Un telegramma dal Presidente della Repubblica

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E’ una piccola soddisfazione anche ricevere un telegramma di ringraziamento dal Presidente della Repubblica, per aver inviato, probabilmente in un eccesso di bontà, una mail di auguri per il suo compleanno.

Avrei preferito di gran lunga che non firmasse il decreto sicurezza e lo rimandasse alle Camere, anziché inviare la letterina al Governo.

Ma si vive anche di questi piccoli momenti di gloria.

Schiaffo istituzionale

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Signor Presidente,
lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.

Io non posso peraltro, nell’esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.

I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche.

Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell’incidenza su diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate, trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative dell’ordinamento giuridico vigente.

Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge – piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica – appare soluzione inappropriata. Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.

Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell’articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.

Desta inoltre gravi perplessità l’adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo.

Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).

Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare.

Poscritto

Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l’emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;

il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la congruità dell’emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e “un indirizzo giurisprudenziale in via di definizione”;

con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell’emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell’ANAS e affermò: “Ritengo, pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all’emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull’analogo decreto relativo al personale del Ministero dell’interno”;

in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all’osservanza delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua – in caso di non soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento – il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto – legge;

con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all’emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici invitò il Governo a riconsiderare l’intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del decreto-legge.

Giorgio Napolitano

S’e’ svejatoooooooo!!!

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Sul caso di Eluana Englaro non c’è più pace.

L’accanimento terapeutico del Governo e di chiunque sia interessato, in un modo o nell’altro, a mettere bocca nella vicenda (quando dovrebbe solo starsene zitto), ha raggiunto livelli di violenza inaudita e inaccettabile per chi crede nello stato di diritto.

Berlusconi questa mattina, mosso dall’interessamento di quell’anima pia del Ministro Sacconi, e dall’accordo tri-partisan fra il suo esecutivo, il Cardinale Martino (che ha detto subito "E’ un’ottima cosa!", ma sa un cazzo lui…) e parte della Procura di Udine (che ha aperto un fascicolo per vedere se sia stata effettivamente quella la volontà di Eluana, facendo finta di non sapere che c’è stato un procedimento in questo senso che è durato 17 anni e che si è concluso con una sentenza definitiva passata in giudicato), ha promesso un decreto d’urgenza del governo per impedire a chiunque (cioè a chi si occupa della vita di Eluana Englaro) di sospendere trattamenti come l’alimentazione artificiale o l’idratazione.

Una delle sue solite leggi ad personam.

Ma pare ci si sia messo di mezzo il Capo dello Stato. Che si è svegliato dal suo torpore e ha preso, finalmente, una posizione.

Ha capito anche lui che non si può governare a colpi di decreti, che c’è un iter parlamentare da seguire e che Berlusconi e i suoi non possono tirarlo per la giacca se non sono stati in grado di formulare una legge nelle sedi opportune.

C’è da augurarsi che il risveglio sia definitivo. Lo stato letargico in cui versa la nostra Repubblica lo richiede.

Cesare Battisti e il Brasile garantista di Lula da Silva

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Siamo gente strana, noi italiani, per lo più fuori di testa.

Napolitano a nome di tutto il paese ha rappresentato al presidente brasiliano Lula da Silva lo "stupore e il rammarico" per la negazione dell’estradizione del delinquente Cesare Battisti, che di onorevole ha soltanto il nome.

"Stupore e rammarico" è un’espressione burocratica in diplomatichese puro, per dire che siamo incazzati neri e che non ci possiamo fare nulla.

Perché si dà il caso che la decisione sia stata presa da un paese sovrano nel pieno rispetto delle regole interne, ci piacciano o non ci piacciano. Battisti è stato furbo? Non si sa, di certo i brasiliani non sono scemi e hanno capito che in Italia la disparità di trattamento tra cittadini esiste, perché il Lodo Alfano ne è una chiara dimostrazione.

E il Presidente della Repubblica ha un bel dire che i diritti di un terrorista sono gli stessi di qualunque altro delinquente comune, se esistono cariche dello Stato, tra cui la sua, che si trovano oltre la punibilità penale in corso d’opera.

Abbiamo di che imparare dal Brasile? Certamente. Ma dovremmo soprattutto smettere l’abito saccentone e presuntuoso di chi non solo non ha più nulla da insegnare, ma che non può pretendere equità là dove non è disposto a darne.

Il presidente della Repubblica firmera’ il lodo-Alfano

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Pare che Napolitano firmerà il decreto sul lodo-Alfano perché, dice, secondo lui e i Quirinalisti che tirano le fila del Palazzo, quel provvedimento sarebbe costituzionale.

Si vede che salvare il Presidente del Consiglio dai processi a suo carico e da condanne praticamente certe è un atto costituzionale, democratico e basato sul lavoro. Degli altri.

La crisi di lontano

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Dalla terra d’Irlanda la crisi non sembra neanche giunta ai suoi minimi storici, se non fosse che la rete porta notizie in tempo reale anche qussu’, dove il tempo e’ singolarmente ed eccezionalmente bello, dove la gente e’ tranquilla, cortese, disponibile, ma, soprattutto, si fa i fatti suoi.

Insomma, si sa che si andra’ a votare il 13 e il 14 aprile e che Berlusconi vincera’ a mani basse. E’ bello sapere di che morte morire e quando…

La Contrada della grazia

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Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è una brava persona.
Che, come tutte le brave persone di questo mondo, sta per commettere un errore  enorme. Quest’omino qui, che vedete vestito con l’abito della festa, è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Adesso in carcere sta male (eh, beh…) e pare che stia per andarsene. Come tutti noi, prima o poi.Napolitano sarebbe tentato di concedergli la grazia, ha dato la pratica a Mastella che non vede l’ora di firmarla.

Così, Contrada potrebbe attendere la Grande Consolatrice di gucciniana memoria non solo agli arresti domiciliari (che sono una forma alternativa di detenzione), da detenuto, ma addirittura da uomo libero.

Pare che le associazioni delle vittime della mafia siano un tantino incazzate.

Ma per Contrada sembra che sia ormai una questione umanitaria.
Come se tutti i poveracci che sono in carcere perché extracomunitari non fossero umani.