Diffamazione: la Corte di Cassazione annulla la condanna inflitta a Oscar Giannino nei confronti di Luca Cordero di Montezemolo

La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Milano nei confronti di Oscar Giannino e di altri giornalisti, al risarcimento di 15000 euro nei confronti di Luca Cordero di Montezemolo, dopo che Giannino aveva pronunciato la frase “Prima della nostra rottura, Luca Cordero di Montezemolo mi ha chiesto: tu quanto mi costi?” in un comizio tenutosi a Perugia il 12 gennaio 2013. Il processo andrà rifatto tenuto debitamente di conto che “il bilanciamento tra la libertà di espressione del pensiero e il diritto alla riservatezza della persona si attua con pesi e misure profondamente differenti quando la libertà di stampa ha ad oggetto questioni politiche e di pubblico interesse, ovvero tocca la persona di soggetti politici, cui si richiede un alto tasso di resistenza e di tolleranza alla critica, soprattutto allorché quest’ultima si inserisca in un contesto di agone politico – come quello qui in discussione – dove prevale l’interesse a tenere alto il livello di dibattito pubblico” e che “bisogna circoscrivere l’analisi di una «notizia diffamante», nel contesto politico, ove il linguaggio ha sempre carattere salato, suggestivo e allusivo, poiché tende alla captatio benevolentiae, e quindi ammette invasioni di campo nella sfera privata molto più ampie rispetto ad altri contesti di critica giornalistica. Affinché il dibattito politico, inteso come il «cuore della democrazia», possa svolgersi il più liberamente possibile, è così ammesso il ricorso ad affermazioni esagerate, provocatorie e persino smodate”. Secondo gli ermellini “la libertà di dibattito politico, in effetti, è la più ampia forma di manifestazione della libertà di espressione il cui esercizio – che avviene tradizionalmente attraverso il pubblico comizio, l’intervista, il mezzo della stampa, anche tramite l’uso di altri media e di Internet – misura il tasso di democrazia raggiunto in un Paese, in quanto è precipuamente finalizzato a fornire al pubblico un mezzo per scoprire e formarsi un’opinione sulle idee e le attitudini dei diversi soggetti che si confrontano nell’arena politica”, e, infine, che “il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che, comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali”.

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Il blog resti così com’è

Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze, come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l’incantesimo

H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2005, p. 175

  • E’ bene che il blog resti così com’è. Nessun aggiornamento per un periodo di tempo indeterminato. Nessuna modifica, nessuna cancellazione o aggiunta. Sì, è successo qualcosa. Ma non posso parlarvene, ora e qui. Lo farò se e quando mi sarà possibile. Ci sono tanti argomenti sui quali vorrei e potrei darvi il mio parere. O sui quali, più semplicemente, vorrei parlare. Ma è bene che tutto resti com’è per poter andare avanti quando e come sarà. Con questa riflessione gattopardesca mi congedo per un (bel) po’ di tempo, nella speranza che sia sempre più breve il trascorrere dei giorni che ci separano da un nuovo post.
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Quelle scuole dove non esistono né stranieri né “diversamente abili”

This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Generic license. Da: http://homepage.mac.com/weckpe/iblog/B1954039669/index.html
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Avevo scritto che non mi sarei più occupato di scuola per lungo tempo. Poi succedono o, peggio, si scrivono cose che lasciano attoniti e sbigottiti. Per cui ho deciso di riaprire le danze, sempre per la serie “Scrivono senza vergogna, ripubblico senza commento”.

“L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo”
“Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES”

(Liceo Ennio Quirino Visconti – Roma)

“Gli studenti del nostro Istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. L’incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana è relativamente molto bassa e si tratta per lo più di figli di personale delle ambasciate e/o dei consolati, particolarmente presenti nel quartiere Parioli”.
“Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi“

(Liceo Giuliana Falconieri – Roma)

“Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata”
“Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa”

(Liceo D’Oria – Genova)

Gli studenti “in genere hanno per tradizione una provenienza sociale più elevata rispetto alla media”

(Liceo G. Parini – Milano)

Sono i RAV, i rapporti di autovalutazione che le scuole sono tenute ad inviare ogni anno al MIUR. E fanno venire freddo.

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Uber alles

uber
Screenshot tratto da “La Stampa”

Il Tribunale di Milano ha inibito le attività connesse all’utilizzo dell’applicazione UberPop su tutto il territorio nazionale per concorrenza sleale.

La cosa più buffa di tutta questa pantomima, è che nella trasmissione di “Report” dello scorso 24 maggio veniva indicato come modello virtuoso della cosiddetta “sharing economy“.

Come funziona/funzionava? Semplice, si scarica l’applicazione e ci si connette a una rete di utenti dando la disponibilità di offrire un passaggio in macchina a chi lo richiede. Per esempio, io ho un’ora di tempo in cui percorro il tragitto che mi separa dal luogo di lavoro, decido di metterla a disposizione, assieme alla mia auto, a chi ne ha bisogno. Arriva una chiamata di una persona che chiede un passaggio per la mia stessa destinazione. Lo faccio salire ed ecco che sono divise le spese. Perché Uber riscuote il costo del passaggio per intero e destina una parte al conducente.

La gorgheggiante Gabanelli diceva, introducendo la sua trasmissione sulla “sharing economy”: “sta nascendo un mondo parallelo che sembra riportarci indietro, ma crea valore proprio in senso economico.” E poi “Invece vediamo, nel mondo, oltre agli Stati Uniti, il calo di patenti nei giovani fino ai 34 anni. In quali paesi, oltre agli Stati Uniti, appunto Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Germania, Canada, Giappone, Sud Corea. E quindi, come si muovono? Con il trasporto pubblico ovviamente ma sta crescendo la cultura della condivisione, dell’auto, dell’appartamento, delle competenze.” E infine “Cose che si sono sempre fatte solo che si fermavano al cortile di casa adesso esplodono in rete e diventano impresa alla portata di tutti. E questo non c’entra niente con la crisi, è proprio un mondo che si sta riorganizzando.” Poi è arrivata la mannaia del tribunale.

Quindi, tutto questo giochino sembra una gran figata ma non lo è. Qualcuno si era già illuso di farne una fonte di reddito per arrotondare o risparmiare, ma l'”Effetto dirompente” di cui parla “Report” (è il titolo del servizio di Michele Buono introdotto con toni entusiastici dalla Gabanelli) si è sgonfiato con la prescrizione di cessare le attività entro 15 giorni, pena una multa di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo.

Eppure sembrava la quadratura del cerchio, la scoperta del Sacro Graal, l’elisir di lunga vita: soldini per tutti, basta avere una macchina non più vecchia di 10 anni (io non potrei mai farlo, la mia Punto è del 1999) e avere la fedina penale pulita (in India, recentemente una 26enne è stata oggetto di stupro da parte del suo autista). E’ francamente pochino come offerta di garanzie, pochino davvero. Lo stato di efficienza del veicolo non lo si misura certamente dall’età, io posso avere un rudere che parte alla prima e un nuovo modello che ha dei problemi. Ci vorrebbero, come minimo, dei controlli al mezzo certificati da chi offre il servizio (come succede con i nostri taxi, ad esempio), e non è che un autista non pregiudicato sia migliore di uno che ha avuto problemi con la legge. Non è che me lo garantisce il casellario giudiziale che chi conduce il veicolo sia una persona in salute e con 10/10 di vista.

Verso la fine dello scorso anno, inoltre si sono susseguiti in rete articoli e approfondimenti che segnalavano come l’app di Uber acceda a determinati servizi allo scopo di offrire dei servizi migliori. In effetti non è affatto dimostrato che ci sia da parte dell’applicazione un accesso a servizi SMS, chat, e-mail e quant’altro, ma quella di chi la scarica e la installa è una inquietudine più che legittima (“cosa fa questa applicazione sul MIO telefono e sui MIEI dati”?)

Eppure, nonostante tutto questo, c’è ancora chi pensa di aver trovato l’America installando un programmino sullo smartphone e mettendosi lì ad aspettare che qualcuno lo chiami per tirar su un po’ di palanche. E c’è anche chi ha sacrificato qualche migliaio di euro per comperare una macchina usata da utilizzare nella attività parallela di “driver” ma a Torino , nello scorso dicembre, i vigili hanno sequestrato patente e libretto di circolazione a tre autisti Uber che si sono visti anche confiscare l’automobile (una Lancia Delta, una Fiat Scudo e una Suzuki Vitara) . In realtà una sentenza favorevole agli Uber Driver c’è: il Giudice di Pace di Torino, proprio deliberando sulla confisca dell’auto diuno degli autisti segnalati a dicembre, ha sottolineato che il servizio non è regolato dalla legislazione italiana e che occorre che il legislatore adegui le norme a quanto previsto dalle nuove tecnologie). E’ passato solo un mese e questa sentenza è stata spazzata via dal Tribunale di Milano che ha imposto un provvedimento di censura addirittura a livello nazionale.

Ma quanto si guadagna con Uber? Difficile dirlo, dipende, essenzialmente, da quanto tempo pensate di dedicare all’iniziativa. Ho trovato un articolo de “La Stampa” intitolato “Nove corse e 61 euro, la mia giornata da autista Uber”: dalle 9 alle 18, con due pause di mezz’ora. Undici chiamate di cui due annullate, nove corse effettuate, un centinaio di chilometri percorsi. 61 euro di incasso: 11 vanno a Uber e altri 11 se ne sono andati di gasolio (l’auto è una Alfa Romeo Giulietta). Sono 39 euro in 9 ore. A cui va detratta l’usura del mezzo secondo le tabelle ACI. Ancora tremendamente poco, anche se mi rendo conto perfettamente che ci sono persone per le quali 39 euro in più al giorno fanno una bella differenza. Al mese sono 1170 euro, all’incirca quanto guadagna un precario. Ma non penso proprio che a tutti vada così “di lusso”. In una città in cui ci sono stazioni ferroviarie e un aeroporto forse è più facile raccogliere un numero di chiamate maggiore: difficile avere questi risultati nei piccoli centri. Ma tutto può darsi. E comunque sul guadagno netto grava comunque la scure del fisco italiano.

Tornando alla sentenza, vedremo cosa accadrà tra qualche giorno (Uber ha annunciato di voler presentare appello), ma sia che siate passeggeri che autisti state dimolto attentini, sì?

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Il potere e la gloria

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L’atteggiamento sminuente di Renzi si concretizza soprattutto quando il Nostro si trova faccia a faccia con il dissenso.

Se qualcuno lo contesta alla Festa dell’Unità a Bologna, si tratta di pochi “fischi”. Se qualcuno lo contesta sul suo amatissimo Twitter sono dei “rosiconi”. Se i black bloc mettono a ferro e fuoco Milano si tratta comunque di “teppistelli” (e sappiamo molto bene che i milanesi riescono a sopportare tutto, appalti comprati, lauree truccate, cliniche degli orrori, politici ladri, infiltrazioni della malavita organizzatama non spaccare loro le porte e le vetrine delle banche perché si incazzano!) mentre di fronte agli scioperi degli insegnanti e degli studenti in sette città italiane ha detto che “Sì, va bene, su alcuni punti si può trattare!” Ma non ha detto che il testo della sua disgraziata riforma scolastica passerà alla Camera il 19 maggio prossimo, quindi la disponibilità al miglioramento durerà al massimo 13 giorni (immagino che dialogo!) e non riguarderà uno dei punti più controversi: il potere dato ai presidi di scegliere discrezionalmente i docenti da apposite liste.

Perché ciò che fa dei provvedimenti di Renzi dei provvedimenti vincenti nelle aule non è la bontà del provvedimento, ma la prepotenza. Un testo di legge come quello dell’Italicum è stato sottoposto a tre voti di fiducia. E sarebbe il caso che ci spiegassero lorsignori come è possibile che una legge elettorale con porti il contributo fattivo del maggior numero possibile delle parti politiche (come dovrebbe essere).

Potere, quindi, nient’altro che potere. Che è lo stesso che Renzi e i suoi stanno dando ai dirigenti scolastici. E poi, quando accanto al termine “potere” viene associato l’aggettivo “discrezionale” il potere ha un sapore ancora migliore, roba che il Chupa-Chups al latte e fragola diventa un sacchetto di bucce di baccelli (nòmansi “baccelli” a Livorno le pregevoli fave). Per questo non esiste e non può esistere ascolto dell’altro che la pensa in modo diverso, perché il potere è nelle mani di uno solo. Ci hanno fatto anche credere, ad esempio, che le leggi le faccia il Governo e non  il Parlamento. Perché se le facesse veramente il Parlamento non ci sarebbe questa tempistica così stretta e, probabilmente, qualcuno le leggi oltre che a scriverle le discuterebbe pure.

Daranno il contentino di una manciata di assunzioni in più in cambio della chiusura di un occhio sui finanziamenti alla scuola privata, e chi verrà assunto in ruolo sarà solo molto meno libero ma non lo saprà.

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Sangue e tribunali

bbc

“Stasera al Palazzo di Giustizia di Milano hanno trovato una mattinataccia”, come direbbe il mi’ babbo Sergio.

Perché se vai all’aeroporto e cerchi di accedere ai gates con una mezza di acquetta minerale in mano ti obbligano a buttarla e a ricomprarla dentro a prezzo più che quintuplicato (o allora? Se un ti sta bene la lasci lì), mentre se vai al Palazzo di Giustizia di Milano rischi di trovarti due pallottole in corpo e non tu non sai nemmeno chi cazzo abbia fatto passare una pistola nelle mani di un imputato per reati tributari, adesso promosso a pluriomicida. Eh, ma si sa, l’acqua minerale è tanto pericolosa!

Il ministro della Giustizia Orlando ha dichiarato pubblicamente che “Bisogna capire se ci sono falle nella sicurezza”. Falle? Queste sono voragini! Qui ci son ventimila leghe sotto i mari, la Fossa delle Marianne!!

Perché, diciamocela tutta, la tecnica preferita da questo governino bla-bla non è quella di ammettere di aver sbagliato (sia mai!) a creare (scientemente o colposamente) le condizioni per cui una pistola potesse entrare in un’aula di tribunale, ma quella di agire SEMPRE e COMUNQUE a posteriori. Voglio dire, l’Alta Corte Europea ci condanna perché non abbiamo inserito il reato di tortura? “Domani se ne parla in aula a Montecitorio” (son passati quattordici anni dai fatti di Genova e magari parlarne prima no, eh??). Un folle spara a tre persone e la risposta è “Lo abbiamo arrestato!” e non “Ce lo siamo fatti scappare!” (perché uno che spara in Tribunale non può e non deve scappare). E allora, si sa, bisogna vedere se c’è una “falla” perché casomai ci fosse (e sottolineo casomai) bisogna prendere dei provvedimenti.

E intanto lo sparatore di Milano, sulla falsariga dei film anni 70 sulla malavita, ha fatto un po’ come il bombarolo di De André, ha esercitato la sua decisione di comminare la condanna a morte o concedere l’amnistia, e lui ha scelto. Ha scelto perché gli hanno dato il permesso di scegliere quando non poteva e non doveva farlo.

Non succederà nulla, o quasi nulla. Arrestato lo sparatore gabbato lo santo. Fine della mattinataccia.

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Trattatello in lode ed onore di Benedetta Parodi

Mi piace Benedetta Parodi.

Oh, ecco, l’ho detto, sono riuscito a fare outing davanti a migliaia di persone senza minimamente vergognarmene. Credo che sia la stessa sensazione che provano a raccontare la propria condizione gli omosessuali. O i cattolici.

Mi piace lei, mi piacciono i suoi programmi di cucina e il modo che ha di condurli. E’ sempre stata (ingiustamente!) trattata da divulgatrice di una cucina da supermercato (come se i suoi detrattori la spesa la facessero dall’ortolano tutti i giorni a chilometri zero, o se la pasta andassero a comprarla allo spaccio del pastificio sotto casa!), da metropoli del nord (ma perché, a Torino, Milano e Venezia non si mangia?? E in quelle del sud si sta a stecchetto???), una cucina prete-à-manger, con spreco di padelle antiaderenti, surgelati (qualcosa contro i surgelati?) e idee quattrosaltimpadellistiche. Nulla di più falso. La Parodi è brava, ma, soprattutto, come dice mia moglie, è imperfetta. Si brucia le dita mentre scola l’acqua della pasta, dice “Oh, santa polenta!”, quando va a “impiattare” (termine orribile ma glielo perdoniamo) impiastriccia la presentazione, scivola, intràmpola, méstola e buca letteralmente lo schermo.

Soprattutto, la Parodi riesce a non farti sentire in colpa. In colpa di aver fatto un brodo con il granulare alle verdure solo perché non ti sei alzato all’alba per andare a cercare un bouquet garni per preparare il court bouillon. In colpa di esserti andato a prendere il Misto Benessere della Orogel anziché aver passato il pomeriggio a storzolare i cavolini di Bruxelles (eh, son già pronti…). In colpa per non aver comprato il pollo ruspante del contadino e riuscire a sostituirlo con un petto di pollo di quelli impacchettati nel cellophàn (con l’accento sull’ultima, come lo direbbe Paolo Conte) e nel polistirolo, che tagliato a bocconcini va bene lo stesso per fare una ricetta di nove minuti, chè la gente ha anche da vivere e di tempo ne ha sempre meno. Ecco, la Parodi ti aiuta a vedere il prodotto industriale (che so, il miele Ambrosoli anziché quello dell’apicoltore, che sarà migliore ma non ce l’ho sottomano un apicoltore, che faccio, mi ammazzo? La passata di pomodoro della De Rica, che va beh che son più buoni i San Marzano maturati al sole cocente delle Puglie, ma intanto ho questa e si fa prima, e poi chissà se esiste ancora la De Rica e viandare) come una cosa assolutamente normale nella tua vita culinaria. E a sentirti bene.

Qualcuno dice che i suoi piatti non sono alta cucina. Ma alla Parodi gliene frega un baffo dell’alta cucina (fermo restando che ci ho visto anche Vissani da lei, segno evidente che il cucinismo spicciolo televisivo tira), la Parodi è lì che frulla, mixa, affetta, taglia, assaggia col dito portato alla bocca e poco male se nel contempo vi maneggia cucchiai, forchette e coltelli, non spiega le ricette, le incontra, le fa sue, ci parla quasi, in un colloquio intenso fra la pietanza e il pubblico, insomma, è dimolto brava e a me mi garba parecchio, e se non siete d’accordo cazzi vostri (oh, sarò padrone a casa mia…).

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Le “‘omuni origini tos’ane” di Francesco Petrarca e Andrea Kerbaker

Andrea Kerbaker è scrittore, docente di Istituzioni e Politiche Culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, collaboratore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, nonché collezionista universalmente riconosciuto di libri. Ne possiede più di 25000.

Bene. Sto leggendo il suo ultimo libro “Lo scaffale infinito – Storie di uomini pazzi per i libri”. Bello. Si passa da Petrarca a Umberto eco passando per Federigo Borromeo, Madame de Pompadour, Caterina di Russia, Borges e altri.

A pagina 17 c’è un monologo interiore di finzione tra Petrarca e tale Coluccio. Vi si legge:


E qui c’è un errore madornale, che è quell’elisione della “c” (che poi starebbe per il fonema /k/) nella parola *tos’ane.

Non ho voglia di stare qui a spiegarvi la gorgia toscana o il raddoppiamento fonosintattico, vi basti sapere solo che NON E’ VERO che in toscano cadono tutte le c. O si pronunciano aspirate come nel fiorentino. O non si pronunciano proprio come in livornese.

Va bene la “hoha hòla hólla hannuccia hórta horta e una hìna halda” da chiedere al bar. Va bene dire “la mi’ hasa”. Ma NON SI DICE “vado a ‘hasa”. No. Si dice “vado a kkasa”, con la c raddoppiata (come in “accasarsi”, ad esempio).

E non si dice “tos’ane” ma, semplicemente, “toscane”.

E’ un po’ l’effetto che produce chi, non essendo toscano, tenta di imitare la pronuncia toscana. Possono cascarci tutti. Meno i toscani, naturalmente, che, come ricordava Curzio Malaparte, quando gli altri ridono (“La mi’ hagna ha fatto sette hagnolini tutti senza hoda…”, ah ah ah, le rysa!!!) restano imperterriti a gelarti il sangue nelle vene.

E sorridono di buon grado sapendo che è bello correggere Andrea Kerbaker su queste piccole cose.

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