Giovanni Gorga (Omeoimprese): “La campagna promozionale del libro di Roberto Burioni è andata oltre il limite del consentito”

«Gli omeopatici sono riconosciuti come farmaci per legge: non sono preparati, non sono pozioni. Sono medicinali e sottostanno a regole definite dall’Agenzia italiana del farmaco, proprio come i medicinali allopatici. Burioni può esprimere opinioni ma non trasmettere informazioni sbagliate, scorrette e fuorvianti, come ad esempio quella che all’interno del farmaco omeopatico non c’è nulla».

«La campagna promozionale del libro di Roberto Burioni è andata oltre il limite del consentito. Non condivide i principi dell’omeopatia, tanto da averne scritto un saggio, e noi ce ne faremo una ragione. Ma come si può permettere di colpire milioni di utilizzatori delle medicine complementari, derubricare come “roba da comiche” corsi di specializzazione organizzati da prestigiose università italiane e dare dei “babbei” a decine di migliaia di colleghi medici, ricercatori e docenti universitario, il tutto per vendere più copie del suo libro? C’è un limite alla decenza, verbale e intellettuale».

 

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L’omeopatia e le discussioni sul suo contributo al Sistema Sanitario Nazionale

Medici di chiarissima fama ed autorevolezza dichiarano che l’omeopatia non funziona. Siti web molto più autorevoli di questo scrivono chiaramente che nei preparati (chiamiamoli con il loro nome, “preparati” e non “farmaci”) omeopatici ci sono solo acqua e zucchero. La chimica ha dimostrato che la teoria su cui si basavano le concezioni hahnemanniane sul funzionamento dell’omeopatia erano completamente errate, che il simile non cura il simile, che non esiste alcun flusso vitale, che le sostanze non si potenziano nella diluzione e nella succussione, che le malattie non si curano somministrando qualcosa che produca gli stessi effetti sintomatologici, anzi, che quei sintomi vanno studiati per conoscerne la causa e, quindi, trovare il giusto rimedio. Nei preparati omeopatici non c’è assolutamente nulla. Quindi, se siamo di fronte ad un approccio medico completamente sbagliato, il meglio che ci potrà accadere è che non succeda assolutamente nulla, mentre, chiaramente, la nostra patologia potrà sempre peggiorare. Ma chi si cura con l’omeopatia non fa del male a nessuno, tutt’al più fa danno a se stesso e al suo portafoglio, visto il costo estremamente elevato dei globuli intrisi di soluzioni in cui sono disciolti principi attivi in quantitativi acquosi di proporzioni oceaniche.
Però intanto in provincia di Pesaro è morto un bambino di sette anni per un’otite curata con il solo uso dell’omeopatia (i genitori sono stati condannati a tre mesi di reclusione ciascuno, il giudizio per il medico è iniziato a settembre). A Bari è morto un altro bambino, stavolta di polmonite, sempre “curato” da un omeopata irresponsabile.

Davati a tutti questi fatti, che non sono minimamente in discussione, la senatrice Virginia La Mura del Movimento 5 Stelle ha promosso un incontro al Senato della Repubblica sul tema “L’omeopatia quale opportunità di crescita per il SSN. Il punto di vista medico e politico.” I relatori? La presidente dell’A.P.O. (Associazione Pazienti Omeopatici) Italia, un medico omeopata presidente della fondazione Negro, il Presidente di Omeoimprese, un omeopata pediatra, vicepresidente della SIOMI, un omeopata endocrinologo, un ematologo omeopata, vicepresidente FIAMO. Non c’è neanche un medico tradizionale, un chimico, qualcuno che possa portare una voce dissenziente e spiegare le cose per come stanno. Il tutto verrà chiuso dal senatore Sileri, sempre del gruppo Movimento 5 stelle, viceministro della Salute.

Con la benedizione di una delle due forze politiche della maggioranza, dunque, si discuterà sull’opportunità di far entrare l’omeopatia nel Servizio Sanitario Nazionale e di quali vantaggi questo possa comportare. In Francia, per esempio, l’omeopatia sta uscendo dai binari della sanità nazionale, e gli importi rimborsati dal servizio corrispondono al 15% delle cifre sborsate dai cittadini per curarsi con gli zuccherini. In breve, i cugini d’oltralpe se ne stanno liberando. In Italia (dove, come diceva il Beppe Grillo dei tempi migliori, siamo in leggera controtendenza) stiamo discutendo se farla rientrare tra gli approcci medici riconosciuti e, quindi, pagati e rimborsati in tutto o in parte con i soldi dei cittadini. Io non voglio pagare la sanità nazionale perché legittimi l’acqua e zucchero come metodo di cura. Chi vuole curarsi con l’omeopatia, se proprio ci tiene, lo faccia con i propri mezzi, io voglio dare antibiotici gratis a chi ne ha bisogno, farmaci generici gratis a chi non si può permettere quelli di marca (che, tanto, voglio dire, funzionano lo stesso), vaccini gratuiti non solo per i bambini del mio paese, ma anche per quelli dei paesi più sfortunati. Non voglio che i miei soldi vadano ad associazioni e onlus per combattere questa o quella malattia, voglio che vadano allo Stato e che lo Stato si occupi del bene supremo della salute di chi ha bisogno, chiunque egli sia. E vorrei sapere con quali soldi vengono organizzati questi convegni, a cosa servono e quali sono le conclusioni che vengono tirate dai vari interventi. Bisogna stare attenti. Ma molto attenti.

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Il nuovo libro di Roberto Burioni sull’illusione dell’omeopatia

Uscirà a fine ottobre il nuovo libro di Roberto Burioni sull’omeopatia e tutti i suoi innumerevoli effetti illusori. Burioni esce finalmente dalla polemica sempiterna ed infinita del botta e risposta con i no-Vax e si dedica a confutare uno dei più grossi, colossali e pericolosi inganni del nostro secolo. Nonostante Burioni non rientri esattamente nei miei santi (proprio per la sua attitudine squisitamente polemica di cui sopra) comprerò e leggerò il libro con molto interesse, augurandomi vivamente che questo lavoro (perché deve essere costato una bella dose di lavoro, su questo non ci sono dubbi) serva a far crescere nel cittadino italiano la consapevolezza che chi vuole curarsi con le medicine alternative o altrimenti dette “integrate” lo fa prima di tutto a rischio e pericolo della propria salute (una situazione cronicizzata e curata con acqua estremamente diluita e zucchero non può che peggiorare perché i principi attivi, semplicemente, non ci sono), ma, soprattutto, lo deve fare a spese delle proprie tasche per quanto riguarda tutto il ciclo che si suppone essere “terapeutico”, e che non si veda mai più in Italia che il denaro pubblico venga utilizzato dalle strutture altrettanto pubbliche per mettere a disposizione della gente un ambulatorio omeopatico. E’ successo e succede tuttora. Perché se metti a disposizione delle persone un ambulatorio omeopatico poi il minimo che possa capitare è che la gente ci vada, e, se ci va, ci creda. Magari una parte di quelli che ci crederanno, proprio in virtù del loro credo, guariranno spontaneamente e “miracolosamente”. Gli altri no. Mi si dirà che l’omeopatia non pretende di sostituire la medicina tradizionale, che lo stesso aggettivo “integrata” serve a far capire che si tratta comunque di un approccio coadiuvante. In breve, l’omeopatia non cura il cancro (a puro titolo di esempio) ma può risultare molto utile nel trattare i sintomi sgradevoli della nausea e del vomito che derivano dalla chemioterapia. Ma una Nux Vomica alla 200 CH non contiene più nemmeno una molecola del suo principio attivo originario, sempre ammesso e non concesso che i simili si curino coi simili, cosa che non è mai stata dimostrata. Non esiste alcuna dimostrazione da parte della scienza ufficiale dell’efficacia dell’omeopatia. Quindi, la Nux Vomica alla 200 CH (cioè diluita e succussa -che vuol dire “agitata” – per 200 volte) non può farti niente. E se non fa niente vuol dire che fa male, non che fa bene. Una dose di Nux Vomica alla 200 CH non è assolutamente distinguibile, una volta analizzata chimicamente, da (per esempio) Pulsatilla, Vipera, Apis, Natrum Muriaticum, Arsenicum Album alla stessa percentuale Hahnemaniana. Eppure dovrebbero essere medicamenti diversi. Eppure non è difficile da capire. Eppure ci stanno credendo.

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Nella vecchia omeopatia

omeo

L’altro giorno, mentre stavo cercando in rete articoli e aggiornamenti sulla morte del bambino con l’otite, curato con l’omeopatia anziché con gli antibiotici, dopo aver immesso in Google la stringa “otite omeopatia”, tra i risultati di ricerca proposti (quasi tutti riconducibili a quotidiani e periodici on line) ho trovato un articolo dal sito riza.it (immagino sia la versione web di quella rivista cartacea che una volta si chiamava “Riza Psicosomatica” e che aveva un certo successo tra i lettori durante gli anni ’70 e ’80) sull’uso dell’omeopatia per curare l’otite. Ha un tono dolce e rassicurante: dice che “il 75% delle otiti è virale: in questi casi gli antibiotici non servono e i rimedi omeopatici aiutano ad alleviare il dolore e a scongiurare le ricadute.” L’articolo, poi, elenca qualsi sono i preparati omeopatici da utilizzare in questo 75% dei casi. In cui, evidentemente, non ricadeva quello del bambino morto. E trovare queste indicazioni dal tono rassicurante che contrastano con le notizie di cronaca che le fanno da contorno lascia un bocca un sapore amaro. Soprattutto a vedere che l’articolo è stato inserito in una rubrica (o in una directory web) intitolata “figli felici”. Felici di cosa non si sa.

Screenshot da riza.it
Screenshot da riza.it

Dobbiamo dirlo fuori dai denti, fino alla nausea: l’omeopatia non ha alcuna efficacia scientificamente provata su nessuna patologia, lieve, cronica o grave che sia. E non può averla perché i preparati omeopatici contengono sostante talmente diluite da non lasciare più nessuna traccia nell’acqua o nell’alcool che li diluisce e con cui vengono intrisi dei globuli di lattosio o di altro zucchero. Perché questo è l’omeopatia: acqua e zucchero, nient’altro. E non si può pretendere di curare nulla, neanche una patologia di lieve entità, con acqua e zucchero. E se dopo l’assunzione di un preparato omeopatico quei disturbi regrediscono è perché dovevano regredire per conto loro, non perché ci sia stato un qualche effetto da parte dei chicchini omeopatici. E se i fan dell’omeopatia ci dicono che funziona perché l’acqua in cui è diluita all’estremo la sostanza (che, secondo loro, più è diluita e maggiore efficacia assume) porta il RICORDO del contatto con le altre molecole del principio attivo (ormai dis-attivato), non ci credete. Se esistesse veramente il ricordo dell’acqua (o dell’alcool) saremmo intossicati ogni volta che ci ritrovassimo a bere, perché i contatti dell’acqua con altre sostanze sono tante e tali da non poter essere classificate e da non poter dare l’assoluta certezza che il prodotto finale sia pulito ed esente da agenti inquinanti. E oggi non esiste nessunissima differenza tra prodotti finali. Nel senso che l’acqua fresca è acqua fresca, qualunque sia il nome che vai ad etichettargli dopo. Natrum muriaticum, Pulsatilla, Nux vomica, Apis… tutto, quando arriva in farmacia, è tragicamente uguale a se stesso.

Eppure c’è chi ci crede. L’assunzione di un preparato omeopatico è un rituale quasi magico. Non devi toccare i globuli con le dita, non devi assumerli dopo esserti lavato i denti con un dentifricio alla menta o dopo aver bevuto il caffè, devi farli sciogliere sotto la lingua (se no acqua e zucchero non hanno alcuna efficacia), devi essere visitato da un medico omeopata che ti fa un’intervista di oltre un’ora per sapere chi sei, cosa fai, qual è la tua storia sanitaria, come ti senti. Ti ascoltano, ti considerano un tutt’uno con la tua patologia, un essere irripetibile e questa sensazione ti arriva: il sentirsi considerati per quello che si è è la prima strada verso una guarigione psicologica. Ma non tengono presente, probabilmente, che una chiacchierata con uno psicoterapeuta o più semplicemente una confessione dal parroco dietro l’angolo sortiscono lo stesso effetto e probabilmente costano anche di meno di un ciclo di “cure” con prodotti omeopatici (che tali sono: “prodotti” e non “farmaci” nè tanto meno “rimedi”). Una volta un omeopata a cui mi ero rivolto quando ero molto più giovane e scemo mi chiese perfino se mi puzzassero i piedi e, nel caso, che tipo di cattivo odore assumessero. Allora lo presi come un eccesso di scrupolo, il segnale che quel medico era veramente bravo e se si interessava a dettagli così apparentemente insignificanti era segno che ero io quello che non capiva un cazzo e non sapeva dare a quelle domande la giusta dimensione e il giusto inquadramento. Oggi sono CERTO che quello sbagliato era il medico. Perché non c’entra nulla la puzza dei miei piedi con la forma di acne di cui soffro (soffrivo, era quello il motivo per cui mi ero rivolto, senza sapere che cosa fosse, all’omeopatia).

E poi accade (perché accade) che qualcuno muore. Il che vuol dire che il caso del piccolo Francesco non è certamente né il primo né l’ultimo. Ci sarà stato, certamente, qualcuno che soffrendo di una di quelle malattie i cui nomi fanno vibrare i polsi al solo farli passare dalle corde vocali e pronunziarli, si sarà rivolto all’omeopatia contando in una cura più dolce e meno invasiva senza sapere di essersi imbattuto in un fantasmagorico niente, con medici che dicevano “Mi raccomando non mangi caramelle di menta se no non fa effetto”, “Non si operi, non prenda antibiotici!” e viandare di altre emerite nullàggini. E che, proprio per questo, si è fidato, ha riposto nel medico e nella disciplina omeopatici tutta la propria fiducia e le proprie speranze. Poi però è morto lo stesso. La prima cosa che si è detta all’indomani della morte di Francesco era che la colpa è del medico (e, secondo gli atti giudiziari, dei genitori), non dell’omeopatia. Certamente anche il medico ha le sue responsabilità. Qualcuno addirittura è andato a spulciare le sue convinzioni religiose e ha scoperto che fa parte di una setta fantomatica detta “del Roveto Ardente” (o come cazzo si chiama). O i suoi precedenti lavorativi chiarendo che, in un periodo di sospensione dall’attività medica, questo qui ha fatto anche il facchino. Sono tutti e due espedienti per spostare l’attenzione sul principale responsabile non-chimico e non-biologico della morte del bambino: il nulla. Perché davanti alla gravità della situazione questo medico non solo ha insistito a voler utilizzare l’omeopatia, non solo ha sconsigliato alla famiglia l’uso di un farmaco come la Tachipirina, non solo si è opposto all’uso degli antibiotici che gli avrebbero salvato la vita, ma ha prescritto una terapia omeopatica, cioè il nulla assoluto. E il nulla è un principio attivo molto pericoloso, perché là dove c’è una patologia grave in atto, quella patologia non migliora di certo, anzi, caso mai peggiora, ed è quello che si è visto. Ignorare dei segnali come il peggioramento soggettivo del paziente non ha nulla di omeopaticamente corretto, non si tratta del “peggioramento omeopatico” a cui molti medici fanno riferimento quando non possono o non vogliono giustificare un loro insuccesso (“Pronto dottore, mi sento peggio…” “Eh, sa, lo deve fare, è l’effetto di rimedi, significa che il suo corpo sta espellendo tutte le tossine e le robacce che aveva dentro” “Ah, sì, grazie, adesso sì che sono più sollevato!”), è proprio la malattia che sta prendendo corpo e che in casi estremi finirà col prendersi anche il paziente.

Perché, mettetela come volete, di omeopatia si può anche morire. Perché l’acqua fresca non cura.

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“Se non ti fa bene male non ti fa di certo”

Dagherrotipo di Samuel Hahnemann, fondatore dell'omeopatia. Pubblico Dominio.
Dagherrotipo di Samuel Hahnemann, fondatore dell’omeopatia. Pubblico Dominio.

Sarà capitato anche a voi (citazione cólta per chi ricorda Sylvie Vartan, cioè tre o quattro) di avere un amico, un parente, un conoscente, un collega di lavoro, un vicino di casa, un Testimone di Geova o chi per loro che almeno una volta nella vita è entrato nei flussi di chi ha provato le cosiddette medicine alternative sotto forma di globulo intriso, compressa, sciroppino, tintura madre, intruglio figlio, gocce, tisane, decotti.

Io ho il massimo rispetto nei confronti di chi decide di corarsi con l’omeopatia, l’ayurveda, le erbe, i fiori di Bach e chi più ne ha più ne metta, ma sono personalmente convinto dell’inefficacia di questo tipo di approcci e che se effetto benefico c’è stato, è da addebitarsi solo ed esclusivamente all’effetto placebo. E comunque la persona in questione, nel decantarvi le meraviglie dell’approccio alternativo rispetto a quello allopatico (sottolineando magari implicitamente che i bischeri siete voi che vi fate caricare di medicine, mentre loro usano solo cose naturali, come se una cosa naturale per il solo fatto di esserlo sia automaticamente anche efficace) vi dirà: “Prova, tanto se non ti fa bene male non ti farà di certo!”

Ecco, qui mi irrito. Giuro che ho pensato che per questa frase se ne andassero a quel paese delle amicizie granitiche di vecchia data e non c’è niente di più doloroso. Anche perché la persona che ti parla in questo modo è realmente convinta di stare facendoti un favore. Invece non è così. Perché la prima cosa che mi aspetto da un medicamento è che funzioni. Voglio dire, se soffro di cefalea, allopatico o no che sia il rimedio che assumo, poi dopo devo stare meglio. Voglio dire, mi deve fare bene per forza, non esiste il “male non ti fa di certo”. Perché il “far male” si verifica anche se la porcheriola naturale non mi fa nessun effetto. Proprio perché se l’effetto è zero, mal che mi vada io continuo a star male. Se io ho la febbre e assumo un antitermico poi la febbre mi deve passare. O diminuire. E’ questo che mi aspetto da qualsiasi “rimedio” tradizionale o alternativo che sia.

Perché nell’approccio medico se prima c’è il proverbiale “non nuocere”, dopo ci deve essere per forza il “curare”. In questo senso trovo molto bella l’espressione di “principio attivo” che troviamo nella medicina tradizionale. “Attivo”, non inerte. “Attivo” vuol dire “che agisce” e se agisce poi stiamo meglio.

Dunque, viva la cara vecchia chimica! Che se non ci fa star bene qualcosa la fa di sicuro.

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Le spese omeopatiche sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi

Io non lo sapevo che tra le voci deducibili dalla dichiarazione dei redditi ci fossero anche le “spese omeopatiche”.

Vuol dire che, al pari di qualsiasi farmaco da banco (la tradizionale “Aspirina”, ad esempio, ma non solo) io posso dedurre una parte delle spese sostenute per l’omeopatia e non pagare le tasse sull’imponibile relativo.

Il problema è che i “rimedi” omeopatici, fino a prova contraria, NON sono farmaci. E non esiste nessuna equivalenza tra il curarsi un’influenza con l’Aspirina o con la Tachipirina e il curarsela con un trattamento omeopatico, proprio perché l’omeopatia non è stata MAI riconosciuta come avente un qualsivoglia fondamento scientifico.

L’equivalenza è solo ai fini fiscali e non terapeutici. L’Aspirina ha indubbi effetti antipiretici dimostrati, se prendo l’influenza e ne ingoio una non è come prendere qualche granulo di zucchero intriso di una sostanza in cui il presunto principio attivo sia stato diluito un numero indefinito e, comunque, molto alto di volte.

Questo non è garantire la libertà di “cura”. L’omeopatia non è una “cura”. L’Aspirina sì.

Quindi è perfettamente giusto che io detragga dalla dichiarazione dei redditi quello che spendo per curarmi con efficacia, mentre, se voglio curarmi in altro modo, lo dovrei fare a mio solo rischio e pericolo. Ovvero, pagandomi per intero le visite e le cure, non pretendendo nulla indietro dallo Stato, neanche un’agevolazione fiscale.

E’ straordinario vedere che se io compro un tubetto di una specialità da farmacia (non la definisco neanche “medicinale”) omeopatica posso dedurla nei limiti consentiti dalla legge, mentre se compro una confezione di vitamina C, un integratore salinico o multivitaminico, una macchina per l’aerosol o un clistere che sia non posso detrarre proprio un bel nulla.

E’ un atto di prepotenza e di prevaricazione sul cittadino informato e un invito a rincorrere le lucciole quando sarebbe l’ora di accendere il lampadario.

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Le cellule staminchiali

La gente sta male. Molto.

La sofferenza della malattia di solito è immediatamente visibile all’occhio. O a volte è più discreta, meno invasiva. Basta essere ricoverati in un ospedale anche per breve tempo per rendersene conto. Quello che separa lo star male dallo star bene è solo una porta che potrebbe aprirsi in qualunque momento.

La sofferenza ha bisogno di rispetto. La scienza medica è una cosa seria. E anche lei ha bisogno di rispetto.

Spesso queste due sfere da rispettare collidono, non ce la fanno a stare unite. Perché la scienza non è illimitata e la capacità di soffrire di una persona invece sì.
E allora ci si affida alla libertà di cura che ci viene garantita dalla Costituzione. Che prevede anche il diritto di rifiutare certe cure e di lasciarsi andare, se è il caso.

Oppure si possono avere, anche quando non si sta troppo male, approcci medico-filosofici diversi da quelli tradizionali. Che so, l’ayurveda, l’omeopatia, i fiori di Bach, le piante di Mozart e le oche di Giuseppe Verdi.

O le famigerate cellule staminchiali.
Che saranno anche utili per le malattie neurodegenerative, non dico di no, ma se dai verbali dei Nas e dai pareri del comitato ministeriale di esperti risulta che nei trattamenti a protocollo c’erano solo scarse tracce di queste cellule con il rischio di contrarre perfino il morbo della mucca pazza allora mi devono dire che cazzo hanno infuso ai malati questi qui. “Assenza di controlli delle cellule del donatore”?? Ma siamo impazziti peggio della mucca! E se si fa firmare al paziente una accettazione del fatto che “si dichiara che le cellule somministrate possono essere leucociti del sangue, di solito mescolati ad altre componenti minori (…) oppure cellule più purificate quali le cellule mesenchimali estratte dal midollo osseo” non gli si offre una cura, gli si offre un cocktail shakerato non mescolato. Ma i malati non sono James Bond. Hanno aspettative, ripongono qualcosa di molto più importante della loro persona nelle mani del medico “alternativo”, ripongono la fiducia.

E allora c’è chi paga 40.000 euro per non ottenere nessun risultato, che contrae debiti con le banche (che non è che ci vadano di scartino!) che coltiva speranze e sogni che poi non si avverano. Se vuoi provare una cura che è “altro” da quello che ti offre il SSN te le paghi. E questo è giusto. Ma dall’altra parte, se ci sono solo sperimentazioni (ma sperimentazioni di che?? Le cellule staminchiali non c’erano) non si può costringere una famiglia a indebitarsi fino all’osso.

Se c’è gente che crede nel proprio metodo curativo, faccia il sacrosanto favore di dare GRATIS le sue cure, in modo da permettere a tutti di accedervi, e di accettare soltanto donazioni liberali. Che la gente doni quello che può, perché una iniezione (o “infusione”, come si usa dire ora) di un beneamato niente non può costare 40.000 euro.

Buon Natale? Buon Natale staminchia!

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Gastroenterite curata con una tisana di finocchio: Luca muore

Luca non aveva che quattro anni.

Non poteva, quindi, decidere se curarsi con la medicina naturale, coi rimedi omeopatici o con qualunque altro tipo di medicamento o approccio clinico.

Luca è morto al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Tricase, a seguito di una gastroenterite. Gli è stato somministrato un bicchiere di tisana al finocchio.

Il padre di Luca non è uno sprovveduto, è uno psicoterapeuta, ex responsabile del Centro dell’Istituto di dinamica comportamentale di Ferrara, è un omeopata ed è presidente dell’AMOS, accademia nazionale di medicina omeosinergetica, che non so cosa voglia dire, ma insomma ne è presidente.

Del padre e della madre di Luca, ometto il nome, pure pubblicato dai giornali nella cronaca dei giorni scorsi, per pietà umana e pieno rispetto del sacrosanto e incrollabile diritto alla difesa.

Ma ora sono tutti e due indagati con l’accusa di omicidio colposo «per aver cagionato la morte del figlio Luca nato l’11 novembre 2007. Colpa consistita nell’omettere di prestargli le necessarie cure specialistiche pur in presenza di un perdurante grave e preoccupante quadro patologico».

E’ certamente sbagliato accostare la naturopatia all’omeopatia e fare di ogni erba un fascio. Indubbiamente in una tisana di fiocchio c’è più principio attivo di quanto ce ne sia in una diluzione dinamizzata, succussa e diluita all’ennesima potenza.

Sia come sia, Luca è morto. E probabilmente un farmaco allopatico poteva ancora salvargli la vita.
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La Boiron preannuncia la possibilita’ di querela contro un blogger: io non mi curo con l’omeopatia

La società francese Boiron, produttrice di prodotti omeopatici, ha scritto all’autore del blog www.blogzero.it, Samuele Riva, ritenendo diffamatorie le opinioni riportate in due articoli ivi pubblicati e richiedendo la rimozione dei riferimenti all’azienda e al suo prodotto più diffuso, denominato "Oscillococcinum".

La Boiron ha anche "intimato" (sic) al provider che tiene in hosting il blog, ritenuto corresponsabile della diffusione dei contenuti, di inibire all’autore degli articoli l’accesso al blog.

Desidero chiarire e dichiarare in questa sede che, ferma restando la libertà di ciascuno di curarsi come meglio crede, anche, a puro titolo di esempio, con un bicchiere di acqua fresca:

a) io ho scelto di non curarmi con l’omeopatia.

b) di conseguenza io non compro nessun prodotto della Boiron.

c) mi ritengo libero (e di fatto lo sono) di diffondere questa mia posizione personale sul mio blog o in qualunque altra sede.

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L’omeopatia, il blogger, la Boiron e l’informazione di “Repubblica”

Nota del 24 agosto 2011: Il testo di questo articolo è stato soggetto a numerose revisioni in itinere, per via della peculiarità del caso trattato e degli eventi che si sono susseguiti. Ritengo che questa versione possa essere data per definitiva. Faccio presente che la Boiron ha inviato una nota ufficiale al blogger Samuele Riva che è possibile leggere qui per cui la vicenda di Samuele può dirsi positivamente risolta.


Torno volentieri sul caso di Samuele Riva, il blogger che è stato raggiunto da una comunicazione della Boiron che preannunciava azioni legali se lo stesso Riva non avesse eliminato alcuni contenuti riteniti lesivi dell’omeopatia e di un suo prodotto dalla sua risorsa telematica.

Lo faccio perché il caso, che nel frattempo ha raggiunto una eco piuttosto vasta, anche al di fuori dei confini nazionali (ne ha parlato il British Medical Journal), viene riportato dalla versione on line del quotidianoRepubblica”, in un modo che ha dello sconcertante. E vi prego di leggermi fino in fondo, anche se questo post vi apparirà lungo e noioso.

Cominciamo dal titolo di “Repubblica”:

Omeopatia, blogger contro multinazionale” risulta quanto meno un titolo che può destare numerosi e legittimi interrogativi.
E’ stata la multinazionale a preannunciare la possibilità di una querela contro il blogger, non il contrario.
Il blogger si è semplicemente limitato a esprimere i suoi giudizi, il suo parere e la sua esperienza sull’uso dell’omeopatia in generale e in particolare su un prodotto della Boiron che si chiama Oscillococcinum”.
Se questi giudizi siano o no lesivi dell’altrui onorabilità non è questione da affrontare in questa sede.
Personalmente ritengo che non lo siano.
Ma si dà il caso che in Italia un’opinione, specie se contraria, venga percepita come un’offesa.
Ecco, dunque, che è stata fatta partire la comunicazione preventiva della stessa Boiron.
Con tanto di citazione dell’articolo 595 che corrisponde al reato di diffamazione.
E adesso torno a formulare alcune mie personali opinioni su questo tipo di tutela giuridica:
Ritengo che il reato di diffamazione, non per come è previsto nel nostro ordinamento, ma per come viene utilizzato, sia una delle macchine per far soldi più riuscite di tutto il sistema giudiziario italiano.
In Inghilterra è stato depenalizzato. Lì se sei citato in giudizio per diffamazione se ne occupa un Ente amministrativo.
Se hai ragione il diffamatore ti paga una cifra astronomica, ma se hai torto la paghi tu a lui per averlo ingiustamente trascinato in un procedimento.
L’idea di poter dover pagare cifre considerevoli di risarcimento funziona molto bene da deterrente. La gente è invogliata a non diffamare e le vittime ci pensano su prima di trascinare in causa una persona, perché sanno che potrebbero perdere.
In Italia una querela non costa nulla, basta andare dai carabinieri, non dichiarare il falso, mettere nero su bianco i fatti poi ci penserà il magistrato. A questo punto entri nell’ingranaggio, e se ne esci assolto hai comunque pagato fior di avvocati perché difendersi è obbligatorio. Se sei condannato in via definitiva se ne occupa poi il tribunale civile che deve stabilire equamente l’entità del risarcimento (previo tentativo di conciliazione).

Ma torniamo ai fatti: nella lettera inviata da Boiron a Samuele Riva e pubblicata qui (non la ripubblico perché l’interezza del documento non è pertinente con il mio intento di critica) e firmata dalla Dottoressa Silvia Nencioni si legge:
“La pubblicazione tramite Internet dei suddetti messaggi inveritieri e spregiativi sia dell’omeopatia, sia della nostra società e del nostro medicinale offende gravemente la reputazione della nostra Società, integrando gli estremi di reato di diffamazione di cui all’art. 595 del codice penale e producendo ingenti danni alla nostra immagine risarcibili in sede civile.”

Questo è l’elemento che ha accentrato l’attenzione della rete. Ma ritengo che ci sia qualcosa di cui non si è parlato abbastanza o, se lo si è fatto, è stato in misura minore: nel documento, la Dottoressa Silvia Nencioni rivolgendosi al provider che ha in hosting il blog di Samuele Riva, afferma:
“La intimiamo infine a impedire ogni accesso a <> del detto Signor Samuele, autore degli articoli diffamatori suddetti”
Cioè, ammesso e non concesso che quegli articoli fossero effettivamente diffamatori Samuele Riva non avrebbe più potuto accedere al suo blog, con una evidente limitazione della sua libertà di espressione e di critica.
E’ la logica del “siccome io suppongo che tu abbia un’arma in casa ti faccio sequestrare tutto l’appartamento, così non rientri in casa nemmeno per farti una doccia, pace a te se poi puzzi, non dovevi detenere quell’arma.”
Ma questo avrebbe valore se fosse il singolo magistrato a disporlo (e si tende a non disporlo più nemmeno in sede preventiva).
Non è possibile che un soggetto privato (una persona fisica o giuridica, non importa), si rivolga al provider di un sito internet e chieda l’inibizione dell’accesso a quel sito da parte dell’avente diritto solo perché ritiene che certi contenuti siano lesivi della propria dignità personale.
Le opinioni personali di chiunque sono indubbiamente degne, a seconda dei casi, di rispetto, di critica, di essere espresse e di essere contestate.
Il problema non è, dunque, il personale sentire della persona potenzialmente offesa (la Boiron), ma l’aver richiesto in via preventiva una azione che sarebbe stata pregiudizievole per il blogger che, se fosse stata accolta, non solo avrebbe impedito a Samuele Riva di informare i suoi lettori sull’evolversi della vicenda, ma non gli avrebbe permesso più di scriverci su qualsivoglia argomento.

DunqueRepubblica” sbaglia completamente il messaggio informativo.
Perché se le richieste della Boiron di rimuovere alcuni contenuti potenzialmente diffamatori avevano un loro senso (bene o male la volontà di voler risolvere stragiudizialmente la questione), l’istanza al provider appare certamente abnorme rispetto agli effetti citati.

Sarà un caso? No di certo. Infatti “Repubblica” rilancia con un articolo del giornalista Guglielmo Pepe e pubblicato sul suo blog “Noi & Voi” (il titolo, giusto per sdrammatizzare e sorridere un po’ fra le righe, mi ricorda un po’ uno di quei varietà degli anni ’70 con Alighiero Noschese) intitolato:

“Facile accusare l’omeopatia”.

Vediamo cosa dice Guglielmo Pepe:

“Dunque: un giovane milanese blogger accusa una casa farmaceutica omeopatica la Boiron sostenendo che un suo prodotto è inefficace, e l’azienda minaccia interventi legali (poi ritrattati). E tutto questo finisce sul British Medical Journal.

C’è da stupirsi per tanta eco?

Penso che tutta questa vicenda sia stata creata ad arte, per mettere in difficoltà la medicina omeopatica. Cosa peraltro abbastanza facile vista la reazione sgangherata della Boiron, vittima poca accorta del sistema mediatico”

Cioè? Il blogger, un ingegnere informatico di 28 anni che dice di avere difficoltà (perfettamente legittime e comprensibili) a pagarsi le rate della macchina, avrebbe creato “ad arte” tutta questa storia per farsi minacciare di querela al solo scopo di “mettere in difficoltà la medicina omeopatica”?
E perché mai sarebbe la Boiron la “vittima poco accorta dei sistema mediatico”? Non è il blogger vittima (magari poco accorto anche lui, bisogna riconoscerlo) di una comunicazione sicuramente contaminata dal giuridichese e da toni sopra le righe, ma che risulta chiara, quanto meno nella sua redazione iniziale?
E’ un’informazione alla rovescia. Non perché il gioco sia riconoscere qual è la vittima e quale il carnefice (tutt’altro), ma perché esula dalla chiarezza dei messaggi e dei rispettivi mittenti
Ma è anche la testimonianza di quanto poco il giornalismo della carta stampata abbia recepito della rete. Un’azione del genere ha creato uno scompiglio e una reazione indignata tali per cui la Boiron ha ottenuto un ritorno d’immagine indubbiamente negativo da questa operazione. E’ quello che viene comunemente chiamato in rete l’effetto Streisand.”

Prosegue Pepe:
“Ma come, un blogger mette sotto accusa un tuo prodotto, e tu azienda invece di produrre materiali scientifici che ne confermino la validità minacci azioni legali? Se non altro la Boiron dimostra di avere una scarsa capacità comunicativa. E poi perché solo ora invocare l’intervento degli avvocati? Da anni alcuni medici di chiara fama scrivono peste e corna dell’omeopatia e la Boiron non ha mai pensato alle vie legali, né tantomeno ha voluto sfidare in campo aperto gli oppositori producendo i risultati delle sue ricerche.”

E’ indubbio, e sono d’accordo con Pepe, che la Boiron possa aver dimostrato “una scarsa capacità comunicativa” (ripeto, troppo fuori le righe la richiesta al provider).
Ma  se le aziende famaceutiche omeopatiche non hanno mai prodotto i risultati delle ricerche scientifiche (e il fatto che l’acqua porti il ricordo non è un dato scientificamente dimostrato) e preannuncino di passare direttamente alle vie legali è per un solo motivo: “Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto, ha potuto dimostrare che l’omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia.” La citazione non è mia, è tratta dalla voce “Omeopatia” di Wikipedia (già…), e, per quanto ne so, non è mai stata smentita.
In Italia per alcune specialità omeopatiche è vietato fare pubblicità alla radio e alla televisione citando direttamente il nome del prodotto.
Cioè, non si può dire “Prendete l’Oscillococcinum che vi fa bene per l’influenza” ma si deve dire “Chiedete al vostro farmacista il rimedio Boiron per curare i sintomi e prevenire l’influenza di stagione”. E’ diverso.
In Italia non si possono scrivere sulla confezione le indicazioni terapeutiche di un rimedio omeopatico. Non si può dire “Sindrome influenzale o da raffreddamento”. Personalmente trovo molto giusto che sia così.
In una confezione di un “rimedio” omeopatico che costituisca specialità a sé  in Italia non troverete mai il foglietto illustrativo. E qualche ragione ci sarà.

Guglielmo Pepe, a mio giudizio, sbaglia il tiro in questo passaggio:
“Dico questo da difensore dell’omeopatia e dell’Oscillococcinum, il prodotto messo all’indice dal blogger, avendone verificato l’efficacia, non su di me che pratico la medicina integrata (scelgo, in base ai consigli medici, tra farmaci allopatici e MNC) bensì sui miei familiari. E da anni l’Oscillococcinum è nell’armadietto delle medicine di casa.”
Bene, nessuno impedisce al giornalista Pepe e ai suoi familiari di curarsi con cosa vogliono, se lo vogliono. Possono essere potentissime molecole chimiche dagli effetti secondari devastanti o medicine cosiddette “dolci”. Il punto è che la sua esperienza (come la mia, come quella di chiunque altro) non è un dato sufficiente né utilizzabile per garantire l’efficacia dell’omeopatia.
Se io mi curo la tosse con latte e cognac e trovo un miglioramento, vuol dire che la mia tosse stava già cominciando a sparire per cazzi suoi, perché l’efficacia terapeutica di latte e cognac sui sintomi della tosse non è mai stata dimostrata, quella della paracodina, ad esempio, invece, sì.

L’omeopatia, se funziona, non funziona perché la prende qualche mio familiare (peraltro mi risulta che mio padre faccia uso dell’Oscillococcinum, spero che questo dato faccia piacere alla Boiron). Se funziona funziona di per sé. Io posso non credere all’efficacia dei vaccini, ma se vengo vaccinato a mia insaputa io sono vaccinato lo stesso.

Concludo la disamina dell’articolo di Pepe con questo passaggio:
“Ma vorrei invitare il blogger che é riuscito a scatenare il caso e anche altri blogger ad esercitarsi sui farmaci allopatici: perché se il prodotto omeopatico non é efficace, almeno non é dannoso.”
Ma cosa vuol dire “almeno non è dannoso”? Vuol dire che se io do un rimedio omeopatico contro la nausea a una persona posso dirle tranquillamente “Non ti preoccupare, tutt’al più non ha nessun effetto”?
E possiamo davvero permetterci, ora che non siamo più ai tempi di Ippocrate, per cui primum non nocere di dire una cosa del genere a un malato? La medicina e la chimica hanno fatto passi da gigante, bisogna alleviare la sofferenza, perché la gente sta male sul serio.


Aggiornamento del 20/08/2011:

Questa mattina la trasmissione “Pagina 3”, in onda su RAI RADIO 3, ha dedicato ampio spazio alla querelle tra la Boiron e Samuele Riva, ve ne ripropongo l’estratto pertinente a questo post:

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Oscillococcinum Boiron – L’Anas Barbariae e l’influenza di stagione

Quando ricomincia la scuola è sempre un guaio.

Prima di tutto perché il freddo si alterna al caldo in un continuum di choc termici che metterebbero K.O. un toro da monta, e poi perché la scuola è un pullular di bacilli.

E con la scuola starnuti, colpi di tosse, strilli, urli, mal di gola, raucedini e virus (o, come diceva il mi’ nonno "vìrussi", che è plurale) a tutto vapore, perché l’alunno ti tossisce davanti, il collega mentre ti saluta fa uno starnuto che diffonde milioni di microparticelle schifose che prima o poi beccano anche te.

Il problema è come prevenire. A parte il fatto che l’influenza e le malattie da raffreddamento non si prevengono, si curano, considerata la mia estrema sensibilità agli attacchi delle porcheriole che irritano la mucosa proprio mentre sei intento a rimproverare con un urlo da Rocky Balboa mentre chiama "Adriana" l’alunno che sorprendi a copiare dal vocabolario (che, regolarmente, non sa usare, almeno copiassero perbene…), prima di andare a Lourdes per farmi due gargarismi di acqua benedetta e prima ancora di prendere dei vaccini che, tanto, non servono a un belino, mi sono fatto convincere, sotto consiglio di alcuni amici ("Vài, vài, prova, prova, io mi ci son trovato tanto bene…"), a comprare in farmacia una specialità omeopatica  che si chiama OSCILLOCOCCINUM.

La cosa curiosa è che avevo sentito una pubblicità alla radio della stessa Boiron in cui il nome del prodotto non veniva menzionato (credo esista una normativa che non permette di fare pubblicità ai prodotti omeopatici creati prima del 1995 e forse, ma non ne sono sicuro, potrebbe essere il caso dello stesso Oscillococcinum).

Si presenta in una scatolina che indica come composizione "Autolisato filtrato di fegato e cuore di Anas Barbariae (…)" "diluito alla 200K, per 0,01 ml".

Cioè, la componente dell’Oscillococcinum si presenta in dosi estremamente diluite.

Il prezzo, poi, è decisamente più alto di una scatola di acido acetilsalicilico o di una confezione di compresse di paracetamolo, quindi mi chiedo quali siano le proprietà antitermiche e febbrifughe dell’Oscillococcinum, visto che nella confezione non vengono specificate.

Insomma, personalmente non ho tratto un sensibile e particolare miglioramento dall’uso di questo preparato.
Nel mio caso non ha migliorato la sintomatologia tipica di questi malanni, e la mia guarigione clinica è arrivata in tempi leggermente più lunghi rispetto a quelli in cui uso degli antibiotici o degli antiinfiammatori tradizionali.

E ho ancora un po’ di strascico di tosse.

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