Le cassette audio

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…e le cassette, quelle musicali, quelle degli anni ’70 (anche negli ’80 andavano molto di moda, ma cominciarono ad essere un supporto analogico ormai destinato ad andare lentamente a finire verso l’oblio…), quelle che le mettevi nel mangianastri della macchina, che si chiamava mangianastri perché quando le tiravi fuori ti aveva triturato tutto rendendo la cassetta qualcosa di sterile e di inutilizzabile, con tutto il nastro aggrovigliato sulle testine.
Le cassette, quelle che quando incontravi uan ragazza che ti piaceva le dicevi "Conosci il cantante Tale o il gruppo musicale Talaltro?… Se vuoi ti faccio una cassetta…" e quella "Sì, grazie!" (per forza, cosa doveva dirti??) e tu che per dimostrarle tutto quello che sentivi scoppiarti nell’anima, le facevi una C.60 da strapparsi i coglioni a morsi, ma la prima canzone del lato "A" doveva essere quella che più la sorprendeva, se no era finita per sempre.

Le cassette, quelle che avevano ancora il lato "A" e il lato "B", quelle che stoppa… vai un pochino indietr…. no, più avanti, ecco, adesso ci siamo… e ci mettevi cinque minuti per cercare il brano che volevi.

Quelle che non le fanno più.

La morte di Amy Winehouse

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Ho sempre ignorato chi fosse Amy Winehouse fino a ieri. O, meglio, avevo sentito un paio delle sue interpretazioni più famose, che peraltro non è che mi piacessero un gran che, senza sapere che quei brani fossero suoi. Sì, le trovo delle canzoncine orecchiabili ma nulla di particolarmente eccelso.

E’ morta a 27 anni, con ogni probabilità per il suo vizio di giocare sempre con la morte (alcuni suoi video sono pieni di immagini riprese nei cimiteri) o, forse, dicono alcuni, per l’uso/abuso di farmaci, alcool e droghe, che fa tanto artista maledetta, e che porta nel mito, che fa riempire l’ingresso della sua casa di orsacchiotti, fiori, bigliettini, non ti dimenticheremo mai, sarai per sempre nei nostri cuori (se fosse morta in Italia questa sarebbe stata la frase più scontata, c’è chi la spreca sempre per una morte violenta), che ti accosta a quella raucedine vocale al limite dell’ubriachezza che fu di Billie Holyday prima e di Janis Joplin dopo.

Per essere un mito oggi non solo devi morire, no, se non fai uso di sostanze la gente non ti prende nemmeno in considerazione.

Quindi, per effetto della sua morte precoce, per la quale è stato tirato fuori dai giornalisti un macabro rituale cabalistico, quello della maledizione dei 27 anni, per cui vari artisti sono morti a quell’età, Amy Winehouse sarà idolatrata, mentre è semplicemente morta, come fanno tante persone, senza che chi resta intorno al loro cadavere le voglia rendere immortali per forza.

Parole da odiare: mediterraneo

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(variazioni su un tema di Paolo Conte)

Una delle aggettivazioni che odio di più è "mediterraneo/a".


Intendiamoci, non riferita al mare, di cui contribuisce a creare il nome, e, pertanto, andrebbe con maiuscola.

No, proprio in funzione aggettivale. Quando si dice "musica mediterranea", "donna mediterranea", "dieta mediterranea", c’è subito di che andare in bestia.

Le donne che dicono "io sono un tipo molto mediterraneo" ti fanno strappare via gli schiaffi dalle mani subito.
Ma perché, che cos’è un "tipo mediterraneo"? Occhi neri, capelli neri, lunghi, seno di granito alla Sophia Loren ne "La Ciociara", labbra carnose, insomma, uno stereòtipo visto alla TV, perché sono mediterranee anche le normanne siciliane che sono bionde e che possono avere anche le labbra sottili.

La "musica mediterranea" è composta, nello stupido immaginario collettivo, da tarantelle, pizziche, echi orientaleggianti, ‘o sole, ‘o mare, ma è mediterranea anche la musica che viene da Trieste o da Venezia che sono, si veda il caso, affacciate sul Mar Mediterraneo.

E che dire della "letteratura mediterranea"? Un guazzabuglio che comprende Izzo, Joyce, la scuola siciliana del ‘200, Eduardo de Filippo, Mikis Theodorakis e Federico García Lorca. Che non c’entrano un cazzo.

Provate a digitare "dieta mediterranea" su Google. La prima immagine che vi appare è quella degli spaghetti conditi con il basilico, l’olio extra vergine di oliva e… il pomodoro.

Il pomodoro nella dieta mediterranea? Ma il pomodoro è entrato in Europa dopo il 1492! Viene dall’America. Sarà per quello che i pomodori mi stanno vagamente sui coglioni?

Non ci posso fare nulla. Non posso proprio sentirmi "mediterraneo".

Luciano Ligabue compie 50 anni

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Porca puttana com’è invecchiato anche lui!

Ma Ligabue, che, pure, oggi, ha 50 anni, ha sempre avuto il merito di fare buona musica, di apparire poco, di riempire gli stadi in quei pochi momenti in cui decideva di apparire, suonando un po’ come quegli scrittori che in vita loro scrivono un solo libro e poco altro.

Belle canzoni, musica grassa come una mortadella lardellata, cose di sostanza, un rock che sa di lambrusco, frizzantino, amabile ma anche secco e gelido, in ogni caso rosso, sanguigno, corposo. Una musica da non assaggiare in bicchieri di vetro sottile con i mugugni del sommelier, ma da bere in bicchieri da osteria, ben sapendo che un vino che ha 50 anni non può far altro che migliorare.

Ma c’è solo di che berlo prima.

Dublino 2010 – Il negozio “Celtic Note” in Nassau Street

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…i dischi, invece, a Dublino (perché non so se vi ho ancora detto che sono stato a Dublino), si comprano riogorosamente da Celtic Note in Nassau Street. E’ un negozietto piccolino e accogliente, ma ha una vastissima scelta di titoli di musica rigorosamente irlandese (non andateci a cercare il folk inglese dei Pentangle o della Fairport Convention, è bandito e potrebbero guardarvi male). Ci ho trovato tutti gli album dei Chieftains in rigoroso ordine (tanto non è che ci voglia poi tutto questo gran che, i titoli sono dei numeri!), DVD e CD di gruppi sconosciuti, semiubriachi, canzonettisti, casinari, molto genuini. E’ in Nassau Street. E voi andateci.

A me non piace Mina

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E’ uno di quei momenti in cui uno ha bisogno di fare “outing”, di confessare al mondo la propria controtendenza rispetto a quanto la società umana ha accettato imprescindibilmente come “senso comune”.

A me non piace Mina.

Oh, ecco, l’ho detto, i miei genitori si vergogneranno di avere un figlio così “controtendenza” ma un giorno se ne faranno una ragione e sapranno accettarmi come sono, e mia moglie mi accetterà di buon grado come il suo migliore amico, ma non potevo tenervi nascosto questa imbarazzante realtà.

Ma adesso mi sento libero e voglio vivere fino in fondo la mia natura.

Mina, intendiamoci, è una cantante strepitosa, dotata di una voce bellissima, con un’estensione vocale da paura, è solo brava, ma cosìtantobrà-va-bràva, una di quelle che ti dice “Senti un po’ queste due note qui


e ti fa sgranare gli occhi e le orecchie per un dono musicale incommensurabile.

Ma a me non piace.

Non ho mai sopportato quel suo chiudere le vocali alla fine fino a stritolarle (“Io non ti conoscoouuu/io non so chi sèèèiiihhh” “Eppure adessooou siaaaamo insiemeeeeiii”), trovo che canti con scarsa partecipazione. Con talento, certo. Con tecnica. Quanta ne volete. Con bravura. Una bravura dell’altro mondo. Ma nient’altro.

Tutti pensano che una canzone, se cantata da Mina, venga nobilitata. Io trovo che Mina che canta “La canzone di Marinella” sia semplicemente da prendere il CD e lanciarlo lontano lontano nel tempo. Sempre per il motivo del birignào canoro di cui sopra: “Questa di Marinella è la storia veeeeééééiiiiraaa/che scivolò nel fiume a primaveeéééiiiiraaaaa”).

“Il cielo in una stanza” è appena passabile (“…questa stanza non ha più parèèèèèèèètiii…”, con la “e” aperta più delle gambe di una prostituta che ha rimorchiato l’unico cliente della giornata). Apprezzo solo “Se telefonando” e “Città vuota”.

Ai tempi della sua contestatissima relazione con Corrado Pani mi stava sulle balle il nomignolo con cui veniva indicato il figlio Massimiliano: “Paciughino”. Che nome è “Paciughino”?

Mi urtava il suo modo di cantare anche quando faceva i duetti con Cocciante in “Questione di feeling”.

Non ho mai comprato un suo disco e ho sempre trovato strane le file che si trovavano nei negozi musicali all’indomani dell’uscita di qualche suo doppio.

Mina mi perdonerà, anzi, probabilmente le importerà una veneratissima di quello che penso di lei. Ma mi sono tolto un peso dallo stomaco. Ora tocca alle Onions Rings che ho diluviato oggi pomeriggio da Burger King che son passate tre ore e sono sempre lì…

Milva compie 70 anni. E la Rossa è lì a cantar…

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E allora salutiamo anche i 70 anni di Milva, interprete grintosa, dal repertorio variegato come un pirottino all’amarena, che passa da Brecht e Kurt Weil a Astor Piazzolla, dal mare nel cassetto al "Soldato Nencini" di Enzo Iannacci, passando per l’Alexanderplatz.

Il disco di vinile che ho in camera (l’unico, prima del trasferimento definitivo in Abruzzo della mia discoteca vinilica livornese) è "La rossa", del 1981. Mischia teatro, ironia e doti canore, come se fosse poco.

E che la Rossa (quella vera! -nota per i Lys-) ci regali ancora l’allegria. Del disco di dieci anni fa.

Gli Alunni del Sole – Liu’ si stendeva su di noi (e ci dava un po’ di se’, beninteso…)

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Liù che si stendeva su di noi e ci dava un po’ di sé (senza chiederci perché) è una delle immagini sessualmente più liberanti della canzone italiana degli anni 70.

Gli Alunni del Sole sono stati certamente uno dei gruppi più interessanti degli anni 70, anche se "Liù", essendo il loro pezzo più famoso, automaticamente non è il migliore.

La canzone, però, se la ricordano tutti, e magari una Liù che ce la dava a tempo perso e senza fare neanche troppe domande la sognavamo un po’ tutti. Certe canzoni erano anche smaccatamente maschiliste, ma le ragazze di allora non ci facevano troppo caso.

Era un mito, "Liù", un modello di amore libero che si sarebbe infranto, come la notorietà del gruppo, con la musica decisamente più elettrica ma meno sincera ed appassionata, degli anni ’80.

Ancora poco tempo, e avremmo dimenticato la generosità di "Liù" per andare "a la playa" (oh, oh, oh, oh, ooooh…). Pirla che eravamo!

Io son d’un’altra razza

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E’ uscita la compilation “Liberalarte!3” – L’arte non e’ una merce

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Dopo quasi un anno di preparativi è nata "Liberalarte!3", una compilation musicale voluta, realizzata e prodotta da soli musicisti. Si tratta di un vero e proprio esperimento musicale: 33 tracce rappresentanti altrettante realtà musicali e unite sotto un’unica bandiera: l’ arte non è una merce!

Il disco e’ pubblicato in licenze Copyleft, che permettono agli "autori di opera d’ingegno" di liberare questa "creazione" dai vincoli del classico Copyright, approvando così una libera circolazione della cultura a discapito del concetto: "Tutti i diritti riservati". Di conseguenza, il doppio cd potrà essere masterizzato e diffuso su internet liberamente.

In un circuito discografico basato sempre più sulla competizione tra band, la promozione ad ogni costo e le convenienze personali; dove lo scrivere una canzone ha più a che fare con il conto in banca e non con l’ispirazione artistica, un gruppo di realtà musicali italiane (e non) ha voluto dimostrare a tutti un concetto molto semplice: anche in Italia si può produrre un disco di alta qualità a basso costo (prezzo provocatorio al pubblico: 5 euro per un doppio cd), tagliando quelli che si chiamano gli intermediari, lasciando agli artisti la libertà di esprimersi al meglio e rinunciando alle società di distribuzione e promozione.

Tantissime le band coinvolte, compresi tre padrini d’eccezione: Tetes de Bois, Gang e Filippo Gatti (presente nella compilation con l’inedito: "Ho spento la televisione di domenica) che hanno aderito al progetto con entusiasmo e con grande spirito di condivisione.

Oltre a loro moltissime band di ottimo livello, a cominciare dagli "ospiti stranieri" del disco, i francesi dell’ Enfance Rouge, passando per i romani Astenia, Rein, Frangar non Flectar, Hyaena Reading, Wogiagia; i sardi Ratapignata, i pontini Legittimo Brigantaggio e Angelo Elle, i marchigiani Radio Babylon, i pugliesi Leitmotiv e poi Razmataz, Presi per caso, Kutso e tanti altri.

Il disco ha poi funzione di vera e propria "galleria virtuale" per un giovane artista, Livio Fania, che presenta le sue creazioni in copertina e all’interno del cofanetto, dove si potrà anche trovare una curiosa sorpresa: un Cd-r vergine: evidente gesto provocatorio con il quale i musicisti coinvolti lanciano un importante messaggio: serve una nuova legge sulla musica che tuteli di piu’ artisti e pubblico e meno gli interessi dei "signori della musica".

Per la distribuzione si cercherà di percorrere la strada delle librerie e dei negozi di dischi indipendenti, oltre che delle piccole botteghe equo e solidali sparse per l’Italia, perchè di questo si tratta: di un disco a tutti gli effetti "equo e solidale", dal momento che mette in relazione diretta artisti e pubblico. In questo modo sono i soli musicisti a raccogliere i frutti del loro lavoro, tagliando a monte quella lunga fila di professionisti che normalmente interagisce (e spesso interferisce) con la creazione di un prodotto culturale.

Tanti i partner che hanno aderito al progetto tra i quali il Fronte Popolare per la Musica Libera, Linux Club, Radio Città Aperta, Free Hardware Foundation, Radio Popolare Roma, Essedierre Service ed Emergency.

da: http://www.fpml.it/

Andrea Parodi due anni dopo: sirbones isperdidos

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Sono due anni che Andrea Parodi è morto.

Preferisco usare questa espressione piuttosto che le più scontate e pietose, nonché pietistiche "se n’è andato" (ma se uno se n’è andato magari dopo torna, Andrea Parodi non torna più) o "è volato via" (già, ma dove?)

Andrea Parodi era la voce solista dei Tazenda.
Una sera, a Sanremo, assieme a Pierangelo Bertoli, la Sardegna salì sul palco con questo groppo che aveva un solista con una voce cristallina e potente, magro magro e coi capelli lunghi.

Poi tutta l’Italia cominciò a cantare "chirchende ricattu chirchende" senza minimamente sapere che cosa volesse dire, la gente ballava al ritmo di "Nanneddu meu" e si commuoveva davanti ai verso di "No potho reposare".

Andrea Parodi morì per un tumore allo stomaco (i soliti buonisti direbbero "un brutto male", ma certo che il male è brutto, se n’è mai visto uno bello?), ma tre settimane prima aveva portato all’Anfiteatro di Cagliari il suo ultimo concerto.

Praticamente somigliava già a un cadavere, era uno scheletro rivestito, senza capelli e si reggeva a malapena in piedi, tanto da dover essere costretto a sedersi più e più volte.

Ma la voce e l’interpretazione, nonché gli arrangiamenti dei brani erano da brivido. La versione live di "Astrolicamus", un brano scritto da lui dopo la sua separazione dal gruppo, è impeccabile. Così come il gioco della rima "sos armentos"/"sos trabentos".

E’ bello ricordarsi di Andrea Parodi ogni tanto.

Si discuteva dei problemi dello Stato: la morte di Stefano Rosso

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Apprendo dal blog del Guargua (o lo vedi se serve a quarcosa…) che Stefano Rosso è morto qualche giorno fa.

Era armato solo di una chitarra, di un pregevole finger-picking, di un’erre moscia a tratti imbarazzante, e di una poetica invidiabile e superiore, per sintesi ed efficacia, a quella di vari cantautori italiani decisamente più conclamati e acclamati.

Ovvio che un personaggio del genere non se lo filasse nessuno.

Ebbe, questo è vero, un certo successo con una canzone presentata a Sanremo e che si intitolava “…e allora senti cosa fo’“.

Ma per tutti Stefano Rosso era il poeta della “storia disonesta“, della ragazza giusta che ci sta, dello spinello e degli amici, del letto 26 da cui, malati di coscienza, si aspetta chi non torna più, dei baci e dell’acne giovanile regalati al primo amore.

E’ per questo che non fu mai annoverato tra i cantautori della scuola romana tradizionale (De Gregori, Venditti, Baglioni, Cocciante), lontano com’era dalle dolci Veneri di rimmel, dalle Lilly senza capelli e da quel piccolo grande amore. Lui, Stefano, ora sì che ci manca da morire.

Quell’osceno ballonzolare su Battisti a 10 anni dalla morte

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Odio con tutto me stesso le kermesse musicali di rievocazione, omaggio, ricordo, nostalgia, e spregio della memoria dei cantanti che non ci sono più. Dal Club Tenco al Festival Endrigo al Premio Rabagliati.

Un po’ perché mi pare che portino sfiga, un po’ perché mi sanno di imitazione volgarotta e approssimativa di modi di cantare e fare musica, di scimmiottamenti di stilemi e comportamenti.

Prendete De André. Nessuno lo fa mai riposare in pace. "Bocca di Rosa" viene reinterpretata e calpestata in mille salse, in un piagnisteo imbarazzante e Kitsch, nel ricordo del caro estinto. Che viene sempre e regolarmente ricordato in modo amichevole e confidenziale: "Faber", l’"Amico fragile", "Giorgio" (per Giorgio Gaber), o con perifrasi tratte dalle canzoni interpretate dagli scomparsi, come "un angelo caduto in volo" per Lucio Battisti.

Ecco, Battisti, sono 10 anni che è morto come aveva vissuto, lontano dalla gente, dal pubblico, dai media e dalla logica canzonettistica un po’ burina che piace tanto in giro.

Invece di lasciarlo stare lì dov’è, e limitarsi ad ascoltare le incisioni storiche con Mogol (ma anche alcune di quelle con Panella erano decisamente pregevoli), invece di soffermarsi sugli arrangiamenti di "Pensieri e parole", invece di centellinarsi "Anche per te" (che, non dimentichiamolo, era un lato B, come del resto "7 e 40") c’è una compilation di rimaneggiamenti necrofili e di culti della personalità che con ogni probabilità lo stesso Battisti avrebbe rifiutato con repulsione legittima.

Eppure per molti Battisti rappresenta ancora tre accordi in croce (La+, Mi+ Re+) da alternare sulla chitarra per cantare "La canzone del sole" sulla spiaggia, e questa è una bestemmia.

Mia moglie dice che Battisti è roba da sfigati, e in questo caso non riesco a darle torto, ma a me Battisti non me lo tocca nessuno (dàje Lucio, càntace er canto lìbbero…).

Tutti i bimbi come Marisa Sannia

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Ci sono notizie che ti strisciano vicino, di cui non ti accorgi neanche e che, quando tornano a galla, ti lasciano stercofatto.

E’ morta Marisa Sannia.

Aveva interpretato una delle migliori canzoni di Don Backy (che è stato ed è uno veramente bravo), Casa Bianca (dirige, naturalmente, il maestro Detto Mariano), e aveva reso giustizia all’unica canzone non firmata da Mogol e Battisti, "La Compagnia".
Lo aveva fatto nell’unico modo possibile, cantandola in modo normale, sereno, senza gli acuteggiamenti frocetti di Battisti (mi perdoni!) e senza il pressappochismo ubriacone e scanzonato di Vasco Rossi.

Era bella, bellissima.

Ci rimane dentro il cuore. Con la nostra gioventù.

Il Neujahrskonzert e i surrogati della RAI

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Non faccio fatica ad ammetterlo, sono un inguaribile tradizionalista.

Mi piace il Concerto di Capodanno, quello da Vienna, quello della Sala Grande degli Amici della Musica.
Mi piace il Bel Danubio Blu (valzer op. 314 di Strauss, chè i  numeri hanno la loro importanza nella musica!), mi piace battere le mani al ritmo della Marcia di Radetzky, sentire Peppi Franzerin (che quest’anno non c’era) che commenta gli intervalli tra un pezzo e l’altro e per me un capodanno non è capodanno senza i Wiener Philarmoniker che fanno un po’ i pirla e scherzano.

Da un po’ di tempo però, la RAI lo dà in differita. Cioè registrato, cioè non in diretta, cioè una delusione.

Se si calcola che da qualche anno, in diretta ti propinano una melensa “cover” italiana dal Teatro La Fenice di Venezia (splendida location, ma il Concerto di Capodanno è altro!) con le solite musiche italiane da pizza, spaghetti, mozzarella, mandolino e pummarola ‘n coppa.
Gazzeladre in quantità, stuoli di traviate, ammucchiate di barbieridisiviglia, vincerò a piovere e una bella granellata di libiamolibiamo.
Quest’anno hanno eseguito anche la Ouverture dal Guglielmo Tell, ma solo il finale, perché l’assolo di violoncello iniziale, che è quanto di rossinianamente più struggente si possa ascoltare, hanno deciso di tenerselo da parte.

Saranno puniti gravemente per questo. Ed è quello che i fan del Neujahrskonzert, quello vero, si augurano di tutto cuore, in occasione dell’inizio dell’anno nuovo.