Nel segno della croce

E va bene, è il simbolo della cristianità europea, va bene anche che si sia raccolto in poche ore oltre un miliardo per la sua ricistruzione, va bene che il gallo che era alla sommità della guglia e che conteneva delle preziosissime reliquie si sia carbonizzato e addio Carmela, va bene perfino che la gente si ricordi del romanzo di Victor Hugo, del gobbo Quasimodo e di quella gran figa di Esmeralda, mi sta perfino bene che a qualcuno venga istintivamente in mente (non bisognerebbe combinare avverbi e sostantivi in rima baciata!) Riccardo Cocciante, ma che sia più importante l’incendio di Notre Dame di Parigi rispetto a quello di una favela in Brasile, magari unica e umile abitazione di una famiglia povera in canna, o che valga di più una pietra gotica di una cattedrale della vita di un povero disgraziato che scappa dal suo martoriato paese attraverso la Libia (bella situazioncina anche lì, sì…) e muore come uno stronzo attraversando un tratto di mare assassino, ecco a questo non ci credo. Quindi smettetela con la retorica di Je suis Notre Dame ché non ci fate una bella figura. Intanto perché nessuno vi ha dato fuoco, e poi perché i templi sono fatti per essere distrutti, non per sopravvivere al tempo. L’arte e la religiosità sono cose nobilissime ma Parigi val bene una messa all’aperto e quel che si distrugge si ricostruirà. Non sarà più lo stesso?? Pazienza, si può fare a meno di una simbologia forte se si ha il valore delle cose. Ormai il rogo della pur splendida Notre Dame non dovrebbe più stupire nessuno e le prime pagine dei giornali sono lì per ben altre tragedie. Resettiamo.

48 Views

Checkpoint Charlie

E’ fin troppo facile munirsi dell’hastag #JeSuisCharlie e campeggiare con un centoquarantacaratteri su Twitter. E’ anche fin troppo facile scendere in piazza a protestare con la stessa scritta stampata su un foglio A4 e ostentata sopra le testa ad altezza selfie e una matita in mano. Resta comunque da osservare che i francesi in piazza ci scendono e gli italiani no.

Scontato anche dire che quello perpetrato contro Charlie Hebdo sia in realtà un attentato alla libertà di espressione e a quelle di critica e di satira, che ne derivano: è una realtà fin troppo evidente.

Molto più difficile, per non dire impossibile, è ammettere che i primi nemici della libertà di espressione siamo noi stessi, terroristi primigeni di ogni vignettismo.

Siamo noi che appena arriviamo in rete e leggiamo una cazzata non ci fermiamo a constatare il fatto che la presenza di cazzate in rete è l’espressione di quella stessa libertà che rivendichiamo per noi. Anzi, ci sentiamo in diritto e in dovere di dire non solo che quello che leggiamo con ci piace (perché fin qui…) ma che chi l’ha detto o scritto è un imbecille e che non dovrebbe usare lo spazio che gli viene messo a disposizione in quel modo. Siamo noi che scriviamo su Facebook frasi deliranti come “Se sei d’accordo dillo, se non sei d’accordo stai zitto” (alla faccia del diritto di critica, n’est-ce pas?) oppure “Come ti permetti di scrivere queste cose sulla MIA bacheca Facebook?” (la bacheca non è affatto tua, coglione, te la offre Facebook perché tu ci faccia quello che ci vuole LUI, non tu). Siamo noi che litighiamo per un tweet (una volta uno scrittore che sta ottenendo un discreto -ma a mio giudizio immeritato- successo voleva a tutti i costi il mio numero di telefono per litigare di persona) o per un post di un blog (avete mai provato a dire che la musica della “Canzone dell’amore perduto” di De André non è sua ma di Telemann? Ecco, io sì.)

Per noi un’opinione diversa non è e non resta un’opinione. Diventa, inevitabilmente, una polemica quando va bene, un’ingiuria ad personam quando va così e così e come una vera e propria ignominia nel peggiore dei casi.

Un esempio: la figlia di Pino Daniele ha “postato” su Facebook un pensiero in ricordo di suo padre. Tra i 700 e passa commenti ce n’era almeno uno che rimproverava a questa ragazza il fatto che avrebbe dovuto starsene a piangere riservatamente anziché esternare i suoi sentimenti sul social network.
E va beh, sì, magari avrebbe anche potuto, ma se se la sentiva di fare diversamente cosa facciamo, la fuciliamo in piazza come nemica del popolo? Vogliamo sindacare perfino su come una persona gestisce il suo dolore, cioè qualcosa di personale, intoccabile, dato sensibile per eccellenza. Figuriamoci se non ci occupiamo delle opinioni.

Esisterà sempre chi batte i denti, chi prende il ritmo e ci balla sopra. Così come chi sarà disposto a sparare sul ballerino: gli stessi che oggi si nascondono dietro a un tweet.

53 Views

Liviamo!

Dante scriveva che i nomi sono la conseguenza delle cose. Io dico che, a maggior ragione, lo sono delle persone.

Il resto lo fa la letteratura.

Voglio dire, ci sono nomi che sono talmente incancreniti nell’immaginario collettivo, da essere incollati a una idea. Ri-voglio dire, il nome Beatrice rimanda a una persona graziosa e giovane, non a una vecchietta arzilla e muscolosa. Io ne feci la protagonista di un mio raccontino fortunatello proprio perché mi serviva una fanciulla che morisse all’età di 11-12 anni. Se l’avessi chiamata Abelarda non avrei ottenuto lo stesso effetto (i cultori di certi fumetti di serie B ricorderanno la manesca nonnina amica del gorilla Bongo).
Più che la letteratura a volte può il cinema, o tutti e due. Alice era nome degregoriano per eccellenza negli anni ’70, era quella che guardava i gatti, con aria un po’ gattina anche lei, e non sapeva di Cesare che aspettava il suo amore ballerina da sei ore ormai (Pavese era un uomo costante). Nel decennio successivo uscì il film “Amici miei atto II”, quello in cui il malefico Lucianino descrive la moglie del Mascetti come “una donna secca e rifinita come il suo nome: Alice”. Si potrebbero fare ricerche demografiche e interessantissime tesi di laurea sulla frequenza del nome “Alice” nella popolazione italiana a seguito della vulgata di certi preconcetti.

Tutto questo cappello per dirvi che a suon di leggere i romanzi e i racconti del commissario Montalbano, Livia mi sta pesantemente sulle palle. Il personaggio, proprio, non lo digerisco, è la classica donna che mi farebbe venir voglia di tirarle uno schiaffo anche se sta zitta e basta. Livia, una stronza che ne “La vampa d’agosto” (un libro da leggere in questa stagione, per evidenti motivi) fa trottare in su e giù il povero Commissario perché soddisfi i capricci suoi e dei suoi antipatici amici. Livia, malefica e perfida, capacissima di rimproverarlo solo perché non si fa trovare al telefono o non ce la fa a rispondere. Livia bastarda che mentre Adelina fa gli arancini per l’ultimo dell’anno pretende anche che Montalbano se ne stia seco lei a Parigi (ma quando mai?)

E ora ne ho trovata un’altra di Livia letteraria. L’ho trovata in “In fondo al tuo cuore” di Maurizio De Giovanni, libro di cui vi ho parlato tempo fa solo per farvi rodere il fatto che io ce l’ho autografato e voi no. Non so se De Giovanni abbia voluto scherzare con le tradizioni letterarie e fare un omaggio al maestro Camilleri, fatto sta che Livia II, la vendetta, è una bellisssima donna, vedova, nella Napoli degli anni ’30, tutta cipria, teatro e cinematografini (“tra lo sfolgorio di quei lumi/comanda signora Cipria colonia e Coty!”), che fa una corte spietata al Commissario Ricciardi, che però gli preferisce la maestrina Enrica, che a sua volta sta cercando inutilmente di disfarsi di un vecchio amore. Life can be so hard, sometimes.

Sono andato a vedere l’occorrenza del nome Livia in 1000 opere della letteratura italiana e ce l’ho trovato fin dal Petrarca. Credevo di trovarlo con maggior frquenza in qualche romanzo ottocentesco, che so, il ciclo milanese del Verga, ma c’è comunque da continuare a divertirsi.

56 Views

Why do you sleep so steel?

La morte pare essere un argomento interessante. Beh, interessante o meno che sia, è sicuramente un argomento di cui si parla spesso.

Ero informato dell’esistenza in rete di www.findagrave.com, un grande archivio digitale di fotografie di tombe. Tombe, sissignori, di personaggi illustri e comuni. Cioè, la gente visita la tomba di, che so io, Totò, e la invia al sito che provvede a pubblicarla.
La grafica del sito è un po’ povera, piena di giffine animate, ma il sito funziona (forse anche grazie a questa leggerezza antica).

Del resto una tomba non è solo un luogo di memoria, ma potrebbe essere anche un monumento artistico. Spesso le due cose si combinano e allora magari la gente va a vedere la custodia marmorea delle spoglie mortali di Vittorio Emanuele III al Pantheon o visita le tombe dei papi sotto la Basilica di San Pietro. I comunisti vanno al Père Lachaise di Parigi a mettere le canne sulla tomba di Jim Morrison o a imbrattare col pennarello (noblesse oblige) quella di Oscar Wilde.

Ma pagine web dedicate alle maschere mortuarie non ne avevo mai viste. Non è un sito italiano (mi sono dimenticato di memorizzare l’indirizzo web e ora mi par fatica ricercarvelo, e poi non è nemmeno COSI’ importante che voi lo raggiungiate), quindi di morti italiani immortalati (chissà che effetto fa immortalare un morto!) nel gesso al momento del trapasso ce n’è solo uno, il tipino di cui vi fornisco l’istantanea,

Fare il calco del viso di un morto fresco di giornata era, probabilmente, l’unico espediente che poteva essere vagamente paragonato alla fotografia, intesa come volontà di trasmissione dell’immagine.

Ho “conosciuto” Abraham Lincoln (va beh, questo era facile!), Jonathan Swift (quello dei “Viaggi di Gulliver”) -che doveva essere un vecchio rincartapecorito quando è morto- Danton (con la smorfia da pugnalata), Robespierre e svariati altri effigiati in ritratti dell’epoc che li hanno vieppiù ingentiliti.

Beh, ora non vi lamentate, almeno un morto illustre l’avete visto anche voi. Fissatelo e pensate a chi può essere.

PS: Giacomo Leopardi!

61 Views

Le Olimpiadi e l’anno sabbatico di Federica Pellegrini

Olimpiadi di Parigi - 1900

Queste Olimpiadi si sono presentate come comanda Iddio.

D’un tratto siamo tutti diventati attrezzatissimi conoscitori di discipline sportive di cui, fino alla settimana scorsa, non gliene poteva importare di meno a nessuno. Voglio dire, con tutto il rispetto, ma il fioretto a squadre chi è che lo seguiva, prima di adesso? E il tiro con la pistola? E il judo? E il tiro con l’arco? Ma certo, la domenica, è risaputo, le coppie di sposi vanno a fare la loro passeggiatina invernale e lui tiene l’orecchio incollato alla radiolina per ascoltarsi “Tutti l’arco minuto per minuto”.

E non facciamo altro che parlare di tuffi, di mezzi avvitamenti, di finali dorso, stile libero, rana…

L’argomento principale di discussione sembra essere diventato il fatto che la Federica Pellegrini ha annunciato l’intenzione di prendersi un anno sabbatico. E va beh, ma saranno anche un po’ sacrosanti e intoccabili affari suoi, no? L’aspettavamo all’oro, invece è arrivata solo quinta, magari avrà avuto un momento di défaillance, o magari le altre concorrenti erano più preparate, perché poi capita anche questo nello sport, che qualcuno, per merito o per circostanze, renda meglio di qualcun altro. Insomma, fa parte del gioco.

E invece no, invece lanci del giavellotto a piovere, pesi, atletiche, staffette, tiri con la carabina (ah, quanto siamo bravi negli sport che prevedono l’uso delle armi!), ginnastiche artistiche, ritmiche, anelli, parallele, corpo libgero, maschili, femminili… E basta, su, siamo ridicoli. Il Paese sta andando a carte quarantotto e noi siamo sempre lì a bearci di uno spettacolo che sì, va bene tutto, dalla Regina Elisabetta a Paul McCartney, ma poi ci stufa anche un pochino, no?

E basta con queste Olimpiadi, dài…

38 Views

Cento anni fa Pietro Vincenzo Peruggia rubava la “Gioconda”

"…il custode si lamenta,
probabilmente vuole un’altra bòtta in testa
ora…"

(Ivan Graziani, Monna Lisa)


Cento anni fa un signore che si chiamava Pietro Vincenzo Peruggia entrava nel Museo del Louvre, prelevava il dipinto della "Gioconda" di Leonardo da Vinci e se lo infilava sotto il cappotto, per uscire di lì a poco, senza che nessuno se ne accorgesse.

E senza che, successivamente, durante una perquisizione domiciliare, i gendarmi si accorgessero che nel tavolo su cui facevano firmare a Peruggia il verbale di esito negativo, c’era proprio il dipinto.

Peruggia fu condannato a sette mesi e quindici giorni per aver cercato di "piazzare" il dipinto presso un antiquario italiano.

Storie di malavita d’antan che meritano di essere ricordate, mentre i giornali non hanno altro da fare che informarci sul dimagrimento di Salvatore Parolisi.

79 Views

La tomba di Chopin e’ piu’ curata di quella di Jim Morrison (ma guarda un po’, a volte si dice…)

Oggi sul "Fatto quotidiano" c’è un breve articolo di Guido Biondi che riporta una dichiarazione del bassista Enea Bardi (non chiedetemi di quale gruppo, l’ho anche letto ma non me lo ricordo nemmeno) che faceva notare come al Cimitero del Père Lachaise di Parigi, sulla tomba di Jim Morrison ci siano pochi fiori, qualche feticcio e si respiri uno stato di abbandono e di disaffezione da parte dei visitatori e dei fans, mentre, al contrario, la tomba di Fréderic Chopin è sempre piena di fiori freschi, ben tenuta e curata.

E certo! Ma ci mancherebbe anche altro il contrario

Qui pare che se uno non muore in una vasca da bagno per overdose e non canta "Come on Baby, light my fire!"  e muore invece per problemi respiratori complicati da depressione, avendo lasciato in eredità "solo" Mazurche, Polacche, Studi, Notturni, Ballate, Valzer, Improvvisi, due Concerti per pianoforte e orchestra non entra nella categoria mentale del mito.

Chopin non era bello, non era maledetto, non si drogava, come è possibile che la gente se ne ricordi più di Jim Morrison?

Eppure c’è chi la pensa ancora così…
99 Views

L’Infanta Marusca e la Corale “Nuovo Cacciucco” alla Cattedrale di Notre Dame

E’ con sommo gaudio che do contezza all’immancabile (ahinoi) Baluganti Ampelio (o Felloni Papèsio, ora sinceramente non mi ricordo) della foto che m’invia dell’Infanta Marusca, qui vestita in ricchi panni, che, assieme alla sua beneamata Corale, si è esibita nella Cattedrale di Notre Dame (o in quella di Piazza del Luogo Pio, ora a dire il vero la memoria mi falla…) tra applausi, battimani e apprezzamenti.

Voi mi direte: e come si fa a riconoscere che era davvero la Cattedrale di Notre Dame (o il Santuario della Madonna di Montenero)?

Dé, da qui:

38 Views