso, ecco il testo della mail circolare che ho inviato a tutti i senatori e le senatrici del Partito Democratico che oggi hanno abbandonato l’aula al momento dell a votazione della fiducia sul maxiemendamento sulle intercettazioni.:

Gentile Senatrice,
Gentile Senatore,

al decisione dei senatori del gruppo del Partito Democratico (fatti i dovuti "distinguo") di non partecipare alla votazione finale sul testo del maxiemendamento sulle intercettazioni, tristemente e tragicamente approvato dall’aula in data odierna, costituisce, a mio parere, una delle pagine istituzionali in assoluto più oscure dei nostri giorni.

Come cittadino ritengo assolutamente insensato e incomprensibile, in un momento di così grande pericolo per la democrazia e le garanzie costituzionali, abbandonare l’aula nel momento in cui l’opposizione, proprio perché tale, avrebbe avuto la possibilità di esternare il proprio rifiuto alla logica perversa che sottende le disposizioni approvate, e il non voler sottostare alla prepotenza di chi, ponendo la questione di fiducia in aula, rifiuta di soggiacere alle regole più elementari del dibattito pubblico.

Nel momento in cui ogni senatore è chiamato, nominalmente, ad esprimersi su un tale scempio delle più elementari garanzie, dire "no" è un dovere anche se si è in minoranza.

Le esprimo, dunque, il più totale e sdegnato dissenso verso un gesto che regala alla maggioranza la fiducia su un piatto d’argento, quando sarebbe stato possibile adebbitarle l’aggravante del ricatto della questione di fiducia.

Mi creda deluso.

Rispetto alla lista iniziale dei destinatari, per il momento ho notato che si sono verificati problemi nella consegna per una decina di nominativi. Non ho ancora ricevuto nessuna risposta (ma, si sa, è presto, è giovedì, e i senatori vanno tutti a casa…)

Comincia la mia collaborazione a altrenotizie.org

Reading Time: < 1 minute

…e allora un  saluto agli amici di www.altrenotizie.org che, bontà loro, hanno deciso di volermi ancora nel loro staff, che ha annoverato giornalisti di prima linea come Sara Nicoli, attualmente in forze al "Fatto Quotidiano", e su cui ho cominciato a pubblicare qualcosa. Il che non significa che avrò meno tempo per il blog, anche se è vero, ma, semplicemente, che continuerò imperterrito a rompere le scatole e a tirarmela da giornalista (oh, la casta dei giornalisti servirà pure a qualcosa… : - )) Ringrazio per la fiducia Alessandro Iacuelli e il direttore Fabrizio Casari.

Il primo articolo che ho pubblicato riguarda il pasticcio della Posta Elettronica Certificata, di cui mi sono occupato, quasi con precisione monomaniaca anche sul blog. Il titolo è "Posta Certificata: la chimera" (ma quello originale era "PECcati di omissione", mi piaceva di più…) e sul blog l’ho riportato qui.

Comune di Roseto degli Abruzzi: bene Skype e Posta Elettronica Certificata

Reading Time: < 1 minute

Non ci sono solo cassonetti immondi di immondizia da vuotare a Roseto degli Abruzzi, fermo restando il fatto che se restano così ci torno di nuovo e vi informo immantinente del lordume che purtroppo affètta la nostra ridente cittadina che non ha un cavolo da ridere.

Ad esempio, il sito http://www.comune.roseto.te.it/ offre sulla home page un link a una serie di indirizzi di Posta Elettronica Certificata piuttosto soddisfacente, e la connessione Skype con la linea diretta funziona davvero. Mi è stato risposto dopo solo due squilli di prova (sì, lo so, nel filmato non si sente, ma se non vi fidate cazzi vostri).

Ora però torniamo ad occuparci di cose che non vanno.

Ma perche’, con la PEC non si possono mandare oggetti solidi???

Reading Time: < 1 minute
Anche sull’istituzione della scalcinata Posta Elettronica Certificata di Stato c’è poi da ridire.

C’è gente che ha disperato che per l’introduzione della PEC in Italia (che poi c’era già, non vedo la necessità di tutto questo fuocodartificismo becero, se io l’ho presa tre anni fa è segno che tre anni fa si poteva fare…) perché teme per l’abolizione della tradizionale raccomandata cartacea.

Che è una di quelle psicosi collettive che ha preso l’opinione pubblica quando si cominciava a parlare di e-book, perché si temeva che potesse soppiantare il libro cartaceo (si prevedevano biblioteche ospitate su server megagalattici e chiusura delle librerie di carta. La gente diceva "Nulla potrà mai darmi il piacere dell’odore del libro", e così gli sniffatori della pagina stampata se la prendevano con la rete, rea di aver digitalizzato la cultura.

Scrive un lettore sul blog: http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/

"(…) magari, forsei, non conosco bene la funzione, ma spero che non venga per niente cancellata la raccomandata dalle poste, perchè permette di spedire alcune piccoli pacchi risparmiando rispetto ai costi della spedizione come pacco….cosa che via internet con la PEC non credo si possa fare con gli oggetti solidi."

Ma va’?? Con la posta elettronica non si possono mandare gli oggetti solidi??? Strano. Io pensavo che la PEC l’avessero inventata per permettere ai cittadini di inviarsi ombrelli, mobili usati, pialle del 12, cavaturàccioli, regali di nozze, lavatrici, elettrodomestici e tutto quanto fa spettacolo.

Che delusione questa PEC!

La Posta Elettronica Certificata “per tutti gli italiani” e’ un buco nell’acqua

Reading Time: 3 minutes


La casella di posta elettronica certificata "per tutti" è stata preanunciata in pompa magna come la solita rivoluzione "epocale" (fateci caso, "epocale" è un aggettivo che il Governo usa quando vuole coprire i propri fallimenti, è una mano di bianco esterna data a un edificio cadente e pericolante, è il travestimento della realtà, l’illusione della rivoluzione vera).

Da oggi, dunque, ogni cittadino avrà la possibilità di avere un indirizzo di posta elettronica certificata. Bello. Ma perché, prima no? Io ho una casella PEC da tre anni e l’ho sempre usata regolarmente. Dov’è, dunque, la novità? E, soprattutto, qual è il valore aggiunto e l’originalità di questa iniziativa?

Si potrà dire: la PEC di Stato da oggi è gratuita per tutti, mentre prima, se la volevi, eri costretto a pagartela. Sì, e allora? A parte il fatto che una casella di posta elettronica certificata costa, con Aruba, sei euro iva compresa, da che mondo è mondo il pubblico è gratuito e il privato, se lo vuoi, te lo paghi di tasca tua, niente di nuovo sotto il sole.

Le ridondanti notizie che trapelano attarverso il quotidiano filogovernativo "Repubblica", parlano, inoltre, di possibilità di usare la PEC soltanto nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. Che è una boiata bella e buona. Perché, se lo Stato mi dà uno strumento che ha il valore legale e giuridico di una raccomandata, posso usarlo SOLO per interfacciarmi con la pubblica amministrazione? Voglio dire, posso scrivere al mio comune, alla scuola, ai carabinieri, alla polizia, al tribunale, alla direzione generale del Tesoro della mia provincia, ma non posso scrivere al mio amico Baluganti Ampelio che, guarda caso, essendo un libero professionista, ha l’obbligo di avere una casella di posta elettronica certificata? E se lo voglio mandare a dare il ramato alle pecore attraverso la PEC di Stato perché non posso farlo?

La risposta è semplice: sì che posso farlo, ma quelli di "Repubblica" confondono il destinatario "Pubblica Amministrazione" con le caratteristiche tecniche della PEC, che sono quelle di poterricevere messaggi da indirizzi a loro volta certificati. Che non è la stessa cosa.

Ad ogni modo, si sappia che qualunque casella di posta elettronica certificata *può* ricevere e trasmettere da e presso qualunque indirizzo, certificato o tradizionale che sia, se con la PEC di Stato questo non è possibile o ci sono delle limitazioni sappiate che sono paletti che sono messi dal gestore, e che non sono insiti nel mezzo.

E’ come se vi dessero gratis una macchina che possa andare solo in determinati luoghi. O che non superi una certa velocità. Non è colpa della macchina, evidentemente.

Notevolmente macchinosa anche la procedura per registrarsi. Prima bisogna farlo on line, poi andare a farsi riconoscere in uno dei 6100 uffici postali abilitati al servizio (ce li vedete voi gli impiegati postali a chiedere "Cos’è che voleva, Lei? La PEC? Ma non poteva usare i francobolli come tutti gli altri? Scusi, vado a chiamare il Direttore…")

E’ la solita sparata, grandi effetti speciali, ma di rivoluzione pochina, la rivoluzione e l’abbattimento del cartaceo si avranno solo quando TUTTI i cittadini saranno messi nelle condizioni di poter usare la PEC per comunicare verso CHIUNQUE. Cioè quello che già esiste, sia pure a pagamento.

Altra obiezione: e la firma digitale? Se io spedisco via PEC un documento allegato a un messaggio di posta elettronica, l’unica cosa certezza che ho è che quel documento è stato spedito da quell’indirizzo, non che quel documento sia autenticamente sottoscritto. La firma digitale è fondamentale per capire e far capire che io sono io, punto e basta. Ma "ça viendra", direbbero i francesi. O gli ottimisti.

Dulcis in fundo: lo Stato, gestendo le PEC dei cittadini, ha la possibilità di controllarli nei loro rapporti con l’amministrazione pubblica, molto meglio di quanto non facciano e non possano fare i "dati incrociati" (ad esempio quelli del fisco o quelli anagrafici). Ogni mail certificata spedita o ricevuta crea un "precedente" di cui l’amministrazione tiene memoria.

E lo stato ha la memoria lunga. Lui sì che è all’altezza!

La Posta Elettronica Certificata e’ gratis per chiunque ma nessuno lo sa (e a nessuno gliene frega, su, via, diciamolo…)

Reading Time: 2 minutes

Voi lo sapete che sono fissato con la Posta Elettronica Certificata e che ogni tanto devo rompervici pervicacemente gli attributi, se no non sto bene e non mi sento realizzato, vero??

Orbene, questa mattina, accedendo al sito del CNIPA (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione), gironzolando qua e là in un sito fatto bene ancorché espressione del Governo Berlusconi (è fatto bene proprio perché non l’ha fatto lui!) ho scoperto che un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (si vede che mentre lo firmava non era con Noemi!) recante “Disposizioni in materia di rilascio e di uso della casella di posta elettronica certificata assegnata ai cittadini”, in vigore dal 6 maggio 2009, prevede che ogni cittadino che lo desideri e ne faccia richiesta possa avere la sua brava casella di posta elettronica certificata gratuita e senza oneri.

Insomma, si possono mandare a quel paese le poste e la stessa pubblica amministrazione con uno strumento semplice e ora davvero alla portata di tutti.

E’ un sogno possibile, voglio dire, si può fare.

Ma il punto è che non lo si vuole fare. Gli strumenti, come al solito, ci sono, ma manca totalmente la volontà individuale e collettiva. Un po’ perché un bel po’ di sana fila alle poste non ha mai fatto male a nessuno, così finalmente per spedire una raccomandata all’INPS, che potremmo tranquillamente evitare, potremo continuare a litigare tra noi perché “io ero prima di lei”, “ma come si permette”, “Oh, una raccomandata 5 euro, ma non si vive più…!”, e un po’ perché è giusto, perché avere qualcosa gratis e fare presto quando si può perdere comodamente del tempo pagando?

Dovrebbero scriverlo in internet a caratteri cubitali che il cittadino si può dotare di questo strumento, ma non lo dice nessuno perché se no poi non si fa più attenzione alla gravidanza di Penélope Cruz, Lei capirà Signora, è questione di audience…

Posta Elettronica Certificata: una realta’ lunga una vita, un sogno lungo meno della realta’

Reading Time: < 1 minute

La posta elettronica certificata è una realtà da una vita.

Io ce l’ho da due anni ed è una vera manna, poter spedire mail dal valore legale di una raccomandata fa risparmiare carta, tempo, file alla posta, e, soprattutto, denaro, visto che con il costo annuale di una casella di posta elettronica certificata oggi come oggi si copre si e no il costo di una raccomandata con ricevuta di ritorno.

Una vera goduria, poi, se il destinatario delle comunicazioni ha anche lui, a sua volta, una casella certificata. Arriva la ricevuta di ritorno in meno di un minuto, tutto ha valore legale e uno pensa che si vive proprio in un bel mondo.

Gli enti pubblici, però, continuano ad usare la posta raccomandata tradizionale. E a spendere soldi dei contribuenti.

Oggi ho chiamato un ente pubblico e ho chiesto l’indirizzo a cui potevo mandare la PEC. L’impiegato me lo ha dato ma mi ha praticamente pregato di non rivelarlo a nessuno perché se si sa in giro la pubblica amministrazione scoppia, poi diventa praticamente indifendibile, perché il suo funzionamento si basa proprio sui ritardi, sulla lentezza, sulla giacenza delle lettere alle poste, sul fatto che la gente è in ferie e non ritira la corrispondenza e quant’altro.

La PEC costa pochissimo e azzera i costi e i tempi della comunicazione.

Però, vai un po’ a spiegare che cos’è la PEC e come funziona a un pubblico ufficiale…