Verrà la morte e avrà i suoi occhi

Come diceva Cesare Pavese? Ah, sì, ecco, “Scenderemo nel gorgo muti.”

Nel gorgo ci stiamo precipitando con scippi di democrazia, colpi di mano, sgambetti, sotterfugi, dichiarazioni eclatanti. Stanno uccidendo lo stato di diritto e noi siamo qui a riempire secchiellini di sabbia, a mangiare come maiali, a spalmarci l’olio al cocco e a sfoderare le infradito.

E’ una bella morte, in fondo. Uno non se ne accorge nemmeno. O, quanto meno, è talmente convinto di essere vivo che quando crepa di asfissia democratica non sa se dare la colpa al palombo coi piselli che gli è andato di traverso.

Il parlamento (il minuscolo non è voluto, ma ormai ce lo lascio) si ferma perché un processo a Berlusconi sta arrivando in Cassazione. E la Suprema Corte cerca di evitare il rischio che alcune accuse cadano in prescrizione.

E’ una cosa spaventosa non solo per la richiesta, di per sé abnorme, che si è trasformata in una sospensiva di 24 ore dell’attività parlamentare, ma soprattutto per l’appoggio del Partito Democratico incapace di difendere la attività parlamentare ordinaria per fare un favore (o renderlo, non si è capito bene) al gruppo dell’amico Silvio (hanno bisogno di fare un’assemblea? Non c’è problema, la fanno fuori dagli orari dei lavori di aula e di commissione!), per il comportamento inqualificabile di Pierdomenico Martino, che si è scagliato contro alcuni dei suoi colleghi, per Renato Schifani che ha annunciato che se Berlusconi viene condannato e interdetto dai pubblici uffici in via definitiva il PDL se ne va (da dove se ne vada lo sanno tutti, dove vada è un po’ più difficile da stabilire), per il potere giudiziario, separato da quello politico e da quello esecutivo, per il fatto che il “cittadino Silvio Berlusconi” deve essere esattamente quello che è, cioè un cittadino, e per il fatto che per NESSUN cittadino (neanche parlamentare) sono mai state richieste 24 ore di sospensione dell’attività parlamentare.

Continuiamo a mangiare. Ammazza quanto magnamo!

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…e Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore Ballerina

Il 27 agosto del 1950 era una domenica molto calda.

Nella sua stanza d’albergo di Torino, Cesare Pavese, scrittore, assunto l’equivalente di 20 bustine di sonnifero, si congedava dal mondo come tutte le persone perbene, senza fare rumore.

Il poeta, l’intellettuale, il fine traduttore, l’innamorato perennemente respinto, immortalato nei versi criptici di De Gregori (un De Gregori in vena di indovinelli, evidentemente), chiese persino scusa per il disturbo.

Fu talmente educato e gentile nel suicidarsi che la sua morte, oggi, non se la ricorda praticamente nessuno. Del resto sui giornali c’è da scrivere che Prodi dà la sua benedizione alla rinascita dell’Ulivo, gl’importassai a "Repubblica" di un morto, per di più comunista, confinato, antifascista, che voleva solo insegnare latino e greco.

Scrisse poesie e romanzi entrati a buon e pieno diritto a far parte della storia della letteratura del nostro paese.

Le sue traduzioni sono lezioni di stile su Melville, Dos Passos, Faulkner, Defoe, Joyce, Dickens…

Lasciò scritte poche frasi quando decise di andarsene. L’ultima fu: "Non fate pettegolezzi." Una lezione.

Logico che nella scuola italiana nessuno lo spieghi più.

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