Napule è…

Cristo_velato

Io e Napoli abbiamo litigato ben 27 anni fa. Ma di brutto, di quei litigi che ti portano a toglierti il saluto per tutta la vita. Mi ha fatto male, Napoli, e io non gliel’ho mai perdonato. Fino a ieri, quando mi sono concesso una gita (o gytarella) in centro, in quel vortice e turbine di cose e persone che è Spaccanapoli. Prima, però, ho fatto una capata alla cappella Sansevero per vedere una delle meraviglie più emozionanti dell’arte italiana, quel “Cristo velato” del Sammartino che risuscita lo spirito e regala sensazioni ineguagliabili per il pregio della fattura e la naturalezza della scultura. Vale la pena di fare un viaggio a Napoli solo per vedere quello. E poi via tra la pazza folla. Il primo banchetto che ho visto recitava “Si vendono imitazioni di gioielli veri”. Beh, almeno onesti, così se uno si vuole accattare una patacca lo può fare senza la sensazione di essere stato fregato. E poi bar e pasticcerie a profusione, posti dove ti vendono il panino coi friarielli, sfogliatelle ricce (a proposito, mi hanno tirato una fregatura: ho ordinato 12 sfogliatelle ricce e me ne hanno date 10 ricce e 2 frolle, maledizione), pizzerie con la vera pizza alla napoletana (che a Napoli non sanno nemmeno cosa sia, e da noi è la pizza con la mozzarella l’origano e le alici), buonissima e a buon mercato, per cui pizza, bevanda e dolce mi sono costati appena 12,50 euro, che è una cosa rarissima a trovarsi, e via, cammina, cammina, perché come diceva Pino Daniele “Napule è ‘na cammenata” e se non cammini che Napoli è? Cammini, ma alla fine ti accorgi di non camminare più, è la folla che ti porta, tu devi solo lasciarti trascinare su per San Biagio dei Librai, dove di librai ce ne sono pochini e sono di più i venditori di pastori del presepe, aperti tutto l’anno, ma mai come in questo periodo. E i librai, quelli che ci sono, sono simpatici e disposti al dialogo. Uno aveva tutto Maigret nelle vecchie e gloriose traduzioni della Mondadori, lo vendeva in blocco, ho cercato per più di mezz’ora di convincerlo a vendermi qualche pezzo, ma lui è stato giustamente irremovibile. Mi ha detto che traduzioni così non se ne fanno più, e che non gli piacciono quelle di Adelfi. Ha detto di molto peggio, veramente, ma ve la semplicifico così. Napoli è i suoi tassisti, gentilissimi e professionali. Siamo capitati in un piccolo “ingorgo” e ho chiesto se fosse così tutte le domeniche a Napoli. Mi ha risposto “Ma no, vedete, oggi il traffico non c’è!” Non c’è?? Strano modo di concepire il traffico, ma indubbiamente indulgente verso la realtà e la vita. E poi sì, Napoli è anche una serie di stereotipi. E’ indubbiamente “‘na carta sporca/che nisciuno se ne ‘mporta”, e anche “addore e mare”, e basta che ce sta ‘o sole, basta che ce sta ‘o mare, ‘na nenna core a core e ‘na canzone pe’ ‘ccantà’, è Pulcinella che sbuca da tutte le parti interpretato da persone che ti chiedono un euro per farsi una fotografia con te perché “pur’io aggi’a campà'”. Napoli è quella con cui ho fatto pace. Ma ce ne staremo lontani ancora per un po’ di tempo mentre io finisco di ingozzarmi di sfogliatelle.

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Nàpule nun è “Un posto al sole”

Screenshot from 2015-05-13 15:42:08

Io guardo “Un posto al sole”, va bene?

Ora che l’ho detto dovrei sentirmi meglio. Voglio dire, l’outing dovrebbe aiutare chi lo fa a liberarsi di un peso, invece no, mi sento perfettamente uguale a prima.

Guardo “Un posto al sole” e mi viene anche da dire che i perché di questa mia perversione televisiva saranno anche un gocciolino cazzi mia.

Guardo e dimentico immediatamente quello che è successo nella puntata appena trascorsa. Veramente non mi ricordo nemmeno i nomi dei personaggi. Mi accontento di indicarli con un banale ma efficace “quello lì” e “quella là” quando vengono inquadrati. Poi la volta successiva (che non è detto debba corrispondere necessariamente al giorno dopo, tanto la trama, bene o male, si riesce sempre a riprendere) mi riviene in mente tutto. Mi succede la stessa cosa identica con i libri gialli.

Ora, per esempio, c’è l’avvocato perfettino che in realtà è un serial killer che ha già ammazzato una ragazza, ne ha sfregiata un’altra che gli sta dando una caccia spietata mapperò (sarà bellino disseminare di queste produzioni ortografiche il blog e farvi saltare sulla poltrona?) gli inquirenti sospettano di un altro e lei, sopravvissuta, è l’unica che pensa che il suo aggressore sia ancora a giro a far danno, e ora, lui, ‘o malamente, ha adocchiato una bella ma ingenua, che difatti prima o poi a leilì gli fa fa’ la fine del polpo sbattuto sugli scogli.

E poi c’è Napoli. Voglio dire, non c’è.
Una fiction che si svolge tutta nel capoluogo partenopeo e a parte qualche vista da cartolina per turisti plastificata con il lungomare e ‘o Vesuvio, Napoli non c’è.
Voglio dire, io quando penso a Napoli penso al casino. Altro che “a voce d”e criature che saglie chiano chiano”! Voglio tutto quello che “Napule è”, mi devi far vedere “‘o sole amaro” che cantava Pino Daniele, fino alla proverbiale “carta sporca che nisciuno se ne ‘mporta”. E se proprio mi sevi fare vedere la Napoli di una cartolina di plastica mi ci devi mettere i proverbiali pini che ora non ci sono più e vorrei anche tanto sapere perché. Ma in “Un posto al sole” ci sono sempre giovani belli, impomatati, ragazze innamorate (alcune tremendamente incinte), tutti frequentano lo stesso bar (di plastica anche lui), appartamenti lussuosi e sempre bene in ordine (oh, mai che cucinino il pesce -per dire- e che facciano un po’ di puzza e di disordine in giro), quello che cià una tombola di soldi, quell’altra che si è innamorata di un pubblico ministero (in effetti a “Un posto al sole” non c’è nessuna che si sia innamorata non dico di un camorrista, ma almeno di qualcuno con piccolissimi precedenti penali -in questo caso la fiction “Una grande famiglia” è molto più democratica, bisogna riconoscerlo!), quella che chissà che le è successo ma cià sempre una ghigna a tagliola che la metà avanzerebbe ma di pizza, mare, sole, ‘na voce, ‘na chitarra, ‘nu poco ‘e luna, sonagli, ‘ntrugli, ‘mbruoglie, triccheballàcche, bombe di Maradona neanche l’ombra, ma tanto io “Un posto al sole” lo guardo uguale!

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La banconota da 300 euro

C’è un racconto di Mark Twain (ma cosa ve lo racconto a fa’? Sapete assai voi!) che si intitola “La banconota da un milione di sterline”.

Parla di una banconota (il massimo della logica!) del valore di un milione di sterline (ma va’?) che due eccentrici signori acquistano alla Banca d’Inghilterra per metterla in mano a un poveraccio che vive di stenti ed espedienti. Con una scommessa: uno dei due pensa che il meschino avrebbe avuto difficoltà a cambiare quella banconota, e che la sua vita sarebbe ulteriormente peggiorata perché nessuno si sarebbe fidato di un vagabondo che portasse in dote tale valore, l’altro, invece, assai più ottimista, pensava che negozianti e venditori gli avrebbero comunque spalancato le porte facendogli credito sulla fiducia.

Ora non v’illudete, non mi ricordo niente di come finisce la storia (a parte il fatto che il malcapitato si fidanza) che lessi quando ero poco più che infante.

Però ci ho ripensato leggendo di quella retata storica di falsari associati a delinquere che gestivano il 90% del denaro falso circolante nel mondo (sono quegli annunci esagerati delle forze dell’ordine. Se fosse vero il 90% delle banconote false nel mondo dovrebbe sparire, e invece no). Sono riusciti perfino a stampare una banconota (falsa perché inesistente) da 300 euro, spacciandola a un credulone tedesco. Che gliel’ha regolarmente cambiata! Ora, per pensare a una banconota, realizzarla, stamparla, portarla in Germania, abbindolare un ghiozzone e farsela cambiare vuol dire che non si è dei criminali incalliti associati a delinquere di stampo danaroso, vuol dire che si è dei geni (cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione). Questi della banconota da 300 euro (realizzata peraltro in ùnice copia, chè le opere d’arte non si duplicano, nossignori) sono riusciti a superare un genialità perfino il cavalier Antonio Trevi che vendette la fontana romana omonima a un boccalone americano, con la spalla di Nino Taranto che parlava in fiorentino. QUesta è gente che non dovrebbe andare in galera, dovrebbe essere messa a disposizione della Guardia di Finanza e delle forze dell’ordine per debellare il rimanente 10% mondiale di traffico di denaro falso, esattamente come gli hacker arrestati aiutano i sacerdoti impegnati CONTRO la pedofilia (ce ne sono, pochi ma ce ne sono, non è che tutti la praticano!)

Ulteriore beffa: nella retata è rimasta impigliata anche la mamma della bambina di Caivano precipitata da un balcone del proprio palazzo dopo essere stata abusata sessualmente. Un pesce piccolo, perché le è stato imposto soltanto il divieto di dimora. Si ipotizza che comperasse diversi quantitativi di soldi falsi che poi rivendeva ad altri che le spendevano in negozi, supermercati, e viandare. Trasmissioni come “Chi l’ha visto” e “Quarto grado” ne avevano fatto un po’ l’icona della purezza e della semplicità, una giovane mamma che ha perso la propria figlia in circostanze così tragiche e misteriose era preda da telecamere, adesso del caso non parla più nessuno.

Saranno cose da prima pagina, ma la genialità napoletana non si mette in galera!

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Assoluzione fisiologica

E ora siamo tutti più tranquilli.

Dopo che il boss è stato assolto in secondo grado nel processo per il caso Ruby, l’estate trascorre solitamente più noiosa e i condizionatori possono di nuovo andare a palla mentre le località di mare si riempono di bambini vocianti, di mamme strillanti  e di metalli urlanti (questa la riconoscono in due o tre, ma mi è venuta così, estemporanea).

Dunque pare che non fosse vero un beneamato ciùfolo il castello accusatorio di primo grado, e i giudici, quelli veri, non quelli comunisti, hanno riconosciuto l’estraneità ai fatti di Berlusconi. O meglio, per un capo di accusa hanno riconosciuto che Berlusconi non è estraneo a quel fatto, ma che quel fatto non costituisce reato.

Ah, bene, come ci si sente rilassati! Ora finalmente qualcuno (Brunetta) può chiedere pubblicamente la grazia e dimenticarsi che, trattandosi di una sentenza di secondo grado, manca ancora la Cassazione prima di pronunciare definitivamente la parola “fine” sull’affaire Ruby, che se è vero come è vero che il principale imputato dell’affaire è stato assolto, c’è da metterci la mano sul fuoco che sia VERAMENTE la nipotina di Mubarak.

Lui, del resto, sapendo di non poterci più nemmen sperare sulla grazia, ha chiesto una legge che gli permetta di ricandidarsi alle elezioni e che aggiri tanto la Legge Severino quanto l’odiosa sentenza (quella sì, passata in Cassazione) che lo dichiara interdetto dai pubblici uffici per tre anni.

Fuochi di ferragosto, li chiamerebbe Battiato.

Il PD, vedendo allontanarsi per il suo principale alleato lo spettro di ben altro tipo di interdizione dai pubblici uffici, quella perpetua, facendo anche lui i conti senza l’oste rappresentato dalla Cassazione, è sicuro che ci sia la serenità necessaria per portare avanti lo sfascio istituzionale determinato dalla svendita del Senato della Repubblica con lo sconto del 75% stile remainders.

Ancnhe Wikipedia è contenta. Alla voce “Procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi” (perché ci vuole una voce a parte) mette il caso Ruby tra i procedimenti conclusi, mentre tra i procedimenti ancora a carico del Nostro, una “diffamazione aggravata nei confronti di Antonio Di Pietro, accusato di avere ottenuto la laurea grazie ai servizi segreti” (robettina, via…) la corruzione del senatore De Gregorio (stai a guardare il capello!) e, colmo dell’ilarità, un procedimento per “corruzione in atti giudiziari in riferimento alle testimonianze rese nel procedimento “Ruby” principale”. Ci sarebbe anche il deposito, da parte della Procura della Repubblica di Napoli, di “nuovi documenti nei quali Berlusconi è indagato per il reato di finanziamento illecito ai partiti a causa di finanziamenti che sarebbero stati erogati negli anni scorsi al Movimento Italiani nel Mondo.”

L’è el dì de mort, alégher!

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Vita e opere di Roberto Di Giovannantonio (forse)

Io non ho mai capito se ho ragione io, che il calcio lo prendo come una condanna ai lavori forzati, o se abbia ragione Roberto Di Giovannantonio che lo considera una delle cose più belle della vita e come tale lo vive e ne ricava gioia.

Fatto sta che Roberto Di Giovannantonio, tifoso del Napoli senza che io sia mai riuscito minimamente a capire il perché, è l’unica persona in grado di ricordarsi gesti, papere, ciabattate, gol, nomi, formazioni di una partita (non necessariamente e per forza del Napoli, voglio dire). Io non mi ricorderei nemmeno i nomi delle squadre in campo, voglio dire, e ci metterei quei dieci minuti o un quarto d’ora per associare i colori delle casacche con le squadre che giocano.

Roberto Di Giovannantonio gestisce, a Giulianova, un circolo culturale chiamato “Il nome della rosa” dove se vi càpita di andarci una sera a trovarlo sentirete bestemmiare fin da fuori a voce sostenuta, ma se entrate (fate piano per non disturbare, mi raccomando!) troverete una équipe di esperti giocatori di Subbuteo che si dedicano al loro gioco preferito in un inverosimile campionato della fantasia (sono convinto che vi trovereste un incontro stile Chelsea-Albinoleffe, ma è perché i giocatori del Subbuteo reperibili sul mercato avevano quei colori).

C’è da invidiarlo Roberto Di Giovannantonio, per tutto questo. E anche per il fatto che quando regala qualcosa in occasione di qualche compleanno si butta sempre su un libro di considerevoli dimensioni in quanto a numero di pagine. Il classico “mattone”, insomma. Qualcosa che dura nel tempo e che fa bene tenere vicino al comodino nelle lunghe sere invernali. Credo che oltre a questo tipo di regali sopravviva da qualche parte ormai il tradizionale e mai dimenticato “cappottino per l’inverno” (“così lo sfrutti”, ça va sans dire).

E così “Il nome della rosa” chiude, a fine maggio (il mese delle rose per eccellenza). Roberto Di Giovannantonio sarà possibile vederlo andare in bicicletta su e giù per il paese mentre pensa a un torneo internazionale di Subbuteo da organizzare l’anno prossimo in due stanze. E c’è da esser certi che ci riuscirà.

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Entrò nell’area, tirò senza guardare ed il portiere lo fece passare

Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Émile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Julius Schubert.

Non è un elenco, è un mantra. E’ il Grande Torino, quello della tragedia di Superga del 1949, di cui oggi ricorre l’anniversario.

E noi, invece di pensare a questi atleti, a questi campioni veri ed autentici, guardiamo senza dire una parola quello che succede fuori e dentro a uno stadio dove qualcuno imbraccia un’arma da fuoco e si mette a sparare prima di una cacchia di finale di Coppa Italia che, voglio dire, a chi gliene frega qualcosa della Coppa Italia? Sarà importante la Coppa Italia?? No, proprio per niente. Però la Questura ha dovuto trattare con i tifosi per vedere se la partita si poteva giocare o meno. Lo Stato che patteggia sotto gli occhi del Presidente del Senato e del Presidente del Consiglio, presente in tribuna assieme ai suoi figli (bello spettacolo per dei bambini, nevvero?), e che non ha detto una sola parola (neanche su Twitter da quel che mi risulta, eppure è un mezzo che Renzi ama tanto) sull’accaduto è un’immagine di degrado che non andrebbe mai più ripetuta.

Ieri sera alla radio, al termine della radiocronaca di un match che doveva essere immediatamente sospeso, solo Marco Tardelli ha avuto parole dure, anzi, durissime. Per il resto è pura normalità. Del resto si giocò all’Heysel, cosa ce ne frega di un ferito grave e di un’altra decina di feriti a vario titolo? Ma possiamo mai farci mancare una partitella SOLO perché qualcuno si è divertito a sparare? Non foss’altro che per dare un messaggio ai giovani, a cui bisognerebbe spiegare che il calcio non è una cosa così seria da passare avanti alla vita.

Macché, si gioca. E allora quanta emozione un calcio ad un pallone!

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Venga a prendere il caffè da noi…

Napolitano, nella sua ultima visita a Poggioreale ha promesso un messaggio alle Camere sui  temi dell’indulto e dell’amnistia. Si è bevuto un bel caffè (pure ‘n carcere ‘o sanno fa’!)  coi detenuti e poi se n’è scappato perché l’attendeva la crisi del Governo Letta, che non è  mai stata crisi davvero.

Non ho mai negato la mia posizione favorevole all’indulto in primo luogo (che non cancella i  reati) e all’amnistia, anche in combinato. Per le condizioni disumane in cui versano le  nostre carceri (“chiste so’ fatisciente, pe’ ‘cchist’e fetiente se tengono l’immunità!“) e  perché il sistema penale italiano è un monolite che non ha mai cambiato faccia mentre la società muta e non vede più certi comportamenti come reati.

Quindi indulto sì, amnistia probabilmente, ma anche e soprattutto depenalizzazione,  sfoltimento dei processi, nuova visione del crimine da parte delle leggi e dei codici.

Non è possibile che si rischi la galera per diffamazione, non è possibile andare in carcere perché si è craccato un software e lo si è dato a un amico, o si è cancellato il timbro del biglietto dell’autobus e lo si è obliterato un’altra volta.

Riscrivere le regole prima di ogni altra cosa, quindi. E fare in modo che tutto questo non  appaia come in grande salvacondotto a favore di Berlusconi.

A questo proposito Napolitano ha detto che «Quelli che, come i grillini, mi accusano di  volere un’amnistia pro-Berlusconi sono persone che fanno pensare a una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano dei problemi della gente e del Paese».

Che crema d’Arabia ch’è chistu caffè!

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Roberto Saviano e la Mondadori condannati a rifondere 60000 euro per aver copiato brani di “Gomorra”

da www.wikipedia.org - Foto di Piero Tasso - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

Roberto Saviano è stato condannato dalla Corte d’Appello di Napoli al risarcimento di 60.000 euro (che non sono nemmeno tanti, voglio dire), assieme alla Arnoldo Mondadori Editore, a favore della Libra scarl e di varie testate giornalistiche, per aver illecitamente riprodotto tre aricoli tratti da “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta” nel suo celebre romanzo “Gomorra”.

In primo grado il procedimento si era concluso con l’assoluzione di Roberto Saviano che ha sempre invocato il pubblico dominio delle informazioni contenute in quegli articoli, e che “riduce” il danno parlando di “autonoma attività creativa dell’autore” e che “I giudici hanno (…) ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro – conclude – non voglio che nulla mi leghi a questi giornali.”

Alla prima obiezione c’è solo da rispondere che in Germania il Ministro della difesa Karl-Theodor zu Guttenberg si dimise per aver copiato una parte della sua tesi di laurea. Saviano non riveste alcuna carica pubblica e non può certo dimettersi da niente. Ma è un personaggio pubblico, è uno scrittore stimato dalla gente (non tutta, a dire il vero), appare in TV, vende milioni di copie in tutto il mondo, parla, ma soprattutto è considerato autorevole. Lo 0,6% è anche troppo.
Se voleva che nulla lo legasse ai giornali che gli hanno fatto causa (vincendola!) avrebbe potuto evitare di copiarli o, quanto meno, di prenderli come fonti. O avrebbe potuto citarli. Non è il ragazzino che va dall’insegnante con una ricerca copiata da Wikipedia.
Ricorrerà in Cassazione? Benissimo, è un suo preciso e fondamentale diritto. Ma la Cassazione civile, come quella penale, non interviene più nel merito dei fatti (che con il processo di appello rimangono accertati), ma sulle procedure.
Saviano afferma che, anzi,  sarebbe stata la Controparte a plagiare qualche suo scritto originariamente pubblicato su “Repubblica” e “il Manifesto”. Bene, agisca in giudizio e potrà avere ragione delle sue lamentele in un giudizio separato, qui non si tratta di vedere se qualcuno ha copiato Saviano, ma del contrario, ovvero del fatto che Saviano abbia copiato qualcuno.

Una cosa che non ha ancora detto nessuno è che sia Saviano che la Mondadori sono stati anche condannati al ripristino dello “stato di fatto” ovvero alla modifica del testo di “Gomorra” in modo che contenga il riferimento ai brani copiati. Le spese di giudizio ammontano a quasi 20000 euro.

Per la cronaca, ho usato come fonti il “Corriere del Mezzogiorno” on line («Copiate alcune pagine di Gomorra» Saviano e Mondadori condannati in appello in http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2013/21-settembre-2013/copiate-alcune-pagine-gomorrasaviano-mondadori-condannati-appello-2223230781946.shtml) e il dispositivo di sentenza. Tanto per esser chiari.

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Come Enzo Tortora

L'arresto di Enzo Tortora

E lui si paragona a Enzo Tortora.
E ad ascoltarlo viene solo il sospetto che ci è fuggito il senso della storia, della dignità di popolo, dell’essere vivi, se ci facciamo imbambolare da uno che per sottrarsi con ogni mezzo alla giustizia che, peraltro, non lo ha mai condannato definitivamente a nessuna pena detentiva, tira fuori una presunta somiglianza con un Signore che non solo non si è sottratto a una pena ancorché non definitiva, ma si è addirittura dimesso dalle cariche pubbliche che pur legittimamente occupava per farsi processare come qualsiasi altro comune cittadino.
In una Brescia che sembrava più che altro un palcoscenico del teatro dell’assurdo, degno più di Beckett e di Ionesco che delle passerelle politicanti che si sono viste, si è consumata l’offesa più grande a chi ha vissuto l’inefficienza della macchina della giustizia sulla propria pelle e ha pagato con la vita una vicenda grottesca e ancora oggi rivoltante.

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In ricordo di Giorgio Bocca

Meridione: "Durante i miei viaggi c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”.

Palermo: “Una volta mi trovavo nei pressi del palazzo di giustizia. C’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie.”

Napoli: “Vai in quella città ed è un cimiciaio, ancora adesso. Ci sono zone inguaribili.”

Pier Paolo Pasolini: "“Di una violenza spaventosa. E poi mi annoiava, sono un po’ omofobo”.

Marco Travaglio: “Scrive libri coi ritagli della questura.” (1)



(1) Questa era una buona battuta!
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“Soddisfazione per la decisione del GIP e’ stata espressa dal premier Niccolo’ Ghedini”

—-

Nel momento in cui il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli ha dichiarato la sua incompetenza territoriale ad andare a sentenza, e ha rimesso gli atti al Tribunale di Roma, nel momento in cui si parlava di “accompagnamento coatto” del premier, in quel momento considerato persona offesa, il Corriere della Sera (non il Bollettino della Parrocchietta, tanto per intenderci) ha pubblicato che:

“Soddisfazione per la decisione del GIP è stata espressa dal premier Niccolò Ghedini”.

Ghedini premier? E da quando?…
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Nicolo’ Ghedini su Berlusconi: “ha una straordinaria capacita di comprensione delle debolezze umane”

“(…) un uomo che ha una straordinaria capacita di comprensione delle debolezze umane, questa è una cosa che devo dire io non ho, ma fa parte di un certo tipo di bontà d’animo, per cui io ricordo di avergli portato le intercettazioni di commenti su lui fatti da gente di una entourage anni fa. Io avrei strangolato queste persone che erano delle persone magnificate da lui, e lui dice: ma si, ma cosa vuoi? Momenti di debolezza, poi quello che conta e il rapporto personale e tutti possiamo sbagliare”

(Nicolo’ Ghidini – Procura della Repubblica di Napoli – 13 settembre 2011)

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Paisa’!

La vittoria di Luigi De Magistris è chiara, perfetta, trasparente, cristallina, immacolata.

E’ lui il sindaco di Napoli, e su questo non si discute. Tanti auguri, pastiere, babà al rum, triccheballacche e pizza con la pummarola ‘n coppa.

Mi vengono un paio di riflessioncine umili e timide, cui, certamente, nessuno o quasi darà un seguito.

La prima è che De Magistris viene da una carriera di pubblico ministero. Ovvero da una carriera di magistrato inquirente, che è, come è logico, diversa da quella del politico.  E mi auguro di cuore che non voglia mescolare i metodi tradizionalmente accusatori e inquisitòri tipici della professione forense che ha esercitato con quella di rappresentanza istituzionale che eserciterà. La politica ha bisogno di garanzia-e-basta e non di avvisi-di-garanzia che, visto che ora è sindaco, non può e non deve emettere lui.

La seconda è che De Magistris è stato eletto come Deputato al Parlamento Europeo.
Lasciamo perdere il fatto che ha dichiarato di volersi dedicare alla politica il 17 marzo 2009 con un post sul blog di Antonio Di Pietro, ma ha successivamente chiesto e ottenuto dal Consiglio Superiore della Magistratura la concessione dell’aspettativa  (29 luglio) che ha mantenuto fino a poco dopo la sua elezione a Strasburgo (si è dimesso dalla magistratura il 19 novembre 2009).

Quindi ritengo sia legittimo chiedersi: il Dott. Luigi De Magistris rinuncerà alla carica di parlamentare europeo per dedicarsi a tempo pieno all’esercizio della carica di sindaco della città che lo ha eletto a primo cittadino? O deciderà di mantenere entrambe le funzioni (e, pertanto, entrambi gli stipendi?)

Anche perché come Eurodeputato è stato eletto anche con il mio voto (l’ho votato alle europee, sì, non me ne pento, anche se non tornerei a farlo).
Per questo penso, anzi, sono sicuro di essere legittimato a pormi, porvi e porgli queste questioni.

E’ chiaro che siamo tutti contenti che abbia vinto De Magistris. E’ un momento di grande speranza che dobbiamo sperare non vada deluso. Ma il fatto che la politica sia corrotta non significa automaticamente dover affidare la politica agli ex PM, perché tra Giustizia e giustizialismo il passo è breve, e un sindaco non dovrebbe occuparsi né della prima né del secondo.
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Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno

"Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare". Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede? Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno”

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Lo sfratto politico di Sandra Lonardo Mastella

Quando alla fine di gennaio 2008, a Sandra Mastella fu notificato l’obbligo di dimora, perché il Tribunale del Riesame non aveva accolto la richiesta di annullamento della misura degli arresti domiciliari presentata dalla stessa procura di Napoli, Lady Mastella ebbe a dire:
 
"Un esilio, una misura che, confesso, non capisco, un’altra umiliazione incredibile e immeritata"

Oggi, per l’inchiesta che riguarda le assunzioni clientelari e gli appalti in cui è indagato anche il marito Clemente, a Lady Mastella è stato imposto, invece, di NON eleggere il proprio domicilio in Campania, e neanche nelle provincie di (Latina, Frosinone, Isernia, Campobasso, Foggia e Potenza.

Ovviamente frastornata, la signora Mastella, che alle 7 del mattino ha dovuto lasciare Ceppaloni per recarsi a Roma, ha rilasciato prima una lunga dichiarazione alla stampa, poi ha scritto una lettera aperta, immediatamente pubblicata da "Repubblica" nell’edizione on line di Napoli.

E’ proprio singolare. Una persona che si sente suonare il campanello della porta di casa da cinque carabinieri in borghese che le notificano il divieto di dimora nel territorio di una intera regione ha appena il tempo di lavarsi il viso, mettersi le prime cose che trova e smammare.

Invece lei no. Lei scrive adddirittura una lettera aperta al giornale e il giornale ("Repubblica", sempre lei, anche se il testo è stato ripreso dall’edizione on line del Corriere della Sera…) gliela pubblica anche.

Non è una difesa quella di Sandra Leonardo in Mastella, è un po’ il canto del cigno, l’affidarsi a quanti credono ancora in lei e cercare di andare avanti adesso che, come dice, le è crollato il mondo addoso.

Che, intendiamoci, è anche una cosa molto comprensibile, umanamente. Voglio dire, chi è che in un momento di difficoltà simile, al centro di svariate indagini giudiziari, con l’obbligo di non dimorare in una determinata regione, non si affiderebbe agli amici più stretti, ai parenti, agli affetti più cari?

Ma chi è quel cittadino qualunque che trovandosi in queste condizioni si ritrova la stampa prona ad accogliere una lettera aperta e a farla conoscere in Internet praticamente in tempo reale?

Eppure la Sciùra Mastella questi privilegi li ha ancora. Segnale inequivocabile della prostituzione del giornalismo al potente di turno, ancorché "uscente".
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