Dipende da Rousseau

Domani, dalle 9 alle 18 (tertium non datur) gli iscritti alla piattaforma Rousseau saranno chiamati ad esprimersi sul programma del nuovo esecutivo (e, si badi bene, solo sul programma, non sulla ripartizione delle poltrone o sull’alleanza con l’ex nemico PD). Se vinceranno i no, da quello che ha dichiarato Stefano Patuanelli a Radio Capital, Conte non dovrebbe far altro che prendere atto dell’amara realtà e fare la valigia sciogliendo la riserva in modo negativo. C’è solo di che chiedersi se la vita della politica italiana debba essere per forza condizionata da una piattaforma informatica di proprietà di un privato e da un numero tutto sommato esiguo di sostenitori del Movimento 5 Stelle quali gli iscritti a Rousseau. Un clic sul no, e hai grandissime chances di mandare a puttane una maggioranza parlamentare. Senza che nessuno ti dica quanti utenti unici hanno votato, quali sono le percentuali di differenza tra chi ha votato su Rousseau e chi ha votato alle politiche (e, magari, anche alle Europee, che hanno visto il tracollo del Movimento, e la sconfitta di Di Maio, che ha dovuto -lui sì- poggiare la testa sulla ghigliottina dell’inossidabile Rousseau. Rousseau è il privato che si sostituisce alle istituzioni, non è il controllo via rete del potere, non è Internet che ci dà la conoscenza, non è il mezzo con cui possiamo metterglielo finalmente in quel posto là a tutti come diceva Beppe Grillo fin dai tempi precedenti al Vaffanculo-Day, Rousseau è esso stesso il potere, è un qualcosa di non ben meglio identificato che determina la strada non solo della politica interna al movimento (che, voglio dire, fin lì sarebbero solo affari loro), ma di un intero governo che ha avuto l’occasione di formarsi prima ancora che davanti ai mouse degli iscritti a Rousseau, davanti al Presidente della Repubblica e, suo tramite, davanti a tutti gli italiani. Quattro smanettoni che decidono non possono sostituire il dibattito interno ai partiti, il confronto parlamentare, la responsabilità di garantire al paese un governo di legislatura che lo porti alla scadenza naturale delle elezioni, e che non sia, pertanto, il governicchio che disbrighi controvoglia e sbadigliando i cosiddetti “affari cortrenti” e ci prepari alla tornata elettorale anticipata tanto cara a Salvini, alla Meloni e a Berlusconi che vincerebbero a mani basse e ci condannerebbero a un imprecisato periodo di politica di destra, con la benedizione del Sacro Cuore Immacolato di Maria. Se tutto questo si verificherà lo dovremo al Movimento 5 Stelle, ormai diventato l’ombra (e forse più neanche quella) dell’entusiasmo dei primi tempi in cui riempiva le piazze e in cui Di Maio, probabilmente, faceva ancora il bibitaro sulla spiaggia o allo stadio (adesso non ricordo bene). E’ una vita difficile. Felicità a momenti e futuro incerto.

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Verso il Conte-bis

Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
E le consultazioni del Presidente della Repubblica cominciano domani alle 16. E non c’è più tempo. Il nome di Conte è il primo passo verso l’inciucio giallorosso. Zitti e subire.

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Michela Murgia mi dice di informarmi (onde evitare brutte figure, va da sé…)

Per carità, io ho una grande stima di Michela Murgia. E’ brava, intelligente e soprattutto dotata di quel tanto di ironia che dovrebbe caratterizzare tutte le donne del suo spessore umano e intellettuale.

E quindi il fatto che ieri mi abbia scritto su Twitter consigliandomi di informarmi prima di parlare (del caso di Concita De Gregorio di cui ho parlato alcuni giorni fa). Il breve botta e risposta lo trascrivo qui. In neretto gli interventi della Murgia, in corsivo i miei:

Se esiste una metafora della mancanza di responsabilità politica è certo la vicenda capitata a @concitadeg, l’unica a pagare per il diritto di cronaca mentre editore e speculatori politici si sono dileguati. La credibilità del PD è morta anche all’Unità.

Non sono d’accordo, signora Murgia. Il diritto di cronaca non è il diritto di diffamare e qui ci sono fior di sentenze (esecutive, anche se non definitive) che certificano che il danno c’è stato. Non è a suon di paroloni o di notizie sbagliate che si fa informazione. CDG paghi.

Forse documentarsi prima di parlare le sarebbe utile a evitare figuracce.

Le condanne per milioni di euro ricevute in sede civile da questa signora sono o non sono una sufficiente fonte di informazione? E’ riuscita a farsi spillare 30.000 euro + 7.000 di spese processuali da uno che ha denominato “fascista”. E ammettere di essersi sbagliata no, eh??

La logica è sempre la stessa: hai espresso un dissenso da quello che è l’andamento dell’opinione pubblica di certa sinistra di maniera e radical-chic? Il minimo che ti possa capitare è di sentirti additare come una persona disinformata e approssimativa che parla un po’ così per sentito dire e che fa una figuraccia per il solo fatto di aver detto che esistono delle sentenze che danno torto alla De Gregorio. Che, poi, voglio dire, è un dato di fatto. Michela Murgia avrebbe potuto tranquillamente entrare nel merito. Magari anche solo per dire che quelle sentenze sono ingiuste a suo personale modo di vedere. Che è già un modo, elementare e di base, per entrare nel merito. Invece nulla di tutto questo. Solo un giudizio preso e messo lì, che oggettivamente non fa onore alla Murgia, ma tanto io le voglio bene e la leggo lo stesso.

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Le bollette dell’acqua e della luce di Concita De Gregorio

Il 1° febbraio scorso su Twitter è apparso questo sfogo di Concita De Gregorio che recita “Voi, fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, impedirmi di pagare l’acqua e la luce, ma non è così che avrete la mia testa e mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà ”  Che cosa è successo? E, soprattutto, chi sono i “fascisti” che starebbero impedendo (probabilmente schierandosi stile plotone di esecuzione sui gradini dei prefabbricati delle Poste Italiane) alla De Gregorio di recarsi all’ufficio postale (come fanno molti) con le bollette in mano per pagare le utenze di acqua e luce? La soluzione dell’enigma è semplice. I “fascisti” non sono i giudici che l’hanno condannata a pagare un totale piuttosto astronomico di 5 milioni di euro per le cause di risarcimento per diffamazione che la De Gregorio, come direttore responsabile in solido, ha perso contro Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi e altri», rosaria la De Gregorio.

Tra questi “altri” c’è anche un certo Stefano Andrini:

«Gentili signori. Chi mi ha sequestrato il conto corrente si chiama Stefano Andrini. Cercate bio. Non è diffamazione, non è penale. Sono cause civili. Pago per l’editore che non c’è. il mio debito personale è saldato. Non lamento per me, denuncio per tutti ».

Non è penale? Indubbiamente no, si tratta di risarcimenti in sede civile. Non è diffamazione? Difficile da dimostrare. Visto che nel 2008 con sentenza immediatamente esecutiva la Corte d’Appello condannava l’Unità a risarcire a Stefano Andrini la somma di 37.000 euro. Sono bastate grossolane sviste (o consapevoli omissioni) quali l’aver riportato su L’Unità di “una condanna a 4 anni e otto mesi per tentato omicidio, una militanza ventennale tra i naziskin romani” per dare ragione a Stefano Andrini dell’evento diffamatorio. E poco importa che Stefano Andrini sia un esponente della destra con un passato specifico e precedenti di natura penale, è stato riabilitato, si tratta di eventi di 20 anni fa e ha diritto ad essere dimenticato per quello che era e ad essere considerato attualmente per quello che è. E se ha ragione ha ragione.

145 azioni legali, dunque. Tutte sulla testa di Concita De Gregorio che ha vinto in primo grado solo otto processi, per un totale di circa un milione e mezzo di euro. Meno di un terzo del valore intero delle cause, per cui le è stata pignorata la casa e, adesso, pare anche il conto corrente. Immagino che un pignoramento debba essere disposto da un giudice. Cosa vuol dire che “Chi mi ha sequestrato il conto corrente si chiama Stefano Andrini?” Se devi pagare devi pagare, le sentenze si rispettano e si rispettano ottemperandovi o impugnandole in appello. Se ci sono almeno tre milioni e mezzo di euro da corrispondere è segno che in quei casi c’è stato chi ha superato la continenza del linguaggio o ha scritto cose false sul conto di terzi. E l’opposizione non si fa così. Non su L’Unità, che è un giornale storico per il quale con ogni probabilità le ceneri di Gramsci si staranno rivoltando nella tomba ammesso e non concesso che sappiano di che morte è morto il quotidiano.

Se vinci 8 processi su 145 azioni legali vuol dire che in linea di massima, quello della diffamazione ha funzionato come un vero e proprio sistema di informazione e, voglio dire, guadagni 2000 euro al mese per fare il direttore di un quotidiano (che non sono molti, ma sono sempre di più di quello che guadagna tanta gente, me compreso), il minimo che tu possa fare è evitare che il tuo sacrosanto e legittimo diritto di critica vada a finire nell’opinabile diritto a diffamare e a trattare sommariamente i fatti e le opinioni. E qui la colpa è senza dubbio di Concita De Gregorio. Che, però, è stata lasciata sola quando è venuto meno l’editore del giornale e la responsabilità è passata ad un altro gruppo (più o meno con le stesse persone). Ma soprattutto è stata lasciata sola dal PD.

Molti le hanno espresso piena solidarietà. Io qualche dubbio me lo conservo ancora.


Aggiornamento del 7/2/2019

Su open.online è apparsa oggi una intervista a Concita De Gregorio sul caso di cui vi ho parlato. La giornalista dichiara, tra l’altro:

“In questi anni ho dovuto pagare per chiunque, ma che mi venga sequestrato il conto per Stefano Andrini è una cosa che non posso tollerare: non voglio dare i miei soldi a uno che ha quasi ammazzato una persona a sprangate. La ricreazione è finita, dobbiamo tutti tornare ai nostri posti di lavoro.” 

Come sarebbe a dire che non vuole dare i suoi soldi a una persona che ha diffamato? Solo perché ha dei precedenti penali?? Non lo decide lei, evidentemente, a chi dare i soldi o no, ma i giudici che le hanno dato torto in appello (la De Gregorio faccia valere la propria ragione in Cassazione, vedremo se qualcuno gliela darà). Non si può dire “io non pago un danno perché la controparte mi sta antipatica”. O, meglio, si può dire. Si può anche fare, ma poi non ci si lamenta che l’ufficiale giudiziario venga a pignorarci la casa, il conto corrente, che si debba andare in giro con i mezzi pubblici anziché con la macchina, che tutto quello che si guadagna venga trattenuto per pagare i debiti di diffamazione.

“Ci tengo a dire che – da direttrice – non ho mai perso una causa penale per diffamazione. Qui parliamo di  cause civili, in cui l’eventuale danno di immagine causato dall’articolo prescinde dall’accertamento della responsabilità penale.”

Nella causa civile si accerta un danno. E se si viene dichiarati colpevoli in sede civile è segno che quel danno è stato provocato da un atto ingiusto. In questo caso la diffamazione. Si accerta un fatto. Non lo si punisce perché quella non è la sede. La giustizia penale è stracolma di querele per diffamazione, il 90% delle quali o va in prescrizione o viene archiviata con le motivazioni più assurde e fantasiose. Probabilmente chi ha citato in giudizio la De Gregorio sapeva che il penale dà poca soddisfazione, mentre in sede civile si va dritti al punto: o un evento si è prodotto o non si è prodotto. Ed è compito di chi cita dimostrare di aver subito un danno (cosa non facile) e convincere il giudice di avere ragione. Quello che importa è che ci sia una “responsabilità”. Penale o non penale non importa. Non siamo qui ad additare la De Gregorio al pubblico ludibrio perché è stata condannata da qualche giudice, ma a dire che ci sono delle sentenze a seguito di procedimenti che dichiarano una chiara responsabilità. Aspettiamo che queste sentenze passino in giudicato e che diventino definitive? Benissimo. Però intanto la controparte si cautela.

Resta la questione della legge n. 47 del 1948 e successive modifiche:

“Stabilisce che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme. Significa che ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa, se non specificate diverse percentuali), ma il danneggiato si può rivalere per l’intera cifra su ognuno di loro (per esempio perché solo uno dei tre ha risorse sufficienti a ripagare il danno). Chi paga può a sua volta può rivalersi sugli altri tre per la parte che compete loro.”

“Per esempio, se un tribunale stabilisce che un danneggiato ha diritto a 90 mila euro di rimborsi per un articolo diffamatorio nei suoi confronti, giornalista, editore e direttore sono ciascuno tenuti a pagare 30 mila euro. Ma il danneggiato può chiedere tutti i 90 mila euro al solo direttore del giornale (per esempio perché l’editore nel frattempo è fallito mentre l’autore dell’articolo non è più rintracciabile oppure è nullatenente). Sta poi al direttore del giornale, se ne è in grado, rivalersi sugli altri due affinché paghino “la loro parte”. È questo quello che dal 2015 sta accadendo a De Gregorio. L’editore non esiste più (per colpa del concordato del 2014 e poi del fallimento della nuova società nel 2017), i giornalisti sono spesso irrintracciabili o nullatenenti, e quindi l’unica su cui i querelanti possono rivalersi è rimasta lei. ” (virgolettato tratto da https://www.ilpost.it/2019/02/07/concita-de-gregorio-unita/)

Ma, Dio mio, è legge dello stato dal 1948, non ce la siamo inventata ieri. Va abolita, modificata, censurata, rimodernata? Benissimo, la De Gregorio, a cui certo le conoscenze non mancano, chieda ai suoi colleghi di partito di fare qualcosa per superare questo vulnus. Però intanto paghi, perché siamo tutti sotto lo stesso tetto e le regole o ci sono o non ci sono.

Abbiate pietà…

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Diritto di metafora/delitto di metafora

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Lo so che è un (bel) po’ di tempo che difendo Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano (che non hanno bisogno di essere difesi, doprattutto da me), ma questa volta mi esce proprio dal cuore.

Marco Travaglio ha scritto un paio di giorni addietro:

“La legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana.”

Ora, appare evidente a tutti che quella dell’acido è una metafora. Per dire una cosa più o meno simile a “in un modo di cui si perda la memoria della presenza fisica”. Per carità, qualcuno può considerarla tranquillamente una metafora di pessimo gusto, non si può negare a nessuno il diritto di avere pessimo gusto o di rimanere schiufati davanti alle esternazioni altrui. Ma sempre metafora rimane. “La metafora è un paragone accorciato”, diceva la mia professoressa di lettere della prima liceo. Ed aveva ragione. Quindi, “sciogliere una legislatura nell’acido” (operazione impossibile nella sua praticità) significa “disfarsene al più presto e in modo da non lasciare tracce”.

Ma mal ne incolse al povero Travaglio che, immagino inaspettatamente, si è immediatamente visto rispondere con un tweet dell’avvocato Lucia Annibali che lo redarguiva ricordando anche la sua atroce sofferenza di vittima dell’acido che senza dubbio ha dovuto patire:

“Chi, come me, ha conosciuto gli effetti dell’acido, per sua sfortuna, si augura invece che questo non debba mai accadere a nessuno, nemmeno per scherzo.”

In breve, la parola “acido” è al centro dello scandalo. Ma di metafore è fatta la lingua, quindi il mondo. Non posso offendermi, io che clàudico, se qualcuno mi viene a dire che ‘Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare’, o se un livornese mi rammenta la buonanima della Zoppa di Montenero non posso certamente offendermi. Non voglio star qui a disquisire se Lucia Annibali, nel commentare lo scritto di Travaglio, abbia o meno dimostrato di possedere sense of humor, ma certamente ha fatto un grossissimo errore: ha scambiato quello che è un luogo comune (“comune”, quindi “condiviso da una pluralità di persone”) per un attacco personale. Se io dico che la corruzione è il cancro di questa società, non offendo certo i malati di cancro. In conclusione, l’intervento di Lucia Annibali appare sproporzionato rispetto alla presunta offesa, proprio perché l’offesa non c’è mai stata. E, aggiungo, il delitto di metafora non è ancora previsto dal nostro Codice Penale.

E’ curioso, inoltre, che le critiche più feroci all’uscita di Travaglio vengano proprio dal PD. Non è ignoto ai più, infatti, che la stessa Lucia Annibali (che ha ricevuto la solidarietà di Renzi) è candidata alle candidature (gioco di parole) dem per le prossime elezioni del 4 marzo. E allora il cerchio si chiude. E a chiuderlo è la Serracchiani, con un tweet non molto ben riuscito in cui, tra le altre cose, afferma:

“L’acido è l’arma della mafia contro i collaboratori di giustizia, di uomini senza umanità contro donne innocenti.”

Orbene, la Serracchiani finge di non sapere, o non sa direttamente, che Martina Levato, la parte femminile della coppia dell’acido, è stata condannata a 20 anni per tre aggressioni (sempre con l’acido) e nientemeno che un tentativo di evirazione. Quindi l’accomunare le donne che sono sempre e solo vittime agli uomini che sono sempre e solo carnefici è un dio ch’è morto. Esistono donne capaci di crudeltà inenarrabili, soprattutto di usare l’acido per quello che è, non come una innocente metafora.

Piccole e inconsistenti armi di distrazione di massa.

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Il Fatto Quotidiano e le beghine di Facebook

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Qualche giorno fa sulla  versione on line del Fatto Quotidiano è apparsa questa vignetta di Mario Natangelo su Maria Elena Boschi.

Dico subito che non è un gran che. Fa ridere poco (tutt’al più ti strappa un sorrisetto striminzito) e si vede che l’autore non era in vena quando l’ha realizzata. Ma, anche a prima vista, è e rimane quello che è, una vignetta satirica. Punto.

Invece su Facebook l’altro giorno è stato il dies a quo della levata di scudi da parte dei filo-piddini. “Hai visto?” “Oh, sì, che gusto pessimo” “Ma davvero non si può vedere” “Che schifo!” “Sì, e poi è sessista”, il tutto in un cicaleccio da pomeriggio di agosto di signore che vanno a mettere i piedi nell’acqua di mare per rimediarsi un po’ di refrigerio.

Ecco, la gente ha paura della satira. Come se non fosse mai esistito il ridere sui potenti e sui politicanti. Quello che dà fastidio è vedere una donnina stilizzata, neanche poi tanto somigliante, con la gonna alzata (mentre per certi ambienti della sinistra dabbene era d’obbligo gridare “Il re e nudo!”, alludendo ad altre e più imbarazzanti vergogne) rappresentare per contrasto l’immagine angelicata che la ex ministro dà di sé. Siccome abbiamo un “textus receptus”, cioè una tradizione di immagine della Boschi, automaticamente non dovremmo potercela nemmeno immaginare un po’ svestita e ignudarella. Non si fa. Non si ride di chi ci governa. Soprattutto se chi ci governa forma parte del partito amico.

E’ stata una fiammata di commenti buonisti e piccosi durata appena un giorno (L’acrimonia su Facebook, spessso ha vita breve) ma è stata rivelatrice del dove stiamo andando e di dove, tristemente, siamo.

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Massimo Corsaro a Emanuele Fiano: “le sopracciglia le porta per coprire i segni della circoncisione”

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E’ una storia di ordinario parlamento. Massimo Corsaro, Gruppo Misto, manda un commento via Facebook con cui ha insultato ed attaccato il deputato del PD Emanuele Fiano, reo di essere il primo firmatario di una proposta di legge che tende a (re)introdurre i reati di apologia di fascismo (come il saluto romano, ad esempio), una delle poche cose buone che stia facendo il PD -e dàgli e dàgli ci è riuscito- fino ad ora. Il commento recita: “Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…” ed è un chiaro riferimento all’appartenenza culturale e religiosa di Fiano.

Ora, e qui non ci son storie, l’insulto al credo (religioso, filosofico, morale, culturale o politico) inteso ad attaccare la persona è sempre da condannare, proprio perché esula dalle questioni di merito e va a finire su caratteristiche della persona che nulla o quasi dovrebbero avere a che fare con la discussione, ammesso che di discussione, a questo punto, si possa parlare.

Poi se ne esce Renzi tutto pomposo con un tweet in cui lancia l’hashtag #iostoconlele chiedendo contemporaneamente le dimissioni di Corsaro (dimissioni che, naturalmente, sa già che non potrà mai ottenere): da qui la tendenza modaiola-piddina dell’emulazione l’ha fatta da padrona. Tutti i pezzi grossi del Partito hanno scritto parole di comprensibile solidarietà, solidarietà che è arrivata anche da personaggi fuori dal PD come lo stesso Marco Cappato, recentemente rinviato a giudizio per l’aiuto al suicidio di Dj Fabo. Bene. Voglio dire, prevedibile ma bene. Un po’ patetica la scia di emulatori del capo che, come il pifferaio di Hammelin, ha tirato fuori lo zufolo e loro a corrergli dietro incantati come tanti topolini al seguito, ma va ancora bene.

Ce ne fosse UNO, dico UNO che abbia chiesto a Emanuele Fiano di fare una cosa semplice e certamente alla sua immediata portata: querelare Massimo Corsaro. Sono tutti e due partlamentari della Repubblica e hanno tutti i mezzi (non solo economici, voglio dire) per poterlo fare. Perché la solidarietà a colpi di hashtag non basta. Non può e non deve bastare. In un contesto in cui si legifera, certe questioni personali vanno risolte a fil di legge, se no è sempre il solito dài, vieni qui, fatti abbracciare, ma com’è successso, oh, ma che cose orribili che ha detto, hai tutta la mia solidarietà, sei un grande, sei un mito, vai avanti così, tè, ciapa sü…

Perché è chiaro, è tutto “raccapricciante”, “doloroso”, “vergognoso”, un “gesto senza scusanti”, “volgare”, “disgustoso”, ma una volta che si è detto e si è stabilito questo che si fa? Benissimo, è solo Emanuele Fiano che può decidere se querelare o no chi l’ha offeso e nessun altro al di fuori di lui è può darsi benissimo che la sua risposta (rispettabile) a tutto questo sia mettersi a lavorare al progetto di legge contro l’apologia di fascismo, magari lontano da tutto questo chiasso che si sta facendo contro la sua persona. Rispettabile, anche se non condivisibile. Ma l’episodio mi ricorda il caso di Laura Boldrini che per rispondere ad alcuni insulti ricevuti su Facebook li mise in prima pagina per mostrare quanto crudele fosse la gente. E sinceramente non vorrei che questa logica perdente avesse a ripetersi. Sarebbe veramente troppo.

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Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

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Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).

Fin qui i fatti. Per carità, può capitare a tutti “un momento di fosforescenza” (come scriveva Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”) e di goliardia senza freni. E, in fondo, dicevamo, non c’è proprio nulla di male in quello che ha fatto l’esponente locale del PD. Già, è vero: non c’è niente di male. Ma non c’è nemmeno niente di bene. Voglio dire, che valore ha una azione di questo genere? Nessuno. Non è una cosa morale o immorale, no, è una cosa del tutto a-morale, che non ha un perché, non ha una causa, non ha una spinta all’origine, non ha niente di niente se non l’effetto dirompente di provocare delle reazioni (ma, in fondo, mi viene da pensare che la bravata sia stata organizzata a bella posta proprio per questo, per vedere di nascosto l’effetto che fa). In fondo tra fotografarsi con un culo a fianco e andare in giro vestite di tutto punto, attopatissime, con un tacco veriginoso, l’andatura ancheggiante e il seno strippato al punto di esplodere, non c’è molta differenza. Tutti e due gli atti hanno un solo scopo finale: quello di essere guardati.

E allora scatta la domanda successiva: cosa me ne frega a me di con chi vai a trascorrere una giornatina sul mare e se questa amica ha, per inciso, un gran bel culo? Ma saranno ben affari tuoi e del tuo privato. Io cosa c’entro? Io mi trovavo su Facebook a leggere il tuo profilo perché, oltretutto, c’è la non piccola discriminante che sei un personaggio pubblico. Tutto lì. Invece mi ritrovo questo cupolone che non dice nient’altro che “Guardami, sono qui.” Va bene, lo vedo che ci sei, e allora?? Niente, nessuna risposta oltre alla mera e banale constatazione dell’esistenza.

La rete, per fortuna, ha la memoria lunga. Ma anche i rosetani che vanno a votare a volte non scherzano.

 

A distanza di pochi minuti dalla messa in linea di questo articolo, l’amico Pasquale Bruno Avolio mi comunica che il post originale non è stato rimosso da Facebook (grazie, prendo atto e correggo) e che la proprietaria del culo ha rivelato coram populo la sua identità. Prendo atto anche di questo e mi nauseo.

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PD: un anno di governo con l’apostrofo

La gente mi dice spesso che son troppo pignolino (ma va’?) nell’individuare gli errori di ortografia in rete. E troppo crudele nello stigmatizzarli, perché “in fondo sono solo degli errori di battitura o delle banali sviste che non denotano necessariamente l’ignoranza o la malafede di chi li commette” (ah, no?).

Allora mi dicano Lorsignori come deve essere classificato questo prezioso reperto che illustra la “scuola che cambia” secondo il Partito Democratico (ora lo so che cosa direte, che ce l’ho a morte con il Partito Democratico, sì, e allora?) e che pubblicizza un incontro con Renzi in testa al quale spicca la scritta “2014-2015 un’anno di governo”. “Un’anno” con l’apostrofo! (cliccate sull’immagine per ingrandirla, peccatori!)

C’è indubbiamente da crederci che la scuola cambierà se si usano gli apostrofi là dove non ci vogliono. Credo anche che una cultura basata sulla banalizzazione e sulla tolleranza di questo tipo di orrori per cui la mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non avrebbe esitato a mettermo un segno di matita blu e a rimandarmi a posto con una bella rampogna, non sia una cultura che cambia l’Italia. Tutt’al più la mortifica.

Non è un errore grave? E invece sì. E’ gravissimo. E se lo si vuole tollerare a tutti i costi si è complici di questa cultura della sciatteria e del va’-là-che-vai-bene.

Magari, questo sì, ci si può fare una risata e cominciare a fidarsi un po’ meno.

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La lista è vita

Pippo Civati figura nella lista Falciani.

Chiarisce che il conto era intestato al padre e di non avervi “mai avuto accesso“. Dice inoltre di essere stato solo l’intestatario di una procura.

Non metto minimamente in dubbio le circostanze riferite da Civati e c’è da essere d’accordo con lui quando dice che è spiacevole ritrovarsi in una lista assieme a dei mariuoli che hanno frodato il fisco.

Ma il mi’ babbo Sergio, che ogni tanto mi metteva qualche migliaio di lire in un libretto della filiale di Vada della Cassa di Risparmio di Livorno, un conto in Svizzera non ce l’ha mai avuto. Nemmeno, si veda il caso, per darmi una procura.

O come mai? La lista è vita.

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La sconfitta a metà di Roberto Saviano

Io non so se sono io che sono pessimista e non so guardare all’essenza delle cose che considero quella di Saviano una sconfitta e anche sonora, o se è lui che, evidentemente più ottimista, dice trattarsi di una “Vittoria a metà”.

Fatto sta che ha intentato una causa di dimensioni enciclopediche per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata e i boss dei Casalesi, Bidognetti e Iovine, sono stati assolti con formula piena. E’ stato solo condannato un avvocato, oltretutto a una pena risibile, un anno di reclusione e siamo sempre solo in primo grado. La sentenza, oltre che Saviano, riguarda anche la giornalista Rosaria Capacchione, oggi senatrice del PD, perché nel frattempo ha deciso di non farsi mancare nulla.

Ecco, a dirla tutta a me non sembra tutto questo gran risultato. Voglio dire, non è che c’è da gioire, sia pure a metà, con una sentenza di questo genere, e i “guappi di cartone” saranno anche tali, ma intanto sono stati assolti, sintomo di una impunità che in Italia premia sempre. E di processi-montagna che partoriscono condanne-topolino. Poi, soprattutto, titoli sui giornali a piovere, chè non si dica mai d’aver perso un’opportunità per strillare ai quattro venti che Saviano ha vinto a metà.

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San Marco se n’è andato e non ritorna più

Per il Partito Democratico, Grillo e il Movimento 5 Stelle sono diventati un’arma di distrazione di massa.

Non sono degli avversari politici o, al limite -ma proprio al limite al limite- una forza politica con cui confrontarsi o scontrarsi, no, macché, sono il perno principale con cui distrarre l’attenzione dei propri iscritti e dell’opinione pubblica.

Così, mentre qualcuno nel Movimento commetteva il sesquipedale reato di attribuzione straniera del grano saraceno, si scoperchiava il pentolone del Mose di Venezia, con l’arresto ai domiciliari del sindaco e con il coinvolgimento del già presidente della Regione Galan.

Però, sia chiaro, l’Unione Regionale del Veneto se n’è uscita con un comunicato stampa “per una corretta informazione a seguito dei recenti fatti accaduti” in cui si dice che Giampietro Marchese non è più iscritto al PD da due anni e che Giorgio Orsoni non è mai stato iscritto né ha rivestito cariche interne.

Oddio, a quel punto, visto che volevano distrarre le masse, facevano prima a inventare anche loro che il grano turco non era di produzione nazionale, così si facevan du’ risate tutti. E invece no, e invece hanno voluto a tutti i costi farci credere che il punto nodale è la non appartenenza, e non la complicità. E’ stato il PD che ha foraggiato la candidatura di Orsoni, cosa ci combina se lui era anche -o no- iscritto?

Son tentativi un po’ maldestrini di rimpiattarsi dietro un dito. Lo stesso dito che sta sparando il colpo mortale alla reputazione di Lorsignori. Una prece.

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“Ce l’ha insegnato Berlinguer! [Oh yeah!]”

Quand’ero piccino (su, via, piccino… diciamo adolescente) al Liceo che frequentavo andava di moda una canzonetta ricavata dal motivo di “Le gocce cadono ma che fa/se ci bagnamo un po‘”. Era contro gli studenti comunisti (i cosiddetti “Figgicciòtti”) e faceva così:

“Noi siamo giovani del PCI
siam della FGCI
scendiamo in piazza sol con la DC…
Con gli estremisti no,
coi socialisti no,
ce l’ha insegnato Berlinguer!!” [Oh yeah!]

S’era bischeri, via.

Però una piccola verità questo testo greve e falsamente canterino l’ha stabilita: non si faceva nulla che non fosse stabilito dalla nomenklatura. Il Partito comandava e il compagno eseguiva.

Oggi, fateci caso, non si fa altro che invocare Berlinguer. Lo si cita ad ogni pie’ sospinto, lo si invoca come guida, se ne riprendono frasi su Facebook, su Twitter, si dice che “se ci fosse lui…” e via piangendo. Del resto i morti non possono dire nulla, quindi sono punti di riferimento molto comodi. Quindi lasciarli in pace no, non se ne parla.

Perché bisogna far sempre dire ai morti quello che non hanno detto, o costringere quello che hanno detto ai nostri intendimenti pseudo intellettuali. E’ il PD che vuol giustificare con l’autorità e l’autorevolezza dei suoi leader storici un fallimento che è davanti agli occhi di tutti.

Per cui fatela finita, per piacere, non ci crede nessuno.

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