Questo abbonamento non s’ha da fare

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Volevo fare un abbonamento a una rivista che tratta di Linux. Io Linux ce l’ho, lo uso, l’ho installato, funziona tutto bene, ma non ci capisco una venerata mazza. Almeno non ancora. Quindi per me una rivista di divulgazione, di quelle che si trovano in edicola, va anche troppo bene. Dunque, visto che mi fanno almeno il 30% di sconto, andiamo con l’abbonamento.

Visito il sito dell’editore, ma il sito dell’editore non è disponibile. C’è solo un link a una casella di posta elettronica del servizio clienti. “Ok -mi dico- siamo nell’era di internet, mando una e-mail che arriva subito e in men che non si dica ricevo una risposta”. Volevo sapere se mi era possibile pagare con un sistema alternativo a quelli tradizionali (PayPal, carta di credito, bonifico bancario) ma non mi hanno nemmeno risposto (e ormai è passata una settimana). Va beh, anche se mi è scomodo vado a vedere come e cosa si deve fare per abbonarsisulle pagine della rivista. Bisogna mandare un bonifico, poi bisogna mandare la copia della ricevuta del bonifico via fax (un indirizzo di posta elettronica a cui mandare un PDF con il documento in questione no, eh??), con la richiesta dell’abbonamento sul tagliando fornito dalla rivista stessa. Anche lì un foglio di carta normale non va bene?? Perché devo tagliuzzare la rivista?? Oltretutto sul retro c’è un articolo che mi interessa. Guardo il tagliando, e in fondo, in caratteri minuscoli, c’è scritto che se per caso la pubblicazione del giornale dovesse cessare (tira aria di crisi anche per l’editoria linux, evidentemente) l’editore si riserva non già di rimborsarti il costo dei numeri di cui non usufruisci, bensì di sostituire l’abbonamento alla tua rivista con uno di pari valore a un’altra rivista della stessa casa. Insomma, invece di un giornale su Linux rischio di ritrovarmi una rivista di cucina o, peggio ancora, un giornale su Windows.

Insomma, questo abbonamento non s’ha da fare. E pensare che volevo solo pagare e aspettare il postino! Non mi resta che aspettare l’uscita della rivista in edicola, poi se m’interessa compro, se no la lascio lì. Senza fax e bonifici.

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SPID

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SPID… SPID… cazzo, ho bisogno di uno SPID. Fino a ieri non sapevo nemmeno che esistesse e oggi mi ritrovo a fare le pratiche per la concessione di un cavolo di SPID perché mi serve (già, perché mi serve?? Ma saranno un po’ anche cazzi miei) e non so come fare. Ho scoperto che esistono vari enti che rilasciano lo SPID. Posso chiederlo alle Poste Italiane, ad Aruba e a un bel po’ di altri soggetti. Ma è un Calvario. Per identificarmi una volta bastava il mio documento di identità, io sono io, eccomi qui, viviamo in uno stato di diritto e questa è la mia identità. Punto. Ora devi avere con te, come minimo, la carta di identità, il codice fiscale, la tessera sanitaria (se diversa dal precedente), una casella di posta elettronica, il tuo numero di cellulare, una telecamera per farti riconoscere da un addetto, uno scanner per scansionare i documenti e mandarli in formato elettronico, un accrocchio per mettere la firma digitale sui PDF he scarichi e che compili, il PIN che ti dà la ASL assieme alla tessera sanitaria e che cazzo!! Sono tecniche e mezzucci per scoraggiare l’utente finale e per risparmiare tempo e mezzi. Dopo aver deciso di contattare telefonicamente il servizio informazioni di un gestore di SPID (il cui nome mi trafigge il costato, come nel martirio di San Sebastiano) ho optato per farlo con le poste. Ho riempito i moduli e dopo una serie di errori (non riconosceva la città in cui sono nato) eccomi arrivare sul telefono un SMS che mi invita a recarmi all’ufficio postale per farmi riconoscere (eh, quello che ho descritto non basta!) e dove, spero, si concluda l’avventura di un cittadino in cerca di SPID. Sarebbe già troppo comodo.

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Del primato dei libri di carta

libri

Distribuisco e-book (o, meglio, testi digitalizzati, chè v’è la sua differenza) da una decina di anni, attraverso il sito gemello www.classicistranieri.com. Diciamo quindi che dell’argomento ne mastico un pochino. E che mi sono sentito tante, troppe volte rivolgere la (preoccupata) domanda “Ma l’e-book soppianterà il libro di carta?”

Giusto ieri sono incappato in un breve scritto di Richard Stallman (ve lo riporto nel file PDF in fondo, o guardate quanto sono gentilino!) sul pericolo di (certi) e-book. Ma non ci voleva certo Stallman per ricordarci che il libro di carta ha un vantaggio enormemente più grande, quasi incolmabile, sull’e-book che si acquista su Amazon (spesso a prezzi quasi corrispondenti alla versione cartacea, per cui tanto vale…).

Stallman fa giustamente notare che si può comprare un libro di carta pagandolo cash e mantenendo il più completo anonimato. Su Amazon dovete dare il vostro nome e cognome, il vostro indirizzo e un recapito di posta elettronica e questo non è certamente un bene.
Un libro di carta ha una tecnologia conosciuta e “aperta”, il corrispondente per Kindle è in un formato chiuso e proprietario.
Una volta acquistato un libro di carta potete portarlo a casa, nasconderlo nella libreria e ritirarlo fuori tra 20 anni per leggerlo, sarà sempre lo stesso oggetto e sarà sempre leggibile. Sfortunatamente non sappiamo ancora se fra 20 anni esisteranno applicativi che ci permettano di leggere i libri acquistati oggi su Amazon. Anzi, per dirla tutta, non sappiamo neanche che fine faranno i formati storici come il PDF. Come dico sempre, la Bibbia di Gutenberg è ancora leggibile dopo oltre 500 anni, abbiamo bisogno di tecnologie che ci garantiscano la sopravvivenza delle informazioni per almeno un tempo equivalente.
Col libro di carta potete cedere alcuni dei vostri diritti a terzi. Per esempio potete prestarlo a un amico. O rivendervelo, se proprio ci tenete. Non vi illudete di fare la stessa cosa con l’e-book di Amazon perché semplicemente non è possibile.
Ma soprattutto: col libro di carta non siete controllati da nessuno ed è impensabile pensare che chi ve lo ha venduto possa d’un tratto cancellare da remoto tutte le informazioni che vi sono contenute.

Ci sono, poi, le ragioni di quelli che i libri li sniffano. Io non ho mai capito che gusto ci trovino ma anche qui mi sono sentito dire più volte “Vuoi mettere l’odore dei libri nuovi?” Non ci ho mai capito un accidente, cioè, non ho mai capito perché la gente trovi tanta soddisfazione nell’usmare volumi e mi sono sempre chiesto se il godimento che gliene deriva è altrettanto marcato quando li leggono, ma c’è di tutto a questo mondo e dunque vanno bene anche certi feticismi.

Nessuno si preoccupi, dunque, il libro di carta ha lunga vita e sta benissimo. E se non credete a me leggete quello che ha da dire Richard Stallman.

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La Posta Elettronica Certificata che non arriverà mai

Il mio cosiddetto “datore di lavoro” ha una casella di posta elettronica certificata.

Anch’io ho una casella di posta elettronica certificata.

Entrambi conosciamo i rispettivi indirizzi. Quindi possiamo inviare comunicazioni di qualunque tipo, incluse dichiarazioni d’amore, con il valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno a costo praticamente zero (la mia PEC costa 5 euro l’anno IVA esclusa, meno di una raccomandata di tipo tradizionale).

L’altro giorno ho ricevuto una raccomandata cartacea con ricevuta di ritorno.

Prezzo dell’affrancatura 4 euro. Cioè, i cittadini italiani hanno speso 4 euro per mandare a me una raccomandata con ricevuta di ritorno quando il mio datore di lavoro (che, evidentemente, per le spese postali, accede a un fondo pubblico) avrebbe tranquillamente potuto inviarmi un allegato in PDF con recapito praticamente istantaneo, al posto dei due giorni di trasporto impiegati dal cartaceo.

Noi siamo in leggera controtendenza.

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Wikipedia e Rigoberta Menchú senza accento

Ieri, per scrivere l’articolo su Obama Premio Nobel per la pace che movimenta le navi nel Mediterraneo orientale, ho avuto bisogno di consultare la pagina di Wikipedia che contiene la lista cronologica delle persone che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento.

Nel 1992 lo vinse la guatemalteca Rigoberta Menchú Tum. Ora, “Menchú” si scrive proprio con l’accento acuto. Ma nella pagina non ce n’è traccia (mentre invece è scritto correttamente nella voce a cui il link rimanda, non vanno nemmeno a guardare quello che scrivono…). La cosa buffa è che il nome storpiato della Menchú viene poco dopo quello di Michail Sergeevič Gorbačëv (Giorbaciov per gli amici) in cui i nostri hanno fatto uno sforzo sovrumano per traslitterare dal cirillico.

Cosa costava un accento acuto? ALT + 163, e via.

Come sempre documento l’errore con lo screenshot e la versione PDF fornita dalla stessa Wikipedia e aspetto di vedere quando lo correggeranno.

Vincitori-del-Nobel-per-la-pace-(cronologico)

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Internazionale: Jimmy Wales, Mr Wikipedia, non è un miliardario

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Internazionale è un giornale fantastico, che fa onore alla buona informazione e a un modo di presentare le notizie (o, in questo caso, le traduzioni degli articoli più significativi dei giornali stranieri) globale ma non globalizzato.

E’ tra le poche testate italiane che usa la licenza Creative Commons per i propri articoli originali (non per quelli acquistati da altri editori) e ha l’unica pecca che l’edizione in PDF costa quanto quella cartacea, che in edicola si trova con il contagocce.

La copertina del numero di questa settimana, assieme all’articolo centrale (solitamente quello più lungo, originariamente pubblicato sul “New York Times Magazine”) è dedicata a Jimmy Wales, il papà di Wikipedia, e al suo “strano destino”, che direbbe di sé

“Non sono un miliardario”

Ora, Jeff Wales non sarà un miliardario e non voglio metterlo in discussione.
MA certamente non lavora all’ILVA di Taranto. E cominciamo a sbaraccare l’argomento dai dubbi.
Se poteva tranquillamente permettersi, dopo due matrimoni falliti, di andare spesso da New York a Londra per andare a trovare la sua terza moglie, già segretaria di Tony Blair, come si legge nella ricostruzione della sua vita, allora, forse, sarà anche vero che con Wikipedia non si diventa miliardari, ma ci si campicchia e anche bene.
Se ha un cellulare cinese della Huawei (85 dollari), non lo si deve certo al suo stile di vita francescano, ma al suo interesse per l’esportazione di Wikipedia sulla tecnologia mobile dei paesi in via di sviluppo.
No, non è un miliardario, ma va a pranzo con Felicia Day e a cena con Charlize Theron. Tutti vorremmo essere non-miliardari in quel senso lì.

“Una delle cose più strabilianti di Wikipedia è che riconosce ai suoi anonimi volontari la stessa autorità degli esperti più famosi”

Ma sì. Sappiamo benissimo che patatina18, piuttosto che patatosognamgnam (molto più astuta la prima, bisogna dirlo!) oltre ad avere i brufoli e ad avere alle spalle un meraviglioso curriculum vitae consistente nella presentazione di una formidabile tesina di maturità, non hanno nulla da invidiare a chi a un argomento o a una branca del sapere ha dedicato tutta una vita.
Ecco il male di Wikipedia, che chiunque, per avervi scritto qualcosa, non solo si sente portatore di cultura, ma viene anche riconosciuto come tale da tutta la comunità. Ti fanno sentire utile, importante, anche se non lo sei. Succede anche tra i cattolici. Deve essere molto gratificante, ti fa sentire di avere potere sugli altri, ma soprattutto ti fanno rendere falsamente consapevole che tu puoi sapere di astrofisica almeno quanto ne sapeva Margherita Hack, basta solo che tu scriva qualcosa sull’argomento che nessuno cancellerà mai. Se suoni la chitarra o il basso elettrico e sai mediamente come è fatto il tuo strumento, puoi essere paragonato a Paco de Lucia o a Patrick Djivas. Basta che tu allunghi il wikibrodo e, possibilmente, che tu arrivi prima degli altri.

“Immaginate un mondo in cui ogni singolo abitante del pianeta può accedere liberamente alla summa di tutta la conoscenza umana”

Magari!! Sappia, però, il signor Jimmy Wales, che il mondo non ha (solo) bisogno della conoscenza nozionistica che Wikipedia si ostina a voler spacciare come “enciclopedica” (ditemi voi cosa c’entra una voce su Wanna Marchi con l’enciclopedismo. Nulla. C’entra, piuttosto con la volontà e l’opportunità/opportunismo di aggiungere una voce e fare numero). Il mondo ha bisogno di organizzarle le nozioni, di elaborarle criticamente, di farle proprie non secondo un criterio mnemonico ma personale. Il problema, caro Jimmy Wales, non è sapere quando è morto Napoleone. Ma inserire quella informazione nel contesto del lavoro che devo svolgere o della frase che voglio dire. E sapere se mi serve o no. Per questo ci sono le scuole, e l’impossibilità per una fetta ancora troppo grossa della popolazione mondiale di accedervi.

L’articolo di Amy Chozick, comunque, è piacevole. Leggetelo. Anche per capire come NON si diventa miliardari.

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I “43 anni” (Piazza Fontana – Il libro – Il Film) di Adriano Sofri

Adriano Sofri ha appena pubblicato in rete un instant-book.

Si intitola “43 anni” ed è un file PDF realizzato un po’ alla meno peggio, dal punto di vista della grafica (il testo non è neanche giustificato a destra, ma qualcuno dei miei lettori mi dirà che conta sempre e soltanto il contenuto, e va beh, allora scaricàtevelo e buon pro vi faccia, cosa volete che vi dica…).

Nel libro, distribuito via internet (cosa che fa abbastanza “in”, ultimamente, bisogna riconoscerlo) e regolarmente protetto da copyright (infatti non esiste neanche una nota in proposito, né una liberatoria da parte dell’Autore, il che lo inserisce implicitamente e di diritto tra le opere protette da diritto d’autore, in breve, sic stantibus rebus, non potete nemmeno darlo a un amico), Sofri contesta l’impostazione storica fornita da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di Piazza Fontana” (Edizioni “Ponte alle Grazie”), e, conseguentemente, quella contenuta nel recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”.

Naturalmente è diritto di Sofri, che mi risulta essere un libero cittadino, dire quello che vuole. Mi risulta che una “libera ispirazione” di un film, sia pure a un libro impostato col rigore di un’analisi storica, ancorché non condivisa, possa essere considerata un rifacimento un po’ romanzesco, o, comunque, narrativo, che non pretende di dare una spiegazione che sia storicamente attendibile. Insomma, il film di Marco Tullio Giordana è, appunto, un film.
Come se ne sono fatti tanti su eventi e personaggi che hanno inquinato la nostra storia patria, dalla banda della Magliana al bandito Salvatore Giuliano, senza che nessuno abbia mai messo in dubbio o criticato un’opera filmica solo perché si appoggia su una tesi piuttosto che su un’altra. Proprio perché un film è ALTRO dalla storia.

Sofri è stato condannato in via definitiva per l’omicidio Calabresi. E’ un dato che pesa come un macigno, fermo restando, come dicevo, il suo diritto di dare tutte le ricostruzioni storiche e le interpretazioni che vuole dei fatti di cui è stato, direttamente, indirettamente, o solo moralmente, protagonista.
Gli diamo atto che si è sempre proclamato innocente rispetto ai fatti contestatigli e che, per questo, e coerentemente, non ha mai chiesto la grazia. Solo nel 2009, un articolo del Corriere della Sera riportava una sua frase un po’ inquietante:
«Di nessun atto terroristico degli anni Settanta mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, “Calabresi sarai suicidato”».

Una autoaccusa morale, dunque, ma Sofri ha scontato per intero la sua pena. Gli fa onore, ma non ci convince lo stesso.
Come non ci convince il fatto che Sofri abbia dato del “cretino” a Travaglio, trattandolo da “squadrista”, solo perché in un suo libro (forse il più bello, o, quanto meno il più emotivamente partecipato, “La scomparsa dei fatti”, edito per i tipi del “Saggiatore”) si era permesso di affermare che «essendo [Sofri] condannato per omicidio e dunque beneficiario dell’indulto, lo farà uscire dal carcere tre anni prima».

Sofri mi risulta che abbia collaborato a lungo con Panorama. E che attualmente collabori con “Repubblica” e anche con “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Nel 2002 ha pubblicato il volume “Altri Hotel. Il mondo visto da dentro 1997-2002”. Con Mondadori.

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I nuovi CD-ROM e DVD-ROM di classicistranieri.com

E ora, pel vólgo stolto e incólto, vi vo’ teste annunziare che sono disponibili tre nuovi ciddirròmmi o divviddirròmmi, vedete un po’ voi dove volete masterizzarli, nei domini ormai immensi di classicistranieri.com.

Trattasi rispettivamente (o in ordine sparso) di una risorsa dedicata alla tradizione anonima, un’altra che riguarda la biblioteca PDF del Gutenberg Project e l’ultima, di cui vo’ particolarmente fiero, tronfio e sussiegoso, "Women Writers" un’approfondita antologia delle scrittrici presenti sul catalogo dello stesso Gutenberg Project. Volete anche un po’ di pastina in brodo per stasera? Ovvìa…

Come sempre le risorse possono esser consultate ollàin, scaricate tutte in una bòtta, o a volumini piccini piccini, che stanno su un floppy disk (tanto fra poìno smettano di fa’ anche velli…).

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Simone Aliprandi – Creative Commons: manuale operativo

Frutto del lavoro comune intrapreso da Arci, Comune di Modena e Stampa Alternativa, ecco un manuale operativo senza fronzoli e tecnicismi dedicato al progetto e alle licenze Creative Commons. Iniziativa attualmente assai articolata e localizzata ormai in quasi una cinquantina di Paesi del mondo e sostenuto da illustri intellettuali di varie provenienze. Obiettivo primario del progetto è promuovere un dibattito a livello globale sui nuovi paradigmi di gestione del diritto d’autore e diffondere strumenti giuridici e tecnologici (come le licenze e tutti i servizi a esse connesse) che permettano l’affermazione di un modello “alcuni diritti riservati” nella distribuzione di prodotti culturali. Inoltre, la realizzazione di questo libro è stata l’occasione per tradurre finalmente in italiano interessanti testi divulgativi e materiali esplicativi finora disponibili solo sul sito di Creative Commons inglese. Uno strumento utile e dinamico per chiunque voglia saperne di più, e soprattutto applicare al meglio, queste licenze aperte.

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Simone Aliprandi, Creative Commons: manuale operativo
Stampa Alternativa, 2008
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L’opera viene rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate.

Il testo integrale è disponibile in formato PDF (1,4MB). Anche la copertina è disponibile in formato PDF (220KB).

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Alberto Prunetti, Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi

Il cloruro di potassa è un forte agente ossidante utilizzato nella fabbricazione di fiammiferi, di fuochi artificiali, di esplosivi. Ma Potassa è anche il nome di quattro case sulla via Aurelia, nella maremma grossetana. Qui nel luglio del 1921 il facchino Domenico Marchettini, già noto alle forze dell’ordine, tenta invano di rincorrere un camion di fascisti. Un episodio minimo nella storia di ignoti ribelli maremmani che scatenerà conseguenze imprevedibili. La rabbia del Marchettini è lucida determinazione. Presto troverà altri complici nelle boscaglie maremmane dove si nascondono sovversivi, renitenti alla leva, banditi. Un fatto di sangue li unirà prima che si disperdano per il mondo, in fuga. C’è chi scapperà in Russia per trovare una morte drammatica; c’è chi farà perdere le proprie tracce. Intanto un altro ribelle gira per il mondo, in Argentina entra nella banda di espropriatori anarchici di Severino Di Giovanni. Storie che si intrecciano, rivolte che esprimono un’inesauribile voglia di vivere e una irrequieta tensione che inevitabilmente si scontrerà con la realtà e i poteri costituiti.

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Alberto Prunetti, Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi
Collana Margini, Stampa Alternativa, 2004 (fuori catalogo)
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Stefano Apuzzo, Serena Baldini, Barbara Archetti, Lettere al di la’ del muro: Dai bambini palestinesi dei campi profughi

Il libro contiene le lettere più belle e toccanti dei bambini che vivono nei campi profughi alle porte di Gerusalemme. Le loro famiglie furono espulse dai villaggi natii alla nascita dello Stato di Israele nel 1948 e dopo l’occupazione illegale dei Territori Palestinesi del 1967. Cosa significa per dei bambini crescere ingabbiati da un muro di cemento alto 9 metri, senza possibilità di uscire mai dai campi in assenza della “carta blu”? Cosa c’è al di là del Muro, dalla parte “giusta” e ricca, dalla parte blu?
Lettere al di là del Muro è un testo di bambini palestinesi che si raccontano senza remore e paure, una testimonianza unica e preziosa, uno strumento utile anche per insegnanti ed educatori. Un libro per la pace.

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Stefano Apuzzo, Serena Baldini, Barbara Archetti, Lettere al di là del muro:
Dai bambini palestinesi dei campi profughi

Collana Ecoalfabeto, Stampa Alternativa, 2008
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L’opera viene rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate.

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Scheda e modalità d’acquisto del volume cartaceo.

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Beppe Grillo – Il calendario dei Santi Laici 2010

È necessario portare il nostro cuore in miniera. Una miniera profonda,
piena di testimonianze, di diamanti che brillano. Per scendere nelle sue viscere bisogna avere il cuore appresso, come una lanterna. Nei suoi lunghi cunicoli, per tutta la sua estensione, ci sono i Santi Laici. Santi più per caso che per propria volontà. Talvolta un diamante, un Santo Laico, torna in superficie, ma la sua luce offende i nostri occhi. Non sono più abituati a Giorgio Ambrosoli, Giuseppe Impastato, Rosario Livatino, don Peppe Diana. I Santi Laici sono il nostro specchio oscuro. Centinaia e centinaia di vittime. Ognuno a modo suo, spesso inconsapevole, sempre temerario, ha perso la vita per una idea di Stato che forse esisteva solo nella sua coscienza. Ascoltare le loro voci, leggere le loro storie e continuare a vivere nell’indifferenza di un Paese consegnato ai suoi peggiori istinti è difficile, per molti impossibile. Meglio cancellare le loro esistenze, le loro testimonianze civili dietro la facile definizione di “eroi”. Un eroe è un individuo eccezionale. Tutti noi, cittadini comuni, la regola che viene confermata dall’eccezione. Nella miniera c’è però una luce sempre più forte. Quella di Paolo Borsellino. Un diamante seppellito insieme ai motivi del suo assassinio. Vicino a lui, un’agenda rossa che forse farà luce nel buio senza stelle di questa Italia.

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