Garante della Privacy – Omicidio a Roma: i media rispettino il codice di procedura penale

Reading Time: < 1 minute

In seguito alla pubblicazione di numerose immagini dei presunti autori di un omicidio, avvenuto a Roma, il Garante ritiene opportuno ricordare che – fermo restando il diritto-dovere di informare su fatti di interesse pubblico – il giornalista deve comunque attenersi a quanto stabilito dalla specifica normativa vigente in materia.

Oltre a quanto previsto dalle Regole deontologiche relative al trattamento di dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, l’art. 114, del Codice di procedura penale vieta “la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta”.

Roma, 25 ottobre 2019

Tratto da: https://www.gpdp.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9170332

Mario Pianesi indagato per l’omicidio della ex moglie

Reading Time: 2 minutes
da: www.lastampa.it
da: www.lastampa.it

Ora ditemi voi se periodicamente io mi debba ritrovare ad occuparmi di questo omino qui, Mario Pianesi, che ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università della Mongolia e che è stato riempito di onoreficenze dal Presidente della Repubblica, già destinatario di premi e riconoscimenti in tutto il mondo, ben inserito ai vertici della società,  per aver inventato 5 diete “miracolose” chiamate Ma-Pi (dalle iniziali del suo nome e cognome, non si può certo dire che difetti di originalità!) per la cura di svariate malattie, senza nemmeno possedere una laurea in medicina.

L’ho già fatto in un paio di occasioni e adesso mi sento obbligato a tornare sul caso Mario Pianesi perché la notizia di questi giorni è che il guru della macrobiotica, oltre ad essere stato indagato a suo tempo per riduzione in schiavitù, associazione a delinquere, lesioni aggravate, maltrattamenti e evasione fiscale per aver imposto le sue diete ferree e il suo regime di vita spartano e macrobiotico (che in alcuni casi prevedeva anche l’allontanamento dal nucleo familiare di origine e dall’attività lavorativa per dedicarsi completamente alla causa della setta) ai suoi adepti (ripeto, senza avere nessun titolo e nessuna abilitazione per farlo), pretendendo di  risolvere qualsiasi malattia, anche la sordità.

Adesso la nuova accusa: a seguito di un ictus insorto nel 1997, la prima moglie di Pianesi, Gabriella (la seconda, Silvana Volpi, è coindagata assieme a lui), sarebbe stata curata solo con un’alimentazione a base di cereali, mentre avrebbe avuto bisogno di cure ospedaliere mirate. E’ morta nel 2001 in uno stato di grave deperimento fisico senza, ovviamente, alcun beneficio per la malattia che l’aveva colpita.

C’è da chiedersi come nel XXI secolo ci sia ancora da affidarsi ai guru, ai santoni, ai guaritori, a chi promette facili risultati. E anche come non sia solo la gente di strada, quella più sprovveduta (o semplicemente disperata) ad affidarsi a queste persone, ma le istituzioni (Pianesi è cittadino onorario di svariati comuni), le università (della Mongolia, poi, capirai…). Come è stato possibile che quest’omino magro magro, dall’aria apparentemente innocua, sia riuscito a fondare un impero sulla sua catena di ristoranti “Un punto macrobiotico” (UPM, anche qui il massimo dell’originalità) e a farsi patrocinare da Fao, Onu, Unesco.

La macrobiotica siamo noi.

Il “femminicidio” (ohibò) di Antonietta Gargiulo

Reading Time: < 1 minute

gargiulo

Poi c’è quella triste storia di Antonietta Gargiulo, la moglie del carabiniere che ha ucciso le figlie e si è suicidato, dopo aver sparato tre colpi anche a lei, che adesso è ricoverata in fin di vita.

I giornalisti hanno di nuovo estratto dal cilindro la parolina magica, quella che mette d’accordo tutti e su cui tutti sono d’accordo, quel bruttissimo vocabolo che dovrebbe essere cancellato perfino dal dizionario, ammesso e non concesso che ci sia mai entrato: femminicidio.

Ora, si dà il caso che la signora sia in condizioni disperate ma ancora viva. Parlare di “femminicidio” in questo caso mi sembra come minimo prematuro, ma, comunque, inopportuno. Michela Murgia, che è una persona intelligente, dice in un suo recente tweet che la parola “femminicidio” non fa leva tanto sul fatto che sia stata uccisa una donna (no, macché!) quanto sul PERCHE’ sia stata uccisa. Dimenticandosi del fatto che non c’è proprio nessuna differenza tra l’uccisione di una donna per un raptus di follia da gelosia o volontà di non separarsi, e un povero gioielliere che si vede sparare dal rapinatore a cui non voleva consegnare la refurtiva. E’ come se, chiamandolo “femminicidio”, l’omicidio assumesse una valenza di gravità superiore proprio per una appartenenza di genere e non per il fatto in sé.

Una povera donna già seppellita prima ancora di essere morta in un cumulo informe di carta stampata. Questo è davvero ciò che indigna.

Ester Pasqualoni uccisa a coltellate nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero

Reading Time: 5 minutes

ester

Ester Pasqualoni, oncologa, persona di straordinario spessore umano, civile e culturale,  è stata uccisa.

Voi non la conoscevate, ma io sì. La vidi per la prima volta il giorno dei ricevimenti generali dei genitori per la classe di suo figlio, che avevo alle Scuole Medie. Diventammo subito amici, tanto che lei mi chiese di farle delle traduzioni dallo spagnolo perché da Cuba le erano arrivati dei documenti da parte di alcuni ciarlatani che andavano ciaqnciando che il veleno degli scorpioni cubani era efficace nella cura dei tumori e avevamo deciso di sgominarli sputtanandoli su questo stesso blog. Poi non se ne fece di niente per motivi che non mi piace stare qui a ricordare.

Mi ha curato quando ne ho avuto bisogno (anche se non era per patologie oncologiche, fortunatamente) e, sempre quando ho avuto necessità, mi ha messo nelle mani dei suoi colleghi migliori e più stimati.

Ci sentivamo ogni tanto. L’estate scorsa ci siamo visti diverse volte con la bambina (mia figlia, sì). Insomma, le volevo bene, e devo dire che voler bene a Ester era facile. Anche e soprattutto quando morì Fabrizio, il suo compagno.

Oggi è stata presa a coltellate da uno stalker che aveva preso a perseguitarla e che lei aveva denunciato due volte. Stava andando a prendere la sua auto al parcheggio dell’ospedale in cui lavorava (Sant’Omero). Pare che non abbia neanche sentito dolore e che sia morta sul colpo. Stupide e magre consolazioni.

Non è vero che gli stalker vanno denunciati e basta, perché denunciarli non serve a nulla, se non a incattivirli e a renderli ancora più tenaci nella loro azione persecutoria. Vanno denunciati e identificati subito e messi nelle condizioni di non nuocere. A cosa è giovato a Ester avere presentato due segnalazioni alla magistratura se poi queste segnalazioni -secondo quanto riferisce Caterina Longo,  un’amica, già candidata alle elezioni europee del 2014 nelle file di Forza Italia, lista “Berlusconi per Chiodi”, all’agenzia ANSA e in una successiva intervista a Radio Capital- sono state archiviate per difetto di forma (anche se “la 27a ora” sul Corriere on line riferisce che un provvedimento di allontanamento era stato firmato per poi essere revocato)  e non si è arrivati a nessuna misura di interdizione di qualsivoglia tipo nei confronti del persecutore? Ester si è affidata allo stato, chiedendo aiuto e protezione. Oggi è morta. E c’è da chiedersi fino a dove deve spingersi un energumeno per essere “attenzionato” (bruttissima parola!) al punto da diventare un oggetto di indagine, e non essere lasciato libero di seguire la propria vittima fino nel parcheggio di un ospedale e sgozzarla.

E adesso immagino il prudor scribendi dei pennivendoli da giornalino locale, che si beatificheranno l’anima lorda di congetture pruriginose, fare uso del termine “Femmincidio”, un brutto linguaggio per una brutta storia, ma sì, ne succedono tante, merita il primo piano, e quindi perché non sprecarci una parola che va tanto di moda, che, specialmente con “stalker” è un abbinamento che va sempre bene nei pranzi luculliani di fame da notizia pruriginosa della gente?

Ma è una storia che vale solo due colonne su un giornale. Ce ne sono tante. Andiamo, su, via…

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall'agenzia ANSA
Screenshot di una porzione della notizia riportata dall’agenzia ANSA

Note del 22/06/2017: Questo post viene aggiornato e modificato in tempo pressoché reale. Scusate. Il presunto assassino di Ester Pasqualoni, secondo quanto riferisce il giornale radio regionale di Radio Uno alle 12,10, è stato ritrovato in fin di vita nella sua abitazione (ma “La Stampa” riferisce più genericamente che si trattava di “un appartamento”) di Martinsicuro. Spero che i medici facciano di tutto per salvarlo per poterlo vedere a difendersi dall’accusa di omicidio premeditato in un pubblico dibattimento e davanti a un giudice terzo.

Il Fatto Quotidiano riferisce che “la Pasqualoni aveva presentato al commissariato di Atri non una denuncia per stalking, ma un esposto, a inizio 2014.” e che “All’esposto erano seguiti degli approfondimenti e il successivo ammonimento del questore.” Successivamente, “ad aprile 2014 quando, trovandosi a camminare per Roseto degli Abruzzi, dove risiedeva, aveva chiamato i carabinieri segnalando che l’uomo era passato con l’auto e sembrava la stesse riprendendo. A quel punto, proprio a fronte dell’esistenza del provvedimento di ammonimento, i carabinieri di Roseto avevano fermato l’uomo, sequestrandogli la telecamera che aveva in macchina, e trasmesso un fascicolo in Procura.” Dopo la convalida del sequestro, il PM a cui era passata la pratica “aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo che era stata comunicata anche alla parte offesa che avrebbe fatto, tramite il suo legale, richiesta di accesso agli atti ma nessuna richiesta di opposizione.” Il giornale aggiunge che “Dopo l’archiviazione del fascicolo da parte del gip, nessun’altra denuncia. Il provvedimento di ammonimento tuttavia era ancora in corso, non essendo mai stato revocato.”

Nota del 23/06/2017: E invece il formalmente ancora presunto assassino di Ester Pasqualoni è morto. Così non ci sarà nessun processo (il reato è estinto per morte del reo) e nessuno pagherà. Tristezza nella tristezza. Con questa nota chiudo gli aggiornamenti di questo post: sono stati ben 14 in meno di due giorni. Adesso lo do per definito e definitivo. Su una cosa mi sono sbagliato, che questa storia (e avevo ripreso i versi di una canzone di Guccini) non valeva due colonne su un giornale. E invece sono stati tanti i giornali (anche a tiratura nazionale) che se ne sono occupati. In un solo giorno soltanto questo post (che è l’ultimissima ruota del carro) ha totalizzato più di duecento visualizzazioni. Oltre alle notizie ci sono stati gli approfondimenti e perfino gli accessori inutili (come quelli del GR3 Regionale dell’Abruzzo che ha insistito su alcuni aspetti della vita affettiva di Ester, aspetti del tutto estranei alla vicenda della sua tragica e assurda morte). Solo che da oggi non se ne parlerà più. Basta. La notizia ha esaurito il suo effetto dirompente, non “rende” più ascolti, l’audience si è progressivamente andata esaurendo ed è sparita dalle home page dei giornali più consultati. Andiamo, su, via…

Screenshot da corriere.it con l'indicazione dell'avvocato Caterina Longo secondo cui l'ordine di allontanamento nei confronti dell'aggressore sia stato revocato.
Screenshot da corriere.it con l’indicazione dell’avvocato Caterina Longo secondo cui l’ordine di allontanamento nei confronti dell’aggressore sia stato revocato.

fatto

Stefano Cucchi: tutti assolti per insufficienza di Stato

Reading Time: 2 minutes

C’era qualcosa che non mi tornava, ieri, nell’apprendere la notizia dell’assoluzione degli imputati al processo d’appello per la morte di Stefano Cucchi. Al di là del comprensibile dolore dei familiari e della stigmatizzazione degli imputati che esibivano allegramente il dito medio alla platea, al di là di questo -dicevo- mi mancava un elemento: se è stata fatta giustizia e se degli imputati sono stati assolti, perché gridare impropriamente contro uno Stato inadeguato e chiedersi “se non sono stati loro allora chi?”, a parte il fatto che in un’aula di giustizia si decide se Tizio è colpevole e non si va a vedere chi possa essere stato nel caso Tizio risultasse innocente?

E la risposta alla chilometrica questione è che l’assoluzione di tutti gli imputati è avvenuta sì, ma per mancanza di prove. Cioè non per non aver commesso il fatto, non perché il fatto non sussiste (ci mancherebbe solo che qualcuno andasse a illazionare sul fatto che Stefano Cucchi non è morto), non perché il fatto non costituisce reato. Solo ed unicamente per mancanza di prove. Il che significa che quand’anche l’assoluzione dovesse andare confermata in Cassazione, finché il reato non va in prescrizione c’è ancora il tempo di raccogliere prove a carico di Lorsignori e di riaprire il processo. E un’assoluzione per mancanza di prove è, sostanzialmente, un rimprovero alla pubblica accusa, che non è stata capace di trovare sufficienti elementi che possano far condannare questi signori.

Quindi, più che di una morte di Stato bisogna parlare di una inerzia dello Stato nel trovare i colpevoli e di inchiodarli al muro delle loro responsabilità. Tutti assolti per insufficienza di Stato, quello Stato che non c’è quando si tratta di cittadini affidati alla sua custodia. E’ uno Stato condannato e additato al pubblico ludibrio da quegli stessi giudici allenati ad accogliere “pedetemptim” tutte le tesi accusatorie che vengono loro proposte. E’ la resa dello stato diritto. Ma almeno avremo la possibilità di sperare in uno Stato di verità.

Signor Giudice noi siamo quel che siamo.

Mostro per un giorno

Reading Time: 2 minutes

Lui è andato in vacanza con la fidanzata. Si fa qualche foto con lei poi rientra.

Al rientro scopre che gli hanno sterminato la famiglia. Madre, padre e nonnina.

Naturalmente viene ascoltato come “persona informata sui fatti” dalle forze dell’ordine. Che poi non si sa su quali fatti debba essere informato. Su quelli che si sono svolti quando lui non c’era?

Lo interrogano per sette ore. Poi lo rilasciano. Senza che la sua posizione giuridica cambi. Per rilassarsi un po’ porta i cani a fare una passeggiata. In un campo trova alcune tazzine di un servizio appartenuto ai genitori. Dice “Perbacco, ma questo è un elemento nuovo! Devo subito andare a parlare con gli inquirenti perché questo è un ulteriore elemento di indagine.”

Lo trattengono altre cinque ore. Lo rilasciano senza che la sua posizione cambi minimamente. Ma intanto il sospetto serpeggia. Perché se l’hanno interrogato, e per dodici ore in totale in due giorni, “qualche ragione ci sarà”.
Si fa assistere da un legale. Non è tenuto a farlo, anzi, proprio non deve, esssendo un testimone. Però il suo avvocato va lo stesso. Non può entrare nella stanza dell’interogatorio, quindi si ferma a parlare coi giornalisti che gli chiedono se non gli sembri inusuale la sua presenza in quel luogo.

Il ragionamento sotteso, in realtà,  è semplice: il suo assistito potrebbe passare dallo stato di persona informata sui fatti a quello di indagato di triplice omicidio. In quel caso, sì che avrebbe bisogno di un difensore. E se il difensore è qui è segno che questa circostanza sta per avverarsi. Stiamo per avere il mostro di Caselle.

Vero. Stavano per averlo. Solo che il mostro di Caselle non era lui. Era un altro. Che il giorno dopo ha confessato.

Il figlio e nipote delle vittime ha commesso un reato ben più orrendo ed esecrabile di quello di cui si sentiva sentore: lui non era responsabile. Era innocente.

E l’innocenza si paga almeno con la greve moneta del sospetto.

 

Ucciso con 87 coltellate. Fermata l’amante. Alla faccia del femminicidio!

Reading Time: < 1 minute

E’ la dimostrazione evidente di come il concetto di “femminicidio” sia estremamente labile e relativo.

Un uomo di 57 anni, nel foggiano, è stato ucciso con 87 coltellate. E’ stata fermata la sua amante, presunta colpevole dell’omicidio. La relazione durava da 10 anni. Sembra che l’uomo non fosse disposto a lasciare la famiglia e la moglie per lei.

E su, via, parliamone di questi uomini cattivi che ammazzano le povere mogli, fidanzate, amanti e compagne. Per motivi di gelosia, perché non sanno reagire al fatto che la loro donna sia diventata ex e che stia con qualcun altro.
Parliamone, soprattutto in televisione, che la cosa fa audience. Donne che scompaiono, persone indagate per il loro omicidio, bambini lasciati soli, testimoni a intermittenza e nessuno che dica la verità: “Non siamo venuti a capo di niente!”
Parliamo anche del “coraggio” di tutte quelle donne che avevano commesso l’unico errore di innamorarsi dell’uomo sbagliato, al momento sbagliato e nel luogo sbagliato (hai detto nulla!!).

Ma 87 coltellate sono 87 coltellate. Non è un cadavere, è un colabrodo. Ed è una donna ad averle inferte. Si sta anche indagando se giorni prima la donna gli abbia offerto o no un cappuccino al veleno. Che, voglio dire, anche quello non è che sia proprio un corretto alla sambuca.

Donne che uccidono gli uomini. O si è inaugurata un’altra stagione di romanzi gialli, o il legislatore, nella sua miopia, non ha visto una verza.

“Femminicidio” e altre parole orrende

Reading Time: 2 minutes

image

Femminicidio è una delle parole più ributtanti che la fantasia linguistica degli italiani abbiano mai infilato a forza nei vocabolari.
Perché genera la convinzione che l’omicidio di una persona di genere femminile sia più odioso e vergognoso di quello di uomo. Perché è vero che esiste omicidio ma non si può inventare anche maschicidio o, peggio che mai, uominicidio.
Il femminicidio propone una fattispecie che se non è di reato poco ci manca. È un termine strettamente emotivo e legato alla cronaca. Come se fosse molto più grave l’uccisione di una giovane donna da parte del suo fidanzato, marito o amante rispetto a quella di una signora anziana che viene colpita da un proiettile perché è entrata in una gioielleria durante una rapina e ha visto in faccia i rapinatori.
È una parola massmediologica, che aumenta la sua pericolosità con l’uso.
Fabiana, una ragazza di 16 anni, è stata uccisa a coltellate e bruciata dal suo fidanzatino.
Cazzo è un fidanzatino? Un fidanzato mignon? Un boy friend formato tascabile? Si allude a un morosetto di tenera età. E proprio l’età e il diminutivo ci fregano.
Se è un fidanzatino vuol dire che stendiamo un velo pietoso sulla gravità del fatto, tanto che il Vescovo della sua diocesi ha già invocato il perdono.
Un fidanzatino è come un bambino.
Solo che fidanzatino è diminutivo di fidanzato, ma bambino non è diminutivo di bambo. Non è la stessa cosa.
Nel nostro vissuto un bambino non potrebbe mai uccidere nessuno. Anzi, i bambini sono buoni, si perdona loro tutto, cretini che siamo a non pensare che un bambino o un giovane non possano rendersi responsabili dei più efferati crimini.
E allora restiamo pure in infusione dei più pettegolistici talk show televisivi nazional-popolari. Qualche femminicidio per le nostre bavose brame ci verrà servito sicuramente.

Neverending story Melania: gli inquirenti ascolteranno la figlia di 18 mesi? (Eh?… Eh???)

Reading Time: < 1 minute

Sì, certo, come no, è l’extrama ratio, la mossa che nessuno si aspetterebbe mai e che nessuno vorrebbe mai debba essere portata avanti, ma gli inquirenti che indagano sull’ennesimo pistolotto-telenovela interminabile, potrebbero anche battere la pista dell’audizione della figlia della vittima, una bambina di 18 mesi che chissà quali elementi fattivi potrà dare all’inchiesta, probabilmente qualche ciuccio sbavato, qualche bavaglio impataccato, un pannolino da cambiare e il contenitore vuoto in cui potrebbe venire perfino inserita questa ingiustizia per arrivare alla Giustizia, per giungere a un quadro accusatorio prima e probatorio poi che, finalmente, metta via l’unica realtà finora conclamata: non è stato cavato un ragno dal buco.
Solo che qui c’è di mezzo una bambina. Di diciotto mesi. E, con il dovuto rispetto (che si traduce spesso e volentieri nell’inevitabile dubbio), che si evitino completamente traumi a quell’età, è tutto da dimostrare, così come è da dimostrare che l’esito dell’audizione potrebbe dare una svolta decisiva verso l’individuazione del responsabile, perché c’è una bambina che ha perso la madre e già questo è un trauma, se poi andiamo a rischiare una situazione psicologica peggiore per scoprire che è stato il maggiordomo nel vestibolo con il candelabro siamo arrivati al capolinea.

Beppino Englaro indagato per omicidio volontario su denuncia dell’Associazione “Verita’ e Vita”

Reading Time: 2 minutes

E non finisce più.

Lo vogliono morto, sepolto, cadavere, putrefatto, di più, lo vogliono polvere, disperso al vento, mischiato, a seconda della direzione, ora alle sabbie del deserto, ora alle acque degli oceani.

Lo vogliono ridurre al nulla, peggio, lo vogliono condannare all’oblio, perché la pubblica gogna mediatica e bacchettona evidentemente non basta più.

Beppino Englaro è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Udine per omicidio volontario su denuncia dell’associazione "Verità e Vita" (e non "Scienza e Vita" come inizialmente riportato da alcune agenzie di stampa).

"Atto dovuto", naturalmente.

E quando mai sarà dovuto l’ultimo atto su questa vicenda? Quando lasceranno in pace i morti e la smetteranno di far morire i vivi?

Beppino Englaro è il destinatario di una ingiustizia a orologeria volgare e ostinata. Ha solo rispettato la legge. E in Italia rispettare la legge è un fatto gravissimo.

Non serve a nulla, anzi, non la guarderanno nemmeno, ma ho spedito all’indirizzo dell’associazione "Verità e Vita" una mail di protesta. So che non è la sola, e, per quello che può servire a Beppino Englaro, è solo una goccia in un oceano di onta e abominio.

Ma è questa:

"La vostra denuncia nei confronti del Sig. Englaro costituisce una pagina deplorevole e inqualificabile in una vicenda che dovrebbe lasciar spazio solo al dolore.

Considerata l’evidenza mediatica che è stata data al caso, e considerato il fatto che viviamo in uno stato di diritto, per cui il reato di omicidio è ancora perseguibile d’ufficio (e mi stupirei del contrario), considero la vostra iniziativa una pervicace e testarda volontà persecutoria nei confronti di un cittadino che ha avuto a cuore solo la volontà della figlia e la determinazione di compierla secondo quanto la legge italiana gli ha riconosciuto.

Quello che avete fatto è semplicemente vergognoso. Mi auguro solo che il Dio in cui molti dei vostri associati credono, vi perdoni per il male che state facendo.

Personalmente non ho nessuna intenzione di farlo."

Presunti assassini in Erba

Reading Time: < 1 minute

Li hanno presi, e loro, alla fine, hanno confessato. Sarebbero stati loro. A compiere una orribile strage maturata nel rancore, nel disgusto, nella più totale e bieca rabbia, cieca anche davanti allo sgozzamento di un bambino. Per una volta, non è stato l’extracomunitario su cui, naturalmente, si erano concentrati i primi sospetti degli inquirenti e i primi e sempiterni pregiudizi dei cittadini.

A Erba. Cittadina della Brianza, tutta supermercati e banche, dove ha sede, tra l’altro, la redazione di Radio Maria. In breve, una cittadina di persone che hanno tanti dindini in banca e una bella vita fatta di gipponi con le cassette di Raoul Casadei bene in vista, tra cui si nascondono un netturbino e una baby sitter che covano l’humus marcio e nauseabondo della vendetta più sanguinaria, l’eliminazione dell’altro, del diverso.

E il punto è che per una volta gli assassini non sono i “foresti”, quelli che “vengono da fuori a rubarci il lavoro e a dettare le regole a casa nostra”, no. Gli assassini sono loro, i rappresentanti di quel Nord inutilmente padano e leghista, che ha dimostrato di non essere esattamente migliore degli altri.

Sarà per questo che il Parroco, durante l’omelia della cerimonia religiosa funebre per una delle vittime ha invocato il silenzio sulla tranquilla cittadina di Erba: la vergogna richiede solo di tacere.