PD: un anno di governo con l’apostrofo

La gente mi dice spesso che son troppo pignolino (ma va’?) nell’individuare gli errori di ortografia in rete. E troppo crudele nello stigmatizzarli, perché “in fondo sono solo degli errori di battitura o delle banali sviste che non denotano necessariamente l’ignoranza o la malafede di chi li commette” (ah, no?).

Allora mi dicano Lorsignori come deve essere classificato questo prezioso reperto che illustra la “scuola che cambia” secondo il Partito Democratico (ora lo so che cosa direte, che ce l’ho a morte con il Partito Democratico, sì, e allora?) e che pubblicizza un incontro con Renzi in testa al quale spicca la scritta “2014-2015 un’anno di governo”. “Un’anno” con l’apostrofo! (cliccate sull’immagine per ingrandirla, peccatori!)

C’è indubbiamente da crederci che la scuola cambierà se si usano gli apostrofi là dove non ci vogliono. Credo anche che una cultura basata sulla banalizzazione e sulla tolleranza di questo tipo di orrori per cui la mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non avrebbe esitato a mettermo un segno di matita blu e a rimandarmi a posto con una bella rampogna, non sia una cultura che cambia l’Italia. Tutt’al più la mortifica.

Non è un errore grave? E invece sì. E’ gravissimo. E se lo si vuole tollerare a tutti i costi si è complici di questa cultura della sciatteria e del va’-là-che-vai-bene.

Magari, questo sì, ci si può fare una risata e cominciare a fidarsi un po’ meno.

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San Marco se n’è andato e non ritorna più

Per il Partito Democratico, Grillo e il Movimento 5 Stelle sono diventati un’arma di distrazione di massa.

Non sono degli avversari politici o, al limite -ma proprio al limite al limite- una forza politica con cui confrontarsi o scontrarsi, no, macché, sono il perno principale con cui distrarre l’attenzione dei propri iscritti e dell’opinione pubblica.

Così, mentre qualcuno nel Movimento commetteva il sesquipedale reato di attribuzione straniera del grano saraceno, si scoperchiava il pentolone del Mose di Venezia, con l’arresto ai domiciliari del sindaco e con il coinvolgimento del già presidente della Regione Galan.

Però, sia chiaro, l’Unione Regionale del Veneto se n’è uscita con un comunicato stampa “per una corretta informazione a seguito dei recenti fatti accaduti” in cui si dice che Giampietro Marchese non è più iscritto al PD da due anni e che Giorgio Orsoni non è mai stato iscritto né ha rivestito cariche interne.

Oddio, a quel punto, visto che volevano distrarre le masse, facevano prima a inventare anche loro che il grano turco non era di produzione nazionale, così si facevan du’ risate tutti. E invece no, e invece hanno voluto a tutti i costi farci credere che il punto nodale è la non appartenenza, e non la complicità. E’ stato il PD che ha foraggiato la candidatura di Orsoni, cosa ci combina se lui era anche -o no- iscritto?

Son tentativi un po’ maldestrini di rimpiattarsi dietro un dito. Lo stesso dito che sta sparando il colpo mortale alla reputazione di Lorsignori. Una prece.

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“Ce l’ha insegnato Berlinguer! [Oh yeah!]”

Quand’ero piccino (su, via, piccino… diciamo adolescente) al Liceo che frequentavo andava di moda una canzonetta ricavata dal motivo di “Le gocce cadono ma che fa/se ci bagnamo un po‘”. Era contro gli studenti comunisti (i cosiddetti “Figgicciòtti”) e faceva così:

“Noi siamo giovani del PCI
siam della FGCI
scendiamo in piazza sol con la DC…
Con gli estremisti no,
coi socialisti no,
ce l’ha insegnato Berlinguer!!” [Oh yeah!]

S’era bischeri, via.

Però una piccola verità questo testo greve e falsamente canterino l’ha stabilita: non si faceva nulla che non fosse stabilito dalla nomenklatura. Il Partito comandava e il compagno eseguiva.

Oggi, fateci caso, non si fa altro che invocare Berlinguer. Lo si cita ad ogni pie’ sospinto, lo si invoca come guida, se ne riprendono frasi su Facebook, su Twitter, si dice che “se ci fosse lui…” e via piangendo. Del resto i morti non possono dire nulla, quindi sono punti di riferimento molto comodi. Quindi lasciarli in pace no, non se ne parla.

Perché bisogna far sempre dire ai morti quello che non hanno detto, o costringere quello che hanno detto ai nostri intendimenti pseudo intellettuali. E’ il PD che vuol giustificare con l’autorità e l’autorevolezza dei suoi leader storici un fallimento che è davanti agli occhi di tutti.

Per cui fatela finita, per piacere, non ci crede nessuno.

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Lo spamming pre- e postelettorale di Pippo Civati

Mi arrivano e-mail di spamming da parte del PD di Pippo Civati. Il 20 maggio con l’invito a votare PD e le spiegazioni (che nessuno ha loro chiesto, peraltro) del perché lo votano loro.

Ma siccome vivo in Abruzzo, terra di elezioni regionali, mi scrive anche un certo Paolo della Ventura, che mi invita a votare Elena Gentile.

La terza mail per dirmi che loro vanno in Europa (e anche a quel paese, per quel che mi riguarda) rappresentati da Renata, Elly, Elena e Daniele.

E allora? Perché me lo dicono?? Perché ebbi la dabbenaggine, una volta, di partecipare a un loro sondaggio. TUTTO LI’. Cioè, uno partecipa ad un sondaggio, fornisce dei dati e loro si sentono in diritto di usarli per spedire della propaganda elettorale. E’ chiaro, sono o non sono i vincitori indiscussi di questa tornata elettorale? E allora la gente pretende anche che gli altri non facciano quello che vogliono LORO con i propri dati? Eh, non si può mica!

Come al solito comincerò la trafila per il ricorso al Garante della Privacy. Nel caso dovesse uscirne qualcosina di interessante, come al solito, ve lo dirò.

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Vae Victis!

Tratto da www.formiche.net

E’ un’Italia perfino peggiore di quella che abbiamo avuto fino ad oggi, quella che esce dal risultato delle urne per le Elezioni Europee. E’ il ritratto di una nazione che trova il fondo e si mette a scavare, poi non contenta va a prendere una trivella e attende di essere arrivata molto, ma molto più in fondo.

E’ un’Italia che se la conta grossa, un po’ come quelle persone che ne sparano di così esagerate da crederci anche loro.

E’ un’Italia bottegaia e che tira ad arrivare a sera che tanto il domani arriverà, intanto prendiamoci questi 80 denari che un po’ di soldi non hanno mai fatto male a nessuno. E’ un’Italia deteriore e perfino un po’ masochista, della serie “Fatemi pure del male che mi piace!” di quelle che vanno alle gite in pullman in cui vendono le pentole perché “Che t’importa, tanto è gratis!“. Camilleri ci ha fatto un delizioso quadretto narrativo, ma noi non siamo romanzo e non siamo letteratura.

40 e rotti per cento in Italia sono percentuali da parlamento bulgaro, con la frammentazione che c’è. Ma c’è sempre la scusa di poter dire che le elezioni europee non si possono leggere in chiave politica interna, ponziopilatismo prudenziale per i vincitori e via di fuga dalle responsabilità, tanto la vera sconfitta è quella di Grillo, per cui hanno vinto tutti gli altri, anche Berlusconi. E perfino quegl’intellettualini malati d’astio col nome da ristorante greco.

E allora via, il futuro è nostro. Avrà il volto di un boy-scout un po’ âgé che fa il molleggiato nelle piazze del Paese e chiede il cinque ai ragazzini delle scuole che visita. O quello angelicato di una signora che beve il latte caldo la sera. Ma tanto, lo sappiamo, basta che i quattrini siano pochi (anzi, pochissimi), maledetti e subito.

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Alessia Morani, PD: “Chi non ha reddito vuol dire che non ha combinato nulla nella vita”

Esempio inarrivabile di finezza, rispetto per gli altri, attenzione ai disagi sociali e discrezione nel parlare, questa frase si addice in modo speciale al Partito Democratico che da sempre si trova dalla parte degli ultimi e non si è mai sognato (ci mancherebbe!) di voler contrappore alle signore di Berlusconi quelle di Renzi per far loro dire più o meno le stesse cose. No, macché…

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Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris

Navigando sul sito de “l’Unità” mi sono ritrovato con un cavallo di Troia. Mi fa pensare al PD, partito dal nome pleonastico per eccellenza (io lo voglio anche sperare che un partito, oltre che “partito” sia ANCHE democratico, voglio dire, qual è la novità?), a come si sono fatti invadere dal cavallo di Troia della destra, ma forse erano di destra anche prima e i cavalli di Troia li riservano ai navigatori in internet?

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Poi se ne vien dove col capo giace/appoggiato al barile il miser Grillo

Massì, massì, è tutta colpa di Grillo che ha defenestrato i parlamentari del Movimento 5 Stelle, rei di aver opinato che è stato un errore andare a dire “Io non sono democratico con voi” al neo-Presidente del Consiglio consultante perché non gli si doveva dire nemmeno il fatto suo.

Ma certo, ci mancherebbe, la questione è che nemmeno il Movimento 5 Stelle è democratico e chissà cosa vogliono questi qui, a parte rassegnare delle dimissioni che saranno fittiziamente respinte dal Senato, e andare a creare un gruppo autonomo o finire nel gruppo misto (senza più neanche l’obbligo di restituire una parte dello stipendio mensile alle casse dello stato).
La questione non è che la direzione del Partito Democratico ha imposto a un paese intero un cambio di Premier (atto decisamente democratico) senza passare per le urne (a che servono le elezioni, del resto?), non è il PDL che caccia Fini (“Che fai, mi cacci?” Sì!), no il punto è che la gente se ne va perché non è più in sintonia con chi l’ha votata, e allora, basta, se ne vada pure e più non ci percuota lo scroto.

I versi del titolo sono tratti dal XVIII canto dell'”Orlando Furioso”. A volte si dice, eh?

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Il senso di Pippo Civati per la Privacy

Screenshot da www.civati.it

Io Pippo Civati non lo capisco. E non capirò mai neanche il perché abbia un seguito femminile così acceso e caloroso. Ma parliamo d’altro.

Ha inserito un sondaggio nel suo sito personale. Scopo del sondaggio dovrebbe essere quello di raccogliere il maggior numero possibile di opinioni sull’opportunità di votare la fiducia o meno in Parlamento al neogoverno Renzi e a tutte le renzine e ai renzini che ne fanno parte con malcelato orgoglio. In breve, fiducia o abbandono delle fila del PD. Che, voglio dire, dovrebbe anche saperlo un gocciolino da se solo, invece di chiederlo agli altri.

Per fare una cosa di questo genere basterebbe un formulario a due risposte, visto che tertium non datur e che ubi maior minor cessat.

Macché, sono ben UNDICI domande quando ne sarebbe bastata una, la prima.

Già la seconda è particolarmente fastidiosa: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per votare la fiducia?” Ma come sarebbe a dire “Indipendentemente dalla mia risposta alla domanda 1”?? Se io dovessi dire che la fiducia a Renzi non va votata come faccio a reputare valide alcune ragioni per farlo? In effetti tra le risposte possibili (max. 3) ce n’è una che dice “Non ci sono ragioni valide che giustifichino il Si alla fiducia” e “Sì”, ovviamente, è scritto anche senza accento.

La terza domanda è in par condicio: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per non votare la fiducia?”, quindi rovesciate il ragionamento di cui sopra e avrete le risposta.

Dalla quinta scelta in poi si va sul personale. Ben 7 domande su 11, non c’è male.

Si inizia con il classico uomo-donna, per proseguire con l’indicazione delle fasce d’età (sono compreso nella penultima, “tra i 46 e i 60 anni“, appena scendo negli inferi dell’ultima fascia, “sopra i 60 anni” vado direttamente a Lourdes su un wagon-lit della Croce Rossa). “In quale provincia vive?” “Qual è il suo titolo di studio?” Chissà che cosa cambia nella legittimità dell’espressione di un’opinione tra un laureato di Trento e un contadino con la licenza media di Ragusa (come se a Trento non ci fossero persone con la licenza media e come se a Ragusa non ci fossero laureati!).

Splendido il parco-risposte alla domanda n. 9 “Qual è la sua attuale occupazione?” in cui è contemplata l’opzione “Non sa”. Ma chi è che NON SA quale sia la sua occupazione?? Voglio dire, chi è che esce la mattina di casa e va a esercitare una non-attività in un non-luogo? Giusto il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia“!
E alla fine di tutto “Per favore, inserisca la sua mail.”

Ah, ecco cosa volevi, Civati, non volevi la mia opinione, volevi la mia mail. Non ti bastava il mio anonimato o registrare un semplice indirizzo IP di provenienza. Cos’è, vuoi scrivere a tutti quelli che non sanno quale occupazione hanno? Quelli che sono disoccupati a loro insaputa??

Meno male che c’è un pistolottino sulla Privacy da leggere. Dice così: “I dati personali, anche di natura sensibile, conferiti dall’Utente, saranno trattati esclusivamente per finalità di registrazione dell’Utente e per comunicare con l’Utente registrato.”

Ma è proprio quello che mi preoccupa. Che qualcuno “registri” me quando invece dovrebbe esclusivamente registrare le mie risposte. E anche che qualcuno desideri “comunicare” con me. Perché mai dovrebbe farlo? Vuole sapere se per caso non so che numero porto di scarpe? O se non so chi ho votato alle ultime elezioni?

Va bene, facciamo così: io rispondo e do il mio indirizzo di posta elettronica. Poi gliene chiedo la cancellazione. Se non rispondono o non ottemperano vado dal Garante della Privacy. Seguite il blog, è solo l’inizio.

 

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Renzi (o, come dicevan tutti, Renzi)

Insomma, hanno sfiduciato loro stessi, con 136 voti della direzione su 496 parlamentari nominati.

Si sono sottratti al passaggio parlamentare, attraverso cui qualsiasi crisi di governo si deve risolvere in una democrazia degna di questo nome (quindi non nel nostro caso) con registrazione di nomi e cognomi dei contrari e dei favorevoli.

Non è neanche l’alba di quanto di peggio il nostro Paese possa aspettarsi: è l’inizio del quarto governo Berlusconi.

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Risposta ad Alessandra Moretti (PD) che ha scritto al Corriere

Siamo alle solite.

L’argomento è “violenza, insulti, machismo e web”.

La protagonista e portavoce della nuova proposta riverberata tramite il Corriere on line è la deputata Alessandra Moretti. Del Partito Democratico. No, è bene precisarlo, beninteso.

Le proposte della Moretti fanno semplicemente indignare e mostrano -nel caso avessimo ancora qualche dubbio residuo in proposito- quanto divario esista tra il Parlamento e la Rete. Ben più arcaico, rozzo, incapace e nolente di approcciarsi al mezzo telematico il primo, ça va sans dire.

Per rendersi conto della gravità della proposta della Moretti, è necessario andare a commentare parte della sua lettera, che, per intero, è stata pubblicata su questa pagina.

(…) il parlamento più femminile che mai e il web più maschilista di sempre.

Un parlamento “femminile” non è un parlamento “femminista” (che sarebbe da contrapporre al “maschilista” di cui sopra). Non dimentichiamoci che è stata una donna, la Presidente Laura Boldrini, a tagliolare per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione che stava facendo ostruzionismo. Il web è “maschilista” perché la sua sta diventando la modalità dell’insulto e l’insulto è, nell’immaginario collettivo, “maschile” per eccellenza. Non so quanto “maschilista” perché a fronte di un numero sempre più elevato di invidui di sesso maschile che insultano nel web, troviamo anche qualche perfetto esempio femminile che vaffanculeggia il prossimo in Parlamento: vi ricordate il “Vaffanculo” dell’onorevole Picierno, guarda caso del Partito Democratico (eh, lo so, a volte si dice la coincidenza) profferito a fine settembre? No, eh?? Io invece sì. Premessa che non tiene quella della Moretti. Ma andiamo avanti.

Claudio Magris ha aperto sulle pagine del Corriere la riflessione sulla diffidenza, sulla distanza da prendere da Facebook e Twitter. Io dico un’altra cosa: riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.

Con tutto il rispetto per Claudio Magris ritengo che la diffidenza sia il peggiore degli atteggiamenti. Se io diffido di qualcuno o di qualcosa è perché penso che mi possa fare del male. O perché lo temo. Facebook e Twitter non fanno male. Sono lì per chi desidera iscriversi. Chi non lo vuol fare può starsene benissimo a navigare il restante 99,99% della rete. Blog, testate giornalistiche, newsgroup, mailing-list e sotto a chi tocca. Si può commentare (e insultare) anche da lì, tant’è che molta gente lo sta facendo da anni.
Ma cosa vuol dire “riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.”? Qualcuno l’aveva forse limitata? C’è qualcun altro che toglie i polpastrelli delle dita dalla tastiera di chi vuole esprimersi in rete? Hanno approvato una legge che vieta alla gente di scaricarsi una meraviglia assoluta come WordPress e farcisi un blog come vogliono loro? Non mi pare proprio.
Qual è, dunque, l’agente limitante della nostra libertà di parola e di comunicazione sancite e sacrosantate dalla Costituzione? L’insulto? Non si può parlare perché la gente in rete ci insulta? Ma questo accade sempre. Può accadere in un contesto non “virtuale” (Dio stramaledica chi ha coniato l’aggettivo “virtuale”) senza dimenticare che chi scrive in rete è il barista che ci serve il caffè, il meccanico che ci ripara l’auto, perfino il professore della scuola dei nostri figli, un poliziotto, un carabiniere o un giudice o un pubblico ministero (avranno delle opinioni anche loro da esprimere fuori dal loro ambito di servizio, no??)

Più avanti:

Mi sono presa l’onere di ripetere in tv l’insulto che mi era stato rivolto in commissione alla Camera e ciò sia per un dovere di cronaca, ma anche per dire che non abbiamo più paura degli stereotipi, nemmeno quelli che ci vogliono «signore» che non usano certi linguaggi.

Ma bene, siccome esistono dei luoghi comuni e degli stereotipi che vedono la donna (soprattutto la donna parlamentare) come una campionessa del bon-ton e per nulla incline al dirty-talking, occorre ribaltare questa credenza e far vedere che, no, le parolacce, gli insulti, la diffamazione sono anche coniugabili al femminile (cosa di cui, comunque, non nutrivo alcun dubbio anche da prima, ma meno male che è venuta la Moretti a togliermi questi dubbi perché confesso che non ci stavo dormendo la notte).
Dunque, premesso che adesso basta con il luogo comune che vuole le donne bene educate, ripetiamole in TV quelle frasi di cui siamo state vittime, così, magari, se qualche minore ascolta, le sente anche lui. Per “diritto di cronaca”.

“Esiste la necessità, l’urgenza di reagire. Tanto per cominciare smettendo di fare le vittime! Mostriamo le facce e i volti di chi pensa di intimidirci con offese sessiste.”

La prima che fa la “vittima” è proprio la Moretti quando non si accontenta degli strumenti che la legge mette a disposizione del cittadino (e, dunque, anche del parlamentare) e pretende di pubblicare i volti delle persone che offendono. A parte il fatto che su Facebook e su Twitter spesso la faccia di una persona viene associata al commento o all’intervento (a parte quando la gente ci mette la foto del figlio neonato, quella sì, vera criminalità informatica), ma se qualcuno insulta dai commenti su un quotidiano on line cosa si fa? Beata la Moretti che ha potuto querelare un egregio signor Nome e Cognome. Tutto quello che può fare un cittadino in altri casi è andare dal magistrato con una querela contro ignoti o contro tale “Peperita Patty” o “Cacciavite 64”.
E, comunque, se il web non può, giustamente, diventare il regno dell’insulto impunito, non può diventare nemmeno una pubblica gogna.
Personalmente ho sporto ben 12 querele per diffamazione. Una sola è arrivata a processo. Anzi, neanche lì. Le altre ronfano nei cassetti del Pubblico Ministero in attesa che squilli la tromba della prescrizione. Due sono state archiviate.
Non auguro alla Moretti che la sua querela segua questo oblio tanto diffuso e, comunque, io non mi sognerei mai di mettere sul mio blog il volto di chi mi ha diffamato senza un regolare processo e una sentenza di condanna passata in giudicato. Se no questa è caccia alle streghe. Siccome IO ritengo di essere stato infamato da Tizio, Tizio diventa a sua volta un infame da sbattere sui giornali o sui siti web? No, non ci sto e non ci starò mai.
E poi quale pena rischia normalmente un diffamatore? Una multa, a meno che non si chiami Sallusti. Il tentativo di riforma del reato di diffamazione va proprio verso l’esclusione del carcere, cosa gliene frega alla gente di vedere la faccia di chi ha diffamato? Casomai bastano il nome e il cognome, visto che la sentenza dovrebbe essere pubblica. Appunto, la sentenza, non la foto segnaletica.

“Denunciamo pubblicamente quelle persone che passano il tempo a inquinare uno spazio che dovrebbe essere di tutti, ma che purtroppo al momento è solo di chi ha la voce più grossa (e di timbro maschile). Denunciamo alla polizia postale e replichiamo agli insulti. Non restiamo immobili, non arretriamo perché l’offesa brucia tanto quanto uno schiaffo e a questo tipo di linguaggio dobbiamo rispondere per le rime, proprio oggi quando possiamo cambiare la cultura del Paese costruendo una vera leadership femminile non ricalcata su quella del maschio.

Sì, denunciamoli. Ma prima di tutto alla Procura della Repubblica. La giustizia-fai-da-te non è che non sia migliore di quella ufficiale, è che non funziona nello stesso modo, tutto lì. Lo so benissimo che arrivare a sette anni per avere una sentenza di primo grado e vedersela poi sfumare sei mesi dopo è frustrante. Ma ci può essere chi riconosce il danno civile e vuole arrivare a un risarcimento. La gente non è tutta così carogna, e allora si può anche evitare (a volte e in certi casi) tutto questo tintinnar di Facebook al primo accenno di chiusura delle indagini o di citazione diretta a giudizio (per una diffamazione non ti dànno nemmeno il beneficio di una udienza-filtro, normalmente tocca farla al giudice monocratico che se ne scoccia pure).
E sia chiaro che lo “spazio di tutti” non esiste. E’ un mito, una concezione che fa più comodo a noi che alla verità. Facebook e Twitter sono spazi di proprietari individuati con Nome e Cognome. I signori Nome e Cognome, appunto, ne sono proprietari. Loro sono i server, loro sono i software, loro sono le infrastrutture, loro è il regno, loro la potenza e la gloria nei secoli. Se decidono di spegnere l’interruttore, addio “Mi piace” retweet e via cincischiando.ù
Quando diciamo “Il MIO profilo Facebook” diciamo una cosa che non è neanche inesatta, ma che non esiste proprio. Non siamo proprietari di un bel nulla. Questo blog esiste solo perché Aruba mi dà la possibilità di tenerlo in linea pagando una cifra più che ragionevole, ma se volessero dire domani “Signori, abbiamo scherzato, adesso vi rimborsiamo tutti e tra un mese non diamo più questo servizio” o mi trovo un altro hosting o col cavolo che continuo a parlare de “il mio blog“!
E non si replica agli insulti con altri insulti. “Occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”, diceva il Mahatma!

È dunque maturo il tempo per dotarsi di strumenti che ridistribuiscano il diritto a esistere e a fare opinione sul web: sono la promotrice di una proposta di legge sull’hate speech (incitazione all’odio) in rete, firmata dal capogruppo del Pd e da un sostanzioso numero di giovani deputati under 35.

Il diritto a esistere e a fare opinione c’è già. Gli strumenti idem. Sono, forse, i parlamentari che non se ne sono accorti. Da quando Beppe Grillo ha un blog tutti corrono alla ricerca del consenso info-telematico. Va benissimo che si pongano sullo stesso livello dal punto di vista dei mezzi. Voglio dire, esiste beppegrillo.it, esiste valeriodistefano.com esisterà un onorevolepincopallino.org e via discorrendo. Poi se valeriodistefano.com ha un infinitesima diluzione omeopatica di accessi rispetto a beppegrillo.it questo fa parte del gioco.
Perché non basta esserci. Bisogna anche essere seguiti. E per essere seguiti occorrono molte cose, prima fra tutte (ma non definitivamente risolutrice) l’essere credibili.
E allora, in che cosa consiste questa proposta di legge che si basa sull’anglofonia a tutti i costi, tanto da preferire “hate speech” e mettere tra parentesi i corrispondente italiano?
Non mi interessa sapere da chi viene proposto questo strumento, voglio sapere che cosa prevede.
Il crimine d’odio in Italia non esiste di per sé in forma generica, e non sarebbe male, in astratto, inserirlo. Ma occhio a non confondere la diffamazione con l’odio. Se do del “cretino” a qualcuno non è detto che io inciti al razzismo e alla xenofobia. E se dico “brutta troia schifosa” a una donna? E’ molto difficile che davanti a un giudice terzo possa resistere l’accusa di incitazione all’odio. Anche perché con un’offesa alla persona non si incita proprio nessun altro a odiare.
E poi perché il crimine d’odio dovrebbe riguardare soltanto la rete? Forse che una incitazione all’odio ha più effetto se commessa su Facebook, mentre se uno la commette in piazza durante un comizio politico, magari esaltando il Duce, è meno grave?

“Occorre che i provider inizino un processo di responsabilizzazione dei contenuti, affinché la rete resti luogo di dibattito libero e democratico e non spazio per dare sfogo anche alle peggiori frustrazioni e agli istinti più bassi.”

I provider? Non mi risulta che ai provider spetti un dovere educativo. Generalmente si limitano a fare affari. Ci puoi aprire una casella di posta elettronica, ma se la usi per spammare o per offendere la gente sono affari tuoi, non del provider. Puoi prendere un dominio, in Italia o all’Estero, diffonderci l’opera di San Tommaso d’Aquino o le fotografie di Hitler, sei sempre tu che agisci, non il provider. La responsabilità penale è personale, non è che WhatsApp o Google devono per forza aderire al metodo Montessori. Per il semplice fatto che non spetta a loro metterlo in atto.

“Ma il principio è anche quello di diffondere una cultura personale della responsabilità dell’insulto: perché il problema non è la rete ma chi la usa.”

Molto bene. Se il “principio” è quello della cultura personale della reponsabilità della persona nell’insulto (o nell’ingiuria) c’è l’art. 27 della Costituzione che la stabilisce. E dal 1948. Dov’è la novità della decantata proposta legislativa? Non c’è a parte il presunto diritto di mettere on line i volti dei diffamatori.

(…) è una legge pensata per le ragazze: è importante che capiscano che reagire è facile, che come si è fatta una battaglia contro la violenza fisica, il cui primo grande risultato è la legge sul femminicidio, ora se ne sta iniziando una nuova.

Ah, è una legge pensata per le ragazze? Ma i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Un uomo non può essere insultato? Di quelle dodici querele che ho sporto in Procura una è rivolta a una donna. E vi posso assicurare che le sue offese non contenevano esattamente preghiere. E allora cosa avrei dovuto fare? Non querelarla SOLO perché è una donna?

Si può fare molto anche a livello di comunicazione: pubblicare i volti di chi pensa di insultare impunemente sul web è un modo per rafforzare e condividere la reazione. «In alto gli Ipad», dunque: facciamo vedere le facce di chi cerca di intimidirci, limitando la nostra libertà personale.

Siamo in uno stato di diritto. L’unica pena è quella comminata dalla magistratura, ed è profondamente ingiusto aggiungerne una a nostro piacimento. Non sono previste pene accessore (come, ad esempio, la pubblicazione per estratto della sentenza su uno o più quotidiani come, ahimé, è previsto per i vucumprà che vendono i CD tarocchi o le cinture con il marchio contraffatto -almeno in questo ci distinguiamo, i vucumprà li schiaffiamo sul giornale ma possiamo ingiuriare chi ci pare che sul giornale non ci finiamo-). E quanto della sensibilità personale va a influire sulla percezione dell’ingiuria? Non è solo perché io mi sento ingiuriato che l’altro mi ha ingiuriato davvero. Generalmente viene avvertita come ingiuria qualunque espressione di un’opinione contraria. Dai tempi di Milan, Juve, Inter, Napoli se non tifi la mia squadra non sei mio amico.
E, infine, “In alto gli I-Pad”. Non si è proprio capita. E’ l’orgoglio dello Steve Jobs-compatibile?? Che differenza fa se uno accede a Internet con un I-Pad piuttosto che col PC di casa o con il tablet. E’ come dire “In alto il Mac!!” (e chi ha Linux? Chi ha Windows??) o “In alto gli MP3!” (io uso anche i file .ogg, qualcosa in contrario?).
In alto (nel senso di “¡Arriba!” o “Haut levé(e)”) siano, piuttosto, la dignità e la conoscenza a cui tutti abbiamo diritto fin dalla notte dei tempi. Quelle che nessun Facebook, nessun Twitter e nessuna Wikipedia ci potranno mai negare.

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AIR: la patata bollente

“Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra o destra”

(Giorgio Gaber, Destra-sinistra)

“Radiorama”, l’organo ufficiale dell’AIR, Associazione Italiana Radioascolto, non si pubblica più su supporto cartaceo.

E’ un PDF che tutti possono scaricare. Quindi io l’ho fatto.

Il numero 26 della “rivista” ha una caratteristica strana, non presenta la data in cui è stato pubblicato. Né sulla copertina, né nelle pagine interne.
Della copertina parlerò tra poco. Per il resto colpisce questo limbo radiantistico-temporale diffuso.

Il numero è presentato da Bruno Pecolatto. Sentiamo un po’ cos’ha da dirci (come dicevano quelli delle stazioni radio in lingua italiana quando conducevano la posta degli ascoltatori):

“Un numero sempre ricco di notizie e curiosità che, assieme al BLOG AIR-RADIORAMA, letto in 151 paesi del mondo, oltre 1700 pubblicazioni, oltre 850.000 visualizzazioni ed il Gruppo su Facebook che sfiora le 4000 presenze ci consente una disseminazione globale della Cultura del Radioascolto.”

Pecolatto parla di 850.000 visualizzazioni ottenute dal blog. Un numero decisamente discutibile. Cosa sono le “visualizzazioni”? Semplice, dovrebbero essere le volte in cui un sito viene visualizzato (sulla home page o su una pagina non importa). Ma questo non significa che sono state 850.000 le persone che hanno visitato quel sito, perché una persona può avere cliccato su più pagine. Se mi mettessi a cliccare in continuazione sulle pagine di questo blog per cento volte avrei aggiunto 100 visualizzazioni al numero globale delle mie statistiche. Ma sarei sempre e soltanto UN visitatore.

E poi gli utenti possono entrare più volte in una settimana o in un mese, quindi il dato è assolutamente inutilizzabile. Una domanda più corretta potrebbe essere “Quanti visitatori unici ha ottenuto il blog di Radiorama dalla sua nascita ad oggi??”
E per visitatori unici non intendo gli IP (che possono cambiare di giorno in giorno), ma proprio “quante persone”. A questo nessuno può rispondere, neanche l’AIR. A meno che non si fidi di quei contatorini gratuiti che spopolano in rete.

“4000 presenze” su Facebook. Però, niente male. Già, però come mai di questi 850.000 accessi e di queste 4000 presenze (a questo proposito sarebbe interessante sapere quanti sono soci AIR, è comodo fare un clic su “Mi piace”) SOLO 31 (come ho dimostrato nell’articolo scorso) sono quelli che seguono l’AIR su Twitter??
31 su 4000 corrisponde allo 0,775%. Praticamente una percentuale da Sinistra e Libertà senza il Partito Democratico.
E’ uno squilibrio enorme. Io che mi accontento di 446 “amici” su Facebook, eche ho 81 “followers” su Twitter, raggiungo il 18,36% delle quote. Praticamente sono già in Parlamento.

E della chiavetta USB vogliamo parlare? Vendono una chiavetta USB con i numeri di Radiorama in PDF dal 2004 ad oggi. Va bene, è un loro diritto, la rivista è loro, e se qualcuno gliela compra, in qualsivoglia forma sia, buon per loro, se no tanti saluti e sono, è la legge del mercato.
Ma, cielo, un non socio paga 24,90 euro, gli volete dire qual è la capienza della chiavetta? 2Gb? 4? 8? 16?? Non si sa.

Ma veniamo alla “disseminazione globale della Cultura del Radioascolto”. La copertina l’avete vista tutti, ora io non è che mi scandalizzi per una bella gnocca, tutt’altro, ma, voglio dire, una volta Radiorama metteva in copertina una QSL, la foto di un socio in visita a qualche centro emittente, una radio d’epoca, un raduno radioamatoriale, antenne, trasmettitori, gettonatissima l’antenna del dito del Papa della Radio Vaticana. Ecco, siamo passati dalla Radio Vaticana a queste popo’ di sventole che, per carità, apprezzabilissime, ma uno si chiede cosa c’entrino con il radioascolto. Ve lo immaginate il WRTH che invece delle consuete copertine scegliesse Miss Danimarca in costume da bagno? O Klingenfuss che mostra le grazie perizomate di una biondona teutonica che spumeggia lussuria come una birra nel boccale?

Che uno dice, “Ma no, ma quello è solo un esempio di cosa si può ricevere con il digital SSTV!” Ho capito, ma non è che uno “riceve” esattamente Biancaneve e i sette nani. O una fotografia di prova. Quella lì non mi pare che somigli proprio a Guglielmo Marconi!

Quindi la patata bollente per l’AIR, tanto per cambiare, è rispondere alla domanda: “A cosa serve?”
A cosa serve censurare un socio perché ha scritto una frase latina ritenuta offensiva in una mailing list se poi si pubblica una signora discinta nella copertina del proprio organo ufficiale?
A cosa serve dare regole di ferro come quella di non parlare di niente che non sia radio, quando questa donzella con la radio c’entra come il due di spade quando comanda coppe??
A cosa serve invocare la “Cultura del Radioascolto” (maiuscolo, si badi bene!!) quando la radio serve per guardare un paio di tette e non per informarsi, per capire il mondo, per avere contatto con realtà diverse e uguali (ormai la gente non ascolta più neanche la RAI)??

E’ la “disseminazione globale”, bellezze!

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Il “vaffanculo” dell’onorevole Picierno

Durante la seduta di giovedì scorso alla Camera dei Deputati, l’onorevole Pina Picierno del Partito Democratico ha svolto un breve intervento vòlto a denunciare “una vera e propria Parentopoli” all’interno del Movimento 5 Stelle.

Lo riporto secondo la versione che ne dà il resoconto stenografico:

PINA PICIERNO. Sull’emendamento, signor Presidente, per dire che io capisco che, per il Movimento 5 Stelle, l’onorevole Sibilia è una sorta di leader, considerando che abbiamo tra le loro file eletti con 30 voti addirittura e vorrei anche ricordare – perché occorre farlo – che tra i banchi e nelle file del MoVimento 5 Stelle, siedono anche mamme e figlie elette. Parlo della circoscrizione Lazio 2: mamma al Senato e figlia alla Camera, parlo degli onorevoli Ivana Simone e Cristian Iannuzzi, considerato che siete bravi a citare nomi e cognomi dei colleghi. Così come, vorrei ricordare che l’onorevole Giovanna Mangili e Laura Bignami sono compagne di eletti consiglieri comunali del MoVimento 5 Stelle (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e Sinistra Ecologia Libertà). Vorrei anche ricordare che l’onorevole Cancelleri è la sorella di Giancarlo Cancelleri, capogruppo all’Assemblea regionale siciliana, così come l’onorevole Cristiana Di Pietro è sorella di Stefano, consigliere comunale di Genova. Siamo di fronte ad una vera e propria parentopoli, signora Presidente, e lezioni da chi fa parentopoli proprio questo Parlamento non se le merita e, comunque, noi non le accettiamo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà e di deputati del gruppo Scelta Civica per l’Italia).”

Alla fine, nel rimettere a posto il microfono, l’onorevole si è lasciata scappare un certamente liberatorio ma comunque avvertito “vaffanculo!” che non deve essere arrivato alle orecchie della Presidente di turno né degli stessi stenografi. E’ stato però immortalato dalle telecamere del canale satellitare della Camera (spesso i deputati si dimenticano che esiste).

Uno può dire “Ma tu un ‘vaffanculo’ per liberarti della rabbia non lo dici mai?” Certo che lo dico. Dico ‘vaffanculo!’ e anche ‘cazzate’, se è per quello. Ma il punto è che tra i rappresentanti dei cittadini (e la Picierno mi rappresenta anche se non l’ho votata perché per la Costituzione gli eletti rispondono a TUTTO il popolo italiano) vorrei ci fosse un linguaggio più consono al decoro delle istituzioni. Che mi stia ammalando di boldrinismo?

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“Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza” Gianluigi Piras si dimette dal PD

Il profilo Facebook di Gianluigi Piras

«Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari ci ripenso. Magari mi fraintendono».

Così Gianluigi Piras , presidente  del forum sardo del Partito Democratico sui diritti umani e consigliere comunale di Jerzu, in un intervento sul suo account Facebook riferito alle prese di posizione dell’atleta russa Isinbayeva che ha difeso le leggi russe contro l’ostentazione della propaganda gay, salvo poi prendere diversa posizione correggendo leggermente il tiro in una successiva conferenza stampa.

Non lo so che cavolo prende ai politici quando sono su Facebook e Twitter. Forse pensano di trovarsi in una sorta di zona franca, di non essere visti, di un ambiente telematico di libertà totale di auspicio allo stupro.

Fatto sta che dopo le frasi rivolte su Facebook dalla leghista Dolores Valandro al Ministro Cécile Kyenge che le sono costate, altre all’espulsione dal suo adorato partito, anche un anno di reclusione e tre anni di interdizione dai pubblici uffici, è il Partito Democratico a dover fare i conti con l’intemperanza verbale di un suo esponente che, a giudicare dalle premesse, non mi risulta possa avere una lunga vita politica.

Ha provato a chiarire («chiarirò quello che è evidentemente un grosso equivoco. E farò dovute comunicazioni. Per ora mi scuso per una frase che, a prescindere dalle mie motivazioni e dagli opportuni chiarimenti, prendo atto sia stata evidentemente recepita come violenta e inaudita», non si riesce a vedere che razza di equivoco possa essere contenuto nella frase “per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza”) e poche ore dopo si è dimesso («quando si sbaglia, in politica come nella vita, c’è sempre un prezzo da pagare.  A tal proposito e irrevocabilmente rassegno le dimissioni dai miei incarichi: la presidenza del forum regionale sui Diritti civili del Partito democratico della Sardegna, il Consiglio comunale di Jerzu, il coordinamento regionale di Anci giovane, il coordinamento provinciale di Prossima Italia, associazione che in questa fase sta sostenendo la candidatura di Giuseppe Civati alla segreteria del Pd»).

Alcune ore fa ha aggiunto “In questo momento e prima di tacere definitivamente e per parecchio tempo, oltre alla nota diramata, posso solo integrare che, dimissioni a parte, accetterò qualsiasi provvedimento di espulsione da parte del mio partito. Inoltre, qualora la nota non fosse sufficiente a recuperare il grave danno da me involontariamente inferto ai danni di tutte quelle donne che abbiano subito violenze e che, a leggere le mie parole, siano state toccate da ennesima violenza, intendo accettare qualsiasi iniziativa legale nei miei confronti al fine di pagare il giusto prezzo, se necessario, anche di fronte alla legge. E se proprio devo continuare a ricevere infiniti e giustificati insulti, chiedo solo che siano sinceri e sentiti e non provengano da altre motivazioni. Chiedo ancora scusa.”

Ora, se parla di “danno involontariamente inferto” la cosa è triplamente grave perché oltre a usare delle parole pesantissime non c’è neanche la consapevolezza della gravità e della degradazione dello stupro per una donna, che avrà anche espresso opinioni poco condivisibili, e io non le condivido per niente, ma che hanno visto Piras carnefice quando avrebbe potuto e dovuto sentirsi vittima assieme a tutto gli omosessuali che la nuova legge russa sull’omofobia mette al margine della società.
Intende “accettare qualsiasi iniziativa legale” nei suoi confronti. Benissimo, ma non è una cosa che gli fa onore, è il minimo, beninteso.
Vuole pagare il giusto prezzo “se necessario anche di fronte alla legge”. E certo, dove vuole pagarlo, se no? A me? Al suo Partito? Alla fruttivendola??

Non manca chi lo difende a spada tratta: “Piena solidarietà a Gianluigi Piras, la cui provocazione non è stata capita da molti e deliberatamente non voluta capire dai più. Capisco anche quella mentecatta della Isimbayeva, il cui sangue è tutto concentrato nella sua potente muscolatura e nulla nel suo piccolo cervellino…”

Insulti su insulti. Ironia della sorte, la foto dello sfondo dell’account Facebook di Piras è quella della Kyenge. 

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Il PD respinge un emendamento abrogativo della salva-Previti

ANDREA COLLETTI. Signor Presidente, con questo emendamento andiamo a cancellare un comma dell’articolo 47-ter dell’ordinamento penitenziario, aggiunto dalla famigerata «legge Cirielli», ovvero soprannominata, dai colleghi del PD, «legge salva Previti».
Allora, andiamo a citare qualcosa. «Cercano di salvare Previti con altra norma ad personam» (Massimo D’Alema). «Purtroppo, alcune norme quando le avremo abolite – per inciso, adesso abbiamo l’opportunità di abolirne almeno una – avranno fatto effetto e chiuderemo le stalle quando i buoi saranno scappati, perché molte leggi sono legate a scadenze precise.
Una volta al Governo faremo subito un provvedimento per sospendere gli effetti delle leggi ad personam e dopo le scriveremo» (ottobre 2005). Stiamo ancora aspettando.
La Cirielli è una legge a fini privati, è stato compiuto un altro grave strappo istituzionale. Ebbene, rammendiamo questo strappo istituzionale, siamo qui apposta.
Una Camera a gettoni decide secondo interessi penali e criminali di questo o quell’esponente della maggioranza (Luciano Violante, 15 dicembre 2004). Parliamo di un amico di Berlusconi, neanche di un nemico, di Violante. La salva Previti è una porcata (Anna Finocchiaro, 14 dicembre 2004). Ci avevano dato dei matti quando abbiamo parlato di scandalo; lo scambio eccolo qua, la salva Previti (Gavino Angius, 5 luglio 2005), e via discorrendo. Titolo di la Repubblica: l’opposizione grida allo scandalo contro una legge ad personam scritta direttamente nello studio dell’avvocato Previti. Ora finalmente dopo otto anni, anzi sette anni e mezzo, abbiamo l’opportunità, grazie ad un emendamento del MoVimento 5 Stelle, di cancellare questa norma salva Previti. Oltretutto abbiamo trovato che non è solo salva Previti perché, aiutando gli ultrasettantenni, salva anche un noto pregiudicato che ha fatto una manifestazione ieri proprio qui vicino.

MAURIZIO BIANCONI. Ma piantala imbecille!

PRESIDENTE. Onorevole Bianconi, la richiamo all’ordine. La prego. Onorevole Bianconi, la prego!

ANDREA COLLETTI. Invito sempre la Presidenza a togliere la sambuca almeno la mattina…(Commenti)

PRESIDENTE. Onorevole Colletti, prego anche lei di mantenere…

MAURIZIO BIANCONI. Vergogna! Idiota! Me ne vado da me! (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi! Onorevole Bianconi, la prego. Onorevole Bianconi! Onorevole Colletti, la prego di concludere il suo intervento sull’emendamento. Onorevole Colletti, per favore!

ANDREA COLLETTI. È una necessità per far funzionare quest’Aula…

PRESIDENTE. Onorevole Colletti, la prego di concludere il suo intervento. Le sono rimasti due minuti e cinquanta secondi (Il deputato Bianconi si avvicina al banco del deputato Colletti – Gli assistenti parlamentari si interpongono tra il deputato Colletti e il deputato Bianconi).

MAURIZIO BIANCONI. Come hai detto ? Voglio sapere cosa ha detto quando sono uscito. Mascalzone!

PRESIDENTE. Onorevole Bianconi, la richiamo all’ordine.

ANDREA COLLETTI. Glielo ripeto.

PRESIDENTE. Onorevole Colletti, la prego di concludere il suo intervento sull’emendamento in questione.

ANDREA COLLETTI. Signor Presidente, se mi lascia concludere. Se lei mi dà la parola io concludo.

PRESIDENTE. Gliela do, però lei concluda il suo intervento.

ANDREA COLLETTI. Signor Presidente, io concludo se me la dà. Grazie mille. Quindi, questo emendamento, oltre a togliere una norma della salva Previti, toglie ovviamente anche una norma del salva Berlusconi, perché lo è diventata in automatico. Ora ci domandiamo: ma come voteranno il PD e SEL su questa norma che abroga un pezzo della salva Previti ? Allora, io la risposta già ce l’ho purtroppo, ma facilmente la vedremo da tabellone elettronico (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

DONATELLA FERRANTI, Relatore per la maggioranza. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DONATELLA FERRANTI, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, ho evitato di intervenire su alcuni aspetti che magari potevano riportare gli interventi a quello che è il testo del decreto-legge, però non posso non intervenire su questo emendamento. In realtà, qui si vuole eliminare qualcosa che non c’è nel decreto-legge e che sta nella legge dell’ordinamento penitenziario, articolo 47-ter, comma 01, che – qui poi si fanno nomi – però in realtà prevede che possano scontare la pena esecutiva alla detenzione domiciliare gli ultra settantenni, escludendo peraltro una serie di reati, che sono quelli dell’articolo 4-bis e altri reati molto gravi ed escludendo questa possibilità laddove si tratti di un recidivo. Ecco, questo comma dell’articolo 47-ter è fuori da qualsiasi modifica del decreto-legge e non è stato preso in considerazione dalla Commissione perché è fuori anche del tema specifico (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole De Lorenzis. Ne ha facoltà.

DIEGO DE LORENZIS. Signor Presidente, stavo ragionando su quello che ha dichiarato il mio collega Colletti poi, vista la reazione dell’onorevole Bianconi, credo che voterò a favore come il mio gruppo.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Ferraresi. Ne ha facoltà.

VITTORIO FERRARESI. Signor Presidente, colleghi, certo che sentir dire da una collega che questo emendamento, che va comunque a modificare una norma dell’ordinamento penitenziario, e comunque in generale di questo stiamo parlando, è fuori tema, quando nei decreti che fate e che facciamo, che sono decreti omnibus, c’è veramente di tutto, è veramente sorprendente (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Sono veramente allibito. Fuori tema, addirittura!
Colleghi del PD, dopo che nel 2004 avete fatto un’opposizione veramente stringente su questa norma e dopo che sono stati fatti una serie di girotondi, quindi anche con una forza mediatica imponente, fuori da quest’Aula, votare questo emendamento mi sembra veramente il minimo di coerenza, il minimo, veramente, di rispetto verso i cittadini italiani.
Ora noi abbiamo questa occasione. Quindi, coraggio, colleghi del PD: scongelatevi (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) !

PRESIDENTE. Onorevole Ferranti, lei è già intervenuta. Non posso darle nuovamente la parola.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull’emendamento Colletti 2.13, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).

Scanu…
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione:

Presenti e votanti  415
Maggioranza  208
Hanno votato sì   94
Hanno votato no  321.

La Camera respinge (Vedi votazioni – Applausi polemici dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

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