Ordine di carcerazione per Umberto Bossi (e pena sospesa -per ora!-)

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La notizia è di quelle che sono passate in sordina negli ultimi giorni, relegata a pochissime righe in una pagina interna sui quotidiano nazionali, o a un minuscolo link sulle home page dei giornali on line. Umberto Bossi è stato raggiunto da un ordine di carcerazione dopo il passaggio in Cassazione che ha confermato la condanna a 1 anno e 15 giorni di reclusione per il trascolorato leader della Lega, colpevole (a questo punto lo si può dire!) di vilipendio al Capo dello Stato, per aver definiti l’allora Presidente della repubblica Napolitano un “terùn” facendo contemporaneamente un accenno di gesto delle corna.

Dopo la sentenza di Cassazione, la magistratura di Brescia ha chiesto e ottenuto un ordine di arresto per Bossi. Subito dopo, però, ha emesso un’ordinanza di sospensione della pena. Bossi dovrà scegliere in quale forma di detenzione scontare la pena (sostanzialmente se carceraria o domiciliare) o se vorrà optare per la libertà vigilata o per l’affidamento inm prova ai servizi sociali, tutte forme “alternative” per scontare una condanna tutto sommato mite ma esecutiva. Bossi ha svariati precedenti penali al suo attivo (se volete approfondire l’argomento potete guardare la voce a lui dedicata su Wikipedia, che sui morti e i precedenti penali è un vero e proprio portento, bisogna riconoscerlo) e questo, probabilmente, ha fatto sì che una condanna a solo un anno e mezzo, una volta passata in giudicato, diventasse esecutiva.

Ma non è stata ordinata la carcerazione per un mariuolo qualunque. E’ stata ordinata la carcerazione per Umberto Bossi, il Ministro del Welfare dei governi Berlusconi, di cui la Lega è stata alleata per interi lustri. Non è un cittadino comune a dover andare in galera (o, come in questo caso, usufruire delle forme alternative di espiazione della pena), Bossi è stato una figura centrale delle trascorse legislature. E’ stato deputato e senatore, Ministro delle riforme del federalismo (le solite razzate leghiste), Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Col suo carico di carichi (gioco di parole) pendenti è stato anche membro della Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni dal 22 luglio 1999 al 10 giugno 2001. Cioè, chi si occupava della giustizia e dei diritti dei cittadini nel 1999-2001 adesso è stato oggetto di un ordine di carcerazione per vilipendio al Presidente della Repubblica.

Ha fatto parte di quel gruppo di politici di centro-destra che hanno amministrato e governato il Paese negli anni del non ancora terminato berlusconismo. E, come già accaduto per Berlusconi, adesso deve scontare una pena. Fa parte di quel gruppo di politici di spicco  per i quali si stanno lentamente aprendo le porte del carcere (o dei servizi sociali, si veda il caso). E’ solo questione di tempo. Una generazione politica formata da individui per cui la giustizia ha comminato la galera condannando così non già un gesto isolato e occasionale (può succedere a tutti una diffamazione o un vilipendio del capo dello Stato sotto forma di critica apparente, i social network ne sono pieni), ma la logica stessa che sottende e ha sotteso alla loro opera governativa. Non si è condannato un uomo o un politico, si è chiesto il carcere per un simbolo, peraltro tragicamente presente nella compagine governativa attuale.

Ma per l’informazione ufficiale italiana tutto questo conta poco, anzi, pochissimo.

Venga a prendere il caffè da noi…

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Napolitano, nella sua ultima visita a Poggioreale ha promesso un messaggio alle Camere sui  temi dell’indulto e dell’amnistia. Si è bevuto un bel caffè (pure ‘n carcere ‘o sanno fa’!)  coi detenuti e poi se n’è scappato perché l’attendeva la crisi del Governo Letta, che non è  mai stata crisi davvero.

Non ho mai negato la mia posizione favorevole all’indulto in primo luogo (che non cancella i  reati) e all’amnistia, anche in combinato. Per le condizioni disumane in cui versano le  nostre carceri (“chiste so’ fatisciente, pe’ ‘cchist’e fetiente se tengono l’immunità!“) e  perché il sistema penale italiano è un monolite che non ha mai cambiato faccia mentre la società muta e non vede più certi comportamenti come reati.

Quindi indulto sì, amnistia probabilmente, ma anche e soprattutto depenalizzazione,  sfoltimento dei processi, nuova visione del crimine da parte delle leggi e dei codici.

Non è possibile che si rischi la galera per diffamazione, non è possibile andare in carcere perché si è craccato un software e lo si è dato a un amico, o si è cancellato il timbro del biglietto dell’autobus e lo si è obliterato un’altra volta.

Riscrivere le regole prima di ogni altra cosa, quindi. E fare in modo che tutto questo non  appaia come in grande salvacondotto a favore di Berlusconi.

A questo proposito Napolitano ha detto che «Quelli che, come i grillini, mi accusano di  volere un’amnistia pro-Berlusconi sono persone che fanno pensare a una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano dei problemi della gente e del Paese».

Che crema d’Arabia ch’è chistu caffè!

Il privilegio di studiare in una scuola più sexy

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Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato: «All’inizio dell’anno scolastico capita di affrontare la scuola con riluttanza, perfino come un pesante dovere, ma la scuola, il poter studiare è soprattutto un privilegio». Che strano, io pensavo che fosse un sacrosanto diritto riservato a quanti volessero dare voce e realizzazione alle proprie ispirazioni individuali. Ma forse mi sbaglio.

Il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, a sua volta, ha affermato: “Dobbiamo rilanciare una scuola che sia più attraente… più sexy. Sarebbe necessario lanciare la Costituente dell’istruzione”. Una scuola sexy?? Com’è una scuola sexy??? Cosa si deve fare in una istituzione degna dell’aggettivo “sexy”? Si deve sculettare? Si deve ballare sulla colonna sonora di “9 settimane e mezzo” sulla cattedra? Si programmeranno corsi intensivi di seduzione per gli insegnanti come aggiornamento??

E i ragazzi? Un articolo di Flavia Amabile su “La Stampa” chiarisce che, seguendo una ricerca dell’Università Milano Bicocca, “più sono connessi [si intende alla rete] meno studiano”. Ah sì?? Davvero??? E io che pensavo che a stare su Facebook tutto il giorno a scambiarsi micini e bacini si diventasse dei profondi conoscitori dei “Paralipòmeni della Batracomiomachia” di Leopardi, o anche in grado di dissertare con una certa disinvoltura sul bosone di Higgs o sulle tendenze dell’economia sociale di mercato. E invece NON studiano o studiano di meno o studiano pochissimo. Ma questo lascia stupiti. Non ce lo saremmo proprio mai aspettato. Anzi, in genere usano il web per accedere a siti di interesse spiccato ed evidente (generalmente a luci rosse), strano che non imparino qualcosa.

Beh, certo. Con una scuola sexy…

[Questo è l’ultimo articolo sulla scuola che scrivo per un bel po’ di tempo]

Gratias agimus tibi

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Dunque, si parla ancora di grazia.

La nota che il Quirinale ha diffuso ieri, contenete la presa di posizione di Napolitano di fronte a un possibile provvedimento di clemenza nei confronti della sentenza passata in giudicato per Silvio Berlusconi, pur redatta in forma ineccepibile, si presta a una serie di interpretazioni possibili.

I punti sono:

a) Per concedere la grazia o la commutazione della pena c’è bisogno di una domanda. Il Presidente può concederla anche di sua iniziativa, ma prassi e giurisprudenza gli impongono prudenza (“E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del c.p.p.”). Quindi, quanto meno che Berlusconi firmi una domandina in cui riconosce la sentenza e la pena inflittagli;

b) Il Governo Letta non si tocca (“Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso. Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza – del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili.”)

c) Berlusconi può continuare ad essere leader di una formazione politica (“toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno”).

d) Niente elezioni anticipate (“Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere.“)

In fondo non è nulla di così inaccettabile, su. Che, poi, la grazia potrebbe venire richiesta o eventualmente concessa anche in assenza di esecuzione della pena è un’anomalia del tutto italiana. E probabilmente un’altra puntata della serie. Stay tuned.

Colpo di grazia

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Brunetta e Schifani saliranno al Quirinale, forse già domattina, con le dimissioni dei deputati dei loro gruppi firmate in tasca, per chiedere la grazia per Berlusconi al Capo dello Stato. Atteggiamento senza dubbio di interlocuzione e conciliazione.

Bondi ha detto che o si va a un provvedimento di clemenza istituzionale o si paventa la guerra civile. Rassicurante.

In Italia l’istituto della grazia è regolamentata dall’articolo 681 del codice di procedura penale.

Come direbbe il nostro ultrafelede Baluganti Ampelio, “O cosa ci sarà scritto”? Andiamo a vedere almeno il comma 1:

“La domanda di grazia, diretta al Presidente della Repubblica, è sottoscritta dal condannato o da un suo prossimo congiunto o dal convivente o dal tutore o dal curatore ovvero da un avvocato o procuratore legale ed è presentata al ministro di grazia e giustizia.”

Bondi, Brunetta e Schifani non sono né tutori né prossimi congiunti di Berlusconi, cosa ci vanno a fare?
Vanno, evidentemente, a sollecitare la concessione di una grazia motu proprio da parte di Napolitano. Certo, Napolitano lo può fare. Può, cioè, in linea teorica, concedere la grazia a Berlusconi o a chiunque altro anche senza che l’interessato la chieda.
Ma occorrerebbe, comunque, un’istruttoria. Non è che Napolitano conceda la grazia random!

C’è un’altra cosa molto interessante da osservare. La concessione è causa di estinzione della pena e non del reato.
Vuol dire che la colpevolezza di Berlusconi, ormai, è assodata e giudicata, non si mette in discussione.
Il massimo che la delegazione quirinalizia può ottenere è che Berlusconi non sconti la sua pena residua ai domiciliari o in affidamento in prova ai servizi sociali (o in carcere, se lo preferisce), ma non che venga cancellato il “marchio d’infamia” che grava su di lui, e di cui la stampa e l’informazione internazionale stanno parlando.
Le pene accessorie (cioè la famigerata interdizione dai pubblici uffici) sono cancellate solo se il provvedimento lo stabilisce espressamente.

Di che cosa stanno parlando?

La terra degli oranghi

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Sul caso Calderoli-Kyenge sta succedendo l’inverosimile. E l’inverosimile è che nessuno chiama più le cose con il loro nome, limitandosi a un constatazionismo da paura.

L’ha paragonata a un orango. E poi ha detto: “Il mio è un giudizio estetico e non politico”. Cazzo, ma è un’aggravante, non un’attenuante. Vuol dire che non si è messo sul piano delle idee a criticare una persona nel merito di quello che dice ma ha fatto un paragone inqualificabile volendo dare un “giudizio estetico”. Ma paragonare estericamente una persona a un orango NON è un giudizio estetico, è un’offesa bella e buona.

Calderoli, del resto, aveva già detto che in fondo quella “battuta” (anche qui si noti il linguaggio fine e delicato) l’aveva fatta in un comizio. E quindi? Vuol dire forse che in un comizio una offesa cessa di essere offesa e diventa automaticamente battuta per il fatto di essere contemplata nell’alterco politico? Non mi pare proprio.

Letta, d’altra parte a pregato Maroni di intervenire, pena il caos. Ma non ho capito, perché Maroni? Letta non è forse il Presidente del Consiglio dei Ministri? Glielo dica lui a Calderoli, che oltretutto è anche vicepresidente del Senato. Ha proprio paura di chiederne le dimissioni, che deve far portare il suo pensiero al destinatario da qualcun altro?

Salvini, dal canto suo dice a Napolitano di tacere (che è meglio), perché lui si INDIGNA con la maiuscola con chi si indigna con la minuscola. Un ricorso stilistico niente mali per far vedere che c’è una indignazione di serie A (la sua) e una di serie B (quella del Presidente della Repubblica). Indignazione mangia indignazione e anche per Salvini quella di Calderoli è una battuta, eh, beh, ci mancherebbe altro.

Cappi di Forza Nuova a Pescara e l’assessore veneto Stival che dice che quello offeso è stato l’orango, completano la disgustosa e melmosa kermesse di rimpalli di responsabilità, precisazioni, scuse, atti formali e dispettucci vari. Del resto in Italia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ma nessuno ha mai pensato di dire che quelle parole non si cancellano con delle scuse formali, arrampicandosi sui rami di un ragionamento per affermare quello che non si può affermare, perché a pronunciarle, oltre che a un membro di un partito è anche ma SOPRATTUTTO il vicepresidente del Senato. C’è da chiedersi, al di là di ogni retorica spicciola e di ogni falsa solidarietà alla Kyenge (sui social network ne è apparsa molta, e sinceramente disgustosa almeno quanto le parole che hanno generato tutto questo cancan) se Calderoli non sia indegno di proseguire il suo mandato istituzionale non tanto e non solo perché ha paragonato un ministro della repubblica a un orango, ma anche e in particolare perché non può più fornire quella serenità e quell’affidabilità necessarie, assieme all’equilibrio indispensabili per presiedere una seduta. Pensate solo un attimo se la Kyenge dovesse riferire al Senato e fosse proprio Calderoli a presiedere.

Inutile, non lo vediamo. E stai a vedere che gli oranghi siamo noi!

Bersani: “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

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Pierluigi Bersani ha pronunciato la fatidica frase “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Già, perché se l’avesse fatta, poi avrebbe dovuto rinunciare al rimborso elettorale e avrebbe dovuto dimezzare le entrare dei parlamentari del suo gruppo e questo, si sa, non è bello.

Magari gli sarebbe perfino toccato di votare Rodotà col rischio di vederlo eletto Presidente della Repubblica. O di votare l’ineleggibilità di Berlusconi e non ritrovarselo come alleato di governo.

Beh, certo, non è mica matto!

Il “nuovo” che avanza: Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica

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Nel 2006, a poche ore dall’elezione di Giorgio Napolitano al suo primo mandato presidenziale, raffazzonai alla bene e meglio questa foto che ritraeva l’ex Presidente Giovanni Leone, napoletano, in uno dei suoi gesti più caratteristici, giocando sulla troppo facile analogia tra “napoletano”, “napulitano” e “Napolitano”. Una cretinata.

Oggi tutto si è capovolto, stiamo assistendo a una commedia degli orrori, non c’è proprio nessuna voglia di ridere, ma che dico, di fare anche una sola macchietta su ciò che è accaduto.

L’elezione al secondo mandato di Napolitano, lo sappiamo benissimo, prolunga la presidenza di Re Giorgio ancora per uno, massimo un paio d’anni. Il Presidente della Repubblica è nel pieno dei suoi poteri per sette anni, cos’è questo inciucio per un Presidente della Repubblica a tempo determinato? Quali sono i termini che montiani, berlusconiani e bersaniani hanno pattuito, novelli camminatori verso la Canossa quirinalizia, quando sono saliti al colle per piangere la totale sconfitta del PD -o sghignazzarci sopra, si veda il caso- capace solo di bruciare le candidature di Marini e di Prodi, implorando Napolitano di restare quel tanto che basta? Già, ma che basta a far che?

Una cosa è certa, l’accordo finirà, prima o poi, con il ridare il paese in mano a Berlusconi. E stavolta sarà la stangata finale.

Il Governo Monti è appeso a un filo

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Il Governo Monti è appeso a un filo.

Ieri Corrado Passera aveva dichiarato ad “Agorà” che «Qualunque segnale che faccia pensare all’estero che l’Italia torni indietro invece che fare passi avanti è controproducente» e che «Non posso entrare nelle dinamiche dei singoli partiti ma come Italia dobbiamo dare la sensazione che il Paese va avanti. Tutto ciò che può fare immaginare al resto del mondo, ai nostri partner, che si torna indietro non è bene per l’Italia».

Un riferimento un po’ velato ma abbastanza chiaro alla (ri)discesa in campo di Berlusconi. Del resto l’intervistatore gli aveva fatto una domanda diretta.

Il PDL ha staccato la spina, passando dalla maggioranza all’astensione (nuova funzione politica di cui non conoscevo l’esistenza, pensavo che l’astensione fosse una possibilità di voto, non di coalizione politica, per quelle bastano la maggioranza e l’opposizione). Per cui, pur non facendo mancare la maggioranza parlamentare, il PDL non vota e il governo perde la maggioranza assoluta. Della serie “Noi ci siamo, ma occhio che se ti votano contro poi sono affari tuoi”.

Ha dell’incredibile il commento dl Presidente dei Senatori PD Angela Finicchiaro: «Se il principale partito della strana maggioranza che sostiene Monti non vota la fiducia, e lo fa in modo irresponsabile, in un momento delicatissimo per il Paese, vuol dire che il governo non ha più la maggioranza. Cosa succede in questi casi? Credo che Monti dovrebbe recarsi al Quirinale».

Allora, intanto diciamo che in questa “strana maggioranza” il PD c’è dentro fino al collo (non mi pare che il PD abbia mai costituito una vera e propria opposizione nel Paese) e se il Governo Monti dovesse andare al Quirinale (la Finocchiaro non ci dice a fare che cosa: a rassegnare le dimissioni? A conferire col Capo dello Stato per decidere il da farsi?? A prendere un caffè??? Dio mio come sono complicati i parlamentari quando vogliono dare per scontato quello che scontato non è!!)

E chi è che sta spianando la strada al ritorno di Berlusconi spingendo Monti a recarsi al Quirinale?

Per ora il PD non ce la sta facendo. Il Governo Monti cadrà sull’incandidabilità dei condannati.

Ascesa e tramonto arancione di Antonio Ingroia

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Il volto del Pubblico Ministero Antonio Ingroia campeggia su un banner pubblicitario del neo-nato “Movimento Arancione”. Che, da quello che ho capito dovrebbe essere un movimento che raccoglie alcuni esponenti e militanti dell’ormai trascorsa formazione di “Rifondazione Comunista”.
Insomma, i rossi diventano arancioni. Sbiadendosi quel tanto che basta. Del resto, come diceva il Poeta, “Si muore un po’ per poter vivere”.

Dunque Ingroia. Non candidato premier (qualcuno lo vorrebbe tale, ma non ci sono ancora notizie ufficiali in proposito), ma certamente testimonial di un movimento. Il solco della scia di Beppe Grillo viene imitato da molti, evidentemente. Qualcuno ci mette la faccia, il nome, l’immagine, la credibilità, l’esperienza. Per fare andare avanti altri, magari giovani, magari pieni di speranze, di scarsa preparazione politica ma di onestà di fondo. In breve, nulla di nuovo sotto il sole.

Ora, il banner evidenzia frasi come “Io sarò con voi” che hanno un suono e un retrogusto vagamente religioso.

C’è una sorta di odore di santificazione di un magistrato, e sono pienamente convinto che ergere un magistrato a vessillo della battaglia politica sia una sconfitta sia per la magistratura che per la politica. Soprattutto è una sconfitta per quella divisione e separazione dei poteri dello stato che dovrebbe essere uno dei cardini della nostra democrazia.
Non tanto dal punto di vista fattuale (un magistrato può sempre mettersi in aspettativa mentre svolge il suo mandato parlamentare, e non esercitare per quel periodo) quanto da quello dell’opportunità: un magistrato potrebbe, da parlamentare, proporre o modificare delle leggi che, poi, una volta cessato il mandato, applicherà nell’esercizio della sua diversa e separata funzione.

Non è il caso di Ingroia, se è vero che non si candiderà.
Anche perché immagino che il Dottor Ingroia in questo momento abbia altri problemi. La Corte Costituzionale ha accolto l’eccezione presentata dal Presidente della Repubblica sulle intercettazioni telefoniche a cui Napolitano è stato sottoposto in maniera casuale, a proposito della cosiddetta trattativa Stato-Mafia.
Facendo parte Ingraia della Procura della Repubblica indagante e a cui la Consulta ha dato torto, mi pare che una sentenza di questo genere non giochi particolarmente a favore dell’immagine politica di Ingroia.
Si tratta di un nodo centrale che non può e che non deve essere sciolto.

Perché delle due l’una:
a) o Ingroia e la Procura (che, immagino, avranno avuto modo di difendersi compiutamente e adeguatamente, nonché di ribadire le proprie posizioni) sono stati sconfessati nel merito delle loro argomentazioni, e questa è democrazia;
b) o si dovrebbe presumere uno scenario di fantagiustizia, secondo il quale i poteri dello stato sarebbero dominati e soggiogati da una volontà superiore che ne influenzerebbe (il condizionale è d’obbligo) decisioni e pensieri.

Invece no, viviamo in uno stato di diritto. E secondo questo stato di diritto Ingroia ha torto. Io stesso volevo e avrei voluto che i testi di quelle intercettazioni venissero pubblicati. Ma io sono un privato (e provato!) cittadino che esprime le sue opinioni, Ingroia fa parte di una delle parti in causa e si pone (o viene posto) come modello politico in un arancione, che assume la colorazione del tramonto prima ancora dell’alba.

La deformazione del Caso Sallusti

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Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
Se lo stanno cercando gli avvocati difensori di Sallusti, assieme ai legali rappresentanti della parte offesa, possono farlo e va bene. Dovrebbe essere, quella della trattativa, una fase delicata che non abbisognerebbe di pubblicità fino al momento in cui non è andata a buon fine, ovvero fino a quando il risarcimento non sarà versato al querelante nelle forme e nei modi che sono stati pattuiti.

Questo va bene. Non è una cosa anomala, anzi, è perfettamente legale. Non ci si difende dalla galera solo nel processo, ma ci si difende anche fuori dal processo, quando è possibile. E in questo caso è possibile.

Quello che invece no, non va bene per niente, è il coro di quanti, senza essere difensori di Sallusti, esternano sull’argomento rilasciando dichiarazioni che, nel migliore dei casi lasciano indifferenti o addirittura pietrificati.

Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha scritto su Twitter: «Il presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione».
E’ una frase neutra. E, come tale, soggetta a varie interpretazioni.
Cosa vuol dire che il Presidente della Repubblica “segue il caso”? E cosa significa, soprattutto, che “si riserva di acquisire tutti gli atti di valutazione”?
Gli atti di valutazione ci sono già, li ha emessi la magistratura alla fine di due giudizi di merito, al termine dei quali  è stata emessa una condanna, secondo la quale Sallusti dovrà andare -ed è triste- in carcere e con motivazioni già depositate e pubblicate (quindi consultabili da chiunque).
Non mi risulta che per nessun cittadino italiano indagato e/o condannato per diffamazione sia mai stata diramata una nota da parte del portavoce del Quirinale.
Perché quand’anche il cittadino qualunque si rivolgesse al Capo dello Stato ne avrebbe una risposta diplomatica ma vera: “abbia fiducia nel lavoro della magistratura ed eserciti fino in fondo il suo imprescindibile diritto di difesa”. Altro che acquisire “tutti gli elementi utili di valutazione”!

Ora, però, si dà il caso che il cittadino Sallusti sia anche un giornalista (non un blogger, non una persona che abbia in maniera maldestra o sprovveduta offeso l’onore e la reputazione di qualcuno perché mossa da un istinto di rabbia su un forum, su Facebook, su un newsgroup o altrove), e che stia per andare in carcere.
Era stato lo stesso Sallusti a sollecitare un intervento autorevole, con una dichiarazione al TG de “la 7” di Enrico Mentana: “mi preoccupa il silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda.”
La palla fu presa al balzo dal deputato Mario Adinolfi che ha a sua volta chiesto un intervento del Presidente della Repubblica. A quale gruppo parlamentare è iscritto il deputato Adinolfi? Al Partito Democratico.

Io penso che su questa vicenda non si sia detto nulla a qualunque livello istituzionale e non si dovrebbe dire molto (ma invece si dice fin troppo) per il semplice fatto che chi aveva qualcosa da dire (cioè la magistratura inquirente, il GIP, il GUP prima, e la magistratura giudicante poi) lo ha già detto.
E’ pieno diritto del Presidente della Repubblica esprimere una sua opinione o un suo auspicio in merito.
Ma si fa quello che dice la Magistratura e solo quello che dice la Magistratura, altrimenti lo Stato di diritto va a pallino, si creano cittadini di serie A e di serie B, e il principio cardine che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge finirebbe, di fatto, con l’essere il piede di porco con cui viene scassinato lo stato di diritto.
E, ancora una volta, può il privato cittadino, incriminato per la stessa causa, andare su un TG a diffusione nazionale e meravigliarsi del silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo, quando il Governo è un potere dello Stato completamente indipendente dal potere esercitato dai magistrati?
Risposta: no, non può. Perché il privato cittadino non fa notizia. Sallusti sì.

Le sentenze e la loro pericolosità sulla libertà di opinione e di critica (libertà suprema) non sono tali se non fanno notizia. E fanno notizia solo quando riguardano i giornalisti, perché sono loro quelli che hanno il coltello dell’informazione dalla parte del manico.

Sallusti, dunque, potrebbe andare in carcere. Già, ma in Italia non è che si va in carcere così a casaccio, anche se si è stati condannati a 14 mesi di reclusione. Esiste la sospensione condizionale della pena che viene concessa o non concessa, secondo un articolo del Codice Penale, il 133.
Chissà che cosa dirà l’articolo 133 del Codice Penale? Andiamo un pochino a vedere cosa c’è scritto:
“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato, desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:
1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

Può darsi, dunque, che Sallusti abbia dei precedenti penali specifici. Non dovrebbe stupire, visto che un direttore di giornale viene chiamato spesso a rispondere delle affermazioni suppostamente diffamatorie da lui scritte e pubblicate direttamente, o come responsabile della testata. E che il cumulo di eventuali condanne con quella che pende in Cassazione  abbia fatto scattare il superamento dei 24 messi, per cui si applicano le misure detentive (carcere, arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali). E’ una ipotesi, non una certezza.
Sallusti in una sua dichiarazione ha affermato “Non ho prece­denti penali” (cfr. Sallusti, “La verità sul mio arresto”, il Giornale, 23/09/2012).
Wikipedia, alla voce “Alessandro Sallusti” scrive: “Il caso ha suscitato l’interesse dell’FNSI in quanto, essendo stato Sallusti precedentemente condannato per un caso simile, dovrà certamente scontare la pena comminata.”
Io non so chi dei due abbia ragione, ma so che delle due l’una.
E’ possibile, dunque, che Sallusti possa reiterare il reato? La sentenza di appello dice di sì, sulla base di quell’obbligo che ha il giudice di valutare la “capacità a delinquere del colpevole”. E’ una motivazione condivisibile? Non è condivisibile?? Certo, le sentenze si possono criticare, ma non dubito che gli avvocati di Sallusti lo abbiano fatto presente in sede di ricorso in Cassazione.

Nel frattempo tutti i difensori di Sallusti trasversali allo schieramento politico costituzionale, e difensori nell’arena dell’opinione pubblica e non nelle aule di giustizia, insistono su un concetto palesemente e consapevolmente falso: il fatto che Sallusti abbia commesso un reato di opinione.

Il primo a scrivere una cosa del genere è Antonio Di Pietro. Ora, Antonio Di Pietro è un ex pubblico ministero. Dovrebbe conoscere, e di fatto conosce a menadito, il Codice Penale. Quindi sa certamente che il reato di diffamazione a mezzo stampa non è un reato di opinione, ma è un reato contro la persona. Fa parte del capo II del titolo che riguarda proprio i reati contro la persona. Non è un’opinione, c’è proprio scritto sul Codice Penale. Basta leggerlo. E Di Pietro lo ha letto mille volte.
Sul suo blog Di Pietro scrive: “Incredibile ma vero, io difendo Sallusti. Nella mia vita mai mi sarei immaginato di dover difendere un giorno Alessandro Sallusti, uno dei capofila del giornalismo berlusconiano, che io reputo il peggior giornalismo che ci sia.” E va beh, accettiamo la captatio benevolentiae voltairiana che caratterizza l’incondizionata adesione alla difesa di Sallusti che non risparmia neanche Di Pietro.
Ma proseguiamo: “Certo, il caso è diverso quando si tratta di persone che non fanno del giornalismo ma solo attività di dossieraggio. Lì non si tratta più di reato d’opinione o di libertà di informazione ma di associazione a delinquere, e quelli sì che in galera ci devono andare. Ma finire in carcere per reati d’opinione quello mai.” Sul fatto che la diffamazione non è un reato di opinione ho già detto. Quanto all’associazione a delinquere, anche qui c’è da dire che si tratta di una condotta che prevede almeno la partecipazione e l’accordo di tre persone, per cui il sensazionalismo evocato da questa ipotesi di reato mi sembra quanto meno fuori luogo.
Qual è la proposta di Di Pietro? “noi dell’Italia dei Valori sul caso Sallusti, non solo abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare a risposta immediata per mercoledì prossimo, ma proponiamo anche una legge per abolire la pena detentiva sic et simpliciter. Se il governo non ritiene di doverlo fare, possiamo farlo noi in commissione Giustizia come sede deliberante e, in ogni caso, può intervenire il capo dello Stato con un provvedimento di grazia”

L’abolizione della pena detentiva non basta. Occorre depenalizzare la diffamazione. Punto.
Non è sufficiente che una persona non rischi più il carcere. Non deve nemmeno rischiare un processo.
Deve essere velocizzato il procedimento civile (anche mediante il tentativo di conciliazione previa già in vigore) e in quella sede deve essere liquidato il danno.
L’Italia dei Valori in questo senso è lontana anni luce dal trovare una risposta soddisfacente all’abnormità della normativa in tema di diffamazione (a mezzo stampa o no che sia), ma, soprattutto, si muove solo quando a rischiare il carcere sono i giornalisti di grandi testate, quando il caso diventa talmente eclatante da non permettere più di perdere tempo nemmeno al politico che ha intrapreso un gran numero di cause contro Sallusti.
La grazia del Capo dello Stato? E’ una soluzione. Intanto dobbiamo vedere se Sallusti andrà in galera o no. Se ci andrà bisognerà vedere anche se sarà disposto a chiederla la grazia. Ma sia chiaro che il provvedimento di grazia non escluderebbe l’eventuale colpevolezza di Sallusti se domani la sua sentenza fosse confermata dalla Cassazione.

Si riformi la diffamazione, dunque, e lo si faccia presto.
Ma non si sottragga al cittadino Sallusti e ai cittadini italiani lo Stato di diritto in corso d’opera.
Sono d’accordo per tutti i provvedimenti consentiti dalla legge per ridare la libertà al cittadino Sallusti (primo fra tutti l’affidamento in prova ai servizi sociali). Non sono d’accordo con l’adozione di provvedimenti che sembrerebbero, questi sì, “ad personam” proprio nel momento in cui da una parte si sta svolgendo una trattativa e dall’altra la Cassazione deve dare il suo sereno parere. 

Aggiornamento delle 19:47:

“Repubblica” riporta la notizia che la trattativa non stia andando a buon fine e che Sallusti rischi seriamente il carcere.

Quer pasticciaccio brutto de Via Panorama

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Screenshot da ilfattoquotidiano.it

La misura è ormai colma.
Dovrebbe essere davvero l’ora dell’indignazione nei confronti di un sistema informativo becero e logoro di strali, di attacchi, di accuse e di controaccuse che non fanno altro che distogliere l’opinione pubblica dalla verità e dal bene più prezioso di cui si possa disporre, la conoscenza.

“Panorama” ha pubblicato la notizia secondo cui in alcune intercettazioni, non ancora sbobinate né trascritte, riguardanti Nicola Mancino in qualità di testimone, e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (intercettato non come soggetto di indagine, ma è logico che se io telefono o ricevo una telefonata da un soggetto sottoposto a intercettazione o indagine automaticamente sono intercettato anch’io), il Capo dello Stato avrebbe usato espressioni fuori dalle righe nei confronti di Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro (che ha già detto di volercisi fare sopra mezzo bicchiere, beato lui!) e parte della magistratura.

Ora, sicuramente:
a) queste intercettazioni non sono a disposizione delle parti perché, in quanto non ancora trascritte, sono a disposizione solo dei PM e della procura;
b) parrebbe che queste intercettazioni non contengano niente di “penalmente rilevante”. O, almeno, di rilevante ai fini dell’inchiesta per le quali sono state acquisite;
c) negli articoli pubblicati da “Panorama” non c’è traccia di un virgolettato, di un documento riportato, di una frase contenuta nelle intercettazioni di cui si parla, di un documento, fosse anche acquisito in modo illecito (ci sono fior di giornalisti che sono campioni della violazione del segreto istruttorio, lo ha spiegato questa mattina su Radio Tre il direttore di Panorama su “Tutta la città ne parla”). Insomma, non si riportano prove.

Quindi, la prima cosa che si deve fare (che lo faccia “Panorama” o qualsiasi altro quotidiano o periodico) è tirare fuori i documenti. C’è il segreto istruttorio? Benissimo, o i giornalisti lo vìolano, come accennato sopra e se ne assumono la responsabilità, o attendono che quelle intercettazioni diventino pubbliche con la notifica della copia degli atti di indagine alle difese e alle eventuali parti civili.

E’ una notizia non documentata. Non si fa. Non davanti a fatti di tale interesse e rilevanza per la pubblica opinione.

D’altro canto il Quirinale ha scelto, davanti a una notizia non documentata, di esporre una vibrante protesta in una nota in cui si afferma che il Capo dello Stato non è ricattabile. Se da una parte la pubblicazione da parte di “Panorama” appare come una “accusatio manifesta” ma senza prove, la nota del Quirinale sembra una “excusatio non petita” ma senza accuse. Proprio perché l’accusa non è supportata e non si vede il motivo di una autodifesa preventiva, nel momento in cui una stampa scarsamente attenta alle fonti e ai documenti fornisce notizie generiche e non circostanziate.

Comunque sia, non è detto che siccome una notizia non sia documentata non sia anche vera. Voglio dire, tutto quello che si può rimproverare a “Panorama” (e non è poco) è la mancanza di documenti. Ma non il fatto di aver necessariamente pubblicato una notizia falsa solo perché quei documenti sono mancanti. Può essere una notizia frammentaria, incompleta, errata per certi aspetti, ma non necessariamente e obbligatoriamente falsa.

E allora, indipendentemente dal fatto che quelle intercettazioni vadano distrutte o meno (e ci vorrà il parere di un GIP, ovvero la sentenza di un giudice terzo), ma soprattutto indipendentemente dal fatto che contengano o meno fatti penalmente rilevanti, dobbiamo smetterla con questa storia del penalmente rilevante!) se effettivamente Napolitano avesse parlato male di Di Pietro e se quest’ultimo l’avesse presa a ridere bevendoci sopra, non ci sarebbe fatto penalmente rilevante finché non ci fosse una querela da parte della persona offesa. O finché il linguaggio usato fosse l’espressione di una opinione personale, che anche e soprattutto il Capo dello Stato ha diritto ad avere.

Ma “penalmente non rilevante” non significa “eticamente accettabile”.

E allora che l’opinione pubblica sappia. E sappia presto.

Dichiarazioni estive di Di Pietro e Casini

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Antonio Di Pietro e Pieferdinando Casini

Di Pietro ha affermato, in un’intervista al “Fatto Quotidiano” di oggi, che nei confronti di Napolitano “fossi ancora pm chiederei una condanna politica”.

Ipotesi quanto meno bizzarra perché:
a) i pm non chiedono condanne politiche, chiedono condanne tout-court e l’applicazione delle pene relative;
b) Di Pietro non è più un pm per sua scelta;
c) Di Pietro si dimentica che le condanne politiche le può chiedere proprio ora che è un politico.

Al contempo Casini, parlando di Ingroia ha dichiarato: “sicuramente è il giudice più imparziale del mondo, ma io tra le mie mura domestiche ho il diritto di dire quello che penso” e “Se dovessi essere giudicato da Antonio Ingroia avrei qualche preoccupazione in più”.

Ora, il punto è che Ingroia non è un giudice e, come tale, non giudica, ma chiede a un giudice terzo di emettere delle condanne (o anche delle assoluzioni, se del caso).
E Casini, finché non commette reato ha il diritto di dire quello che pensa nonsolo tra le sue mura domestiche, ma anche fuori. Solo che, come tutti, può essere tranquillamete criticato per quello che dice.

Piccoli esempi di politica estiva spicciola.

Lo sbando totale a 20 anni dalla morte di Paolo Borsellino

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Paolo Borsellino - da it.wikipedia.org

Oggi ricorrono 20 anni dalla Strage di Via D’Amelio in cui morì Paolo Borsellino.

Stamattina alla radio sentivo una sorta di pietosa e pietistica “gara a tifare” il giudice dell’agenda rossa o Giovanni Falcone. Come la gente che tifava Bartali o Coppi. Personalmente avrei scelto Coppi, così come scelgo Giovanni Falcone, ma il punto è che davanti a uomini di questa caratura civile e morale bisogna soltanto togliersi il cappello e restare in silenzio.

Ma c’è un clima troppo grave, troppo morboso e troppo ammorbante nel paese per onorare degnamente questi due uomini. C’è un’inchiesta della magistratura sulle trattative Stato-mafia. Alcuni dei magistrati che le conducono, in particolare uno, il Pubblico Ministero Antonino Ingroia è esposto, per le sue esternazioni di pensiero e la sua posizione politica (legittima) al giudizio della pubblica opinione. Dall’altra pesa come un macigno la decisione del Capo dello Stato di sollevare il conflitto di attribuzioni dei magistrati di Palermo innanzi alla Consulta. Rita Borsellino parla di “schiaffo agli italiani”, c’è un giornale, un quotidiano che ha fatto delle intercettazioni non ancora distrutte dei colloqui del Capo dello Stato una bandiera e un punto d’onore, mentre, dall’altra parte la politica ufficiale taccia qualunque critica da attacco deliberato contro il colle, e il resto della stampa sonnecchia, o, se proprio deve dare qualche notizia, sembra esserne addirittura scocciata.

Nessuna verità, nessuna certezza. E’ lo sbando. 

Il diritto di critica non può escludere il Quirinale

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Il diritto di critica è espressione diretta di quel diritto alla libertà di parola sancito dalla Costituzione.

Nessuno può essere esente dal diritto di esprimere una posizione critica, così come nessuno può essere esentato dall’essere oggetto (reale o potenziale) della critica stessa.

Diritto di critica non è diritto di diffamazione, anche se troppo spesso “critica” e “diffamazione” vengono confuse in un mix pericolosissimo.

E il diritto di critica non può, a maggior ragione, non riguardare atti, discorsi, pronunciamenti, dichiarazioni alla stampa e aspetti contenutistici di quello che fa il Quirinale, sia nella dimensione della Presidenza della Repubblica come istituzione, sia in quella del Presidente della Repubblica come persona.
Per il semplice fatto che non possono esistere nulla e nessuno, che non siano di un qualche pubblico interesse, su cui non si possa parlare. Esiste, questo è certo, il reato di vilipendio al Capo dello Stato. Ma stiamo parlando di diritti, non di reati (e di reati di opinione si tratterebbe).

Ora, quello della critica è l’esercizio di un’opinione. E le opinioni devono restare ben distinte dai fatti e dai dati che le hanno generate. Ma sono perfettamente legittime. Continua la lettura di “Il diritto di critica non può escludere il Quirinale”

Beppe Grillo e la depenalizzazione del reato di vilipendio al Capo dello Stato

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Sì, Beppe Grillo avrà anche messo della pubblicità da blogger scalcinato sulle sue pagine web, ma stavolta, come direbbe Camilleri, c’insertò.

Il reato di vilipendio al Capo dello Stato dovrebbe essere quanto meno depenalizzato perché, ponendosi tra il reato di opinione e quello contro la dignità della persona, crea una sorta di effetto-cerniera che, di fatto, limita il diritto di critica dei cittadini.

E’ chiaro che la persona di Giorgio Napolitano non può e non deve essere offesa o denigrata, come quella di qualunque altro cittadino. Ed è altrettanto chiara che non può essere offesa e denigrata la funzione di garante supremo della Costituzione che risiede, prima ancora che nel cittadino Giorgio Napolitano, nelle prerogatice proprie e reali del Capo dello Stato.

Ma che il Capo dello Stato, per il solo fatto di essere tale, non possa essere criticato nei suoi discorsi, nelle sue azione e nelle sue pubbliche esternazioni senza che chi lo critica (chi lo critica, si badi bene, non chi lo offende) debba rischiare di essere incriminato per un reato che viene punito con una pena edittale che fa da un minimo di uno a un massimo di cinque anni è semplicemente fuori da qualsiasi dettato costituzionale.

E la critica, nonché il suo diritto all’esercizio, è un bene che appartiene ad ogni cittadino (quindi, certamente anche al Capo dello Stato) ma che non tutti i cittadini possono esercitare.

Se, per esempio, un giornalista dovesse criticare nel merito un atto del Presidente della Repubblica, non ci sono dubbi, eserciterebbe il suo sacrosanto diritto a dissentire rispetto a quello che una persona fa e dice. MA se un giornalista, ad esempio, dovesse, come spesso succede, parlare del Capo dello Stato usando nomignoli, cercare di affermare che chi ricopre quella carica fa parte di una logica politica vecchia e magari anche un po’ logora in cui i cittadini non si sentono più rappresentati, quello è vilipendio? E la satira? La satira che, per definizione stessa, non ha neanche bisogno del principio di verità fattuale per potersi esprimere, com’è considerata, vilipendio o libera espressione del pensiero?

Il rischio da correre è quello, come spesso accade, di dover sottostare non alla prova provata in un giudizio, che quelle espressioni rappresentino vilipendio, ma al personale sentire del giudice, che dovrà sì motivarlo (si motiva il sentire??) ma che rischierà di creare precedenti imbarazzanti e contraddittori, se la gente dovesse andare in galera solo per colpa del personale sentire di una persona.

Lettera aperta del Sindaco di Adro a Napolitano: “”Ci ha offeso, venga a scusarsi con la mia gente, è un suo dovere morale”

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Secondo quanto riporta "Il Fatto Quotidiano", Oscar Lancini, primo cittadino del Comune di Adro, in provincia di Brescia, ha inviato una lettera aperta al Presidente della Repubblica per protestare contro la sua decisione di concedere l’onoreficenza di Cavaliere a Silvano Lancini (omonimo del sindaco solo nel cognome) un imprenditore arrivato all’onore delle cronache perché, impressionato dal fatto che alcune famiglie, soprattutto (ma non solo) di immigrati, non potessero -o non volessero- pagare la retta alla mensa scolastica comunale, ha saldato di tasca sua i debiti nei confronti del comune, liberando le famiglie morose dai gravàmi economici che avevano, ma, soprattutto, permettendo ai bambini di poter tornare a mangiuare un po’ di pastasciuttina al pomodoro, o una di quelle tante pietanze da mensa scolastica che non si dovrebbero negare a nessuno.

Scrive il Sindaco:
“Ho l’onore di guidare come Sindaco dal 2004 il comune di Adro. Nel primo mandato fui eletto con la lista monocolore Lega Nord con il 44,65% dei voti, nel secondo mandato, quello tuttora in corso, sempre con lista monocolore Lega Nord, sono stato riconfermato con il 61,08% dei voti”
E va beh, queste sono le percentuali, evidentemente Oscar Lancini ritiene, forte di questi numeri, di poter parlare anche a nome di del 38% scarso di cittadini che non l’ha votato, il che per un sindaco non dovrebbe essere una mossa felice, considerato che quando si è eletti da una maggioranza si è sindaci di tutti e non solo di quella maggioranza.

Prosegue:
“Le onorificenze quando consegnate a cani e porci fanno divenire ingiustamente porci o cani anche quelli che le hanno meritate”
Visto che secondo il Sindaco Silvano Lancini avrebbe ricevuto ingiustamente l’onoreficenza di Cavaliere, magari sarebbe stato gentile da parte sua spiegare chi sarebbero i "cani" e i "porci" che, a suo dire, se la sarebbero meritata.

E inoltre:
"Egregio Presidente, ma come si permette? L’onorificenza ha avvalorato le offese scritte dal signor Lancini Silvano! Conferire il titolo di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana a tal ‘signore’ che con la complicità dei media ha dipinto la mia comunità come una comunità egoista e razzista, mi permetta, è stato un gesto sconsiderato."
Già. Ma come si sarà permesso Napolitano di conferire il titolo di Cavaliere a una persona che ha compiuto un gesto generoso e nobile? Senza consultare il Sindaco di Adro, per giunta. Neanche fosse prerogativa del Capo dello Stato concedere le onoreficenze a chi vuole! Oh, ma guardate che c’è veramente di che indignarsi.
Ben quattro pagine di lettera alla massima Carica dello Stato per esprimere un "come si permette??"
E’ inutile, sono modalità di rivolgersi linguisticamente al prossimo squisitamente italiane, che còzzano clamorosamente con una delle frasi conclusive della missiva del sindaco Lancini: “Non si stupisca se il popolo del Grande Nord si sente sempre più distante da Roma e dalle sue istituzioni. Sono anche questi gesti sconsiderati che creano le distanze”.
Il "popolo del Grande Nord" che, attraverso un suo rappresentante, scrive al Presidente della Repubblica per dirgli "come si permette??"
Ci manca solo che scriva "Lei non sa chi sono io" o "Parli come badi". Il Grande Nord, la grande Padania,  che parla come un film di Totò, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Nino Taranto degli anni ’50??

"Ma mi faccia il piacere!!"

Napolitano rinuncia all’adeguamento dello stipendio fino alla fine del mandato

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Trovo nobilissimo da parte del Presidente della Repubblica Napolitano il gesto di rinunciare all’adeguamento dello stipendio mensile al costo della vita stabilito dall’Irpef, da qui alla fine del proprio mandato.

Ora, però, si dà il caso che per effetto di una legge del 1985, la 372, per l’esattezza, l’assegno del Presidente della Repubblica, corrisposto in dodici mensilità, è di 200 milioni di lire (per forza, nel 1985 l’euro non c’era, ma si fa presto a fare i conti). Che adeguati dal 1985 al 2011, sono decisamente molti di più.

Certo, una persona che prende 200 milioni di lire del 1985, magari agli adeguamenti al costo della vita può anche di no. Insomma, è una iniziativa da gentiluomini, ma mi sembra un po’ il "giocare facile" della pubblicità.

Se prendiamo una categoria a caso come gli insegnanti che saranno assunti a settembre, si vedranno applicato il blocco stipendiale per nove anni, il conto è fatto. Certo, c’è chi può rinunciare a un pacchetto di sigarette al giorno, magari ne guadagna in salute e i dindini gli restano in saccoccia.

Ma quei soldi possono tornare molto utili a chi non fa il Presidente della Repubblica, cioè tutti tranne uno, e magari non ha mai fumato in vita sua..

Brasile: Cesare Battisti e’ libero. Respinta la richiesta di estradizione

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Sostiene mia moglie che la notizia della liberazione di Cesare Battisti e del respingimento da parte del Brasile della richiesta della sua estradizione in Italia sia l’ennesima arma di distrazione di massa.

Mia moglie ha ragione.

Napolitano afferma che sono stati lesi gli accordi (quali accordi? Ci sono degli accordi che permettono all’Italia di non osservare le decisioni di uno stato estero, sovrano e indipendente?), Berlusconi che dice di provare “Grande rammarico” (è rammaricato per le decisioni degli altri e non prova nemmeno un tantinello di vergogna per le sue), Calderoli che vuole boicottare i Mondiali di Calcio del 2014 quando dovremmo solo boicottare il nostro di campionato avvelenato dal Minias e dai Signori sotto inchiesta.

Le uniche parole sensate sono state quelle della presidente del Brasile Rousseff: “Le decisioni della Corte non si discutono”.

Quando si dice una lezione di stile…

Diritto Romano

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C’è qualcosa di nuovo nelle esternazioni del Presidente della Repubblica, anzi, di antico.

 Il Capo dello Stato si è espresso sul piano dell’opportunità politico-istituzionale di nominare il neo-ministro Romano titolare del dicastero dell’Agricoltura, in quanto indagato, sia pure con una richiesta di archiviazione da parte dei pubblici ministeri (su questa richiesta si pronuncerà il GIP nel prossimo mese di aprile).

Cioè, prima formalmente lo nomina, e poi dice che non è politicamente opportuno farlo.

Romano, come è ovvio, si è mangiato il Presidente della Repubblica con i panni e tutto, come si dice in Toscana, incluse le sue dichiarazioni.

Ha detto che lui è indagato e non imputato (e, del resto, anche il fatto di essere imputato non è di per sé sentenza di condanna, quindi prendete e portate a casa), e vagli a dare torto.

Ma, poi, la responsabilità istituzionale della nomina di Romano di chi è? Il potere di nomina dei ministri è del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio, lo dice la Costituzione, per cui il Capo dello Stato non è soggetto puramente passivo quando nomina un ministro. Può anche dire "No, questa nomina non l’accetto" (come fecero in passato Ciampi e lo stesso Scalfaro), e il problema si chiude.

Noi italiani abbiamo la memoria corta, ma quando lo stesso Napolitano nominò l’imputato Aldo Brancher Ministro per la Sussidiarietà e il Decentramento lo sapeva che era imputato o no?

Siamo sempre lì, a scegliere il meno peggio per poi lamentarci sempre del peggio, solo perché è tale.

“Ho scritto gia’ una lettera al Governatore della Libia”

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Qualcuno ha deciso che l’Italia non si limiterà a fornire le basi logistiche per permettere a Francia e Inghilterra di andare a giocare ai soldatini in Libia. Anzi, il nostro Paese offrirà anche uomini e mezzi.

Napolitano che è a Torino a vedere "I Vespri Siciliani" di Verdi (un curiosissimo allestimento in cui l’invasore è vestito da nazista, in cui appaiono giornaliste in minigonna e microfono, e in cui si ricorda il dolore della vedova Schifani ai funerali del marito e della scorta di Giovanni Falcone) e si limita a dire "Ci aspettano decisioni difficili".

Non c’è stato un dibattito parlamentare, naturalmente. Il Parlamento è la sede naturale del confronto, e il confronto è democrazia. Solitamente la guerra ha ben poco a vedere con la democrazia. Se la sono giocata in commissione Esteri e Difesa del Senato. La Russa ha dichiarato, tra l’altro: "L’Italia ha una forte capacità di neutralizzare i radar di ipotetici avversari". Non si è ancora capito, con questa storia degli avversari ipotetici, se lui pensi che si tratti di un gioco di ruolo o chissà cos’altro.

Ci ha messo becco anche il PD, naturalmente, con D’Alema che ha colto l’occasione di esprimersi in maniera trasversale e allineata con la maggioranza. Del resto ha chiosato: "che si attivi un dispositivo di protezione della Nato, una rete di sicurezza indispensabile, perchè va bene la coalizione dei ‘willings’, ma la Nato è la Nato" (il massimo del constatazionismo!)

E siccome la Nato è la Nato, Gheddafi è Gheddafi, la Libia è la Libia e l’Italia è l’Italia, indirizziamo pure i nostri aeroplanini verso il paese di un signore un po’ boriosetto cui, fino a pochissimi mesi fa, abbiamo baciato l’anello, e che abbiamo invitato a calpestare la terra della gente d’Abruzzo che aveva in comune con lui solo le tende.

E allora spariamo a qualcuno, che ci prudono tanto le mani. La "Garibaldi" è già partita da Taranto. Ma anche questo è un particolare. Lo faremo passare per un revival della campagna di Libia, un sentimento misto tra nostalgico e post-moderno.

"E perché il sol dell’avvenire splenda ancora sulla terra/facciamo un po’ di largo con un’altra guerra!"

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[ancora] del perche’ trovo inutili le associazioni di volontariato

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Il Presidente della Repubblica Napolitano ha tessuto oggi l’elogio del volontariato “ribadendo che il volontariato è una linfa vitale della nostra convivenza e costituisce un elemento caratterizzante e distintivo della qualità della nostra democrazia”.

Orbene, l’occasione mi dà modo di ribadire ancora una volta il motivo per cui sono contrario a qualsivoglia associazione di volontariato, pur considerando il volontariato in sé un gesto meraviglioso e impagabile.

Se qualcuno ha bisogno devono essere le istituzioni a occuparsene al meglio. Per questo ho sempre pensato che il volontario migliore non è quello che fa, ma, piuttosto, quello che fa fare e che pungola i soggetti preposti a risolvere un problema.

Lo Stato, come è logico, non può accollarsi l’onere di tappare tutte le falle del sistema. Non ce la farebbe e lo sa benissimo. Se dovesse occuparsi di dare una vita dignitosa agli indigenti, dar da mangiare agli affamati, occuparsi della cultura, della assistenza ai malati terminali, degli animali abbandonati, del sostentamento dei religiosi, dei bisogni relativi alle catastrofi naturali e umanitarie nel mondo, fallirebbe in due giorni.

Questa non è una buona ragione per delegare alle associazioni di volontariato ogni tipo di intervento in questo senso.

Se il mio prossimo (quello che, evangelicamente, dovrei amare come me stesso) ha bisogno e lo stato non interviene, devo intervenire io in prima persona. Ogni ulteriore intermediario tra me e i bisogni del mio prossimo è inutile e dannoso.

Se il mio vicino ha un figlio portatore di handicap, io devo fare di tutto perché il comune gli assicuri tutti i giorni un servizio efficiente che gli dia un pulmino, lo porti all’asilo, a scuola, o dove deve andare, lo riaccompagni a casa e gli fornisca tutta l’assistenza necessaria.

Può darsi benissimo che questo, per varie ragioni, non sia possibile. Bene, se il figlio del mio vicino non ha il trasporto assicurato lo accompagno io all’asilo, a scuola, o dove deve andare, sono ben lieto di spendere il mio tempo e i miei mezzi per chi ha bisogno. Ma, appunto, non dovrei essere io a farlo. Se lo faccio è perché conosco il mio vicino, i bisogni di suo figlio e quanto io sono disposto a investire nel mio essergli accanto nelle situazioni di necessità. Poi vado anche al Comune e litigo perché i pulmini per le scuole non ci sono.

Ma creare una associazione di volontariato che raccolga i bisogni della gente, compri dei pulmini, magari faccia delle convenzioni con il settore pubblico che non vede l’ora di sbolognare la patata bollente a qualche volenteroso che, da parte sua, non vede l’ora di interfacciarsi con la “Cosa” dello Stato è sbagliato e pericoloso.

Perché si crea un altro scalino tra i bisogni e chi vuole offrire una soluzione. Che deve passare necessariamente dall’associazione, se vuole far sentire la sua presenza. Se no sarà uno fra tanti, uno sfigato.

Provate ad avere in casa una persona malata terminale di tumore, e a barcamenarvi con tutti gli anfratti della mala sanità italiana da soli. Provate adesso ad avere in casa la stessa persona malata terminale di tumore, ma affidandovi a una di quelle associazioni per la prevenzione del carcinoma mammario piuttosto che di quello prostatico, o a qualche Comitato Nazionale per la Ricerca sulle Neoplasie. Saranno loro a prendersi carico del vostro congiunto. Metteranno il loro marchio sulla sofferenza e si interfacceranno per voi con la sanità dimostrandovi, senza che voi ve ne accorgiate, che se siete amici dell’iniziativa “Un melone giallo per la ricerca” siete degni di essere presi in considerazione, altrimenti il vostro congiunto morirà come un cane tra l’indifferenza della società che queste associazioni pretendono di rappresentare.

Sì, sono contrario alle associazioni di volontariato, ma non dico e non ho mai pensato che non debbano esistere.

Però chi le vuole mi faccia il favore di pagarsele. Niente cinque per mille sull’Irpef, niente deduzioni sulla dichiarazione dei redditi.
Chi crede in qualcosa ed è disposto a spendere di tasca propria per quello in cui crede si faccia avanti, altrimenti che queste associazioni chiudano pure, segno che non ce n’era bisogno.

Sono molto preoccupato per la mancata vaccinazione dei bambini in Africa e per la loro morte prematura per malattie da noi facilmente risolvibili. Ma il vaccino vorrei comprarglielo io. Metterlo nelle mani del medico volontario che glielo inocula, non versare 2 euro con un SMS, 10 euro perché è Natale, o mettere una firmetta nella casella del cinque per mille con la speranza che i soldi versati vengano smobilitati dai conti correnti bancari (dove fruttano dei begli interessi, soprattutto se raggiungono cifre ragguardevoli), versati a chi ne ha bisogno e tradotti in medicinali, mentre la gente muore per l’inerzia altrui.

Napolitano, a mio dire, ha fatto benissimo a valorizzare la figura dei volontari, malissimo a difendere le associazioni di volontariato. Che sono le stesse che, quando si interfacciano con lo Stato, spesso ci guadagnano, ma a volte vanno in rosso coi conti. Come è successo con la Croce Rossa. Guardate “Report” stasera e poi ne riparliamo.

Quer pasticciaccio brutto der Quirinale

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C’è un senso di imbarazzo nel leggere le parole del Capo dello Stato, per cui “Una esclusione del PDL non era sostenibile”.

Ah, no? E perche’ mai? Forse che l’esclusione del Partito delle Badanti dalla competizione elettorale, o della Lista di Quelli che Inciampano alle Cinque e Tre Quarti sarebbe stata più “sostenibile” rispetto a quella del Panino delle Libertà?

“Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano.”

Sono parole del Capo dello Stato che pesano come macigni e che rivelano indirettamente che per il Quirinale e’ meglio un sit-in di un centinaio di rappresentanti del Popolo Viola che lo invita a non firmare il decreto-golpe della vergogna piuttosto che la calata dei longobardi a Roma per dichiarare che il Presidente è un comunista e che non vuol far votare i cittadini padani.

E, dunque, la democrazia viene scambiata con l’economia della popolarità (o della impopolarità che dir si voglia), Formigoni e il polverone della Polverini possono rientrare in lizza e l’ennesimo pasticciaccio brutto può venire archiviato, complice l’atteggiamento del Partito Democratico che salva il comportamento del Presidente della Repubblica (esattamente come fa Bossi) e che preannuncia una manifestazione di piazza. Nessuno voleva vincere a tavolino perché l’avversario non si sarebbe presentato, e allora ecco il decreto salva-Panino discusso, redatto e sottoscritto, nonché pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Qualcuno ha anticipato che il prossimo candidato Premier alle elezioni del 2013 sarà Berlusconi, e non c’è da stupirsene.

L’assoluzione postuma di Craxi da parte del Presidente della Repubblica

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«L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona».

(Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, Messaggio alla famiglia Craxi, 18 gennaio 2010)

Il Messaggio–semolino di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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Roma, 31 dicembre 2009

Buona sera a voi che siete in ascolto.

Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende.

Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l’Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.

Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale : non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d’uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie.

Proprio questo è invece accaduto nel corso dell’ultimo anno. L’Italia – sempre restando ancorata all’Europa – ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L’Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.

Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro.




Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.

Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani.

C’è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi; ce ne stiamo sollevando; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell’Italia; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subìto colpi non lievi; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l’occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.

Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell’economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa: affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo – dalla crisi deve e può uscire un’Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l’impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani.

Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi: le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale, elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi "atipici", comunque temporanei.

Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell’attenzione politica e sociale, e quindi dell’azione pubblica. L’economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l’Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l’Italia, si può dare una risposta ai giovani che s’interrogano sul loro futuro.

C’è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà: ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.

Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest’anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l’orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia; la passione e l’impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura.

Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell’insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l’opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.

Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare: proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà.

La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale; in quel campo, è vero, non si può più procedere con "rattoppi", vanno presentate e dibattute un’analisi e una proposta d’insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato. Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito.

E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla. Ho detto più volte quale sia il mio pensiero; sulla base di valutazioni ispirate solo all’interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali.

La Costituzione può essere rivista – come d’altronde si propone da diverse sponde politiche – nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L’essenziale è che – in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione – siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.

Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell’intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordem
ente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.

Il nuovo slancio di cui ha bisogno l’Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà: e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest’anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell’Aquila e dell’Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.

E’ necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari: penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.
Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.

Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.

E’ necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.

Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l’impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo – che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell’allarme per il clima e per l’ambiente – ritroviamo l’ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l’esigenza dell’unità della nazione italiana.

In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto: esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E’ uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell’aggressione al Presidente del Consiglio: si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.
Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione : un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò.

Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all’estero. Mi ha detto – dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale – che lui e i suoi "ragazzi" traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.

Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all’opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell’ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali.

E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.

Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all’Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall’America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l’esempio della nostra pace nella libertà.

Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall’Italia ma con l’Italia nel cuore.

Ancora buon anno a tutti.

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Paolo Magagnoli, il piu’ bravo studente d’Italia

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Paolo Magagnoli è il più bravo studente d’Italia, con la media del 9,93, ed è andato a prendersi la sua nomina di Alfiere del lavoro al Quirinale, direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica.

Bello! Bravo!

Ha i capelli ricci ricci, la barbetta di quelle che negli anni ’70 facevano tanto “impegno”. Frequenta il liceo scientifico Majorana di Latina e in italiano e scienze ha solo 9. Per il resto tutti 10.

Bello! Bravo!

Si è iscritto a matematica alla Sapienza di Roma, e dice che dopo la laurea vorrebbe andare a loavorare all’estero, preferibilmente in Spagna.

Bello! Bravo!

Il quotidiano semi-ufficiale della Chiesa Cattolica “Repubblica” ha scritto di lui: “Paolo, in effetti, è lo studente che tutti i prof vorrebbero in classe.”

A parte il fatto che io ce l’ho avuta una alunna che andava anche meglio di lui, si chiamava e si chiama ancora Giulia Cerardi, alla maturità le abbiamo dato 100 perché non potevamo darle di più, la lode non esisteva, fece un figurone e la commissione d’esame, me compreso, che piangeva a vita tagliata.

E poi no, io non ce lo vorrei uno così in una delle mie classi. Per carità, sono un insegnante e insegno a chiunque io abbia tra i miei alunni, nessuno escluso, se ha voglia di imparare qualcosina. Ma dire che lo vorrei, elettivamente, in una delle mie classi, proprio no.

Insegno a ragazzi semplici, che hanno e che continuano a dimostrare molte difficoltà nell’apprendere una lingua straniera. Un po’ perché sono svogliati, un po’ perché non ci arrivano, un po’ perché alle scuole medie di disastri se ne fanno tanti, ma tanti.

Così la fatica inizia a settembre e finisce a maggio.

Dove però qualche frutto si vede. Come un alunno, l’anno scorso, che me lo misi seduto accanto alla cattedra e, programma svolto alla mano, lo interrogai su tutti gli argomenti, anche sulle virgole. E lui mi disse anche le virgole. Senza un errore, senza una sbavatura. Aveva e continua ad avere una faccia che sorride sempre. Quel giorno gli diedi 10 sul registro, sembravo il buon maestro del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis e dissi agli altri “Sì, è così che si studia!”.

Quell’alunno al 10 finale ci arrivò facendo i salti mortali.

Paolo Magagnoli è quello che Massimo Troisi in “Ricomincio da tre” avrebbe assimilato al suo vicino di casa Angelo, definendolo “‘nu mostro!” Quello che “sapeva ‘e tabbelline a memoria, conosceva ‘e ‘ccapitali di tutto ‘o munno, sapeva fa’ l’addizione, ‘a divisione, ‘a sottrazione ‘a moltiplicazione e sonava pure ‘o pianoforte!”

La scuola non è un “Alfiere” sono anche tanti pedoncini che vengono sacrificati durante la partita a scacchi della vita, sono i cazzoncelli presuntuosi che ti guardano e non si tolgono nemmeno gli occhiali da sole, che li ammazzeresti, sono le mamme che vengono da te e ti dicono “Io mio figlio non lo riconosco più!”, sono quelli che spieghi l’accusativo personale e ti guardano con gli occhi spalancati come se tu avessi parlato del bosone di Higgs.

Bravo Paolo Magagnoli, siamo tutti orgogliosi di te. Ora però lasciateci lavorare.

(…e riascoltiamo Massimo Troisi nel monologo di Angelo dal lettore virtuale di MP3, che male non fa a nessuno…)

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Messaggio di inaugurazione dell’anno scolastico 2009-2010 del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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Ascolta l’evento direttamente dal nostro lettore di MP3.

Questa registrazione è tratta dall’archivio di Radio Radicale (link originale: http://tinyurl.com/ydmnodx) ed è diffusa secondo la licenza Creative Commons: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/)
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