Fascismi d’Italia

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Stiamo assistendo a una serie piuttosto variegata e assortita di fascismi di ogni fattura e natura.

Il fascismo è così. E’ maledettamente camaleontico e si trasforma in una serie praticamente infinita di manifestazioni (spesso della stupidità umana).

Il fascismo è, per esempio, vedere la testa della Boldrini protagonista di un pietoso e malfatto photoshop, penzolare sanguinolenta sotto una scritta che dà i brividi solo a leggersela (“Sgozzata da un nigeriano inferocito. Questa è la fine che deve fare.”), figuriamoci a metterla in pratica. Ora, indubbiamente la Boldrini è criticabile per moltissimi suoi atteggiamenti, ma non può essere oggetto di bersaglio e scaricatoio di malumori e dolori di stomaco da intolleranza dei migranti in Italia. Poi l’autore del gesto in questione è stato individuato. Si chiama Gianfranco Corsi, ha 58 anni ed è della provincia di Cosenza. Uniche armi a disposizione un computer e la schiavitù di Facebook.

Il fascismo è, sempre per esempio, tirare un sospiro di sollievo al leggere che è stato individuato l’autore del fotomontaggio contro la Boldrini e scoprire che ne è stato messo in linea un altro (perché i fascismi sono così, si riproducono per partenogenesi), in cui si vede la testa dell’ex presidente della Camera stretta da una pinza in mano a una persona col viso insanguinato. Scusatemi ma non mi va di ripubblicare questo materiale iconografico, ne avreste solo nausea. La scritta, comunque, riporta  “Giustizia per Pamela Mastropietro barbaramente uccisa e fatta a pezzi da una risorsa nigeriana amica della Boldrini”. Anche qui un computer per sparare a zero e spargere intolleranza e male di vivere. Segnalato anche qui l’autore della bravata, solo che non se ne conosce ancora l’identità. Ed è un peccato perché i fascismi dovrebbero sempre avere un nome e un cognome.

Il fascismo è, ancora per esemplificare, uno che al posto del computer per sparare usa una pistola vera, regolarmente detenuta, seminando il panico per le vie di una città come Macerata e ferendo sei persone, tutte di colore, solo perché voleva vendicare (si legga “farsi giustizia da solo”) la morte della ragazza tossicodipendente fatta a pezzi e occultata da un immigrato. Gli hanno trovato in casa il “Mein Kampf” di Hitler (e qualcuno dirà: “perché, non si può tenere??”), croci celtiche, svastiche, saluti romani, arresti teatrali mentre si faceva avvolgere dalla bandiera italiana. E sulla rete (ma anche fuori) manco a dirlo, manifestazioni di solidarietà a iosa e c’è già qualcuno che lo chiama “eroe”. Il suo avvocato racconta di venire addirittura fermato per la strada e di ricevere attestazioni di stima dai passanti da rivolgere al suo assistito (per il quale chiederà comunque una perizia psichiatrica). I fascismi sono spesso permeati di imbarazzo, e lo crediamo bene.

A scuola i fascismi si travestono da studenti. A guardarli sembrano innocui, hanno sui 15-16 anni, i brufoli come tutti i loro coetanei, ma possono vantare un profilo Facebook di tutto rispetto. Interventi per la commemorazione di figure come Giovanni Gentile (che troppo spesso ci si dimentica essere stato il braccio destro di Mussolini per l’istruzione), fotografie con magliette inneggianti all’ardore, al sacrificio, alla forza fisica, a Dio, alla patria, magari anche al Duce che non fa mai male, e poi vanno in giro dicendo “Sì, io sono fascista”, e nessuno dice loro niente, nessuno li ferma, nessuno comunica un messaggio diverso perché i fascismi fanno paura, anche se hanno solo 15 anni e allora meglio stare lontani, ma il punto è che mentre tu stai lontano loro agiscono. Organizzano dibattiti, presentazioni di libri, invitano questo, invitano quello, sempre tra di loro, sempre tra amici. Hanno gioco facile perché nella scuola italiana regna la più massiccia assenza di pensiero critico che si sia mai verificata nella storia. Nessuna proposta decente per le assemblee di istituto, tranne i soliti tornei di calcetto, di pallavolo, la proiezione dei sempiterni “L’attimo fuggente” o “La vita è bella” in una saletta secondaria, per non parlare del dibattito sulle tossicodipendenze regolarmente snobbato da decine di studenti felici di non poter fare un cazzo per una mattinata intera. E’ logico che su questo terreno dissennato certe proposte per così dire “alternative” trovino un ambiente per attecchire. “Un dibattito sui valori tradizionali, la presentazione di un libro, il ruolo di Giovanni Gentile nella scuola moderna, eh, ma che bello, che figata, bravi, bravi… venite che vi diamo l’aula magna!” Poi vai a vedere il curriculum degli invitati per controllare i loro trascorsi politici e ti viene freddo. Perché per i fascismi non puoi dire, come per tante altre cose, che “son ragazzi”.

Il fascismo è questo e molto altro. Ed è la prima volta che io ne ho paura.

Copyright: in pubblico dominio le opere di Adolf Hitler. Per Anna Frank bisogna continuare a pagare

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"Mein Kampf dust jacket" by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume - This image is available from the New York Public Library's Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg
“Mein Kampf dust jacket” by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume – This image is available from the New York Public Library’s Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

Ad ogni inizio d’anno, assieme allo scintillante Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna e alla sua pallida e tisica imitazione della Fenice di Venezia, va in onda il tradizionale dibattito sulla scadenza dei diritti d’autore e su quali autori siano caduti in pubblico dominio.

Per intenderci, dal primo gennaio dopo il compimento dei 70 anni dalla morte dell’autore, chiunque può duplicare, distribuire, tradurre, pubblicare e perfino vendere (se qualcuno glielo compra) un testo di quell’autore.

I conti sono semplici: dal 1 gennaio 2016 sono di pubblico dominio gli scritti di tutti coloro (non necessariamente scienziati o letterato o filosofi) che sono morti nel 1945. Tra cui quella bella faccia di Pasqua dello zio Hitler. Dura lex sed lex, ma se qualcuno intraprendesse (e non è detto che qualcuno non l’abbia già intrapreso) la trascrizione del “Mein Kampf” e la sua messa in linea sarebbe perfettamente legittimato a farlo. Ovviamente in tedesco. Ma, ugualmente, se qualcuno conoscesse così bene il tedesco da essere in grado di tradurre in modo decente tutto il libro, potrebbe metterne in linea una versione in italiano, in francese, in inglese, o quello che sia.

Hitler in pubblico dominio, dunque, che ci piaccia o no.
Quello che invece non ci piace è il fatto che i diritti del Diario di Anna Frank, la vittima che, pure, sarebbe caduta in pubblico dominio assieme al suo orrendo carnefice, siano stati procrastinati fino a tutto il 2049. Tutto ciò per una dichiarazione della Anne Frank Fonds, la società svizzera che gestisce i diritti d’autore dell’opera, secondo la quale il Diario sarebbe frutto della collaborazione dell’opera del padre di Anna, Otto, morto nel 1980.

Si noti bene che nelle copie cartacee, sia in lingua originale, sia nelle innumerevoli traduzioni fin qui apparse, viene indicata come unica autrice Anna Frank e mai il padre Otto, sia pure come coautore.

L’intolleranza è gratis. Per le testimonianze di vita e di morte bisogna ancora continuare a pagare.