L’eterna prescrizione. Se proprio dovete incappare in un reato fatelo subito

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Può accadere a chiunque (e dico CHIUNQUE) di incappare in qualche reato. Se mettete sotto una vecchietta e la mandate all’ospedale potete essere accusati di lesioni colpose. Ci sono poi i reati “tipici” di una categoria. La diffamazione per i giornalisti o l’abuso d’ufficio per i politici. Ecco, se proprio dovete capitare tra le maglie della giustizia fatelo adesso che è la settimana di Natale e ci sono ancora gli sconti per la prescrizione, perché a partire dal 1 gennaio entra in vigore la sospensione sine die dei tempi voluta fortemente dal ministro Bonafede e non contrastata dagli alleati di governo del PD e dalla stampella di Italia Viva. Dal 1 gennaio, infatti, se sarete giudicati in primo grado, potrete contare su una sospensione “a vita” della prescrizione. Dovete fare un concorso? Una gara d’appalto? Dovete produrre i vostri certificati dei carichi pendenti e del casellario giudiziale? La vostra posizione sarà “congelata” senza un termine preciso entro il quale il processo deve concludersi. Praticamente a vita perché non ci sarà più l’urgenza di celebrare le udienze di appello e di Cassazione. Un cittadino sarà libero di essere imprigionato nella sua condizione di indagato o di imputato senza che questa condizione cessi nei tempi ragionevoli previsti dalla Costituzione per il giusto processo. Siamo agli ultimi giorni, siòre e siòri.

Dipende da Rousseau

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Domani, dalle 9 alle 18 (tertium non datur) gli iscritti alla piattaforma Rousseau saranno chiamati ad esprimersi sul programma del nuovo esecutivo (e, si badi bene, solo sul programma, non sulla ripartizione delle poltrone o sull’alleanza con l’ex nemico PD). Se vinceranno i no, da quello che ha dichiarato Stefano Patuanelli a Radio Capital, Conte non dovrebbe far altro che prendere atto dell’amara realtà e fare la valigia sciogliendo la riserva in modo negativo. C’è solo di che chiedersi se la vita della politica italiana debba essere per forza condizionata da una piattaforma informatica di proprietà di un privato e da un numero tutto sommato esiguo di sostenitori del Movimento 5 Stelle quali gli iscritti a Rousseau. Un clic sul no, e hai grandissime chances di mandare a puttane una maggioranza parlamentare. Senza che nessuno ti dica quanti utenti unici hanno votato, quali sono le percentuali di differenza tra chi ha votato su Rousseau e chi ha votato alle politiche (e, magari, anche alle Europee, che hanno visto il tracollo del Movimento, e la sconfitta di Di Maio, che ha dovuto -lui sì- poggiare la testa sulla ghigliottina dell’inossidabile Rousseau. Rousseau è il privato che si sostituisce alle istituzioni, non è il controllo via rete del potere, non è Internet che ci dà la conoscenza, non è il mezzo con cui possiamo metterglielo finalmente in quel posto là a tutti come diceva Beppe Grillo fin dai tempi precedenti al Vaffanculo-Day, Rousseau è esso stesso il potere, è un qualcosa di non ben meglio identificato che determina la strada non solo della politica interna al movimento (che, voglio dire, fin lì sarebbero solo affari loro), ma di un intero governo che ha avuto l’occasione di formarsi prima ancora che davanti ai mouse degli iscritti a Rousseau, davanti al Presidente della Repubblica e, suo tramite, davanti a tutti gli italiani. Quattro smanettoni che decidono non possono sostituire il dibattito interno ai partiti, il confronto parlamentare, la responsabilità di garantire al paese un governo di legislatura che lo porti alla scadenza naturale delle elezioni, e che non sia, pertanto, il governicchio che disbrighi controvoglia e sbadigliando i cosiddetti “affari cortrenti” e ci prepari alla tornata elettorale anticipata tanto cara a Salvini, alla Meloni e a Berlusconi che vincerebbero a mani basse e ci condannerebbero a un imprecisato periodo di politica di destra, con la benedizione del Sacro Cuore Immacolato di Maria. Se tutto questo si verificherà lo dovremo al Movimento 5 Stelle, ormai diventato l’ombra (e forse più neanche quella) dell’entusiasmo dei primi tempi in cui riempiva le piazze e in cui Di Maio, probabilmente, faceva ancora il bibitaro sulla spiaggia o allo stadio (adesso non ricordo bene). E’ una vita difficile. Felicità a momenti e futuro incerto.

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Verso il Conte-bis

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Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
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Michela Murgia mi dice di informarmi (onde evitare brutte figure, va da sé…)

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Per carità, io ho una grande stima di Michela Murgia. E’ brava, intelligente e soprattutto dotata di quel tanto di ironia che dovrebbe caratterizzare tutte le donne del suo spessore umano e intellettuale.

E quindi il fatto che ieri mi abbia scritto su Twitter consigliandomi di informarmi prima di parlare (del caso di Concita De Gregorio di cui ho parlato alcuni giorni fa). Il breve botta e risposta lo trascrivo qui. In neretto gli interventi della Murgia, in corsivo i miei:

Se esiste una metafora della mancanza di responsabilità politica è certo la vicenda capitata a @concitadeg, l’unica a pagare per il diritto di cronaca mentre editore e speculatori politici si sono dileguati. La credibilità del PD è morta anche all’Unità.

Non sono d’accordo, signora Murgia. Il diritto di cronaca non è il diritto di diffamare e qui ci sono fior di sentenze (esecutive, anche se non definitive) che certificano che il danno c’è stato. Non è a suon di paroloni o di notizie sbagliate che si fa informazione. CDG paghi.

Forse documentarsi prima di parlare le sarebbe utile a evitare figuracce.

Le condanne per milioni di euro ricevute in sede civile da questa signora sono o non sono una sufficiente fonte di informazione? E’ riuscita a farsi spillare 30.000 euro + 7.000 di spese processuali da uno che ha denominato “fascista”. E ammettere di essersi sbagliata no, eh??

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Le bollette dell’acqua e della luce di Concita De Gregorio

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Il 1° febbraio scorso su Twitter è apparso questo sfogo di Concita De Gregorio che recita “Voi, fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, impedirmi di pagare l’acqua e la luce, ma non è così che avrete la mia testa e mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà ”  Che cosa è successo? E, soprattutto, chi sono i “fascisti” che starebbero impedendo (probabilmente schierandosi stile plotone di esecuzione sui gradini dei prefabbricati delle Poste Italiane) alla De Gregorio di recarsi all’ufficio postale (come fanno molti) con le bollette in mano per pagare le utenze di acqua e luce? La soluzione dell’enigma è semplice. I “fascisti” non sono i giudici che l’hanno condannata a pagare un totale piuttosto astronomico di 5 milioni di euro per le cause di risarcimento per diffamazione che la De Gregorio, come direttore responsabile in solido, ha perso contro Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi e altri», rosaria la De Gregorio.

Tra questi “altri” c’è anche un certo Stefano Andrini:

«Gentili signori. Chi mi ha sequestrato il conto corrente si chiama Stefano Andrini. Cercate bio. Non è diffamazione, non è penale. Sono cause civili. Pago per l’editore che non c’è. il mio debito personale è saldato. Non lamento per me, denuncio per tutti ».

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Diritto di metafora/delitto di metafora

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Lo so che è un (bel) po’ di tempo che difendo Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano (che non hanno bisogno di essere difesi, doprattutto da me), ma questa volta mi esce proprio dal cuore.

Marco Travaglio ha scritto un paio di giorni addietro:

“La legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana.”

Ora, appare evidente a tutti che quella dell’acido è una metafora. Per dire una cosa più o meno simile a “in un modo di cui si perda la memoria della presenza fisica”. Per carità, qualcuno può considerarla tranquillamente una metafora di pessimo gusto, non si può negare a nessuno il diritto di avere pessimo gusto o di rimanere schiufati davanti alle esternazioni altrui. Ma sempre metafora rimane. “La metafora è un paragone accorciato”, diceva la mia professoressa di lettere della prima liceo. Ed aveva ragione. Quindi, “sciogliere una legislatura nell’acido” (operazione impossibile nella sua praticità) significa “disfarsene al più presto e in modo da non lasciare tracce”.

Ma mal ne incolse al povero Travaglio che, immagino inaspettatamente, si è immediatamente visto rispondere con un tweet dell’avvocato Lucia Annibali che lo redarguiva ricordando anche la sua atroce sofferenza di vittima dell’acido che senza dubbio ha dovuto patire:
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Il Fatto Quotidiano e le beghine di Facebook

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Qualche giorno fa sulla  versione on line del Fatto Quotidiano è apparsa questa vignetta di Mario Natangelo su Maria Elena Boschi.

Dico subito che non è un gran che. Fa ridere poco (tutt’al più ti strappa un sorrisetto striminzito) e si vede che l’autore non era in vena quando l’ha realizzata. Ma, anche a prima vista, è e rimane quello che è, una vignetta satirica. Punto.

Invece su Facebook l’altro giorno è stato il dies a quo della levata di scudi da parte dei filo-piddini. “Hai visto?” “Oh, sì, che gusto pessimo” “Ma davvero non si può vedere” “Che schifo!” “Sì, e poi è sessista”, il tutto in un cicaleccio da pomeriggio di agosto di signore che vanno a mettere i piedi nell’acqua di mare per rimediarsi un po’ di refrigerio.

Ecco, la gente ha paura della satira. Come se non fosse mai esistito il ridere sui potenti e sui politicanti. Quello che dà fastidio è vedere una donnina stilizzata, neanche poi tanto somigliante, con la gonna alzata (mentre per certi ambienti della sinistra dabbene era d’obbligo gridare “Il re e nudo!”, alludendo ad altre e più imbarazzanti vergogne) rappresentare per contrasto l’immagine angelicata che la ex ministro dà di sé. Siccome abbiamo un “textus receptus”, cioè una tradizione di immagine della Boschi, automaticamente non dovremmo potercela nemmeno immaginare un po’ svestita e ignudarella. Non si fa. Non si ride di chi ci governa. Soprattutto se chi ci governa forma parte del partito amico.
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Massimo Corsaro a Emanuele Fiano: “le sopracciglia le porta per coprire i segni della circoncisione”

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E’ una storia di ordinario parlamento. Massimo Corsaro, Gruppo Misto, manda un commento via Facebook con cui ha insultato ed attaccato il deputato del PD Emanuele Fiano, reo di essere il primo firmatario di una proposta di legge che tende a (re)introdurre i reati di apologia di fascismo (come il saluto romano, ad esempio), una delle poche cose buone che stia facendo il PD -e dàgli e dàgli ci è riuscito- fino ad ora. Il commento recita: “Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…” ed è un chiaro riferimento all’appartenenza culturale e religiosa di Fiano.

Ora, e qui non ci son storie, l’insulto al credo (religioso, filosofico, morale, culturale o politico) inteso ad attaccare la persona è sempre da condannare, proprio perché esula dalle questioni di merito e va a finire su caratteristiche della persona che nulla o quasi dovrebbero avere a che fare con la discussione, ammesso che di discussione, a questo punto, si possa parlare.

Poi se ne esce Renzi tutto pomposo con un tweet in cui lancia l’hashtag #iostoconlele chiedendo contemporaneamente le dimissioni di Corsaro (dimissioni che, naturalmente, sa già che non potrà mai ottenere): da qui la tendenza modaiola-piddina dell’emulazione l’ha fatta da padrona. Tutti i pezzi grossi del Partito hanno scritto parole di comprensibile solidarietà, solidarietà che è arrivata anche da personaggi fuori dal PD come lo stesso Marco Cappato, recentemente rinviato a giudizio per l’aiuto al suicidio di Dj Fabo. Bene. Voglio dire, prevedibile ma bene. Un po’ patetica la scia di emulatori del capo che, come il pifferaio di Hammelin, ha tirato fuori lo zufolo e loro a corrergli dietro incantati come tanti topolini al seguito, ma va ancora bene.
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Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

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Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).
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PD: un anno di governo con l’apostrofo

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La gente mi dice spesso che son troppo pignolino (ma va’?) nell’individuare gli errori di ortografia in rete. E troppo crudele nello stigmatizzarli, perché “in fondo sono solo degli errori di battitura o delle banali sviste che non denotano necessariamente l’ignoranza o la malafede di chi li commette” (ah, no?).

Allora mi dicano Lorsignori come deve essere classificato questo prezioso reperto che illustra la “scuola che cambia” secondo il Partito Democratico (ora lo so che cosa direte, che ce l’ho a morte con il Partito Democratico, sì, e allora?) e che pubblicizza un incontro con Renzi in testa al quale spicca la scritta “2014-2015 un’anno di governo”. “Un’anno” con l’apostrofo! (cliccate sull’immagine per ingrandirla, peccatori!)

C’è indubbiamente da crederci che la scuola cambierà se si usano gli apostrofi là dove non ci vogliono. Credo anche che una cultura basata sulla banalizzazione e sulla tolleranza di questo tipo di orrori per cui la mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non avrebbe esitato a mettermo un segno di matita blu e a rimandarmi a posto con una bella rampogna, non sia una cultura che cambia l’Italia. Tutt’al più la mortifica.

Non è un errore grave? E invece sì. E’ gravissimo. E se lo si vuole tollerare a tutti i costi si è complici di questa cultura della sciatteria e del va’-là-che-vai-bene.
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La lista è vita

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Pippo Civati figura nella lista Falciani.

Chiarisce che il conto era intestato al padre e di non avervi “mai avuto accesso“. Dice inoltre di essere stato solo l’intestatario di una procura.

Non metto minimamente in dubbio le circostanze riferite da Civati e c’è da essere d’accordo con lui quando dice che è spiacevole ritrovarsi in una lista assieme a dei mariuoli che hanno frodato il fisco.

Ma il mi’ babbo Sergio, che ogni tanto mi metteva qualche migliaio di lire in un libretto della filiale di Vada della Cassa di Risparmio di Livorno, un conto in Svizzera non ce l’ha mai avuto. Nemmeno, si veda il caso, per darmi una procura.

O come mai? La lista è vita.

La sconfitta a metà di Roberto Saviano

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Io non so se sono io che sono pessimista e non so guardare all’essenza delle cose che considero quella di Saviano una sconfitta e anche sonora, o se è lui che, evidentemente più ottimista, dice trattarsi di una “Vittoria a metà”.

Fatto sta che ha intentato una causa di dimensioni enciclopediche per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata e i boss dei Casalesi, Bidognetti e Iovine, sono stati assolti con formula piena. E’ stato solo condannato un avvocato, oltretutto a una pena risibile, un anno di reclusione e siamo sempre solo in primo grado. La sentenza, oltre che Saviano, riguarda anche la giornalista Rosaria Capacchione, oggi senatrice del PD, perché nel frattempo ha deciso di non farsi mancare nulla.

Ecco, a dirla tutta a me non sembra tutto questo gran risultato. Voglio dire, non è che c’è da gioire, sia pure a metà, con una sentenza di questo genere, e i “guappi di cartone” saranno anche tali, ma intanto sono stati assolti, sintomo di una impunità che in Italia premia sempre. E di processi-montagna che partoriscono condanne-topolino. Poi, soprattutto, titoli sui giornali a piovere, chè non si dica mai d’aver perso un’opportunità per strillare ai quattro venti che Saviano ha vinto a metà.

San Marco se n’è andato e non ritorna più

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Per il Partito Democratico, Grillo e il Movimento 5 Stelle sono diventati un’arma di distrazione di massa.

Non sono degli avversari politici o, al limite -ma proprio al limite al limite- una forza politica con cui confrontarsi o scontrarsi, no, macché, sono il perno principale con cui distrarre l’attenzione dei propri iscritti e dell’opinione pubblica.

Così, mentre qualcuno nel Movimento commetteva il sesquipedale reato di attribuzione straniera del grano saraceno, si scoperchiava il pentolone del Mose di Venezia, con l’arresto ai domiciliari del sindaco e con il coinvolgimento del già presidente della Regione Galan.

Però, sia chiaro, l’Unione Regionale del Veneto se n’è uscita con un comunicato stampa “per una corretta informazione a seguito dei recenti fatti accaduti” in cui si dice che Giampietro Marchese non è più iscritto al PD da due anni e che Giorgio Orsoni non è mai stato iscritto né ha rivestito cariche interne.

Oddio, a quel punto, visto che volevano distrarre le masse, facevano prima a inventare anche loro che il grano turco non era di produzione nazionale, così si facevan du’ risate tutti. E invece no, e invece hanno voluto a tutti i costi farci credere che il punto nodale è la non appartenenza, e non la complicità. E’ stato il PD che ha foraggiato la candidatura di Orsoni, cosa ci combina se lui era anche -o no- iscritto?
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“Ce l’ha insegnato Berlinguer! [Oh yeah!]”

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Quand’ero piccino (su, via, piccino… diciamo adolescente) al Liceo che frequentavo andava di moda una canzonetta ricavata dal motivo di “Le gocce cadono ma che fa/se ci bagnamo un po‘”. Era contro gli studenti comunisti (i cosiddetti “Figgicciòtti”) e faceva così:

“Noi siamo giovani del PCI
siam della FGCI
scendiamo in piazza sol con la DC…
Con gli estremisti no,
coi socialisti no,
ce l’ha insegnato Berlinguer!!” [Oh yeah!]

S’era bischeri, via.

Però una piccola verità questo testo greve e falsamente canterino l’ha stabilita: non si faceva nulla che non fosse stabilito dalla nomenklatura. Il Partito comandava e il compagno eseguiva.

Oggi, fateci caso, non si fa altro che invocare Berlinguer. Lo si cita ad ogni pie’ sospinto, lo si invoca come guida, se ne riprendono frasi su Facebook, su Twitter, si dice che “se ci fosse lui…” e via piangendo. Del resto i morti non possono dire nulla, quindi sono punti di riferimento molto comodi. Quindi lasciarli in pace no, non se ne parla.

Perché bisogna far sempre dire ai morti quello che non hanno detto, o costringere quello che hanno detto ai nostri intendimenti pseudo intellettuali. E’ il PD che vuol giustificare con l’autorità e l’autorevolezza dei suoi leader storici un fallimento che è davanti agli occhi di tutti.

Per cui fatela finita, per piacere, non ci crede nessuno.

Alessia Morani, PD: “Chi non ha reddito vuol dire che non ha combinato nulla nella vita”

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Esempio inarrivabile di finezza, rispetto per gli altri, attenzione ai disagi sociali e discrezione nel parlare, questa frase si addice in modo speciale al Partito Democratico che da sempre si trova dalla parte degli ultimi e non si è mai sognato (ci mancherebbe!) di voler contrappore alle signore di Berlusconi quelle di Renzi per far loro dire più o meno le stesse cose. No, macché…

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris

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Navigando sul sito de “l’Unità” mi sono ritrovato con un cavallo di Troia. Mi fa pensare al PD, partito dal nome pleonastico per eccellenza (io lo voglio anche sperare che un partito, oltre che “partito” sia ANCHE democratico, voglio dire, qual è la novità?), a come si sono fatti invadere dal cavallo di Troia della destra, ma forse erano di destra anche prima e i cavalli di Troia li riservano ai navigatori in internet?

Il senso di Pippo Civati per la Privacy

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Screenshot da www.civati.it

Io Pippo Civati non lo capisco. E non capirò mai neanche il perché abbia un seguito femminile così acceso e caloroso. Ma parliamo d’altro.

Ha inserito un sondaggio nel suo sito personale. Scopo del sondaggio dovrebbe essere quello di raccogliere il maggior numero possibile di opinioni sull’opportunità di votare la fiducia o meno in Parlamento al neogoverno Renzi e a tutte le renzine e ai renzini che ne fanno parte con malcelato orgoglio. In breve, fiducia o abbandono delle fila del PD. Che, voglio dire, dovrebbe anche saperlo un gocciolino da se solo, invece di chiederlo agli altri.

Per fare una cosa di questo genere basterebbe un formulario a due risposte, visto che tertium non datur e che ubi maior minor cessat.

Macché, sono ben UNDICI domande quando ne sarebbe bastata una, la prima.

Già la seconda è particolarmente fastidiosa: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per votare la fiducia?” Ma come sarebbe a dire “Indipendentemente dalla mia risposta alla domanda 1”?? Se io dovessi dire che la fiducia a Renzi non va votata come faccio a reputare valide alcune ragioni per farlo? In effetti tra le risposte possibili (max. 3) ce n’è una che dice “Non ci sono ragioni valide che giustifichino il Si alla fiducia” e “Sì”, ovviamente, è scritto anche senza accento.
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I nomi dei 150 parlamentari nominati con la norma del premio di maggioranza dichiarata incostituzionale

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Ecco, li pubblico anch’io. Sono i nomi dei 150 eletti con la norma del premio di maggioranza dichiarata incostituzionale dalla Suprema Corte Costituzionale.
Moltissimi sono del PD, qualcuno di SEL, ne spicca uno della SVP, uno è Bruno Tabacci (che si mimetizza grazie all’ordine alfabetico) e un altro è segretario per la giunta delle elezioni.

Ora li conoscete anche voi.

Luciano Agostini, pd, SEGRETARIO della XIII COMMISSIONE (AGRICOLTURA)
Luisella Albanella, pd
Maria Amato, pd
Maria Teresa Amici, pd, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Sofia Amoddio, pd
Maria Antezza, pd, SEGRETARIO della COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA
Michele Anzaldi, pd, SEGRETARIO della COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L’INDIRIZZO GENERALE E LA VIGILANZA DEI SERVIZI RADIOTELEVISIVI
Tiziano Arlotti, pd
Anna Ascani, pd
Cristina Bargero, pd
Davide Baruffi, pd
Gianluca Benamati, pd
Paolo Beni, pd
Marina Berlinghieri, pd
Franca Biondelli, pd
Tamara Blazina, pd
Antonio Boccuzzi, pd
Paolo Bolognesi, pd
Lorenza Bonaccorsi, pd
Francesco Bonifazi, pd, PRESIDENTE della COMMISSIONE GIURISDIZIONALE PER IL PERSONALE
Franco Bordo, sel
Maria Elena Boschi, pd, SEGRETARIO della I COMMISSIONE (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI)
Francesco Bruno, centro democratico
Giovanni Burtone, pd
Roberto Capelli, centro democratico
Salvatore Capone, pd
Sabrina Capozzolo, pd
Ernesto Carbone, pd
Daniela Cardinale, pd
Renzo Carella, pd
Mara Carocci, pd
Piergiorgio Carrescia, pd
Ezio Casati, pd
Floriana Casellato, pd
Bruno Censore, pd
Khalid Chaouki, pd
Eleonora Cimbro, pd
Paolo Coppola, pd
Maria Coscia, pd
Celeste Costantino, sel
Paolo Cova, pd
Stefania Covello, pd
Filippo Crimì, pd
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