Paolo Attivissimo ha visto i defunti

Cattura

La notizia non è nuova, anche se la apprendo solo in queste ore. Quindi rilassatevi, nessuna novità.

Ci tenevo solo a sottolineare che Paolo Attivissimo ha visto i defunti. Lo ha scritto lui nel 2015 sul suo blog (l’ultima correzione dell’articolo risale al 2017). Emotivamente non c’è nulla di male nel vedere i defunti. Anch’io ho visto la buonanima di mio nonno Raffaele mentre ero in coma farmacologico, infuso di morfina fino alla punta dei capelli. E lo vedevo davvero, come se fosse stato lì a parlarmi. E io gli rispondevo. Sono esperienze emotivamente (e, ripeto, solo dal punto di vista emotivo) molto intense. Ma spiegabili. Nel mio caso è perché la morfina provoca, come effetto collaterale a quello antidolorifico, delle allucinazioni. Quindi è normale che io abbia visto questo e molto altro, finché ero sotto l’effetto del farmaco.

E’ anche comprensibile che Paolo Attivissimo, nel vivere un’esperienza di forte impatto come quella della perdita di un caro amico, abbia rivelato di averlo visto. Io ho perso una amica carissima in circostanze tragiche e la sogno spesso. Ogni tanto mi sembra di sentirne la voce. Segno che il bene che le ho voluto in vita è sopravvissuto alla sua stessa morte e che sono ancora affezionato al suo (caro) ricordo. Questo vale, naturalmente, anche per Paolo Attivissimo.

Però io lo so che mio nonno non poteva essere presente al capezzale del mio lettino di ospedale, perché si dà il caso che sia morto nel 1970. Così come so che la mia amica assassinata nel parcheggio di un ospedale non può rispondermi né parlarmi, che tutto questo è frutto della elaborazione psicologica della mia suggestione (o di una suggestione indotta, si veda il caso).

Paolo Attivissimo però no. Lui di questa esperienza ha scritto un articolo per “Le Scienze”. E il bello è che “Le Scienze” glielo ha pure pubblicato. Perché, comunque, a detta di Attivissimo “bisogna capire che le esperienze paranormali, per chi le vive, sono potenti e reali e vanno trattate con rispetto e non con scherno”. Ripeto, massimo rispetto per il sentire e la sensibilità di Attivissimo rispetto a un’esperienza dolorosa. Ma questa non è un’esperienza paranormale. Le esperienze paranormali, in quanto tali, non esistono. I morti non si vedono, non ci si parla, sono morti e basta. Tutto quello che vediamo o sentiamo è frutto della nostra psiche che non sa darsi pace e affronta il dolore come può. Ora rappresentando una situazione, ora dandoci l’illusione (ma, ripeto, è solo un’illusione) di vedere o sentire una persona cara. E’ una semplice esperienza di vita, credo, molto simile a quella che ci viene offerta dai sogni.

Ma, se mi permettete, una persona iscritta al CICAP, che è stata già presidente della sezione del Canton Ticino, come rivela l’implacabile Wikipedia e che ammette di aver aver avuto una esperienza “paranormale” di questo genere sono cose che non vanno poi tanto d’accordo. Chi smonta (per vocazione, associazione o tentazione), notizie e crede a un approccio scientifico non può dare per scientifico tutto ciò che non è dimostrabile e, quindi, non dimostrato. Attivissimo è un accanito oppositore dell’omeopatia (e fa bene), ma se lui ha visto i defunti non si vede perché non ci possa essere anche chi crede che una molecola, diluita per centinaia e centinaia di volte in acqua fresca (ma anche a temperatura ambiente), possa far bene (questa, più che un’esperienza “paranormale” è un pensiero paranoide, ma ognuno ha il diritto di avere le paranoie che meglio crede).

Lasciamo che i defunti stiano dove stanno, senza caricarli delle nostre personali aspettative o dei nostri dolori. Vivremo tutti molto più sereni.

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Paolo Attivissimo all’Università del Salento

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Era molto tempo che non vi parlavo più di Paolo Attivissimo.

Oggi mi sento molto più diligente rispetto al passato.

L’Università del Salento lo ha invitato per inaugurare l’anno accademico della Scienza e Tecnica della Mediazione Linguistica, nell’ambito della Traduzione tecnico-scientifica e dell’interpretariato. Parlerà (tra poche ore, ormai) sul tema “Traduzione brevettuale: tecniche ed esperienze”. Sotto al nome di Paolo Attivissimo, nella locandina che vi riproduco, è riportata la dicitura “Traduttore brevettuale professionista“.

Ora, però, si dà il caso che Paolo Attivissimo non abbia neanche la laurea in lingue, ma un semplice diploma di Liceo Linguistico.

Mi si dirà che non occorre una laurea per andare a fare una conferenza di inizio anno accademico. Cioè che non c’è nulla di strano o di inusuale se un non laureato va a fare lezione a persone che, verosimilmente, si laureeranno di lì a pochi anni.

Ma certo che no. Infatti la questione non è legata all’ambito della legalità o della possibilità materiale, ma dell’etica.

In Italia una non laureata è stata per mesi e mesi Ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università. In Italia il Ministro del Lavoro nonché vice Presidente del Consiglio ha il diploma di Liceo Classico. In Italia l’altro vice Presidente del Consiglio nonché Ministro degli Interni ha, pure, il diploma di Liceo Classico conseguito con la valutazione di 48/60 dopo, però, aver partecipato a “Doppio Slalom”, condotto da Corrado Tedeschi nel 1993.

In Italia Paolo Attivissimo, non laureato, ma, da quello che mi dice lui stesso, di madrelingua italiana e inglese, con 32 anni di esperienza nel settore della traduzione, e nessuna lamentela da parte dei suoi clienti, può andare ad aprire l’anno accademico di un corso di laurea Ateneo nazionale.

E’ un reato? Ma no, ci mancherebbe anche altro il contrario! E’ una cosa che non si può fare? No, del resto se abbiamo dato una laurea honoris causa a Valentino Rossi è segno che in Italia si può fare di tutto. E’ una cosa inopportuna? Sì, ecco, inopportuna è proprio la parola giusta. Perché, diciamocelo fuori dai denti, quanti di noi sarebbero disposti a farsi operare da un “chirurgo” con 32 anni di esperienza sul tavolo operatorio, senza nessuna lamentela, ma senza la laurea in medicina?

E’ la stessa cosa. Ma nel paese del “valàchevaibene” tutto è possibile. Ma perché una laurea è importante? Perché anni di studio non si sostituiscono con la mera esperienza, ma soprattutto perché se non si studia le cose non si sanno, ecco perché.

Solo che, a dirglielo, Paolo Attivissimo si adira. E per la seconda volta mi butta fuori dai suoi possedimenti telematici. Ormai è più prevedibile del M5S al Governo o di un insulto generalizzato di Burioni.

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“Sono quasi pronto per il Nobel per la Letteratura” (Paolo Attivissimo)

 

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David Puente assunto da Enrico Mentana nello staff del suo nuovo giornale on line

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FACCIO SUBITO UNA PREMESSA: David Puente è stato oggetto, nei giorni scorsi, di un attacco vile senza nessuna giustificazione. Qualcuno (si occuperà la magistratura di individuarlo) ha diffuso una notizia falsa, in cui si afferma che il debunker sarebbe stato oggetto di una perquisizione domiciliare alla ricerca di materiale pedopornografico. Si fa riferimento anche alle origini (vere o supposte) ebraiche del blogger. Il tutto con il logo e il marchio del quotidiano “la Repubblica”, quasi a voler dare una sorta di parvenza di autorevolezza alla vigliaccata in questione. Queste sono cose da condannare senza appello. Per quanto mi riguarda continuerò a criticare Puente per quello che fa, che dice e che scrive. Non mi interessano né le sue preferenze sessuali, né la sua provenienza etnica, né la sua fede religiosa.

E ORA COMINCIAMO. David Puente è stato nominato da Enrico Mentana come primo (in ordine di tempo) collaboratore del nuovo giornale on line del giornalista de La7. Che non esiste (ancora). Ma, intanto, la notizia ha creato unanime consenso nel mondo di certi radical-chic di sinistra che hanno subito battuto le manine ed esaltato la scelta. Ora, io non so se David Puente sia iscritto all’albo dei giornalisti o meno, ma questo è il requisito fondamentale che mi aspetto da un qualsiasi collaboratore di una qualsiasi testata, on line o cartacea che sia. Finché uno fa il blogger per conto suo (e io ne so qualcosa) può scrivere quello che gli pare. Ma quando si va a scrivere per  un giornale ci sono requisiti che non sono di per sé indispensabili (non ho detto che l’essere iscritto all’albo dei giornalisti sia la conditio sine qua non della collaborazione di Puente con Mentana, ma che me lo aspetto, così come mi aspetto che la farmacista che gestisce il negozio che mi vende l’Aspirina sia laureata in farmacia) ma che rendono il sito ricco di autorevolezza (e non di “autorità”).

Fatto sta che per il momento David Puente è stato nominato collaboratore di un bel niente, visto che il sito non c’è ancora. Arriverà? Sarà a giorni? A settimane? A mesi? Ma oggi come oggi non c’è. Inutile applaudire il niente.

Come niente fu quella nomina pubblicizzata in pompa magna da parte della Boldrini nella task force del quadriumvirato di ricerca sulle fake news con il marchio della Camera dei Deputati. Ci fu un linguaggio estremamente pomposo nell’annunciare l’iniziativa. Ho ritrovato in rete il virgolettato:

“Sono in contatto con esperti, i cosiddetti debunker: – ha spiegato la presidente durante un incontro con la stampa – il debunking è l’attività che smaschera le bufale” attraverso una verifica attenta e puntuale sulle fonti e sulla trasmissione della notizia. ”Sono Paolo Attivissimo (Il Disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo), David Puente (Davidpuente.it) e Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca  e consegneremo l’appello ai grandi social network che devono essere seri”.

Ma poi cos’hanno fatto? Sono andati in giro per le scuole italiane a sensibilizzare i giovani studenti? Hanno creato qualche sito di informazione vera oltre a quel Basta Bufale che raccoglie solo firme e che è stato abbandonato sul web a far scorrerere a video una serie (in)finita di testimonial? Hanno tenuto conferenze e incontri (più di uno, voglio dire) alla Camera dei Deputati per sensibilizzare l’opinione pubblica, i giornali (rei, secondo il mangiatore di amatriciana Paolo Attivissimo, di essere le prime fonti di diffusione delle notizie fasulle), i media sul pericolo della diffusione delle “bufale” (termine orrendo ma a loro piace tanto)? Anzi, ci risulta che il sito “Bufale un tanto al chilo” sia stato oggetto di sequestro preventivo per una accusa per diffamazione. La risposta è caduta nel vento, come dice una orrenda traduzione cattolica di Bob Dylan.

E poi sono curioso di vedere che cosa tireranno fuori un collaboratore che “silenzia” i suoi contatti su Twitter e un direttore che dà del “coglione” al cronista dell’agenzia Dire, aggiungendo l’epiteto “sparapalle” solo perché il cronista in questione aveva avuto l’ardire di chiedergli  se “Il suo editore di La7, Urbano Cairo, sarà anche quello del suo giornale online?” (se avete voglia di saperne di più leggete qui).

Much ado about nothing.

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Anche David Puente ha deciso di filtrarmi su Twitter

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Io non faccio uso smisurato di Twitter. Più che altro lo leggo tanto, quello sì, perché ho una combinazione di contributi e notizie piuttosto interessante e spesso le breaking news sono prima su Twitter che sui giornali (provare per credere, l’ho sperimentato in almeno quattro o cinque occasioni).

Però scrivo poco, anzi, pochissimo, faccio qualche commento (quelli sì), e rilancio gli articoli del blog, perché magari qualcuno viene a leggere quello che scrivo.

Comunque devo dire che anche su Twitter mi sono dato da fare a restare antipatico a un bel po’ di personcine e personaggetti che, evidentemente, non avendo altre preoccupazioni per il capo, hanno pensato bene di bannarmi e/o censurarmi a vari livelli. Che, poi, voglio dire, la censura su Twitter è sempre piuttosto blanda. Generalmente non si riesce mai a “bannare” del tutto una persona, tutto quello che si può fare è impedirgli di “vedere” i contenuti del proprio miniblog e, eventualmente, di commentare. Il primo impedimento abbiamo già visto che è facilmente aggirabile, quindi è possibile continuare a leggere tranquillamente quello che uno scrive.

L’ultima persona in ordine di tempo che ha messo un filtro sul mio account è David Puente (debunker di stato), che, seguendo le orme passate del suo amico, collega e mentore Paolo Attivissimo (debunker di stato svizzero), ha deciso che con me non si può parlare e mi ha messo il filtrino. Posso commentare, ma a lui i miei commenti non arrivano, non li legge, li ignora, ha altro da fare e insomma, vedremo in un post separato com’è andata la vicenda.

Per ora accontentevi di sapere che David Puente si aggiunge al gruppo di chi mi ha bannato composto finora da (che io sappia) lui, Paolo Attivissimo (che, per la verità, mi riulta aver rimosso i suoi filtri), Barbara Collevecchio, Asia Argento e Selvaggia Lucarelli.

Cioè, tutta gente che tra una minaccia di morte, una diffamazione, una diagnosi clinica, un blog sul Fatto Quotidiano abbandonato nel 2013, un’accusa di molestie sessuali su minori, un paio di condanne per diffamazione ha avuto il tempo e la voglia di bloccare ME che esprimo solo delle opinioni senza offendere nessuno. Queste non sono censure, sono medaglie al merito.

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David Puente e il “caso” Bencivelli

Questo articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.

Ho provato a far presente tutto questo a David Puente (visto che, come è noto, Paolo Attivissimo mi ha bannato dal suo account Twitter che, comunque, riesco a leggere ugualmente) ma mi ha risposto con due link per farmi notare che non era vero quello che dicevo, e cioè che lui e il Superlativo non avessero scritto nemmeno una riga sul caso (e il “neppure una riga” non era da prendersi in senso letterale, è chiaro, ma per il debunker medio la parola scritta è ferma, immodificabile e priva di possibilità di interpretazione, come la Bibbia per i Testimoni di Geova e hai voglia te a insistere su questo punto), ma che c’erano, addirittura, ascoltate bene, udite udite, due tweet. Sissignori, due interventi su Twitter, nientemeno. Tutto lì. Sofferenza, coraggio, tenacia, la paura di vivere l’incubo della persecuzione ogni volta che si apre il proprio profilo Facebook o la propria casella di posta elettronica, valgono due commentini di 240 caratteri al massimo, uno dei quali (quello di Paolo Attivissimo) con il link all’articolo di Repubblica (giornale nel mirino di *.issimo per sovrabbondanza di notizie suppostamente farlocche e errori di ortografia) in cui la Bencivelli racconta la sua storia. Della serie “se volete saperne di più andate a guardare questo”. E’ un po’ la logica perdente e supponente con cui i linuxari ti dicevano “Read the Fucked Manual!” quando avevi bisogno di un aiuto (e Dio sa di quanto aiuto si può aver bisogno avendo a che fare con Linux!). Risultato: con 240 caratteri non scrivi nulla, neanche un messaggio di solidarietà (un messaggio di solidarietà che abbia un senso compiuto e che tenga presente tutti gli aspetti della vicenda, perché per scrivere “Evviva evviva!!” 240 caratteri bastano e come). Ovvio che c’è stato un apprezzabile batter di manine da parte degli adepti degli stessi “debunker”, ma tutto è finito lì, in una mestizia e in una tristezza senza precedenti: c’era chi aveva pagato un prezzo altissimo (in denaro e risorse emotive personali) per vedere condannato il proprio diffamatore, che si era impegnato come non mai per veder riconosciute le proprie ragioni e il pubblico dei 240caratteristi era lì a dare bella mostra di sé, neanche l’avvocato della Bencivelli lo avessero pagato loro.

Ed ho avuto l’impressione (ma, appunto, si tratta di una sensazione personale) che i debunker e i debunker-fan più incalliti fossero contenti più per la condanna dell’imputato che per la vittoria della Bencivelli. Che uno potrebbe anche chiedermi “che differenza c’è?” Molta, ve lo assicuro.

Poi è successa una cosa particolare. Dopo la sentenza, su una pagina Facebook è apparsa una foto che ritrae la Bencivelli in una posa imbarazzante, ma indubbiamente involontaria. La foto era corredata da un estratto testuale da un articolo de “La Valigia Blu”. David Puente ne ha dato notizia con un altro tweet (neanche a voler ipotizzare una soluzione diversa!) che riporta la foto in questione “ritoccata” e “censurata” nella parte più delicata. Un pensiero gentile, non c’è che dire, ma che non ha fatto altro che riverberare un contenuto (poco importa se privato della sua parte più “sensibile”) che avrebbe potuto (e forse anche dovuto) essere lasciato abbandonato al proprio destino, lì nell’ambiente in cui era stata postata. Perché il diritto all’oblio in rete esiste, deve e può essere garantito. Non è vero che (come afferma ad esempio lo stesso Paolo Attivissimo) Internet conserva tutto, mantiene tutto, non perdona niente. Se non si possono cancellare i contenuti si può almeno fare in modo che quei contenuti siano dimenticati, che perdano di interesse e di attualità. E in genere lo si fa ignorandoli. Invece David Puente non solo ha ripubblicato l’immagine fotoscioppata, ma ha addirittura fornito il link alla risorsa originale dove la fotografia veniva pubblicata integralmente. Col risultato di facilitare un numero indefinito di clic a quella pagina, quelli di chi, incuriosito, è andato a ravanare nel torbido pur di rendersi conto di che cosa si trattasse. Magari per poi chiudere il collegamento pochi secondi più tardi, schifato. Ma, disgraziatamente, non abbiamo ancora nessun accrocchio info-telematico che permetta di registrare il gradimento del lettore finale.

Avrebbe potuto fare diversamente David Puente? Sì, certo. Avrebbe, per esempio, potuto evitare questa eco di clic di “ritorno” sul sito originale limitandosi a descrivere i fatti. E poi avrebbe potuto porsi una domanda: quella foto della Bencivelli è vera o è falsa? E’ lui il debunker. E’ lui che smonta notizie, prove, commenti, fotografie, filmati. Non credo che gli sia così difficile debunkare un fotoritocco. Ma il punto è un altro, ossia che riportare su Twitter che qualcuno ha pubblicato una foto della giornalista non è una notizia. E’ esattamente poco più che riportare il link a un articolo di giornale o a un evento in particolare su Facebook (o su Twitter, si veda il caso), è solo fare pubblicità e amplificare quello che non è. Non c’è nessuna informazione né nell’evento in sé, né nel riverberarlo a tutti i costi ai propri lettori. Qual è, dunque, il valore aggiunto in termini di conoscenza delle cose? Ve lo dico io, non c’è niente, è un gesto sterile, che non porta a nulla se non all’autoreferenzialità. Altra cosa sarebbe stato intervenire dicendo che: “Tizio ha pubblicato la tale foto nella tale pagina, ma quella foto è falsa perché etc… etc…“.

Una cosa è certa: chi ha pubblicato quella foto voleva colpire direttamente la giornalista, “rea” di aver vinto una causa per diffamazione e di aver portato il suo presunto diffamatore nelle sedi opportune che le hanno dato ragione. La segnalazione di David Puente non porta nessun sollievo al peso di questa azione, anzi, lo aggrava dandole visibilità e solo visibilità. Avrebbe pututo, David Puente (ma non lo ha fatto), esprimere la propria indignazione per una azione certamente vigliacca e codarda, ma sa benissimo che l’indignazione non basta, che bisogna agire soprattutto se si è e si vuole rimanere un “debunker di stato”.

E tutto questo costa molto più di un tweet.

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Effetto Streisand: Paolo Attivissimo sbaglia il verbo “pouvoir”

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E così, nella selva selvaggia (sempre più aspra e più forte) degli svarioni, delle svisature, delle sviste, degli ooooops ortografici, linguistici, culturali e grammaticali di cui tanto mi piace andare a caccia, è incappato anche il nostro caro amico Paolo Attivissimo.

In un post del suo blog (il “Disinformatico”, casomai ci fossero dubbi), il Nostro racconta di aver passato del tempo a comunicare e a scambiarsi messaggi con un truffatore che si finge donna per “acchiappare” trasferimenti bancari via Western Union (o qualsiasi altro vettore internazionale di denaro). Beato lui, e pensare che c’è gente che deve lavorare e non può concedersi questi piccoli e innocenti piaceri della vita. Va beh, a un certo punto della corrispondenza, scritta in un improbabile linguaggio da bot con parole straniere di difficile identificazione, *.issimo si imbatte in un probabile francesismo, la forma verbale “Puyisse” scritta ortograficamente da cani (ma del resto da un truffatore che si finge una bellissima donna per spillare soldi a quelli che ci cascano non ci aspettavamo niente di diverso), e la spiega come un errore di ortografia “al posto di puisse, voce del verbo pouver”.

Qualcuno dei suoi solerti vassalli, valvassori e valvassalli gli ha fatto notare che in francese il verbo “pouver” non esiste, che, se del caso, esisterà il verbo “pouvoir”, che significa, appunto, “potere” e l’errore è stato bello che sistemato. Ma volevate che io non lo aspettassi al varco? E siccome il Superlativo afferma sempre candidamente che il web non perdona e non dimentica, ecco l’istantanea, l’effetto Streisand, lo screenshot ripreso dal cellulare (mitico Samsung J1, 98 euro e funziona ancora come una scheggia!) della papera linguistica commessa e candidamente ammessa nei commenti.

E, come si suol dire, avanti un altro!

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Certi numeri di Paolo Attivissimo

I follower di Paolo Attivissimo, si sa, sono tanti. Ma proprio tanti. Sulla loro suddivisione, però, Ilaria Bifarini ha postato un’interessante indagine che rileverebbe come il 44% dei followers del cacciatore di bufale sarebbe costituito da account che non corrisponderebbero necessariamente a quello che viene dichiarato (dai followers, si intende, non da Paolo Attivissimo). Poco male, succede a tutti di avere qualche fake. Il problema è che le percentuali nel caso di Attivissimo sono davvero grosse e il fenomeno da “fisiologico” rischierebbe di trasformarsi in “patologico”.
Ecco il post di Ilaria:

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La lettera dell’avvocato a Paolo Attivissimo

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Paolo Attivissimo mi ha definito, altrove, una “persona davvero piccola e triste”. Ve l’ho raccontato nei miei due post “Paolo Attivissimo mi ha censurato. Vittoria su tutti i fronti!” e “Per una disamina del seguace medio di Paolo Attivissimo”.

In seguito a questa definizione ho contattato il mio legale (che è una persona squisita) e insieme abbiamo convenuto che fosse buona cosa inviare una lettera al Superlativo, per proporgli di addivenire ad una composizione bonaria della vicenda. La lettera è stata spedita come raccomandata internazionale e anticipata via e-mail.

Una volta anticipato il testo della missiva, sul blog del Superlativo di cui sopra (il “Disinformatico”, e se lo dice lui c’è da crederci!) è apparsa una breve risposta pubblica. E in questo consiste la grande pisciata fuori dal vaso di Paolo Attivissimo. Una raccomandata e una mail, se non sbaglio (e non sbaglio!) sono comunicazioni di tipo personale, individuale, di una certa delicatezza, non destinate alla pubblicazione né per intero né per estratto o riassunto. Se aveva qualcosa da dire, Paolo Attivissimo poteva farlo tranquillamente rispondendo al mio legale. Cioè nella stessa forma e nelle stesse modalità in cui il messaggio gli era giunto.

E invece *.issimo non ha resistito alla tentazione di trasformare, come fa con tutta la sua vita, un fatto privato e delicato in una personale esibizione sul palcoscenico del web. Paolo Attivissimo ha una moglie? Delle figlie? Dei gatti? Una macchina elettrica? Si compra un nuovo computer? Non vi preoccupate che ve lo dirà con dovizia di particolari. Nella sezione “Mi presento” del suo blog è perfino raccolta una spiegazione sul perché lui si fa chiamare “topone” in un vecchio indirizzo di posta elettronica che ora ha rottamato per un più professionale account @gmail.com, dicendoci che è un nomignolo con cui si vezzeggia con sua moglie, cosa di cui ci importa anche il giusto, cioè zero. Di recente ha comprato una macchina elettrica e posta con frequenza quasi maniacale dettagliatissimi resoconti sulle sue scorribande per la Svizzera, su quanto si sia spinto oltre il punto di non ritorno (ma se è di non ritorno cosa ci si spinge oltre a fare?), della difficoltà a trovare delle colonnine per la ricarica elettrica, si lamenta che la Lidl offre la ricarica solo ai suoi clienti e in orario di apertura dei supermercati. Insomma, se io vi parlassi del fatto che la mia vecchia Fiat Punto di 20 anni fa funziona ancora perfettamente e che ho superato i 100.000 Km. la cosa non vi importerebbe (giustamente) un fico secco. Invece Paolo Attivissimo è così: non si accontenta di vivere le sue ansie da solo, non è contento finché non le ha messe in rete a beneficio dei suoi aficionados ed adepti.

Non fa nomi, Paolo Attivissimo. Ma fatti e circostanze. Non mi cita (non lui, almeno, però fa passare un messaggio di un certo “Mammina” -no, dico, “Mammina”, ma si può?- che il mio nome lo fa). E’ come quello che ti dice “L’assassina è una bambina che va a portare il pranzo alla nonna in un cestino e in mezzo al bosco incontra il lupo cattivo.” Però non dice chi è. Nonostante faccia riferimenti evidenti e espliciti sia alle parole che mi ha rivolto, sia a quello che ho scritto sul mio blog (dimostrando così di leggerlo, e che le mie osservazioni vanno a segno).

Scrive: “Piccolo promemoria generico per tutti quelli che non hanno di meglio da fare che spender soldi in querele temerarie

Il “piccolo promemoria generico” tanto generico non è perché è chiaramente indirizzato a me. Secondariamente non si tratta di una querela “temeraria”. Io infatti non ho (ancora) querelato Paolo Attivissimo, gli ho solo fatto inviare dal mio legale una missiva per invitarlo a nominare un difensore di fiducia e cercare un punto di incontro che potesse (anzi!) scongiurare una questione legale. E non è una questione “temeraria”: qui ci sono delle frasi che possono venir percepite come insulti personali e la gente si difende. Non vedo dove stia il problema. Ma il punto più basso e volgare Attivissimo lo realizza quando parla dello “spender soldi”. Gliel’ho già detto una volta e glielo ripeto ora: i miei soldi li guadagno senza fare il consulente della Boldrini (appena rimpiazzata da Roberto Fico, quindi si spera che la figura ambigua di Attivissimo alla Camera dei Deputati sparisca del tutto) e non devo certo rendere conto a lui su come li spendo. Oltretutto in Italia le querele sono gratis: si va dai carabinieri, si espongono i fatti, si fa mettere a verbale, si firma e si torna a casa senza aver sborsato un centesimo.

“Se esprimo la mia opinione descrivendoti come “persona davvero piccola e triste”(…)”

“Persona davvero piccola e triste” non è un’opinione, è un insulto.

“se poi ti vanti pubblicamente di aver ottenuto una “vittoria su tutti i fronti” perché pensi di essere stato “censurato” quando in realtà il tuo commento era solo in coda di moderazione”

Il commento non era in “coda di moderazione”. Il commento è stato moderato in ritardo rispetto ad altri commenti della stessa ora che sono stati regolarmente fatti passare. Quindi sono stato censurato, sia pure per poche ore. Poi qualche anima buona dev’esssersi accorta che, toh, il commento non offendeva nessuno, e allora lo ha “passato”. Ma quando parlo di censura mi riferisco anche e soprattutto all’esclusione dai followers di Twitter. Quella sì, c’è stata, ed è meglio di una medaglia al valore.

“Ogni ulteriore comunicazione verrà serenamente cestinata.”

Ecco, allora il signor Superlativo cestini anche questo post che, almeno, alla pari del suo, resterà per sottolineare l’evidenza dei fatti e che evidenzierà, casomai ce ne fosse il bisogno, che al suo mondo di presunta “informatica etica” e “etica del giornalismo” c’è chi non ci crede più.

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Per una disamina del seguace medio di Paolo Attivissimo

Ve l’avevo detto che ci sarebbe stato da schiantarsi dalle risate.

Un mio commento sul blog “Disinformatico” di Paolo Attivissimo, inserito verso le 13,30 di ieri, per tutto il pomeriggio e buona parte della sera non è apparso nella cronologia. Tanto da indurmi a segnalare la cosa su Twitter, segnalazione che mi è valsa, come è noto,  l’esclusione dal nòvero dei fans di Paolo Attivissimo (e chi l’ha mai detto che io sono un suo fan?), l’espulsione da tutte le scuole del Regno, la cacciata dal Paradiso terrestre e tutta una serie di condanne accessorie, naturalmente alla frequentazione di gironi danteschi di varia fatta e natura. Attivissimo ha mille pregi, ma è incredibilmente permaloso (e la permalosità non è un reato, per carità), e questo lo ha indotto a definirmi una “persona piccola e triste”, cosa di cui parleremo altrove, se del caso.

Successivamente (e solo successivamente, si badi bene), il post è apparso come per miracolo, naturalmente in buon ordine cronologico. E’ una cosa facilmente dimostrabile: ieri quando ho fatto lo screenshot del commento con l’apprezzamento di Attivissimo, quel commento portava il n. 67 (andate pure a controllarlo nell’articolo precedente).

piccolaetriste

Oggi porta il n. 69. E’ segno che due commenti sono stati inseriti nel frattempo. Uno è esattamente sattamente il n. 64, quello rimasto in “sospeso”.

commento2

Questi i fatti, che non sono minimamente in discussione.

Ovviamente di cosa parlano i seguaci di Paolo Attivissimo? Di Medici Senza Frontiere? Del debunking al film complottista?? Di qualcosa che abbia anche la pur vaga attinenza con il tema della discussione del giorno??? No. Parlano di me. L’argomento non è più quello proposto dal post originario, ma si è spostato sulla mia umile personcina che non ha mai fatto del male a nessuno, a parte quando ho detto la verità su Medici Senza Frontiere e quando ho alzato il ditino per dire che un mio commento non era stato (ancora) approvato (cioè ancora una volta una circostanza vera) e si è aperto il cielo e si è squarciata la terra. Quali sono gli argomenti? C’è un certo “harlequin” (minuscolo nell’originale, sic!) che dice che il 90% dei miei tweet sono polemici. Non dice la cosa più ovvia che potrebbe dire: “nel 90% dei casi non mi trovo d’accordo con i tweet di valeriodistefan”. La “colpa” non è di una divergenza di vedute, no, sono in assoluto i miei tweet (con tanto di percentuale, segno deve averli letti proprio TUTTI) a essere polemici, senza neanche dire un’altra cosa anche questa lapalissiana: “Nel suo account Twitter, l’utente valeriodistefan può scrivere quello che vuole perché è a “casa sua””. Quello che il seguace medio di Paolo Attivissimo rivendica per sé (eh, la moderazione, tu non puoi fare come vuoi, il responsabile è il guru, chi ti credi di essere, tu non sei in casa tua) non lo riconosce ad altri, anzi, lo critica.
Prosegue “harlequin”: “il 90% dei suoi tweet non hanno commenti nè “mi piace””. E qui c’è davvero di che stupirsi. Perché da quando in qua i “like”, o i “mi piace” sono indice della validità o della dignità all’interesse di un qualsiasi contenuto? Da quando c’è Facebook. Ed è questa cultura facebookiana che si è inoculata nella visione del fan medio di Paolo Attivissimo: se hai tanti commenti e tanti like sei bravo e scrivi cose interessanti, e poi viene Babbo Natale giù dal camino che ti porta i doni perché sei stato buono, se non hai “like” viene la Befana e ti porta il carbone perché scrivi cose polemiche. A me i “like” non sono mai interessati. E’ facile scaricarsi la coscienza con un clic. Più difficile argomentare le proprie posizioni contrarie. Ce n’è anche per il blog, che, sempre secondo “harlequin” avrebbe solo il 10% di articoli commentati. Ora, questo blog ha oltre 4000 post. Li ha consultati tutti per poter affermare una cosa del genere?? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che “harlequin” termina con questa domanda cosmologica: “davvero è il caso di continuare a parlare di lui?“ (cioè di me) Ma veda un po’ lui. Se ritiene opportuno usare il suo tempo e le sue energie per criticarmi vuol dire che -almeno per lui- sì, è “davvero il caso”. Se no può starsene zitto o parlare di altro.

Poi c’è un altro che si fa chiamare “Grezzo” (nome e cognome mai, sempre e solo pseudonimi) che scrive: “Ehm, e a giudicare dai suoi screenshot pare usi ancora Windows XP… “ Notevole argomentazione, non c’è che dire. Sì, ho una macchina con una (vecchia) partizione Windows XP. La uso per gli screenshot e per altre cosette ancora. Siccome ho comprato quel sistema operativo (con soldi che non chiedo a nessuno) mi sembra giusto che io lo usi almeno finché mi serve o mi è utile. Invece no, invece c’è questo ditino puntato di chi, bontà sua, è arrivato a Windows 10 o addirittura a un Mac e considera delle mezze calzette chi non si aggiorna, chi non evolve, chi non ha l’ultimo grido in fatto di grafica, suono, video, effetti speciali, frizzi, lazzi, triccheballàcche e tutto quanto fa spettacolo. In breve, sono i fan del cannibalismo informatico, sempre in barba all’informatica sostenibile, che ti giudicano per quello che usi e non per quello che dici. Come quelli che guardano come vai vestito per la strada.

E torno a dirvi che siamo solo all’inizio.

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Piccole soddisfazioni

pagine

Tra ieri e oggi (circa 24 ore, da pomeriggio a pomeriggio), l’articolo “Paolo Attivissimo mi ha censurato. Vittoria su tutti i fronti” è stato cliccato 167 volte. 1091 clic lo hanno “visto” sulla home page.

E un certo Nicola, con dati falsi (ma l’indirizzo IP è vero) mi ha detto che avrei dei “seri problemi”. Io l’ho detto ieri e lo ripeto oggi, queste non sono critiche, sono medaglie al merito! :-)
problemiseri

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Quell’intervista che non c’era a Samantha Cristoforetti

da en.wikipedia.org. Immagine di pubblico dominio
da en.wikipedia.org. Immagine di pubblico dominio

La notizia è un po’ vecchiotta. Le riflessioni invece no. Abbiate pazienza.

Un periodico on line ha pubblicato recentemente una intervista a Samantha Cristoforetti. La quale ha a sua volta pubblicato una lunga, dettagliata e fin troppo garbata rettifica, sostenendo di non aver mai rilasciato quell’intervista e di non riconoscersi nello stile e nei contenuti di alcune delle risposte alle domande a cui, evidentemente, non aveva mai risposto. Nella richiesta di rettifica la Cristoforetti aveva chiesto che l’intervista “restasse online con un paragrafo introduttivo di spiegazione e di scuse a lettori e lettrici.” L’articolo con l’intervista in questione è stato tuttavia rimosso e ora la direttrice del periodico minaccia querela verso “chiunque dica che il mio giornale ha inventato un’intervista”.

Come dicevo, la risposta della Cristoforetti è molto lunga ed articolata. Nella sua disamina delle domande e risposte dell’intervista pubblicata, non fa il nome della testata, non accenna minimamente alla figura e/o all’identità di un qualsivoglia direttore responsabile e chiama con un nome convenzionale e di fantasia (Lucia Rossi) la giornalista che ha redatto il pezzo. Ometterò anch’io questi dati, perché è la volontà della Cristoforetti che in questa vicenda è la parte lesa (chiamarla “vittima” mi sembrerebbe troppo, se non altro perché non mi pare ci sia nessun “carnefice”), ma se andate a consultare questo articolo di Paolo Attivissimo ci trovate nomi, cognomi fatti e circostanze (si vede che lui può permettersele le querele per diffamazione).

Ometto i dati, dicevo, per una questione di rispetto verso una scelta personale su fatti che non mi riguardano, ma non mi pare, al contrario del coro unanime di consensi, che la Cristoforetti abbia fatto bene. Quando si parla o si scrive è sempre molto bene fare nomi, cognomi, fatti e circostanze. Oltretutto in un post pubblico che viene letto da molte persone (il numero di fans della Cristoforetti è decisamente molto nutrito). Non si tratta di mettere alla gogna nessuno, si tratta di spiegare i fatti per come sono accaduti, di dire DOVE è stato pubblicato un articolo, chi è il responsabile della pubblicazione e chi materialmente lo ha redatto. Sono delle coordinate informative. Anche per permettere ai lettori di quella pubblicazione di decidere, eventualmente, di non leggerla più. O di leggerla ancora, di mandare una e-mail di rimostranza al direttore (è diritto preciso del lettore scrivere al proprio giornale, soprattutto quando non è d’accordo o non approva), se non so chi ha pubblicato che cosa soffrirei di un disorientamento informatico.

Indubbiamente il post pubblico della Cristoforetti è un esempio di chiarezza di intenti e una lezione di vita su come ci si difende da un giornalismo in cui non ci si riconosce. O, si veda il caso, in cui ci si riconosce fin troppo bene, al punto di voler dire “Basta!” e rivendicare il proprio diritto a non volerci stare. E’ per questo che l’intervento di rettifica ha riscosso un plauso pressoché unanime. Fin troppo unanime.

Perché su un punto (un altro!) la Cristoforetti ha indubbiamente sbagliato: aver chiesto il mantenimento del testo con l’aggiunta di un paragrafo introduttivo di chiarimento della vicenda e di scuse ai lettori e alle lettrici. La rete, scrive Paolo Attivissimo “non è garbata, non dimentica e non perdona“. Lasciare lì un’intervista frutto di un’operazione un po’ maldestra sarebbe stato come costringere la giornalista e la direttrice a un inutile atto di costrizione e perpetuare la memoria di quello che è accaduto, senza più la possibilità di porvi rimedio. Invece la direttrice del periodico ha fatto bene a rimuovere subito il testo oggetto del contendere. Anche se Internet non è garbata e non perdona è pur sempre popolata di una serie infinita di stronzi. Uno di loro ha “salvato” su archive.is la pagina dell’intervista dalla cache di Google e adesso ce la terremo se non per sempre, almeno a tempo indeterminato. Il vantaggio è che potremo sempre leggerla e farci un’opinione personale (io l’ho fatto ma ho trovato il tutto talmente noioso che ho chiuso la consultazione dopo appena poche righe), lo svantaggio è che di quella intervista nessuno potrà più dimenticarsi. Resterà lì, inchiodata, nella memoria di qualche server posizionato chissà dove a testimonianza perenne e imperitura della piramidale nequizia. Lasciarla anche nelle memorie dei computer del periodico che l’ha pubblicata avrebbe amplificato questa incancellabilità e forse non tutti sanno quanto bisogno ci sia del diritto all’oblio, soprattutto in rete. Primum non nocere. E magari la redazione del giornale non era interessata a continuare a mantenere in linea un’intervista non in linea con le intenzioni della presunta intervistata e lo ha cancellato. Voglio dire, è una scelta legittima e comprensibile, non è che bisogna fare per forza tutto quello che dice la Cristoforetti, per quanto autorevole sia.

E allora non mi resta che riepilogare che:

a) qui è reperibile il testo dell’intervista nell’unica copia sopravvissuta da archive.is
http://archive.is/FPtB8

b) qui si può trovare la risposta della Cristoforetti per le immagini, fonte: Paolo Attivissimo)
https://plus.google.com/+SamanthaCristoforetti/posts/K3Pfp25BqGf

c) qui è reperibile un intervento della direttrice del periodico che riporto a completezza dell’informazione (fonte: Paolo Attivissimo)
http://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2018/02/daniela-molina-2018-02-21-14-04-37.png

Ora aspetto di venire infamato.

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Il senso di Paolo Attivissimo per l’ANSA

gualtierio

L’altra sera, su Twitter, ho avuto uno scambio di messaggi con Paolo Attivissimo. E ora sono qui a pavoneggiarmi.

Lui aveva trovato un lancio dell’agenzia ANSA che riportava, nel titolo, un evidente refuso (“Trumo” per “Trump”). Pochi giorni dopo individuava un “Gualtierio” per “Gualtiero”. Piccole cose. Peccatucci di pochissimo conto. Che però per Paolo Attivissimo sono rivelatori di una pasticcioneria più diffusa che renderebbe sciatti perfino i contenuti. Ho difeso l’ANSA nella discussione perché mi sembravo veramente errorucci da poco, anche se nel titolo fanno un effetto maggiore che non nel corpo dell’articolo o in altre parti della pagina (“il refuso, quando è sistematico, è sintomo di sciatteria che si estende al resto del prodotto.”)

Il mondo del giornalismo italiano è pieno di queste ridicolaggini. Ma mi sono chiesto se questo tipo di errori, in posizioni strategiche, non siano solo il frutto di una banale disattenzione (in fondo la p di “Trump” è vicina alla o e scrive “Trumo” è veramente un batter d’occhio) ma siano addirittura volute per monitorare i siti on line dei giornali succhia-succhia, quelli che riprendono immediatamente il lancio d’agenzia e non fanno nemmeno un lavoro di verifica sulle fonti, sui fatti e, perché no, sull’ortografia.

In fondo, uno dei capisaldi dell’ecdotica, cioè della critica testuale è proprio il fatto che a separare o ad unire in una sola famiglia più fonti scritte è l’errore. Attraverso l’errore si può capire chi ha copiato da chi, per cui se io immetto un errore in un testo scritto per il web (come questo articolo, ad esempio) e voglio vedere in quanti me lo copiano con un semplice copia-incolla, dopo un po’ esce fuori che “Trumo” è stato copiato da una miriade di siti (fonte: Paolo Attivissimo via Twitter)

trump

Oggi ho provato a fare una ricerca col solo termine “Trumo” e l’unica a non aver ancora corretto è stata proprio l’ANSA.

trumo

Che io abbia fatto Bingo?

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Piccoli pignolini crescono

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Il mio ultimo post sul blog “Le balene restino sedute” ha provocato qualche innocua polemica. Mi hanno chiesto rispettivamente:

a) Quali sono le fonti dell’articolo?

Allora, oltre al già citato sito cronacheancona.it [sul post c’è un refuso che non ho voglia di correggere, se mai lo farò quando le acque si saranno calmate] c’era, naturalmente, anche il servizio delle Iene su Blue Whale.

b) Ma le Iene non sono una fonte affidabile.

Lo so e sono perfettamente d’accordo. Ma era l’elemento da cui si è mossa la mia indignazione, non potevo non tenerne conto. Sono quasi costretto a guardare quel programma, e quel filmato in particolare è circolato con molta insistenza negli ambienti adolescenziali che frequento. Non mi interessava avere una fonte autorevole (nel caso cercavo l’ANSA o la Reuter), mi interessare partire da una serie di informazioni il più possibile comuni a chi mi leggeva.

c) E infatti Paolo Attivissimo ha dimostrato che la notizia del suicidio del ragazzo di Livorno non era necessariamente legata a Blue Whale.

A parte il fatto che da un po’ di tempo a questa parte Paolo Attivissimo m’ha fatto du’ zebedei a questa maniera, non mi pare sia stato detto nulla, al contrario, sulla ragazza di Pescara fermata in tempo e ricoverata ad Ancona. Se anche solo quella notizia fosse vera basterebbe e avanzerebbe per giustificare tutto il vespaio che si è mosso intorno al servizio delle Iene.

d) Sta di fatto che hai dato una notizia falsa.

Io non sono un’agenzia di informazione, io non sono Paolo Attivissimo, io sono un blog(ger) e sul mio blog posso basarmi anche sul sentito dire o sulla vox populi. Se volete uno smascheratore di bufale on line, semplicemente, quello non sono io.

e) La fotografia che hai messo a corredo del post è un falso.

E chi se ne frega?

f) Cancellerai o correggerai il post?

Ma non ci penso nemmeno lontanamente.

(no, per dire..)

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Tutti pazzi per Astrosamantha

samantha_cristoforetti_portrait

Non c’è pace per la vita privata di Samantha Cristoforetti.

La prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea ha recentemente dato alla luce una bambina. Che, voglio dire, saranno anche giustamente affari suoi, solo che la notizia si è diffusa di quotidiano in quotidiano prima di diventare praticamente di pubblico dominio. Recentemente è stata riportata all’interesse degli internauti da Paolo Attivissimo grazie a un errore che, una volta diffusosi, è diventato virale: quello del nome (sbagliato) della bambina.

Attivissimo segnala che: “Samantha Cristoforetti è sempre stata disponibilissima a parlare della propria attività pubblica e del proprio lavoro nello spazio, ma è sempre stata chiara nel difendere la propria vita privata da gossippari e paparazzi, più interessati al suo taglio di capelli o alla tinta del suo tailleur che ai suoi esperimenti scientifici.” Magari qualcuno penserà che si tratti di una precauzione eccessiva, e invece separare la dimensione pubblica da quella privata è un gesto degno della massima lode e che ci fa restare, se possibile, ancora più simpatica di quel che è il capitano Cristoforetti.

Poi mi sono detto: andiamo a vedere che cosa dice Wikipedia.

E mi sono ritrovato con un paragrafo di tre-righe-tre intitolato proprio “Vita Privata” (gentile, voglio dire, una carineria in puro stile Monsignor della Casa) che cosa dirà? Andiamo a leggere: “Della vita privata di Samantha, si sa ben poco.”
Poi però ci dicono come si chiama il suo compagno, che lavoro svolge, dove lo svolge e, dulcis in fundo, che sono diventati genitori. All’anima del saper ben poco! E alla faccia del rispetto della privacy! Tra l’altro con l’aggravante poco sottolineata di volerla chiamare “Samantha“. Ma quale enciclopedia chiamerebbe la Cristoforetti per nome?? Chi è quello scellerato che pensa di potersi accaparrare il diritto di darle del tu esattamente come se si trattasse di un’amica con cui è andato a bere il caffè al bar dell’angolo cinque minuti fa??

Va detto, per dovere di completezza, che le edizioni inglese e spagnola di Wikipedia NON riportano questi dati e che quella tedesca riporta, sì, un paragrafo sulla vita privata, ma si limita a riferire quali lingue parla la Cristoforetti e quale sia la sua sigla di radioamatore. Tutto lì. Nessun prurito morboso per le sue vicende affettive.

Come sempre vi inserisco il .PDF della voce di Wikipedia così com’è stata generata nel giorno in cui ho scritto queste righe. Abbiatene pietà, se potete.

Download (PDF, 55KB)

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Reintrodotto il reato di bestemmia. Si rischiano da 3 a 6 anni. Ma è una bufala!

Quando scopri una “bufala” in rete ti senti tanto Paolo Attivissimo e ti vien voglia di far come lui, di scrivere, scrivere, scrivere, pubblicare, puntualizzare, correggere, cazzo quanto scrive quell’uomo!

Che poi non è mica detto che qualcun altro le stesse cose non le abbia scoperte prima di me, però sì, ve lo devo confessare, mi sento proprio un bel ganzo.

La notizia sarebbe stata la seguente: il reato di bestemmia è stato reintrodotto dalla Corte di Giustizia (majuscolo, mi raccomando, così fa più effetto), si rischierà una pena da 3 a 6 anni di carcere e una multa.

Perché è una bufala:

a) la bestemmia non è “reintrodotta”, ma esiste già un illecito amministrativo (così depenalizzato dalla legge 25 giugno 1999, n. 205) che la sanziona, all’art. 724 del codice penale: «Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità, è punito con la sanzione amministrativa da euro 51 a euro 309. […] La stessa sanzione si applica a chi compie qualsiasi pubblica manifestazione oltraggiosa verso i defunti.»

b) non esiste nessuna Corte di Giustizia in Italia. Esistono la Corte di Cassazione, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale. Ma la Corte di Giustizia no.

c) la pena sarebbe decisamente spropositata rispetto al tipo di reato commesso. Per una Porca si rischierebbe l’interdizione dai pubblici uffici e l’impossibilità di accedere all’affidamento in prova ai servizi sociali (per cui paradossalmente Berlusconi sì e il più incallito bestemmiator de’ santi no).

Invece 100-150 euro di sanzione possono essere un prezzo più che accettabile per chi, come il Poeta, è “solo qui, alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, ho voglia di bestemmiare“.

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