Fenomenologia dei fan di Giulia De Lellis

Io non so chi sia, o, meglio, non sapevo chi fosse Giulia De lellis prima di qualche giorno fa. Avevo visto che ha scritto (ma a quattro mani con tale Stella Pulpo) un libro dal titolo chilometrico sulle corna (“Le corna stanno bene su tutto ma io stavo meglio senza”), ma ignoravo che facesse l’influencer, mestiere che, oltre alla notorietà dei follower sui social network, deve anche dare l’occasione per guadagnare un bel po’ di soldini che, voglio dire, mica uno ci sputa sopra, non c’è niente di male ad essere famosina (la stessa De Lellis ha dichiarato, in un virgolettato riportato da “Il Messaggero” di avere 4 milioni e 200000 follower su Instagram), belloccia e ricchetta, vendere tante copie in libreria e balzare subito nella top ten delle vendite di quelle cose che i giovani di oggi rifuggono come la peste e che noi matusa ci ostiniamo a chiamare “libri”. Eppure di fan ne ha tanti, anzi, tantissimi. Le 13-14 che la seguono parlano un linguaggio che non ammette repliche. Giulia è “bellissima” (e va beh…), il suo libro è “stupendo” e chi non la pensa in questo modo vuol dire che “non ha capito niente”. Cinquecento persone assiepate davanti alla libreria Mondadori di via Tuscolana a Roma per attenderla. Bello, voglio dire, una imperativa e categorica dimostrazione di affetto. Però ripenso a cosa leggevo io quando avevo 13-14 anni. Italo Calvino, con la famosa trilogia di romanzi, Leonardo Sciascia (“il giorno della civetta” era obbligatorio se andavi al Liceo che frequentavo), la Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco che mi ha fatto ridere e sorridere per averla letta più e più volte. Ecco, magari io avrei fatto una fila chilometrica per uno di loro tre. O per comprare un biglietto dei miei idoli di allora: Lou Reed, Neil Young, e poi Joni Mitchell, gli Who e via discorrendo. E certo che anch’io pensavo che chi non leggeva quello che leggevo io e non ascoltava quello che io ascoltavo non aveva capito niente della vita, della letteratura e della musica. Ma sono cose che a 14 anni si dicono. E, in più (che poi è in meno), non avevo Instagram né un altro straccio di social network a disposizione. Voglio dire, altri modelli, altri miti, altri punti di riferimento, rispetto al pur rispettabile romanzo commercialotto della De Lellis. Cosa càspita è successo nel frattempo? Si è perso il valore di ciò che è arte, musica, letteratura. Non voglio dire che il libro sulle corna della Giulia nazionale (tanto nazionale che io non la conoscevo) non si possa o non si debba leggere, tutt’altro. Si può e si deve leggere con gli adeguati filtri che un approccio corretto alla lettura può e deve fornire. Cioè sapendo che si tratta di semplice evasione, di un tipo di lettura di pura fruizione e che la letteratura “elevata” è altro. Invece questi quattordicenni prendono tutto come una verità assoluta, come miele che scende dalla barba di Aronne, per citare l’Antico, brandiscono la loro copia del libro (delle oltre 53000 vendute da Mondadori in appena 10 giorni) e la mostrano all’obiettivo dei fotografi e si mostrano essi stessi all’obiettivo dei fotografi per finire poi a far circolare di nuovo le foto scattate con la loro eroina sui social network e viandare in un vortice di eterni ritorni di immagine, clic, like, cuoricini, emoji, faccine e compagnia cantante. Tutto questo a 14 anni. Se poi si calcola che qualcuno ha proposto l’acquisizione del diritto di voto al compimento dei 16 anni, cioè appena due anni dopo, si capisce perfettamente dove si andrà a parare.

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Roberto Saviano e la Mondadori condannati a rifondere 60000 euro per aver copiato brani di “Gomorra”

da www.wikipedia.org - Foto di Piero Tasso - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

Roberto Saviano è stato condannato dalla Corte d’Appello di Napoli al risarcimento di 60.000 euro (che non sono nemmeno tanti, voglio dire), assieme alla Arnoldo Mondadori Editore, a favore della Libra scarl e di varie testate giornalistiche, per aver illecitamente riprodotto tre aricoli tratti da “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta” nel suo celebre romanzo “Gomorra”.

In primo grado il procedimento si era concluso con l’assoluzione di Roberto Saviano che ha sempre invocato il pubblico dominio delle informazioni contenute in quegli articoli, e che “riduce” il danno parlando di “autonoma attività creativa dell’autore” e che “I giudici hanno (…) ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro – conclude – non voglio che nulla mi leghi a questi giornali.”

Alla prima obiezione c’è solo da rispondere che in Germania il Ministro della difesa Karl-Theodor zu Guttenberg si dimise per aver copiato una parte della sua tesi di laurea. Saviano non riveste alcuna carica pubblica e non può certo dimettersi da niente. Ma è un personaggio pubblico, è uno scrittore stimato dalla gente (non tutta, a dire il vero), appare in TV, vende milioni di copie in tutto il mondo, parla, ma soprattutto è considerato autorevole. Lo 0,6% è anche troppo.
Se voleva che nulla lo legasse ai giornali che gli hanno fatto causa (vincendola!) avrebbe potuto evitare di copiarli o, quanto meno, di prenderli come fonti. O avrebbe potuto citarli. Non è il ragazzino che va dall’insegnante con una ricerca copiata da Wikipedia.
Ricorrerà in Cassazione? Benissimo, è un suo preciso e fondamentale diritto. Ma la Cassazione civile, come quella penale, non interviene più nel merito dei fatti (che con il processo di appello rimangono accertati), ma sulle procedure.
Saviano afferma che, anzi,  sarebbe stata la Controparte a plagiare qualche suo scritto originariamente pubblicato su “Repubblica” e “il Manifesto”. Bene, agisca in giudizio e potrà avere ragione delle sue lamentele in un giudizio separato, qui non si tratta di vedere se qualcuno ha copiato Saviano, ma del contrario, ovvero del fatto che Saviano abbia copiato qualcuno.

Una cosa che non ha ancora detto nessuno è che sia Saviano che la Mondadori sono stati anche condannati al ripristino dello “stato di fatto” ovvero alla modifica del testo di “Gomorra” in modo che contenga il riferimento ai brani copiati. Le spese di giudizio ammontano a quasi 20000 euro.

Per la cronaca, ho usato come fonti il “Corriere del Mezzogiorno” on line («Copiate alcune pagine di Gomorra» Saviano e Mondadori condannati in appello in http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2013/21-settembre-2013/copiate-alcune-pagine-gomorrasaviano-mondadori-condannati-appello-2223230781946.shtml) e il dispositivo di sentenza. Tanto per esser chiari.

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E’ uscito per Mondadori il libro di Anna Lisa Russo (annastaccatolisa) “Toglietemi tutto ma non il sorriso”

E’ uscito il libro di Anna Lisa Russo (“annastaccatolisa”), la blogger malata di cancro deceduta il 4 ottobre scorso al Reparto Cure Palliative dell’Ospedale di Livorno.

Si intitola “Toglietemi tutto ma non il sorriso” ed è stato pubblicato da Mondadori.

Anna Lisa sapeva benissimo che io non compro più un libro pubblicato da Mondadori da almeno due anni. E non comprerò neanche il suo. Il costo del libro (17 euro) l’ho devoluto alla fondazione che porta il suo “nom de plume” e che si occupa, in suo nome, di raccogliere fondi per una borsa di studio a favore della ricerca sui carcinomi tripli negativi (www.annastaccatolisa.org).

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Francesco Guccini – Dizionario delle cose perdute

Non so quando uscirà il “Dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini, ma appena un minutino fa, BOL mi ha chiesto se lo voglio prenotare. Non (più) da loro, ça va sans dire.

Il passato non è una terra straniera, no, ed è bello che non lo sia. Nel ricordarsi delle cose perdute (tanto da farne addirittura un dizionario) c’è un senso di antico, di nostro. La gente si ritrova o nei ricordi o nelle antipatie verso qualcuno.

Ma l’avete visto per chi insiste a pubblicare Guccini? Mondadori, già…

Chissà se, scorrendo il dizionario delle cose perdute, alla G troverò un lemma che mi rimanda a “Guccini, Francesco”…

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Il libro di Anna staccato Lisa sara’ pubblicato presto da Mondadori

Alcuni di voi mi hanno fatto una domanda piuttosto imbarazzante e, certamente, mi è stato difficile trovare una risposta.

La domanda, più o meno, suona così: dato che il libro della blogger Anna staccato Lisa, che ci ha lasciati un mese fa, sarà pubblicato per la Mondadori, e visto che tu hai scelto di non comprare più nessun libro edito da quella casa editrice [1], in quanto di proprietà del Presidente del Consiglio, cosa farai? Lo comprerai o no?

Una risposta breve potrebbe essere: "Sono cazzi miei". Sarebbe anche una risposta vera, ma riconosco che potrebbe apparire poco, se non punto esauriente.

Allora diciamo che:

a) la sofferenza di Anna Lisa, dei suoi familiari, del marito, della madre, di quanti le stavano vicino e le volevano bene merita il massimo rispetto.
Meriterebbe, veramente, molto di più del massimo rispetto. Meriterebbe il massimo silenzio, che è un valore immensamente superiore.

b) Proprio per questo, le scelte fatte da queste persone, o perché Anna Lisa voleva così, o perché ritengono di seguirne correttamente il pensiero e la volontà, sono insindacabili.

c) Io, per quello che riguarda la mia persona, non comprerò il libro di Anna Lisa quando verrà pubblicato. Ma questo non mi impedirà di certo di contribuire in altro modo, nel suo ricordo, a quella che era il suo volere. Magari in forma anonima o, tutt’al più, riservata. Che è anche meglio.

[1] Anna Masera su La Stampa, si veda lo screenshot all’indirizzo
http://www.valeriodistefano.com/public/annalisamondadori.png

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Roberto Saviano querela un blogger di Caserta, ma andra’ in tribunale un suo omonimo lombardo

Roberto Saviano ha querelato un blogger di settant’anni.

Che, voglio dire, già detta così la notizia un sorriso lo strappa. Non so cosa abbia fatto questo settuagenario per meritare una querela proposta dall’autore di "Gomorra", ma la cosa più paradossale è che se Saviano ci mette una briscola, gli inquirenti ci mettono il carico da undici.

Secondo quanto riferito dal Corriere del Mezzogiorno, infatti, Saviano avrebbe querelato un certo "F.T." (nell’atto di querela figuravano, comunque, nome e cognome per intero) di Caserta, solo che per un tragico errore di omonimia, ci è andato di mezzo un signore  che ha lo stesso nome e cognome del querelato, ma  che ha 30 anni di età e che vive in Lombardia.

Non c’è che dire, è bella sapere di vivere in un Paese in cui la Giustizia funziona come un orologio, basta non fare mente locale sul fatto che una cosa del genere, a questo punto, può succedere a chiunque di noi. Perché ormai il signor "F.T.", lombardo, è stato citato a comparire davanti al Tribunale, e dovrà pagarsi un avvocato per spiegare che c’è un vizio di forma all’origine (gli inquirenti che hanno preso lucciole per lanterne) ed essere scagionato. Chissà se avrà diritto a un risarcimento.

Tutto questo è successo perché il gigante Saviano ha deciso di querelare un piccolo blogger.

Perché non mi si dica che il signor Roberto Saviano, giornalista e scrittore di grido, con quattro o cinque titoli in poll position pubblicati per la casa editrice di proprietà del Presidente del Consiglio, e qualche altro stampato per i tipi dell’altra casa editrice che appartiene alla casa editrice del Presidente del Consiglio ("Ripeterselo è come passarsi una spugna d’acqua gelata lungo la schiena", direbbe lo stesso Saviano) che lui e un blogger sono sullo stesso piano.
Ora io non so cosa questo blogger abbia scritto di Saviano per provocare questa reazione, e non metto in dubbio che Saviano abbia tutti i diritti di ricorrere dove vuole per vedere riconosciute le proprie ragioni, se ne ha.
Ma è la prova del nove che in rete pesce grosso mangia pesce piccolo.

Tutti si sciacquano la bocca con questa menata della rete libera, della libera critica, del libero accesso alle informazioni e alle opinioni, ma se un blogger querela Saviano quello ci ride, se Saviano querela un blogger quello ci resta spiaccicato come un moscone sul parabrezza della Seicento in un ferragosto degli anni Sessanta.

Su, via, Signor Saviano, ritiri la querela. C’è già andato di mezzo un innocente per via di un’indagine maldestra o, se vuole chiamarla così, per una "stortura del sistema giudiziario".
E poi alle querele si ricorre soltanto quando le idee sono finite e non rimangono che gli insulti. Ci faccia sentire che Lei ne ha ancora, e tante, e che vuole condividerle con tutti accettando gli applausi e i proventi da diritto d’autore, ma anche le critiche di chi ha a disposizione solo una tastiera e un collegamento ADSL e non lo staff editoriale della Mondadori.
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Molto rumore per Concita De Gregorio

Mi piacerebbe tanto che si parlasse con meno enfasi di Concita De Gregorio e anche del suo prossimo, probabile o eventuale divorzio dalla Direzione del quotidiano “l’Unità”.


Lo ritengo uno schiaffo alle tante donne con quattro figli che si spaccano la schiena di lavoro senza dirigere un bel nulla, senza  ricevere 6.377.209,80 euro di finanziamento pubblico per il loro giornale e senza pubblicare i loro libri per la casa editrice del Presidente del Consiglio.

E un po’ di pudore, suvvia…

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Piergiorgio Odifreddi pubblica “Caro Papa ti scrivo” per Mondadori

Piergiorgio Odifreddi è un signore che ha avuto modo di scrivere e dichiarare, nella sua vita:

"La vera religione è la matematica, il resto è superstizione. O, detto altrimenti, la religione è la matematica dei poveri di spirito."

"Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un’altra vita in un mondo che non verrà."

E’ stato eletto Presidente Onorario dell’Unione Agnostici e Atei Razionalisti, associazione a cui ho affettuato, in passato, qualche piccola donazione da privato cittadino (e pirla quale sono).

Ha pubblicato il volume "Caro Papa ti scrivo", a proposito del quale si legge sul suo sito personale: "Nell’autunno del 1959 Piergiorgio Odifreddi varcò la soglia del Seminario di Cuneo. La sua intenzione era quella di diventare un giorno papa, e benedire da una finestra di Piazza San Pietro la folla estasiata."

Il libro è stato pubblicato per Mondadori, la casa editrice del Presidente del Consiglio.

A tutt’oggi il libro non è stato elencato neanche nella biografia di Odifreddi su Wikipedia.

Qualche ragione ci sarà (e questa volta la condivido).

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Chiara Gamberale a Rai News 24 e il narcisismo del Governo Berlusconi, prossimo alla fine



Chiara Gamberale è una scrittrice.

Personalmente non la conoscevo come tale e ne avevo sentito parlare in forma vaga, come spesso accade per le persone di cultura cui dedico un’attenzione relativa, un po’ perché è impossibile star dietro a tutto, un po’ perché la cultura, spesso, è altro.

L’ho vista l’altroieri sera su RaiNews24, ospite del “Caffè” del direttore Corradino Mineo (che vorrei sapere cosa lo chiamano “il Caffè” a fare, visto che sono le otto di sera, certo, non potevano mica intitolarlo “l’Antipasto”, suona male…) mentre proponeva una arguta argomentazione sulle tematiche del

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Quelli che fino a ieri mangiavano nel piatto di Berlusconi: Roberto Saviano e la laurea ‘honoris causa’

Roberto Saviano ha, dunque, ricevuto la laurea Honoris Causa in Giurisprudenza dall’Università di Genova.

Non si è limitato a riceverla, a fare la sua Lecto Magistralis e a ricevere gli applausi.

L’ha anche dedicata ai magistrati. Ma non si è limitato a dedicarla solo ai magistrati che quotidianamente compiono il loro dovere, l’ha dedicata a QUEI magistrati di Milano che indagano su Berlusconi e a cui anche lo scrittore, evidentemente, ha delegato, con la logica della rappresentanza più o meno elettiva, il compito di fare piazza pulita della malapolitica.

Quanti soldi ha preso Saviano dalla Mondadori di Berlusconi?

No, cominciamocelo a dire in faccia (io lo sto dicendo già da tempo, invero) che Saviano sia stato una delle firme di punta del regno editoriale di un signore accusato di aver pagato un senzafine di puttane, anche minorenni.

E non è che questo ragazzino con la barbetta incolta, lo sguardo un po’ spento e triste, la morale facile e la pellicchiella d’ermellino (“era elegantissimo!”, diceva Fazio ieri sera, aveva un cappello più grande della sua testa e si vede pure, va beh, non è colpa sua…) una volta che ha saputo che il suo signore e padrone gioca all’infermiera sexy con le sue virginali ancelle (ma c’era bisogno dell’accusa di prostituzione minorile”? Non bastava il Caso Mills??) abbia detto: “Bene, ora ritiro i diritti di “Gomorra” a Mondadori, pago una penale, m’importa assai, lo pubblico per conto mio e lo metto in vendita sul Web a prezzo simbolico, tanto ci ho già preso un bel po’ di soldi, oppure “Col cazzo che li do alla Mondadori i miei prossimi libri!”

Certo che non li da alla Mondadori. Sapete a chi li dà? Alla Einaudi. Che è della Mondadori.


[lo screenshot dell’ultima pubblicazione di Saviano sul catalogo di BOL]


E di nuovo complimenti ai magistrati, che intanto i quattrini dalla figlia del premier e la laurea se li becca lui.

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Piergiorgio Odifreddi sbaglia i calcoli per continuare a pubblicare con Mondadori

Piergiorgio Odifreddi è, purtroppo, uno dei personaggi più osannati dal cosiddetto mondo “antagonista”.

Il ragazzo, matematico e scienziato per vocazione, ha intuizioni felici e riesce a conquistare un vastissimo pubblico di persone che, non avendo la sua stessa preparazione scientifica e culturale, gli crede.

E’ un anticlericale assoluto, circostanza che gli rende solo onore. Wikipedia dice di lui, con la sua approvazione che “ha frequentato i primi quattro anni delle elementari dalle Suore Giuseppine, e la quinta elementare e le tre medie nel Seminario Vescovile di Cuneo”.
Sono circostanze che potrebbero fare incazzare chiunque, gliene diamo atto, ma non mi sembra sia un buon pretesto o motivo per prendersela con la Bibbia, che ha il sol odifetto di essere un’opera (anzi, un insieme di opere) di tipo letterario. E invece no, Odifreddi la Bibbia la odia, la odia talmente da dimenticarsi di odiare chi ne ha fatto scempio nel corso dei secoli, ma il ragazzo è giovane e queste cose le capirà.


Pubblica, anche lui, per Mondadori.
Recentemente, in un’intervista al Corriere della Sera siglata da Taglietti Cristina (proprio così, perché si firmano prima con il cognome e poi con il nome, come sui registri di classe, o in Veneto…) ha detto che lui non abbandona la Mondadori perché si sente libero di dire quello che vuole senza censure, e ha dichiarato:


“Essendo io un matematico, faccio due calcoli e sommo i 350 milioni di euro di cui si parla in questo caso, dovuti al fisco, con il maxi-risarcimento da 750 milioni che la Fininvest è stata condannata a pagare alla Cir di Carlo De Benedetti. Fa un totale di 1 miliardo di euro.”

E qui la prima legnata al matematico insigne è inevitabile. A casa mia (e anche a casa del Professor Odifreddi, evidentemente) 350 milioni di euro + 750 milioni di euro fa 1100 milioni di euro, cioè un miliardo e cento milioni di euro.

Non è una svista da poco. Via, a ripassare le tabelline!

Poi, bontà sua, continua:

“Ecco, quel miliardo di euro è esattamente la cifra che la Chiesa cattolica riceve dallo Stato con l’ 8 per mille. Il Vaticano è un’ azienda e non c’ è paragone tra i benefici che Berlusconi riceve dallo Stato e quelli che riceve la Chiesa cattolica.”

Dunque, ricapitolando, siccome Berlusconi riceve infinitamente meno di quanto non riceva la Chiesa Cattolica con l’otto per mille, allora è sempre meglio pubblicare per la Mondadori che è di Berlusconi e che, tutto sommato, ci raccatta degli spiccioli. Faccia il piacere Odifreddi di andare a cercare scuse migliori e più convincenti, io il mio otto per mille lo destino all’Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste. Quindi, se si può NON dare l’otto per mille alla Chiesa Cattolica è segno evidente che si può anche NON pubblicare per Berlusconi, ancorché faccia una manovrina di portata infinitesimale rispetto al flusso di denaro che entra nelle casse del Vaticano. Non fa una grinza.

La perla di arrampicamento sugli specchi sta nel finale:

“Però io sono un divulgatore scientifico, vado da chi mi permette di esporre le mie idee, a patto che queste vengano rispettate, cosa che finora da Mondadori è avvenuto. Lo stesso Josè Saramago, che pure era di sinistra, se n’ è andato da Einaudi non perché si fosse posto il problema della proprietà, ma perché era stato censurato”

Che uno vada da chi gli permetta di divulgare le proprie idee senza stravolgerne il senso mi va anche bene, ma che uno venga a tirar fuori José Saramago che è morto, non si può difendere, e per giunta è stato censurato, questo non mi sta bene, perché non è che se il padrone (di Einaudi o di Mondadori è lo stesso) censura Saramago, automaticamente Odifreddi si sente legittimato a restare perché non hanno censurato lui.

Avevo una qualche stima di Odifreddi, pur non considerandolo tra i miei santi preferiti in paradiso. Mi sa che, dopo queste sue dichiarazioni, faccio bene a tornarmene all’inferno, dove almeno avrò compagnia più simpatica e sincera.
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Boicottare la Mondadori e’ giusto. Io lo faccio. E vi spiego perche’.

Sono diversi giorni che ci penso, e alla fine sono giunto alla felice e serena conclusione che sì, boicottare la Mondadori è giusto.

Gli argomenti di chi sostiene la tesi contraria sono, sostanzialmente, ridotti a uno solo: non è giusto boicottare la cultura solo perché in mano a un uomo che, per evitare alla casa editrice di pagare qualcosa come 350 milioni di euro, ha in programma di far approvare un decreto-salvacondotto che le permetterebbe di cavarsela versando una cifra irrisoria rispetto a quella dovuta. E’ una cosa ignobile, è vero, ma non c’entrano niente gli autori né le opere che scrivono, la cultura è di tutti e non ha colore politico.

E invece no, la cultura un colore politico ce l’ha e come.

Basti pensare a quella fucina di intellettuali che fu la casa editrice Einaudi (prima che passasse anch’essa sotto il controllo di Berlusconi), in cui gravitarono Pavese, la Pivano, Calvino, la Ginzburg, per cui pubblicarono autori come Rigoni-Stern e Calvino, come lo stesso Sciascia, come Primo Levi, fino ad arrivare a Rossana Rossanda.

Basti pensare al fatto che la stessa Einaudi (sempre quella sotto il controllo di Berlusconi, il faut le dire) ha recentemente rifiutato la pubblicazione di una delle ultime opere del Premio Nobel per la Letteratura José Saramago ("Il Quaderno") perché aveva trattato Berlusconi da "delinquente".

Basti pensare al fatto che case come la Editori Riuniti non pubblicherebbero certo una nuova traduzione del "Mein Kampf" di Hitler, solo perché anche quello è un libro, e non c’è fine alla cultura. Non a caso è un testo che si trova in edizioni semiclandestine nelle librerie, con pochissime o nulle indicazioni circa il luogo di edizione e il nome del traduttore.

E questo ha una ragione ben precisa, che si chiama "politica editoriale", la stessa che fa sì che in Italia non vengano praticamente tradotte le opere di Kim Il-Sung e di Kim Jong-Il, dittatori nordcoreani.

Nessun editore sano di mente prenderebbe mai sul serio l’ipotesi di pubblicare i falsi diari di Mussolini in mano a Marcello Dell’Utri, eppure costituiscono indubbiamente un documento storico (anche i falsi sono documenti storici!) di un certo interesse. Renzo De felice, il massimo storico del fascismo italiano li ha definiti una patacca, e, appunto, nessuno vuole sporcare le stamperie con le patacche, fossero anche patacche di interesse di studio storico.

Ce le vedete voi le edizioni Paoline a pubblicare una nuova traduzione della "Nouvelle Justine" del Marchese De Sade? Eppure anche quella è cultura, e la cultura non ha colore. Oppure quelli delle edizioni Kaos che pubblicano un’edizione (seria, eh, mica una patacca…) della Bibbia, magari nella traduzione settecentesca del Diodati?

Le case editrici hanno una politica, quella di Mondadori è quella di pubblicare tutto quanto faccia fare quattrini. Lo si può anche condividere, a tratti, certo, magari il vecchio Arnoldo Mondadori, che era imprenditore, sì, e proprio per questo sapeva vedere bene i limiti dell’editoria, la pensava in un altro modo.

Ma certamente Elsa Morante che pretese che "La Storia", dalla sua prima pubblicazione, fosse stampato e distribuito in edizione economica oggi non potrebbe pubblicare certo con la logica di Marina Berlusconi.

Ricordo ancora una vecchissima edizione del 1945 di alcuni romanzi di Simenon pubblicati da Mondadori. Era appena finita la guerra. Nelle pagine finali era scritto più o meno "Scusateci, la carta e le materie prime per la stampa di questa edizione non sono eccellenti, è difficile trovare materie prime e speriamo di tornare alla qualità standard di sempre". Era stupendo, e quel libro, stampato con materiali scadenti è arrivato integro fino a noi.

La Mondadori era questa, e adesso non lo è più. García Márquez o Bruno Vespa sono la stessa cosa, sotto il profilo del minimo comune denominatore del profitto.

Per questo vi segnalo volentieri l’iniziativa degli amici di

http://www.mondadorinograzie.org

che prevede tre gradi di boicottaggio.

Personalmente scelgo di non comperare più libri della Mondadori. Oh, intendiamoci, ne ho ancora molti qui in casa e non ho intenzione di farne uno stupido falò.

Ma non comprerò più Guccini, Camilleri, o lo stesso Saviano, che avrebbero tutto il potere di decidere di non pubblicare più per Mondadori e non lo fanno.

Calvino, ad esempio, non può più decidere il destino delle proprie opere, per evidenti e sopraggiunte condizioni di cessata esistenza in vita, ma i suoi eredi questo potere lo hanno e Calvino non percepisce più un centesimo dai diritti d’autore della sua opera.

L’errore più tremendo e pericoloso che si possa commettere è proprio quello di dire che i libri, proprio perché libri, siano avulsi dalle logiche di chi li scrive e di chi li pubblica.

Esistono case editrici, come la Sellerio di Palermo, che hanno fatto della propria politica editoriale un punto di forza e di riscatto, senza aver bisogno delle leggine "ad aziendam".

E non lasciamoci fuorviare, per favore, da articoli come quelli di Alessandro Gnocchi de "il Giornale" (sempre di proprietà della famiglia Berlusconi) quando, con lo scopo di trattare il soggetto che boicotta da "Cretino Militante" (sic!) titola "Dicono no a Pirandello solo per boicottare il colosso Mondadori": le opere di Luigi Pirandello sono in pubblico dominio, chiunque può pubblicarle e le librerie sono piene di edizioni alternative a quelle della Mondadori, persino i remainders.

Quindi

IO BOICOTTO MONDADORI

voi fate un po’ il cazzo che vi pare.

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Silvio Berlusconi “corresponsabile di vicenda corruttiva”

«È da ritenere "incidenter tantum" e ai soli fini civilistici del presente giudizio, che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si procede».
                       
Giudice Raimondo Mesiano, Motivazioni della sentenza di condanna nei confronti della Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro a favore della CIR di Carlo Benedetti.
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Daria Bignardi non ci lascera’ mai orfani -pensate che culo!-

Ieri sera in TV da Fazio c’era Daria Bignardi, la nuora di Adriano Sofri.

E’ morta sua madre, povera donna (la madre!), ed è una vera e propria pena.

Ma, come dicevo qualche post fa, muore tanta gente, padri, madri, fratelli, sorelle, figli. L’esperienza della morte di una persona cara è sconvolgente, ma soprattutto è personale. Ognuno se la vive per conto proprio, se la assimila, cerca di diluirla nel flusso normale della vita.

Ma c’è gente, come la Bignardi, che non si accontenta con la semplice elaborazione del lutto personale, no, lei i propri fantasmi vuole farli vivere anche agli altri, vuole dire a tutti che sta male, e che non può stare male da sola. Sul suo blog (ospitato da Style.it, Glamour, people, lifestyle e altri anglicismi) un lettore anonimo le ha consigliato di scrivere un libro. Detto fatto. E’ uscito "Non vi lascerò orfani", per Mondadori (certo, va bene essere la compagna di Luca Sofri, ma volevate che la Bignardona si facesse mancare l’opportunità di pubblicare per Berlusconi?), 14 euro sul sito di Feltrinelli e senza resto.

Perché già c’è il lutto, facciamo in modo che diventi l’occasione per farci su un paio di palanche.

Sullo stesso blog, la Bignardi ha avvertito i suoi lettori della partecipazione televisiva a "Che tempo che fa!":

Ha scritto "Gulp!" Era da quando leggevo i fumetti di zio Paperone da piccolo che non vedevo più nessuno che scriveva "Gulp!". C’è da crederci se nel post del 27 gennaio scorso la Bignardi, annunciando l’uscita del libro, ha comunicato: "L’ho scritto di getto, in otto mesi. Per altri due mesi  poi l’ho riscritto." Dieci mesi per scrivere un libro. Si vede che doveva prima imparare a scrivere, o che prima scriveva solo per onomatopea.

Ci lasci orfani, signorina Bignardi in Sofri, non ci mancherà.

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