Parole da odiare: “selfie”

Siamo buffi noi italiani quando ci innamoriamo delle parole straniere.

Ora va tanto di moda “selfie“. Che, bisogna dirlo, è una parola che fa schifo di pietà, ma che è riuscita a insinuarsi nel linguaggio del web (ma non solo) e incancrenirsi, nell’uso, anche nel lessico dei giornalisti più accreditati (come vedete, su Twitter c’è cascata anche Anna Masera de “La Stampa”).

Cosa voglia dire codesto “selfie” è fin troppo chiaro. Viene dall’inglese “self”, cioè “da solo”, “autonomamente” (si vedano espressioni come “self-service”, “self-made-man”), solo che c’è quell’odiosissimo suffisso -ie che in inglese indica una sorta di diminutivo-vezzeggiativo. Si riferisce in genere a una foto (o, più raramente, a un filmato) scattata col cellulare e che ritrae lo stesso autore da solo o insieme a altre persone.

Ma noi una parola per dire tutto questo ce l’avevamo, era “autoscatto“. Evviva, le parole esistono, rilassatevi!!

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Parole da odiare: PRASSI

Sì, io odio profondamente la parola “prassi” e tutti quelli che dicono “E’ la prassi!”, a qualunque livello.

E’ chiaro che l’uso di questa espressione è relegato alla burocrazia. La “prassi in realtà non è nulla, è un’abitudine, una consuetudine, un uso.

E allora? Che mi viene a significare?? Che siccome TU sei abituato a fare in un certo modo IO mi devo adeguare a TE???

– “Riempa questo modulo, prego”
– “Ma, guardi, ho già consegnato una richiesta in carta libera su un foglio firmato davanti a un pubblico ufficiale.”
– “Noi accettiamo solo richieste scritte sui moduli da noi forniti, signore, è la prassi.”
– “Bene, allora me la metterebbe per scritto questa cacchia di prassi??”

Ogni tanto mi è capitato di dirlo. Perché non se ne può più.

Viviamo in uno stato di diritto, non in uno stato in cui vige la consuetudine, che sono stati di diritto anche quelli, tra l’altro.

Nella letteratura italiana la parola “prassi” ricorre una volta sola e non ha nemmeno quel senso lì, figuràtevi!

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Parole da odiare: “Rinfresca!”

Tra le espressioni della lingua italiana che debbono essere indicate al ludibrïo de’ più e messe alla pubblica gogna linguistica, v’è senz’altro l’odiosissimo "Rinfresca!", con tutta la sua plètora di derivati, tra cui il participio presente "rinfrescante".

La mi’ nonna Angiolina, a volte mi faceva un orrendo torbone che ella era adusa nomàre "Acqua di Malva".
Trattavasi di un’orrenda bollitura con un po’ di zucchero, rarissimamente miele, che mi riempiva lo stomaco e lo gonfiava vieppiù, mentre la cara vecchietta mi diceva "Bévila, bévila, rinfresca!"

Non ho mai capito, e non lo capisco nemmen oggi che cazzo voglia dire "Rinfresca!"

Probabilmente con tale espressione si allude a blande anzioni di tipo anti-infiammatorio del prodotto, generalmente sempre sotto forma di brodaglia e possibilimente insapore e di pochissima consistenza nutrizionale.

Sono "rinfrescanti" infatti le creme di zucchine, le minestre d’ortica e malva (quelle però son bòne, le fa la mi’ mamma, non so che diàmine ci metta dentro, ma me ne diluvio una bigoncia…), le passate di qualsivoglia inutile verdura (però non si considera "rinfrescante" il cavolo nero, con cui si fa una zuppa eccellente, mentre ancor più eccellente appare la mitica Ribollita), e le tisane di qualsivoglia fatta. La tisana di finocchio? Rinfresca. Quella di melissa e passiflora? Rinfresca. Il the di cardamomo e peli di cammello? Rinfresca.

Una secchiata d’acqua gelata, quella sì che rinfresca!!
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Parole da odiare: “virtuale”

Il termine "virtuale", è pericoloso, andrebbe usato con parsimonia, anzi, non andrebbe usato affatto.

E invece la gente ne fa un uso generico e indiscriminato creando pasticci incredibili.

Normalmente si usa il termine "virtuale" per indicare qualcosa di "non reale", solitamente realizzato attraverso il computer o nella rete internet, così come difinito dal "Wikizionario", altra solenne aberrazione della cultura che fa capo ai progetti di Wikipedia:

   1. potenziale
   2. mat. relativo a grandezza o ente che può essere introdotto per determinati scopi di calcolo o di rappresentazione, pur non corrispondendo a oggetti o a quantità reali
   3. inform. che si basa sulla simulazione del reale attraverso mezzi elettronici
          * es: viaggio virtuale
   4. burocr. pagamento di tassa, tributo, bollo o simili direttamente in un ufficio pubblico senza che la corrispettiva marca da bollo sia materialmente applicata.

Ecco, siccome esistono delle simulazioni della realtà fatte attraverso mezzi elettronici (ad esempio un gioco di ruolo, una ricostruzione di un incidente stradale per verificare la tenuta degli air-bag…), allora la gente si sente in diritto di dire che se usa un mezzo "elettronico" (ad esempio Internet, che proprio elettronico non lo è, ma non stiamo troppo lì a sottilizzare) allora quella non è realtà, è simulazione. Non è vero, è solo "virtuale", appunto.

Che è un bel modo per usare le parole per lavarsi la coscienza o non prendere troppo sul serio le cose.

La posta elettronica? Era "virtuale", mica si poteva paragonare alla corrispondenza tradizionale…
Gli amici su Facebook? Ci sono, certo, ma sono tutti "virtuali".
Una sessione di chat? E’ "virtuale", soprattutto perché anonima.
Da qui alle relazioni "virtuali" il passo è breve.
La figura dell’"amante virtuale" andava molto di moda quando si cominciò a diffondere il telefonino e la gente si mandava dei non ben meglio identificati messaggini ("virtuali" anch’essi), successivamente definiti "èsse-èmme-èsse". La combinazione delle diverse tecnologie (SMS+Chat, Messenger, e-mail etc…) diede il via a una comunicazione senz’altro più ampia ma anche più "colpevole".

E per sminuire le varie colpe del linguaggio e delle passioni, quelle piccole e grandi, ma soprattutto quelle del nostro essere mostruosamente "umani", siamo sempre lì a dire che tutto quello che facciamo, scriviamo, inviamo, comunichiamo, mettiamo in comune su Internet è "virtuale" e che, in un certo modo, non ci rappresenta.

"Virtuale" un paio di palle!

Come se esistessero una realtà-reale e un universo parallelo in cui ciascuno, per il solo fatto di giocare, fosse libero di dire, fare, baciare, lettera e testamento. Dire che uno/una ha l’"amante virtuale", che riceve dei "messaggini virtuali" da qualcuno è la ricerca dell’impunità, della legge assolutoria o depenalizzante "ad personam", è un retaggio del berlusconismo più becero, e lo facciamo nostro perché ci fa comodo.

Il "virtuale" non esiste, naturalmente. Provate a fare un versamento di 1000 euro dal vostro conto corrente "virtuale" on line a quello, sempre "virtuale", dedicato al sostentamento del Clero, ad esempio. Cliccate virtualmente sull’autorizzazione, sempre virtuale, all’inoltro, e vi ritroverete con 1000 euro REALI in meno e il sorriso di personale ringraziamento di Sua Santità. Bravi pirla che siete!

La gente che si trova su Facebook, in chat, dietro a un sito web, non è diversa da quella che si trova per la strada, anzi, spesso è la stessa gente che per la strada non saluta e in Facebook vi manda bacini bacini, vi scrive "ahahahahahahahah!" se scrivete qualcosa di anche vagamente divertente, o che, nel migliore dei casi, non vi si fila su Facebook (in chat, via e-mail, su Messenger -sostituire secondo estrazione politica, sociale, filosofica e religiosa-) e non vi si fila nella vita.

E se qualcuno non vi si fila potrete sempre affermare con orgoglio che "tanto è virtuale"!

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Parole vuote – Contraddittorio

Ci sono delle parole che stanno perdendo valore. Le stanno svuotando, sono praticamente dei contenenti senza contenuti, sono delle robe tristissime, come Oliver Hardy senza Stan Laurel, come le imitazioni delle Pringles alla paprika del Lidl, come un militare di Brindisi (questa metafora non è mia, è di Stefano Benni, e mi è sempre piaciuta), triste come un Ponce alla Livornese che si è freddato, come un libro di Paulo Coelho, come una locomotiva a nafta della linea Bassano del Grappa-Padova, come un raffreddore in piena estate, come le copertine dei libri della Adelphi di qualche anno fa, come una tisana di biancospino e melissa per dormire.

E più vengono usate più si svuotano di senso e la gente non capisce più un cazzo che cosa vogliano dire.

Ultimamente va assai di moda il



Pare che tutto, per avere un’anima politically correct debba per forza avere un "contraddittorio". State guardando un’intervista in TV? Qualcuno sta parlando male di Berlusconi? Eh, non si può perché ci deve essere il "contraddittorio" dalla parte che si ritiene venga offesa. Già, ma che razza di ocntraddittorio ci può essere in un’intervista che raccoglie solo ed esclusivamente i pensieri dell’intervistato? Nessuno. Non ce ne frega nulla del contraddittorio, perché ogni pensiero, ogni informazione, ogni tipo di messaggio veicolato è, per definizione, fazioso e di parte.

Cominciò a limarci sordo lo zerbino Fabio Fazio quando, intervistando Marco Travaglio, disse che il giornalista non poteva ripetere una circostanza pubblicata su un suo libro a proposito dell’attuale Presidente del Senato Renato Schifani, per il semplice fatto che mancava il contraddittorio. E allora?? Non siamo in un processo penale in cui il contraddittorio è indispensabile, non c’è da creare nessun incidente probatorio, sono le opinioni di un giornalista che, fino a prova contraria, se dice il vero non è perseguibile, se sta diffamando un’alta carica dello Stato deve essere giudicato per quello che ha fatto.

Floris (altro zerbino) a Ballarò (altra trasmissione di regime) ha tenuto Berlusconi in diretta per 20 minuti solo perché il Capo del Governo aveva scambiato una trasmissione per un’aula d’accusa.

Il contraddittorio lo invocano i colpevoli. Per quanto mi riguarda niente contradditori, sono un preconcezionista già di mio.

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La “Pietas” e la “Pieta'”: un intervento per la newsletter “Parolata”

Valerio Di Stefano ci invia un contributo relativamente all’accento di "pietas".

— Sì, si dice "Pìetas" e non "Piètas". Ma non va dimenticato il verso dantesco del primo canto dell’Inferno:
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta
Che, evidentemente, non è solo un ricorso metrico (per far rima con queta/quieta), ma la dimostrazione che il latino tardo parlato aveva già spostato l’accento dalla posizione proparossitona a quella parossitona. —

Parossitona? Proparossitona? Se volete potete andare a leggere qualcosa di più sulla pagina dell’accento. E, visto che ci siamo, facciamo anche pièta e pietà.

Pièta
Latino pietas, nominativo, con spostamento dell’accento.
Sostantivo feminile.
1. (antico, letterario) Senso di angoscia, dolore e smarrimento.
2, (antico, letterario) Affetto, devozione, soprattutto verso i genitori: né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre… / vincer potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto (Dante).

Pietà
Latino pietate(m), derivato di pius ‘pio’.
Anche, antico, pièta, pietàte e pietàde.
Sostantivo femminile.
1. Sentimento di compassione suscitato dai dolori o dalla infelicità altrui: avere pietà di qualcuno; sentire, provare pietà; destare, suscitare, invocare pietà.
Senza pietà: crudelmente, spietatamente: punire senza pietà.
Far pietà: suscitarla. (familiare) Si dice di cose mal fatte, sgraziate o molto brutte: un lavoro che fa pietà.
Opera di pietà: azione caritatevole.
Per pietà!: esclamazione con cui si invoca la compassione di qualcuno.
Monte di Pietà: istituto di prestito su pegno.
(estensione) Cosa o spettacolo miserando: che pietà quel circo.
2. (letterario) Affetto, amore, rispetto: pietà filiale. Sinonimo: venerazione.
3. (religione) Nel cristianesimo, uno dei sette doni dello Spirito Santo, per il quale si sviluppa e perfeziona la virtù della giustizia.
4. Devozione, culto: libri di pietà, pratiche di pietà.
5. Pietà, nelle arti figurative, opera raffigurante il Cristo morto sorretto dalla Madonna: la Pietà di Michelangelo.

Parolata
Sedicente newsletter di cultura.
Sito: www.parolata.it
Blog e archivio: parolatablog.wordpress.com
E-mail: redazione@parolata.it

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“Prioritario?” Preferisco vivere

Ci sono delle parole e dei modi di dire che, come tutti noi, del resto proprio non riesco a sopportare.

Una delle peggiori espressioni che siano state coniate ultimamente è “prioritario”.

Inteso sia nella sua funzione meramente aggettivale sia in quella di sostantivo “Priorità”.

Tutto sta diventando “prioritario”, la normalità non esiste più.

Una volta si scrivevano e si spedivano delle lettere in via “ordinaria”. L’affrancatura costava di meno, accettavi il rischio che si perdessero ma normalmente giungevano in tempi ragionevoli al destinatario. “Ragionevoli” voleva dire “ordinari”. Insomma, come sempre.

Voleva dire che una comunicazione poteva anche avere un carattere di normale ed ordinaria amministrazione.

Poi tutto è diventato “prioritario”. Hanno abolito la posta ordinaria. Tutto è fretta, tutto è primario. Nulla è secondario. E’ come viaggiare su una autostrada sempre e perennemente in corsia di sorpasso. E nella corsia di marcia non c’è nessuno? Nessuno viaggia a 90 all’ora. Dobbiamo tutti sfracellarci perché è “prioritario”.

La regola è l’anormalità. E se non sei bravo a guardare quello che è “prioritario”, probabilmente sei tagliato fuori. Togliamo pure il “probabilmente”.

Disponibile la lettura computerizzata di questo post (voce femminile):

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Terremoto

TERREMOTO: [vc. dotta, lat. terrae motu(m), letteralmente ‘movimento’ (motus) della terra (terrae, genitivo di terra)] s.m. 1. Scossa o vibrazione rapida e improvvisa della crosta terrestre. SIN. Sismo. 2 fig. Persona o animale troppo vivace.

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Ritrovare le parole (e la vergogna!)

da Corriere.it

Date: Wed, 11 Apr 2007 19:46:43 +0200 (CEST)
Subject: E’ l’ora della vergogna!
From: "Valerio Di Stefano" <
postmaster@PEC.valeriodistefano.com>
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No, cari ragazzi, non è l’ora di recuperare le parole.
Quelle ci sono e ci sono sempre state, basta usarle.
E’ l’ora di recuperare il senso della responsabilita’ e dell’etica.
E’ l’ora di recuperare il senso dell’imparare.
Che non risiede certo nei "Mi spiace tanto, ma non mi sento in colpa".
E nemmeno negli "Scrivi a Matteo", perché Matteo queste righe non potrà leggerle.
E il fatto che per riconsegnarlo alla nostra memoria e al nostro affetto ci si accontenti di una casella di posta elettronica su Gmail equivale a dare un ulteriore calcio alla possibilità di recuperare alla società chi non si sente in colpa, e invece dovrebbe.

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