Il mio caro serial killer che non è ancora arrivato

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Ho fatto un’ordinazione da Amazon. Siccome dovevo raggiungere la soglia minima di prezzo per usufruire della spedizione gratuita, ho deciso di prenotare un libro in uscita il 15 marzo.

Il volume in questione è “Mio caro serial killer” di Alicia Giménez-Bartlett (sì, a volte ho delle letture inquietanti), editore Sellerio. Una novità che tutte le librerie hanno in dotazione.

Controllando lo stato dell’ordine su Amazon, ieri (19) ho appreso che il libro era finalmente stato spedito. Oggi mi arriva una mail automatica in cui in pratica mi dicono che si scusano, ma ci sono dei problemi, il volume non è disponibile (quanto tempo ci vorrà per farsi spedire una fornitura da Palermo??), siamo costernati, ma non si preoccupi, lo riceverà sicuramente tra il 6 aprile e il 26 aprile prossimo.

Così poco?? Ma è fantastico! Faccio anche in tempo a morire. E’ un lasso di tempo di circa 35 giorni. E il tutto per un libro regolarmente in commercio. Ed è Amazon, non il libraio sotto casa.

Aspetterò rassegnato, senza sapere chi è l’assassino, che per un appassionato di gialli è più che una pena, è carcere duro!

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“L’affare Vivaldi” di Federico Maria Sardelli

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Leggere libri gialli è una delle esperienze più belle della vita, perché il giallo non ha mai un finale aperto, e i finali aperti mettono angoscia. Invece nei gialli c’è sempre un mistero (solitamente, ma non necessariamente associato a un ammazzamento), qualcuno che lo deve risolvere e la risoluzione finale (appunto). Se va bene si viene condotti per mano da un investigatore (professionista o improvvisato) simpatico che ha il pregio di essere sempre lo stesso di episodio in episodio, così si è certi di ritrovare le stesse paranoie (perché l’investigatore un po’ paranoico lo è!) di libro in libro, finché all’autore non viene voglia di accopparlo, come è successo con Poirot, con Miss Marple e come succederà con Montalbano, prima o poi. Potere dell’invenzione!
Ma quando il giallo riguarda i manoscritti e, conseguentemente, la memoria di Antonio Vivaldi, nonché il suo culto tra le persone che lo hanno amato, lì non c’è invenzione che tenga. Anzi, è proprio tutto vero. Il narratore interviene poco (anzi, pochissimo) tra i fatti e i personaggi di cui fa una lista lunga quattro pagine (altro che quegli elenchini di quella buontempona della Christie!) e il recupero di Vivaldi da un oblio durato due secoli è il finale anch’esso obbligato di una storia che si è fatta romanzo ne “L’affare Vivaldi” di Federico Maria “Astio” Sardelli, pubblicato da Sellerio che se non ce l’avete fate solo bene a comprarlo (io l’ho preso su Amazon e mi ci son trovato dimolto bene).

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Flavia de Luce si gusta con la mostarda

Mamma Orsa mostra orgogliosa una copia di "Aringhe rosse senza mostarda" di Alan Bradley

Leggere i libri della collana “La Memoria” della Sellerio è una delle cose più sensate che si possano fare, considerato il piattume che regna nell’editoria italiana, così càrica di ciarpame.

A dire il vero qualche nota stonata c’è anche in quella collana (Adriano Sofri, per esempio), ma più che una stonatura si tratta di una disarmonia. Per il resto serie azzeccata, titoli bellissimi, ottima selezione di giallisti (ci sono il Malvaldi, Manzini, Camilleri, la Giménez-Bartlett, Esmahan Aykol, Barbapapà, Barbapepé, Barbalallà, Barbadiquà…), formato ideale per leggere a letto (dove, se no?), carta di qualità, carattere chiaro. Insomma, una roba che ti fa venir voglia di non leggere nient’altro.

Ma voi prendete un Emilio Salgari dei giorni nostri, che ambienta le sue storie a metà tra il giallo, il romanzo gotico e la narrativa per ragazzi, in Inghilterra senza mai averci messo piede e otterrete Alan Bradley, un signore simpatico che (sor)ride da dietro gli occhiali della quarta di copertina, con uno stile che picchia a tratti sul rimanzo vittoriano e che non dispiace proprio per niente.

Poi prendete una bambina di 11 anni che ha perso la mamma durante un’escursione in montagna (“la mia mamma è in cielo!”, diceva Pippi Calzelunghe), datele due sorelle che la prendono toujours per le nàtiche, assai vanitose e solitarie (insomma, le sorellastre di Cenerentola, per dire), un padre non ancora rassegnato al dolore che non fa altro che occuparsi della sua collezione di francobolli, un cameriere fedelissimo, una zia con qualche segreto di troppo, ma, soprattutto, una grande e precoce passione per la chimica e in particolare per i veleni.

Avrete creato Flavia de Luce. Detective in erba che risolve casi maturi.

Quindi cercate di mollare quelle porcherie che state leggendo e convertitevi, peccatori!

 

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Schifani: il GUP (ancora) non archivia

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La notizie è stata data in sordina. Certo, d’estate, di questi tempi, vale molto più la pena di parlare del fatto che Al Bano e Romina Power  canteranno una canzoncina insieme a Mosca che del fatto che il GUP di Palermo, Piergiorgio Morosini, non ha immediatamente dato seguito alla richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero nei confronti dell’ex Presidente del Senato Renato Schifani per la contestazione di gravi reati.

Anzi, ha predisposto un’udienza per il 23 luglio prossimo, in cui la posizione di Schifani sarà approfondita in un contraddittorio tra accusa e difesa. A questo punto il GUP potrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione, se attendere ulteriori verifiche o se imputare Schifani in modo coattivo.

Non è una notizia da poco. Sia perché Schifani rischia veramente grosso, sia perché frammista, come spesso accade, alle varie altre notizie di gossip. Ma, soprattutto, è una notizia che rende evidente una verità, ovvero che la decisione del PM di chiedere l’archiviazione nei confronti di un indagato non significa affatto che quell’indagato sia stato automaticamente assolto. Significa, magari, che c’è un giudice che decide su ciò che NON è stato ancora deciso.

E che ogni tanto la terzietà del giudice conta.

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La carica delle 116000 firme sul “Fatto Quotidiano”

Screenshot da www.ilfattoquotidiano.it

Lo confesso, ho firmato anch’io la petizione de “il Fatto Quotidiano” a favore dei magistrati palermitani. L’ho fatto sapendo benissimo che non sarebbe servito a niente. Non perché, come dice Antonio Padellaro in un editoriale di qualche giorno fa, l’ondata emotiva della solidarietà si sarebbe stemperata nel giro di un amen, complice la calura estiva, no, ma per il semplice fatto che non credo a questo tipo di sondaggi telematici che identificano il mittente solo attraverso un indirizzo e-mail.

Nel mio caso, potrei settarmi un numero infinito di caselle di posta elettronica e “firmare” con nomi fasulli che nessuno andrebbe mai a controllare, basta che quella casella e-mail esista in quel momento e che sia abilitata a ricevere un generico messaggio di ringraziamento.

Con questo non intendo dire che le 116.000 firme ricevute siano tutte farlocche, ma che possono, in ipotesi e anche in pratica, essere falsate nel numero e nella provenienza.

Meglio, dunque, il classico tavolinetto per strada, con qualcuno che autentichi le firme, come per i referendum, o, semplicemente, riportare gli estremi di un documento di identità presentato contestualmente. Si può fare. Così si sa (si saprebbe) che a una firma corrisponde una persona e QUELLA persona identificata. Certo, ci vogliono i volontari e con il web si fa molto prima. Ma ci si espone anche alle critiche e alle firme fasulle.

Dunque ho firmato. Ma non perché mi interessino le sorti di Ingroia e degli altri magistrati coinvolti nel ricorso alla Consulta da parte del Capo dello Stato in quanto persone, ma perché ritengo imprescindibili, da parte di tutti, i principi di verità e di trasparenza quando ci sono delle ipotesi di reato così gravi, nonché il diritto a una informazione completa nei confronti del cittadino.

Firmare sul “Fatto Quotidiano”, insomma, è diventata una “tendenza”. Un po’ come comprarsi l’I-Phone. Solo che tra migliaia di persone che si comprano l’I-Phone per fare i fighetti quello che se lo compra perché effettivamente ci lavora passa inosservato.

Personalmente sono anche un po’ stufo della passerella mediatica offerta tutti i giorni al VIP di turno. Mi fa piacere sapere che hanno firmato, tra gli altri, Barbara Palombelli, Ficarra e Picone, Luca Zingaretti o chi per loro. Anzi, a dire il vero non me ne importa nulla (non credo che loro siamo interessati al fatto che ha firmato Valerio Di Stefano, quello che ha un blog…). Però le pagine si riempono di motivazioni, pensieri, giustificazioni, frasi lapidarie, di accompagnamento, di sintesi sul perché un personaggio di pubblico rilievo è stato spinto a firmare. Ma saranno bene affari suoi? Firmano come privati cittadini o come attori, giornalisti, magistrati, cantanti, soubrettes, intellettuali e affini?

Ogni tanto fa bene leggere il contributo di una signora di 98 anni che allega la fotocopia della carta d’identità a una lettera che spedisce al giornale perché non ha modo di firmare via internet, perché qui come altrove, c’è chi ci mette in gioco il personaggio, e chi si mette in gioco di persona. 

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La distrazione massmediologica di massa e la trattativa stato-mafia

Tratto da www.corriere.it
Screenshot da www.ilcorriere.it

Il Pubblico Ministero Antonio Ingroia, con ogni probabilità, è già in Guatemala. Procuratore capo e altri magistrati della Procura di Palermo potrebbero venir messi sotto procedimento disciplinare per gli stràscichi delle indagini sulla trattativa stato-mafia. Di cui, peraltro, non si sente parlare.

Siccome in Italia se di un fatto non ne parlano tutti vuol dire che non interessa a nessuno, ecco che si parla di altro. E’ il sempiterno tentativo di sviare l’attenzione da un fatto (l’indagine, i documenti pubblicati e le opinioni connesse) a qualcosa di diverso, perché così, notoriamente, il fatto “sparisce”.

Quando qualcosa avviene sotto gli occhi di tutti esiste. Se la gente non lo guarda, allora vuol dire che quella cosa non c’è. Per cui, quello che c’è è il dibattito sul fatto che Carolina Kostner abbia o no perdonato il fidanzato che ha fatto uso di doping, il come mai la Minetti si sia messa per due volte e in due occasioni lo stesso vestito e che Belén e il moroso sono stati denunciati per rapina.

Qui non si tratta di dare ragione o torto a dei magistrati inquirenti (che mi risultano essere PARTE nei processi). Qui si tratta di riportare un’informazione essenziale su un fatto gravissimo (una presunta trattativa tra stato e mafia non è “acqua da occhi”, come diceva la mi’ nonna Angiolina). E se questa informazione non viene data, con il collasso olimpico in primo piano, le ondate di caldo dai nomi storico-mitologici, e l’inevitabile gossip ferragostano, se non viene mantenuta vigile l’opinione pubblica è segno che anche giornali, radio, TV e web sono incatenati a logiche di deviazione e di distrazione. Se un solo quotidiano (che, oltretutto, non percepisce il finanziamento pubblico) contro tutti gli altri (che il finanziamento pubblico lo percepiscono e come) ne parla, questo è già un dato macroscopico, indipendentemente da quello che si possa pensare di quel quotidiano o di quel giornalista. Se sono notizie false, l’ho detto, quel quotidiano dovrebbe sparire dalla faccia della terra, i suoi giornalisti mandati a raccogliere i pomodori nei campi, e i magistrati che vi indagato cacciati con disonore da tutte le scuole del Regno. Ma se le notizie sono vere allora è diritto del cittadino attingervi e avere una pluralità di voci che contribuiscano alla sua visione personale delle cose di cui si sta parlando.

Ci stanno togliendo la possibilità di criticare Ingroia per le sue esternazioni personali e politiche, ci stanno togliendo il diritto di non essere d’accordo con lui (ad esempio, che potrebbe essere un bisogno sentito da una parte della pubblica opinione). Ci stanno togliendo i nostri interlocutori proprio nel mentre stanno dicendo qualcosa. Non mi è mai capitato di parlare con qualcuno che sta facendo qualcosa che abbia una prospettiva di durata di qualche anno e il giorno dopo ritrovarmelo in Guatemala (“Come mai?” “Eh, sai…”). Io voglio Ingroia non perché mi interessi stare dalla sua parte, tutt’altro, ma, paradossalmente, proprio perché non voglio stare da nessuna parte, neanche dalla sua. Non mi interessa niente se era un pubblico ministero troppo “esposto”, è un suo diritto esternare il suo pensiero, e se lo fa può essere criticato come qualunque altro cittadino. Ma ci stanno togliendo gli interlocutori e il materiale di discussione da sotto al naso.

Ci stanno togliendo questo, e probabilmente molto altro. Ma cosa ce ne frega a noi, tanto abbiamo le Olimpiadi…

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Facebook: la cucciola di Palermo nella mani di gente poco raccomandabile ora è salva a Milano

Su Facebook si trovano testi ed immagini che hanno effetti subliminali impensabili.

Guardate questa immagina. E’ la classica ragazza che tiene in braccio un cane. Ma non è un cane qualsiasi, è un cucciolo, anzi, una cucciola, “status” animale che stimola in chi legge senso di tenerezza e di compassione. Un cane adulto lo si tiene in braccio per pietà. Un cucciolo (anzi, una “cucciola”) si prende in braccio (o “in collo”, come diceva la mi’ nonna Angiolina) per giocarci, per coccolarlo, per trastullarlo, per poi dargli un calcio in culo quando diventa grande e abbandonarlo in autostrada se rompe i coglioni o non si può portarlo con noi durante le vacanze.

La foto, comunque, ritrae una utente (che ho provveduto a rendere irriconoscibile) con un bel batuffolino di pelo nero e bianco.

La didascalia dice: “Un amico volontario milanese la trova per strada a palermo nelle mani di gente poco raccomandabile. Adesso la cucciola è al sicuro. Partirà domani per Milano. Gradie di cuore per averla salvata”

Allora:
a) “palermo” è scritto minuscolo e “Milano” maiuscolo. Deve trattarsi di involontario senso ortografico di appartenenza nordica…
b) Naturalmente, essendo stata ritrovata a Palermo, la cucciola era “nelle mani di gente poco raccomandabile”.
c) Ma adesso la cucciola è “al sicuro” e “Partirà domani per Milano”.

Sono concetti che, di per sé, non significano niente. Ma messi nel contesto della didascalia contribuiscono a renderci l’idea di un Sud poco incline a salvaguardare gli animali (specie se “cuccioli”) a fronte di un Nord accogliente e che costituisce il rifugio per questi esseri viventi ingiustamente nelle mani di “gente poco raccomandabile”.

La cucciola vivrà a Milano, dunque. Chissà se imparerà a mangiare il risotto allo zafferano…

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In ricordo di Giorgio Bocca

Meridione: "Durante i miei viaggi c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”.

Palermo: “Una volta mi trovavo nei pressi del palazzo di giustizia. C’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie.”

Napoli: “Vai in quella città ed è un cimiciaio, ancora adesso. Ci sono zone inguaribili.”

Pier Paolo Pasolini: "“Di una violenza spaventosa. E poi mi annoiava, sono un po’ omofobo”.

Marco Travaglio: “Scrive libri coi ritagli della questura.” (1)



(1) Questa era una buona battuta!
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La morte letteraria di Elvira Sellerio

Era lei, Elvira Sellerio, in questa fotografia, che più che altro è un ritratto, quasi un quadro del Pollaiolo, donna di nerbo, di tratti nitidi e definiti, asciutta, essenziale, che riusciva ad evocare e riunire in sé la Sicilia odorosa di mandorle e sangue del “fin-de-siècle” di Giovanni Verga e quella jazzata dei romanzi di Santo Piazzese, l’unica a pubblicare portoghesi del calibro di José Maria E

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Roberto Scaglione

Roberto Scaglione è un caro amico di Palermo.

Per 25 anni ha lavorato per la radio, per i mezzi di comunicazione, per un’informazione vera, diretta, dal basso.

Un lavoratore instancabile che ha saputo creare un archivio immenso di suoni, immagini, parole, carta stampata, impegno per la passione per la radio e coraggio di metterci sempre la faccia in prima persona.

A causa delle gravi conseguenze degli allagamenti dovuti ai nubifragi in corso in Sicilia, i 25 anni del suo lavoro sono stati cancellati in poche ore.

Questo è certamente un messaggio per i pochi che hanno avuto e hanno la fortuna di conoscere Roberto grazie ai comuni interessi.

Per coloro che lo conoscono solo oggi attraverso questo blog, mi auguro che il senso della solidarietà, quella vera e non retorica, sia sempre più vivo e presente per chi non ha perso semplicemente degli oggetti ma la memoria collettiva che questo archivio conteneva e che, con ogni probabilità, è andato perduto per sempre.

Coraggio, Roberto.

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Di scuola si muore: docente palermitana precaria ricoverata in seguito allo sciopero della fame

Ringrazio Roberto Scaglione di Palermo che mi segnala la pagina di “Sicilia Informazioni” secondo cui una docente precaria, arrivata a protestare con lo strumento dello sciopero della fame, davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale di Palermo, è stata ricoverata in seguito a un malore.

La protesta dei precari non è l’inizativa di pochi estremisti, magari disperati, neopannelliani della scuola, è il segno che il marciume della scuola pubblica sta mandando in cancrena la stessa società civile.

E’ vero che il precariato della scuola è stato per anni una sorta di ammortizzatore sociale a basso costo per lo stato e a reddito accettabile per chi veniva assunto per incarichi a tempo determinato. Ma ora la gente è disperata davvero, ed è solo adesso che si guarda ai mali della scuola pubblica, che finché c’era un tozzo di pane per tutti nessuno denunciava niente.

Finché alcune cattedre erano regolarmente a 14 ore più 4 di disposizione le cose stavano bene a tutti. Ma oggi di scuola si muore, e non è più il caso di recriminare o guardare troppo per il sottile.
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