Ordine di carcerazione per Umberto Bossi (e pena sospesa -per ora!-)

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La notizia è di quelle che sono passate in sordina negli ultimi giorni, relegata a pochissime righe in una pagina interna sui quotidiano nazionali, o a un minuscolo link sulle home page dei giornali on line. Umberto Bossi è stato raggiunto da un ordine di carcerazione dopo il passaggio in Cassazione che ha confermato la condanna a 1 anno e 15 giorni di reclusione per il trascolorato leader della Lega, colpevole (a questo punto lo si può dire!) di vilipendio al Capo dello Stato, per aver definiti l’allora Presidente della repubblica Napolitano un “terùn” facendo contemporaneamente un accenno di gesto delle corna.

Dopo la sentenza di Cassazione, la magistratura di Brescia ha chiesto e ottenuto un ordine di arresto per Bossi. Subito dopo, però, ha emesso un’ordinanza di sospensione della pena. Bossi dovrà scegliere in quale forma di detenzione scontare la pena (sostanzialmente se carceraria o domiciliare) o se vorrà optare per la libertà vigilata o per l’affidamento inm prova ai servizi sociali, tutte forme “alternative” per scontare una condanna tutto sommato mite ma esecutiva. Bossi ha svariati precedenti penali al suo attivo (se volete approfondire l’argomento potete guardare la voce a lui dedicata su Wikipedia, che sui morti e i precedenti penali è un vero e proprio portento, bisogna riconoscerlo) e questo, probabilmente, ha fatto sì che una condanna a solo un anno e mezzo, una volta passata in giudicato, diventasse esecutiva.

Ma non è stata ordinata la carcerazione per un mariuolo qualunque. E’ stata ordinata la carcerazione per Umberto Bossi, il Ministro del Welfare dei governi Berlusconi, di cui la Lega è stata alleata per interi lustri. Non è un cittadino comune a dover andare in galera (o, come in questo caso, usufruire delle forme alternative di espiazione della pena), Bossi è stato una figura centrale delle trascorse legislature. E’ stato deputato e senatore, Ministro delle riforme del federalismo (le solite razzate leghiste), Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Col suo carico di carichi (gioco di parole) pendenti è stato anche membro della Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni dal 22 luglio 1999 al 10 giugno 2001. Cioè, chi si occupava della giustizia e dei diritti dei cittadini nel 1999-2001 adesso è stato oggetto di un ordine di carcerazione per vilipendio al Presidente della Repubblica.

Ha fatto parte di quel gruppo di politici di centro-destra che hanno amministrato e governato il Paese negli anni del non ancora terminato berlusconismo. E, come già accaduto per Berlusconi, adesso deve scontare una pena. Fa parte di quel gruppo di politici di spicco  per i quali si stanno lentamente aprendo le porte del carcere (o dei servizi sociali, si veda il caso). E’ solo questione di tempo. Una generazione politica formata da individui per cui la giustizia ha comminato la galera condannando così non già un gesto isolato e occasionale (può succedere a tutti una diffamazione o un vilipendio del capo dello Stato sotto forma di critica apparente, i social network ne sono pieni), ma la logica stessa che sottende e ha sotteso alla loro opera governativa. Non si è condannato un uomo o un politico, si è chiesto il carcere per un simbolo, peraltro tragicamente presente nella compagine governativa attuale.

Ma per l’informazione ufficiale italiana tutto questo conta poco, anzi, pochissimo.

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Venga a prendere il caffè da noi…

Napolitano, nella sua ultima visita a Poggioreale ha promesso un messaggio alle Camere sui  temi dell’indulto e dell’amnistia. Si è bevuto un bel caffè (pure ‘n carcere ‘o sanno fa’!)  coi detenuti e poi se n’è scappato perché l’attendeva la crisi del Governo Letta, che non è  mai stata crisi davvero.

Non ho mai negato la mia posizione favorevole all’indulto in primo luogo (che non cancella i  reati) e all’amnistia, anche in combinato. Per le condizioni disumane in cui versano le  nostre carceri (“chiste so’ fatisciente, pe’ ‘cchist’e fetiente se tengono l’immunità!“) e  perché il sistema penale italiano è un monolite che non ha mai cambiato faccia mentre la società muta e non vede più certi comportamenti come reati.

Quindi indulto sì, amnistia probabilmente, ma anche e soprattutto depenalizzazione,  sfoltimento dei processi, nuova visione del crimine da parte delle leggi e dei codici.

Non è possibile che si rischi la galera per diffamazione, non è possibile andare in carcere perché si è craccato un software e lo si è dato a un amico, o si è cancellato il timbro del biglietto dell’autobus e lo si è obliterato un’altra volta.

Riscrivere le regole prima di ogni altra cosa, quindi. E fare in modo che tutto questo non  appaia come in grande salvacondotto a favore di Berlusconi.

A questo proposito Napolitano ha detto che «Quelli che, come i grillini, mi accusano di  volere un’amnistia pro-Berlusconi sono persone che fanno pensare a una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano dei problemi della gente e del Paese».

Che crema d’Arabia ch’è chistu caffè!

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Il privilegio di studiare in una scuola più sexy

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato: «All’inizio dell’anno scolastico capita di affrontare la scuola con riluttanza, perfino come un pesante dovere, ma la scuola, il poter studiare è soprattutto un privilegio». Che strano, io pensavo che fosse un sacrosanto diritto riservato a quanti volessero dare voce e realizzazione alle proprie ispirazioni individuali. Ma forse mi sbaglio.

Il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, a sua volta, ha affermato: “Dobbiamo rilanciare una scuola che sia più attraente… più sexy. Sarebbe necessario lanciare la Costituente dell’istruzione”. Una scuola sexy?? Com’è una scuola sexy??? Cosa si deve fare in una istituzione degna dell’aggettivo “sexy”? Si deve sculettare? Si deve ballare sulla colonna sonora di “9 settimane e mezzo” sulla cattedra? Si programmeranno corsi intensivi di seduzione per gli insegnanti come aggiornamento??

E i ragazzi? Un articolo di Flavia Amabile su “La Stampa” chiarisce che, seguendo una ricerca dell’Università Milano Bicocca, “più sono connessi [si intende alla rete] meno studiano”. Ah sì?? Davvero??? E io che pensavo che a stare su Facebook tutto il giorno a scambiarsi micini e bacini si diventasse dei profondi conoscitori dei “Paralipòmeni della Batracomiomachia” di Leopardi, o anche in grado di dissertare con una certa disinvoltura sul bosone di Higgs o sulle tendenze dell’economia sociale di mercato. E invece NON studiano o studiano di meno o studiano pochissimo. Ma questo lascia stupiti. Non ce lo saremmo proprio mai aspettato. Anzi, in genere usano il web per accedere a siti di interesse spiccato ed evidente (generalmente a luci rosse), strano che non imparino qualcosa.

Beh, certo. Con una scuola sexy…

[Questo è l’ultimo articolo sulla scuola che scrivo per un bel po’ di tempo]

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Gratias agimus tibi

Dunque, si parla ancora di grazia.

La nota che il Quirinale ha diffuso ieri, contenete la presa di posizione di Napolitano di fronte a un possibile provvedimento di clemenza nei confronti della sentenza passata in giudicato per Silvio Berlusconi, pur redatta in forma ineccepibile, si presta a una serie di interpretazioni possibili.

I punti sono:

a) Per concedere la grazia o la commutazione della pena c’è bisogno di una domanda. Il Presidente può concederla anche di sua iniziativa, ma prassi e giurisprudenza gli impongono prudenza (“E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del c.p.p.”). Quindi, quanto meno che Berlusconi firmi una domandina in cui riconosce la sentenza e la pena inflittagli;

b) Il Governo Letta non si tocca (“Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso. Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza – del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili.”)

c) Berlusconi può continuare ad essere leader di una formazione politica (“toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno”).

d) Niente elezioni anticipate (“Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere.“)

In fondo non è nulla di così inaccettabile, su. Che, poi, la grazia potrebbe venire richiesta o eventualmente concessa anche in assenza di esecuzione della pena è un’anomalia del tutto italiana. E probabilmente un’altra puntata della serie. Stay tuned.

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Colpo di grazia

Brunetta e Schifani saliranno al Quirinale, forse già domattina, con le dimissioni dei deputati dei loro gruppi firmate in tasca, per chiedere la grazia per Berlusconi al Capo dello Stato. Atteggiamento senza dubbio di interlocuzione e conciliazione.

Bondi ha detto che o si va a un provvedimento di clemenza istituzionale o si paventa la guerra civile. Rassicurante.

In Italia l’istituto della grazia è regolamentata dall’articolo 681 del codice di procedura penale.

Come direbbe il nostro ultrafelede Baluganti Ampelio, “O cosa ci sarà scritto”? Andiamo a vedere almeno il comma 1:

“La domanda di grazia, diretta al Presidente della Repubblica, è sottoscritta dal condannato o da un suo prossimo congiunto o dal convivente o dal tutore o dal curatore ovvero da un avvocato o procuratore legale ed è presentata al ministro di grazia e giustizia.”

Bondi, Brunetta e Schifani non sono né tutori né prossimi congiunti di Berlusconi, cosa ci vanno a fare?
Vanno, evidentemente, a sollecitare la concessione di una grazia motu proprio da parte di Napolitano. Certo, Napolitano lo può fare. Può, cioè, in linea teorica, concedere la grazia a Berlusconi o a chiunque altro anche senza che l’interessato la chieda.
Ma occorrerebbe, comunque, un’istruttoria. Non è che Napolitano conceda la grazia random!

C’è un’altra cosa molto interessante da osservare. La concessione è causa di estinzione della pena e non del reato.
Vuol dire che la colpevolezza di Berlusconi, ormai, è assodata e giudicata, non si mette in discussione.
Il massimo che la delegazione quirinalizia può ottenere è che Berlusconi non sconti la sua pena residua ai domiciliari o in affidamento in prova ai servizi sociali (o in carcere, se lo preferisce), ma non che venga cancellato il “marchio d’infamia” che grava su di lui, e di cui la stampa e l’informazione internazionale stanno parlando.
Le pene accessorie (cioè la famigerata interdizione dai pubblici uffici) sono cancellate solo se il provvedimento lo stabilisce espressamente.

Di che cosa stanno parlando?

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La terra degli oranghi

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Sul caso Calderoli-Kyenge sta succedendo l’inverosimile. E l’inverosimile è che nessuno chiama più le cose con il loro nome, limitandosi a un constatazionismo da paura.

L’ha paragonata a un orango. E poi ha detto: “Il mio è un giudizio estetico e non politico”. Cazzo, ma è un’aggravante, non un’attenuante. Vuol dire che non si è messo sul piano delle idee a criticare una persona nel merito di quello che dice ma ha fatto un paragone inqualificabile volendo dare un “giudizio estetico”. Ma paragonare estericamente una persona a un orango NON è un giudizio estetico, è un’offesa bella e buona.

Calderoli, del resto, aveva già detto che in fondo quella “battuta” (anche qui si noti il linguaggio fine e delicato) l’aveva fatta in un comizio. E quindi? Vuol dire forse che in un comizio una offesa cessa di essere offesa e diventa automaticamente battuta per il fatto di essere contemplata nell’alterco politico? Non mi pare proprio.

Letta, d’altra parte a pregato Maroni di intervenire, pena il caos. Ma non ho capito, perché Maroni? Letta non è forse il Presidente del Consiglio dei Ministri? Glielo dica lui a Calderoli, che oltretutto è anche vicepresidente del Senato. Ha proprio paura di chiederne le dimissioni, che deve far portare il suo pensiero al destinatario da qualcun altro?

Salvini, dal canto suo dice a Napolitano di tacere (che è meglio), perché lui si INDIGNA con la maiuscola con chi si indigna con la minuscola. Un ricorso stilistico niente mali per far vedere che c’è una indignazione di serie A (la sua) e una di serie B (quella del Presidente della Repubblica). Indignazione mangia indignazione e anche per Salvini quella di Calderoli è una battuta, eh, beh, ci mancherebbe altro.

Cappi di Forza Nuova a Pescara e l’assessore veneto Stival che dice che quello offeso è stato l’orango, completano la disgustosa e melmosa kermesse di rimpalli di responsabilità, precisazioni, scuse, atti formali e dispettucci vari. Del resto in Italia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ma nessuno ha mai pensato di dire che quelle parole non si cancellano con delle scuse formali, arrampicandosi sui rami di un ragionamento per affermare quello che non si può affermare, perché a pronunciarle, oltre che a un membro di un partito è anche ma SOPRATTUTTO il vicepresidente del Senato. C’è da chiedersi, al di là di ogni retorica spicciola e di ogni falsa solidarietà alla Kyenge (sui social network ne è apparsa molta, e sinceramente disgustosa almeno quanto le parole che hanno generato tutto questo cancan) se Calderoli non sia indegno di proseguire il suo mandato istituzionale non tanto e non solo perché ha paragonato un ministro della repubblica a un orango, ma anche e in particolare perché non può più fornire quella serenità e quell’affidabilità necessarie, assieme all’equilibrio indispensabili per presiedere una seduta. Pensate solo un attimo se la Kyenge dovesse riferire al Senato e fosse proprio Calderoli a presiedere.

Inutile, non lo vediamo. E stai a vedere che gli oranghi siamo noi!

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Bersani: “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Pierluigi Bersani ha pronunciato la fatidica frase “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Già, perché se l’avesse fatta, poi avrebbe dovuto rinunciare al rimborso elettorale e avrebbe dovuto dimezzare le entrare dei parlamentari del suo gruppo e questo, si sa, non è bello.

Magari gli sarebbe perfino toccato di votare Rodotà col rischio di vederlo eletto Presidente della Repubblica. O di votare l’ineleggibilità di Berlusconi e non ritrovarselo come alleato di governo.

Beh, certo, non è mica matto!

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Il “nuovo” che avanza: Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica

Nel 2006, a poche ore dall’elezione di Giorgio Napolitano al suo primo mandato presidenziale, raffazzonai alla bene e meglio questa foto che ritraeva l’ex Presidente Giovanni Leone, napoletano, in uno dei suoi gesti più caratteristici, giocando sulla troppo facile analogia tra “napoletano”, “napulitano” e “Napolitano”. Una cretinata.

Oggi tutto si è capovolto, stiamo assistendo a una commedia degli orrori, non c’è proprio nessuna voglia di ridere, ma che dico, di fare anche una sola macchietta su ciò che è accaduto.

L’elezione al secondo mandato di Napolitano, lo sappiamo benissimo, prolunga la presidenza di Re Giorgio ancora per uno, massimo un paio d’anni. Il Presidente della Repubblica è nel pieno dei suoi poteri per sette anni, cos’è questo inciucio per un Presidente della Repubblica a tempo determinato? Quali sono i termini che montiani, berlusconiani e bersaniani hanno pattuito, novelli camminatori verso la Canossa quirinalizia, quando sono saliti al colle per piangere la totale sconfitta del PD -o sghignazzarci sopra, si veda il caso- capace solo di bruciare le candidature di Marini e di Prodi, implorando Napolitano di restare quel tanto che basta? Già, ma che basta a far che?

Una cosa è certa, l’accordo finirà, prima o poi, con il ridare il paese in mano a Berlusconi. E stavolta sarà la stangata finale.

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Il Governo Monti è appeso a un filo

Il Governo Monti è appeso a un filo.

Ieri Corrado Passera aveva dichiarato ad “Agorà” che «Qualunque segnale che faccia pensare all’estero che l’Italia torni indietro invece che fare passi avanti è controproducente» e che «Non posso entrare nelle dinamiche dei singoli partiti ma come Italia dobbiamo dare la sensazione che il Paese va avanti. Tutto ciò che può fare immaginare al resto del mondo, ai nostri partner, che si torna indietro non è bene per l’Italia».

Un riferimento un po’ velato ma abbastanza chiaro alla (ri)discesa in campo di Berlusconi. Del resto l’intervistatore gli aveva fatto una domanda diretta.

Il PDL ha staccato la spina, passando dalla maggioranza all’astensione (nuova funzione politica di cui non conoscevo l’esistenza, pensavo che l’astensione fosse una possibilità di voto, non di coalizione politica, per quelle bastano la maggioranza e l’opposizione). Per cui, pur non facendo mancare la maggioranza parlamentare, il PDL non vota e il governo perde la maggioranza assoluta. Della serie “Noi ci siamo, ma occhio che se ti votano contro poi sono affari tuoi”.

Ha dell’incredibile il commento dl Presidente dei Senatori PD Angela Finicchiaro: «Se il principale partito della strana maggioranza che sostiene Monti non vota la fiducia, e lo fa in modo irresponsabile, in un momento delicatissimo per il Paese, vuol dire che il governo non ha più la maggioranza. Cosa succede in questi casi? Credo che Monti dovrebbe recarsi al Quirinale».

Allora, intanto diciamo che in questa “strana maggioranza” il PD c’è dentro fino al collo (non mi pare che il PD abbia mai costituito una vera e propria opposizione nel Paese) e se il Governo Monti dovesse andare al Quirinale (la Finocchiaro non ci dice a fare che cosa: a rassegnare le dimissioni? A conferire col Capo dello Stato per decidere il da farsi?? A prendere un caffè??? Dio mio come sono complicati i parlamentari quando vogliono dare per scontato quello che scontato non è!!)

E chi è che sta spianando la strada al ritorno di Berlusconi spingendo Monti a recarsi al Quirinale?

Per ora il PD non ce la sta facendo. Il Governo Monti cadrà sull’incandidabilità dei condannati.

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Ascesa e tramonto arancione di Antonio Ingroia

Il volto del Pubblico Ministero Antonio Ingroia campeggia su un banner pubblicitario del neo-nato “Movimento Arancione”. Che, da quello che ho capito dovrebbe essere un movimento che raccoglie alcuni esponenti e militanti dell’ormai trascorsa formazione di “Rifondazione Comunista”.
Insomma, i rossi diventano arancioni. Sbiadendosi quel tanto che basta. Del resto, come diceva il Poeta, “Si muore un po’ per poter vivere”.

Dunque Ingroia. Non candidato premier (qualcuno lo vorrebbe tale, ma non ci sono ancora notizie ufficiali in proposito), ma certamente testimonial di un movimento. Il solco della scia di Beppe Grillo viene imitato da molti, evidentemente. Qualcuno ci mette la faccia, il nome, l’immagine, la credibilità, l’esperienza. Per fare andare avanti altri, magari giovani, magari pieni di speranze, di scarsa preparazione politica ma di onestà di fondo. In breve, nulla di nuovo sotto il sole.

Ora, il banner evidenzia frasi come “Io sarò con voi” che hanno un suono e un retrogusto vagamente religioso.

C’è una sorta di odore di santificazione di un magistrato, e sono pienamente convinto che ergere un magistrato a vessillo della battaglia politica sia una sconfitta sia per la magistratura che per la politica. Soprattutto è una sconfitta per quella divisione e separazione dei poteri dello stato che dovrebbe essere uno dei cardini della nostra democrazia.
Non tanto dal punto di vista fattuale (un magistrato può sempre mettersi in aspettativa mentre svolge il suo mandato parlamentare, e non esercitare per quel periodo) quanto da quello dell’opportunità: un magistrato potrebbe, da parlamentare, proporre o modificare delle leggi che, poi, una volta cessato il mandato, applicherà nell’esercizio della sua diversa e separata funzione.

Non è il caso di Ingroia, se è vero che non si candiderà.
Anche perché immagino che il Dottor Ingroia in questo momento abbia altri problemi. La Corte Costituzionale ha accolto l’eccezione presentata dal Presidente della Repubblica sulle intercettazioni telefoniche a cui Napolitano è stato sottoposto in maniera casuale, a proposito della cosiddetta trattativa Stato-Mafia.
Facendo parte Ingraia della Procura della Repubblica indagante e a cui la Consulta ha dato torto, mi pare che una sentenza di questo genere non giochi particolarmente a favore dell’immagine politica di Ingroia.
Si tratta di un nodo centrale che non può e che non deve essere sciolto.

Perché delle due l’una:
a) o Ingroia e la Procura (che, immagino, avranno avuto modo di difendersi compiutamente e adeguatamente, nonché di ribadire le proprie posizioni) sono stati sconfessati nel merito delle loro argomentazioni, e questa è democrazia;
b) o si dovrebbe presumere uno scenario di fantagiustizia, secondo il quale i poteri dello stato sarebbero dominati e soggiogati da una volontà superiore che ne influenzerebbe (il condizionale è d’obbligo) decisioni e pensieri.

Invece no, viviamo in uno stato di diritto. E secondo questo stato di diritto Ingroia ha torto. Io stesso volevo e avrei voluto che i testi di quelle intercettazioni venissero pubblicati. Ma io sono un privato (e provato!) cittadino che esprime le sue opinioni, Ingroia fa parte di una delle parti in causa e si pone (o viene posto) come modello politico in un arancione, che assume la colorazione del tramonto prima ancora dell’alba.

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La deformazione del Caso Sallusti

Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
Se lo stanno cercando gli avvocati difensori di Sallusti, assieme ai legali rappresentanti della parte offesa, possono farlo e va bene. Dovrebbe essere, quella della trattativa, una fase delicata che non abbisognerebbe di pubblicità fino al momento in cui non è andata a buon fine, ovvero fino a quando il risarcimento non sarà versato al querelante nelle forme e nei modi che sono stati pattuiti.

Questo va bene. Non è una cosa anomala, anzi, è perfettamente legale. Non ci si difende dalla galera solo nel processo, ma ci si difende anche fuori dal processo, quando è possibile. E in questo caso è possibile.

Quello che invece no, non va bene per niente, è il coro di quanti, senza essere difensori di Sallusti, esternano sull’argomento rilasciando dichiarazioni che, nel migliore dei casi lasciano indifferenti o addirittura pietrificati.

Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha scritto su Twitter: «Il presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione».
E’ una frase neutra. E, come tale, soggetta a varie interpretazioni.
Cosa vuol dire che il Presidente della Repubblica “segue il caso”? E cosa significa, soprattutto, che “si riserva di acquisire tutti gli atti di valutazione?
Gli atti di valutazione ci sono già, li ha emessi la magistratura alla fine di due giudizi di merito, al termine dei quali  è stata emessa una condanna, secondo la quale Sallusti dovrà andare -ed è triste- in carcere e con motivazioni già depositate e pubblicate (quindi consultabili da chiunque).
Non mi risulta che per nessun cittadino italiano indagato e/o condannato per diffamazione sia mai stata diramata una nota da parte del portavoce del Quirinale.
Perché quand’anche il cittadino qualunque si rivolgesse al Capo dello Stato ne avrebbe una risposta diplomatica ma vera: “abbia fiducia nel lavoro della magistratura ed eserciti fino in fondo il suo imprescindibile diritto di difesa. Altro che acquisire “tutti gli elementi utili di valutazione”!

Ora, però, si dà il caso che il cittadino Sallusti sia anche un giornalista (non un blogger, non una persona che abbia in maniera maldestra o sprovveduta offeso l’onore e la reputazione di qualcuno perché mossa da un istinto di rabbia su un forum, su Facebook, su un newsgroup o altrove), e che stia per andare in carcere.
Era stato lo stesso Sallusti a sollecitare un intervento autorevole, con una dichiarazione al TG de “la 7” di Enrico Mentana: “mi preoccupa il silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda.”
La palla fu presa al balzo dal deputato Mario Adinolfi che ha a sua volta chiesto un intervento del Presidente della Repubblica. A quale gruppo parlamentare è iscritto il deputato Adinolfi? Al Partito Democratico.

Io penso che su questa vicenda non si sia detto nulla a qualunque livello istituzionale e non si dovrebbe dire molto (ma invece si dice fin troppo) per il semplice fatto che chi aveva qualcosa da dire (cioè la magistratura inquirente, il GIP, il GUP prima, e la magistratura giudicante poi) lo ha già detto.
E’ pieno diritto del Presidente della Repubblica esprimere una sua opinione o un suo auspicio in merito.
Ma si fa quello che dice la Magistratura e solo quello che dice la Magistratura, altrimenti lo Stato di diritto va a pallino, si creano cittadini di serie A e di serie B, e il principio cardine che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge finirebbe, di fatto, con l’essere il piede di porco con cui viene scassinato lo stato di diritto.
E, ancora una volta, può il privato cittadino, incriminato per la stessa causa, andare su un TG a diffusione nazionale e meravigliarsi del silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo, quando il Governo è un potere dello Stato completamente indipendente dal potere esercitato dai magistrati?
Risposta: no, non può. Perché il privato cittadino non fa notizia. Sallusti sì.

Le sentenze e la loro pericolosità sulla libertà di opinione e di critica (libertà suprema) non sono tali se non fanno notizia. E fanno notizia solo quando riguardano i giornalisti, perché sono loro quelli che hanno il coltello dell’informazione dalla parte del manico.

Sallusti, dunque, potrebbe andare in carcere. Già, ma in Italia non è che si va in carcere così a casaccio, anche se si è stati condannati a 14 mesi di reclusione. Esiste la sospensione condizionale della pena che viene concessa o non concessa, secondo un articolo del Codice Penale, il 133.
Chissà che cosa dirà l’articolo 133 del Codice Penale? Andiamo un pochino a vedere cosa c’è scritto:
“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato, desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:
1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

Può darsi, dunque, che Sallusti abbia dei precedenti penali specifici. Non dovrebbe stupire, visto che un direttore di giornale viene chiamato spesso a rispondere delle affermazioni suppostamente diffamatorie da lui scritte e pubblicate direttamente, o come responsabile della testata. E che il cumulo di eventuali condanne con quella che pende in Cassazione  abbia fatto scattare il superamento dei 24 messi, per cui si applicano le misure detentive (carcere, arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali). E’ una ipotesi, non una certezza.
Sallusti in una sua dichiarazione ha affermato “Non ho prece­denti penali” (cfr. Sallusti, “La verità sul mio arresto”, il Giornale, 23/09/2012).
Wikipedia, alla voce “Alessandro Sallusti” scrive: “Il caso ha suscitato l’interesse dell’FNSI in quanto, essendo stato Sallusti precedentemente condannato per un caso simile, dovrà certamente scontare la pena comminata.”
Io non so chi dei due abbia ragione, ma so che delle due l’una.
E’ possibile, dunque, che Sallusti possa reiterare il reato? La sentenza di appello dice di sì, sulla base di quell’obbligo che ha il giudice di valutare la “capacità a delinquere del colpevole”. E’ una motivazione condivisibile? Non è condivisibile?? Certo, le sentenze si possono criticare, ma non dubito che gli avvocati di Sallusti lo abbiano fatto presente in sede di ricorso in Cassazione.

Nel frattempo tutti i difensori di Sallusti trasversali allo schieramento politico costituzionale, e difensori nell’arena dell’opinione pubblica e non nelle aule di giustizia, insistono su un concetto palesemente e consapevolmente falso: il fatto che Sallusti abbia commesso un reato di opinione.

Il primo a scrivere una cosa del genere è Antonio Di Pietro. Ora, Antonio Di Pietro è un ex pubblico ministero. Dovrebbe conoscere, e di fatto conosce a menadito, il Codice Penale. Quindi sa certamente che il reato di diffamazione a mezzo stampa non è un reato di opinione, ma è un reato contro la persona. Fa parte del capo II del titolo che riguarda proprio i reati contro la persona. Non è un’opinione, c’è proprio scritto sul Codice Penale. Basta leggerlo. E Di Pietro lo ha letto mille volte.
Sul suo blog Di Pietro scrive: “Incredibile ma vero, io difendo Sallusti. Nella mia vita mai mi sarei immaginato di dover difendere un giorno Alessandro Sallusti, uno dei capofila del giornalismo berlusconiano, che io reputo il peggior giornalismo che ci sia.” E va beh, accettiamo la captatio benevolentiae voltairiana che caratterizza l’incondizionata adesione alla difesa di Sallusti che non risparmia neanche Di Pietro.
Ma proseguiamo: “Certo, il caso è diverso quando si tratta di persone che non fanno del giornalismo ma solo attività di dossieraggio. Lì non si tratta più di reato d’opinione o di libertà di informazione ma di associazione a delinquere, e quelli sì che in galera ci devono andare. Ma finire in carcere per reati d’opinione quello mai.” Sul fatto che la diffamazione non è un reato di opinione ho già detto. Quanto all’associazione a delinquere, anche qui c’è da dire che si tratta di una condotta che prevede almeno la partecipazione e l’accordo di tre persone, per cui il sensazionalismo evocato da questa ipotesi di reato mi sembra quanto meno fuori luogo.
Qual è la proposta di Di Pietro? “noi dell’Italia dei Valori sul caso Sallusti, non solo abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare a risposta immediata per mercoledì prossimo, ma proponiamo anche una legge per abolire la pena detentiva sic et simpliciter. Se il governo non ritiene di doverlo fare, possiamo farlo noi in commissione Giustizia come sede deliberante e, in ogni caso, può intervenire il capo dello Stato con un provvedimento di grazia”

L’abolizione della pena detentiva non basta. Occorre depenalizzare la diffamazione. Punto.
Non è sufficiente che una persona non rischi più il carcere. Non deve nemmeno rischiare un processo.
Deve essere velocizzato il procedimento civile (anche mediante il tentativo di conciliazione previa già in vigore) e in quella sede deve essere liquidato il danno.
L’Italia dei Valori in questo senso è lontana anni luce dal trovare una risposta soddisfacente all’abnormità della normativa in tema di diffamazione (a mezzo stampa o no che sia), ma, soprattutto, si muove solo quando a rischiare il carcere sono i giornalisti di grandi testate, quando il caso diventa talmente eclatante da non permettere più di perdere tempo nemmeno al politico che ha intrapreso un gran numero di cause contro Sallusti.
La grazia del Capo dello Stato? E’ una soluzione. Intanto dobbiamo vedere se Sallusti andrà in galera o no. Se ci andrà bisognerà vedere anche se sarà disposto a chiederla la grazia. Ma sia chiaro che il provvedimento di grazia non escluderebbe l’eventuale colpevolezza di Sallusti se domani la sua sentenza fosse confermata dalla Cassazione.

Si riformi la diffamazione, dunque, e lo si faccia presto.
Ma non si sottragga al cittadino Sallusti e ai cittadini italiani lo Stato di diritto in corso d’opera.
Sono d’accordo per tutti i provvedimenti consentiti dalla legge per ridare la libertà al cittadino Sallusti (primo fra tutti l’affidamento in prova ai servizi sociali). Non sono d’accordo con l’adozione di provvedimenti che sembrerebbero, questi sì, “ad personam” proprio nel momento in cui da una parte si sta svolgendo una trattativa e dall’altra la Cassazione deve dare il suo sereno parere. 

Aggiornamento delle 19:47:

Repubblica” riporta la notizia che la trattativa non stia andando a buon fine e che Sallusti rischi seriamente il carcere.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Panorama

Screenshot da ilfattoquotidiano.it

La misura è ormai colma.
Dovrebbe essere davvero l’ora dell’indignazione nei confronti di un sistema informativo becero e logoro di strali, di attacchi, di accuse e di controaccuse che non fanno altro che distogliere l’opinione pubblica dalla verità e dal bene più prezioso di cui si possa disporre, la conoscenza.

“Panorama” ha pubblicato la notizia secondo cui in alcune intercettazioni, non ancora sbobinate né trascritte, riguardanti Nicola Mancino in qualità di testimone, e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (intercettato non come soggetto di indagine, ma è logico che se io telefono o ricevo una telefonata da un soggetto sottoposto a intercettazione o indagine automaticamente sono intercettato anch’io), il Capo dello Stato avrebbe usato espressioni fuori dalle righe nei confronti di Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro (che ha già detto di volercisi fare sopra mezzo bicchiere, beato lui!) e parte della magistratura.

Ora, sicuramente:
a) queste intercettazioni non sono a disposizione delle parti perché, in quanto non ancora trascritte, sono a disposizione solo dei PM e della procura;
b) parrebbe che queste intercettazioni non contengano niente di “penalmente rilevante”. O, almeno, di rilevante ai fini dell’inchiesta per le quali sono state acquisite;
c) negli articoli pubblicati da “Panorama” non c’è traccia di un virgolettato, di un documento riportato, di una frase contenuta nelle intercettazioni di cui si parla, di un documento, fosse anche acquisito in modo illecito (ci sono fior di giornalisti che sono campioni della violazione del segreto istruttorio, lo ha spiegato questa mattina su Radio Tre il direttore di Panorama su “Tutta la città ne parla”). Insomma, non si riportano prove.

Quindi, la prima cosa che si deve fare (che lo faccia “Panorama” o qualsiasi altro quotidiano o periodico) è tirare fuori i documenti. C’è il segreto istruttorio? Benissimo, o i giornalisti lo vìolano, come accennato sopra e se ne assumono la responsabilità, o attendono che quelle intercettazioni diventino pubbliche con la notifica della copia degli atti di indagine alle difese e alle eventuali parti civili.

E’ una notizia non documentata. Non si fa. Non davanti a fatti di tale interesse e rilevanza per la pubblica opinione.

D’altro canto il Quirinale ha scelto, davanti a una notizia non documentata, di esporre una vibrante protesta in una nota in cui si afferma che il Capo dello Stato non è ricattabile. Se da una parte la pubblicazione da parte di “Panorama” appare come una “accusatio manifesta” ma senza prove, la nota del Quirinale sembra una “excusatio non petita” ma senza accuse. Proprio perché l’accusa non è supportata e non si vede il motivo di una autodifesa preventiva, nel momento in cui una stampa scarsamente attenta alle fonti e ai documenti fornisce notizie generiche e non circostanziate.

Comunque sia, non è detto che siccome una notizia non sia documentata non sia anche vera. Voglio dire, tutto quello che si può rimproverare a “Panorama” (e non è poco) è la mancanza di documenti. Ma non il fatto di aver necessariamente pubblicato una notizia falsa solo perché quei documenti sono mancanti. Può essere una notizia frammentaria, incompleta, errata per certi aspetti, ma non necessariamente e obbligatoriamente falsa.

E allora, indipendentemente dal fatto che quelle intercettazioni vadano distrutte o meno (e ci vorrà il parere di un GIP, ovvero la sentenza di un giudice terzo), ma soprattutto indipendentemente dal fatto che contengano o meno fatti penalmente rilevanti, dobbiamo smetterla con questa storia del penalmente rilevante!) se effettivamente Napolitano avesse parlato male di Di Pietro e se quest’ultimo l’avesse presa a ridere bevendoci sopra, non ci sarebbe fatto penalmente rilevante finché non ci fosse una querela da parte della persona offesa. O finché il linguaggio usato fosse l’espressione di una opinione personale, che anche e soprattutto il Capo dello Stato ha diritto ad avere.

Ma “penalmente non rilevante” non significa “eticamente accettabile”.

E allora che l’opinione pubblica sappia. E sappia presto.

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Dichiarazioni estive di Di Pietro e Casini

Antonio Di Pietro e Pieferdinando Casini

Di Pietro ha affermato, in un’intervista al “Fatto Quotidiano” di oggi, che nei confronti di Napolitano “fossi ancora pm chiederei una condanna politica”.

Ipotesi quanto meno bizzarra perché:
a) i pm non chiedono condanne politiche, chiedono condanne tout-court e l’applicazione delle pene relative;
b) Di Pietro non è più un pm per sua scelta;
c) Di Pietro si dimentica che le condanne politiche le può chiedere proprio ora che è un politico.

Al contempo Casini, parlando di Ingroia ha dichiarato: “sicuramente è il giudice più imparziale del mondo, ma io tra le mie mura domestiche ho il diritto di dire quello che penso” e “Se dovessi essere giudicato da Antonio Ingroia avrei qualche preoccupazione in più”.

Ora, il punto è che Ingroia non è un giudice e, come tale, non giudica, ma chiede a un giudice terzo di emettere delle condanne (o anche delle assoluzioni, se del caso).
E Casini, finché non commette reato ha il diritto di dire quello che pensa nonsolo tra le sue mura domestiche, ma anche fuori. Solo che, come tutti, può essere tranquillamete criticato per quello che dice.

Piccoli esempi di politica estiva spicciola.

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Lo sbando totale a 20 anni dalla morte di Paolo Borsellino

Paolo Borsellino - da it.wikipedia.org

Oggi ricorrono 20 anni dalla Strage di Via D’Amelio in cui morì Paolo Borsellino.

Stamattina alla radio sentivo una sorta di pietosa e pietistica “gara a tifare” il giudice dell’agenda rossa o Giovanni Falcone. Come la gente che tifava Bartali o Coppi. Personalmente avrei scelto Coppi, così come scelgo Giovanni Falcone, ma il punto è che davanti a uomini di questa caratura civile e morale bisogna soltanto togliersi il cappello e restare in silenzio.

Ma c’è un clima troppo grave, troppo morboso e troppo ammorbante nel paese per onorare degnamente questi due uomini. C’è un’inchiesta della magistratura sulle trattative Stato-mafia. Alcuni dei magistrati che le conducono, in particolare uno, il Pubblico Ministero Antonino Ingroia è esposto, per le sue esternazioni di pensiero e la sua posizione politica (legittima) al giudizio della pubblica opinione. Dall’altra pesa come un macigno la decisione del Capo dello Stato di sollevare il conflitto di attribuzioni dei magistrati di Palermo innanzi alla Consulta. Rita Borsellino parla di “schiaffo agli italiani”, c’è un giornale, un quotidiano che ha fatto delle intercettazioni non ancora distrutte dei colloqui del Capo dello Stato una bandiera e un punto d’onore, mentre, dall’altra parte la politica ufficiale taccia qualunque critica da attacco deliberato contro il colle, e il resto della stampa sonnecchia, o, se proprio deve dare qualche notizia, sembra esserne addirittura scocciata.

Nessuna verità, nessuna certezza. E’ lo sbando. 

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Il diritto di critica non può escludere il Quirinale

Il diritto di critica è espressione diretta di quel diritto alla libertà di parola sancito dalla Costituzione.

Nessuno può essere esente dal diritto di esprimere una posizione critica, così come nessuno può essere esentato dall’essere oggetto (reale o potenziale) della critica stessa.

Diritto di critica non è diritto di diffamazione, anche se troppo spesso “critica” e “diffamazione” vengono confuse in un mix pericolosissimo.

E il diritto di critica non può, a maggior ragione, non riguardare atti, discorsi, pronunciamenti, dichiarazioni alla stampa e aspetti contenutistici di quello che fa il Quirinale, sia nella dimensione della Presidenza della Repubblica come istituzione, sia in quella del Presidente della Repubblica come persona.
Per il semplice fatto che non possono esistere nulla e nessuno, che non siano di un qualche pubblico interesse, su cui non si possa parlare. Esiste, questo è certo, il reato di vilipendio al Capo dello Stato. Ma stiamo parlando di diritti, non di reati (e di reati di opinione si tratterebbe).

Ora, quello della critica è l’esercizio di un’opinione. E le opinioni devono restare ben distinte dai fatti e dai dati che le hanno generate. Ma sono perfettamente legittime. Continua la lettura di “Il diritto di critica non può escludere il Quirinale”

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