Sotto sequestro il sito “Bufale Un Tanto Al Chilo”

butac

Mi è appena arrivata la notizia che questa mattina, su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna è stato sequestrato il sito www.butac.it (“Bufale Un Tanto Al Chilo”), a seguito della querela di un privato per un articolo risalente a due anni e mezzo fa.

L’elemento che colpisce è che, per la prima volta nella sua storia (e dire che il sito di interventi giudiziari ne aveva avuti altri in passato) il sito è stato sequestrato per intero. Non si è agito, cioè, sul singolo articolo che aveva determinato la querela e, quindi, l’azione giudiziaria, ma si è oscurato TUTTO il sito, con più di 3000 articoli, tutti probabilmente con nessuna o scarsissima attinenza alla materia del contendere.

Viene quindi a mancare un elemento fondamentale per l’informazione, giacché la risorsa si occupava di fake news e lo faceva anche collaborando con la stessa polizia postale che ha operato il sequestro. Non si conoscono per il momento gli estremi di reato contestati all’owner del sito (probabilmente si tratta di diffamazione), né quali comportamenti sarebbero oggetto di specifica indagine. Si tratta decisamente di un atto radicale che fa in modo che questo sito web che non sia più in grado di pubblicare le proprie inchieste, i propri articoli e le proprie deduzioni. Per curare un brufolo si è tagliata la testa intera. E questo è, semplicemente, abnorme.

Sequestrano sempre i siti di debunking sbagliati.

 

AGGIORNAMENTO DEL 7/4/2018: Secondo quanto pubblicato da varie testate on line questa mattina, il sequestro del sito “Bufale Un Tanto Al Chilo” sarebbe dovuto al rischio di recidiva, ovvero al fatto che l’evento possa ripetersi (non sarebbe comunque la prima volta che l’iniziativa viene querelata). Spesso si sente dire, altresì, che il querelante non avrebbe espressamente richiesto in querela il sequestro del blog in questione. Pare una obiezione debole, perché il Pubblico Ministero (è un Pubblico Ministero che ha disposto il sequestro, non un giudice) nel suo operato non deve, come è logico, essere sottomesso alle richieste (o, come in questo caso, alle non-richieste) di nessuno.

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Il sangue della Diaz

repubblica

Ora sappiamo. Sappiamo che il sangue sui pavimenti della Diaz non è stato versato perché le vittime si sono sbucciate i ginocchi mentre giocavano a rincorrersi, ma che tutto “deve essere qualificato come tortura” e che i colpevoli restano impuniti.

E sappiamo anche che “Questo risultato non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri“.

E siccome l’articolo 3 della Carta per i Diritti dell’Uomo stabilisce che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” il fatto di non avere una normativa penale sulla tortura crea un vuoto legislativo grosso come una voragine, perché non permette di proteggere le eventuali vittime di reato.

Lo Stato di diritto è assente. O, se si vuole, è presente sotto forma di una propostina alla Camera, che istituisce il reato di tortura e lo punisce con pene da 4 a 10 anni di reclusione (si può arrivare all’ergastolo se dalla tortura deriva la morte). E’ come riconcorrere la Maserati Biturbo della storia con un ciucciariello. Sono 14 anni che a Genova lo Stato si è erto a giudice sommario e violento di cittadini inermi e incapacitati a difendersi. Gli stessi cittadini che gli erano stati affidati per trovare rifugio. E noi rispondiamo con un testo di legge lodevole nei contenuti, ma estremamente inadeguato e improponibile nella tempistica. E’ una risposta beffarda, quella del Premier Renzi in esame alla Camera, perché arriva dopo una sentenza inequivocabile della Corte di Strasburgo, e non ci venga a dire il piccolo twittatore fiorentino che questo bicchier d’acqua possa placare la sete di diritto che non può non avere dei nomi e dei cognomi, lui che ha confermato (era stato nominato da Letta, in accordo con l’allora ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni) l’ex capo della polizia De Gennaro ai vertici di Finmeccanica. Non si chiudono così le partite con i principii di diritto.

E su quel sangue della Diaz c’è chi non ha mai smesso di piangere.

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AGCOM: in vigore il regolamento sul copyright

Da oggi siamo tutti molto meno liberi.

Si sono levati scudi di incostituzionalità, proteste, obiezioni, ma il Regolamento AGCOM sul copyright è in pieno vigore.

E se lo scopo, pur nobile, quello di combattere la pirateria massiccia, può essere condivisibile, non è da condividere il metodo per cui il detentore dei diritti di un’opera qualsiasi possa chiederne la rimozione o possa fare istanza di sequestro del sito attraverso l’Authority. Per quello ci sono i giudici ordinari.

E non è che uno dice “io non ho mai fatto nulla, sicché…”. Alzi la mano chi non ha mai fatto l’upload di un video su YouTube, magari una scena del film preferito, o un brano musicale camuffato da video come ce ne sono tanti. O chi, semplicemente, ha messo in linea il filmato del proprio matrimonio con il sottofondo dell’Ave Maria di Schubert preso da qualche disco. O, ancora più terra-terra, chi non abbia preso una foto da una testata giornalistica e l’abbia messa a disposizione su Facebook ai suoi cosiddetti “amichi”.

Voi mi direte, “ma non è reato, lo fanno tutti! Quindi a me non può succesdere nulla.” Invece non è così. Cioè, è vero che lo fanno tutti, non è vero che non sia reato.

Quindi siamo tutti nel calderone, e chi pensa di non esserci è semplicemente uno che non ha capito un cazzo della rete e della politica.

E’ certo che se a occuparsi di diritto d’autore fosse solo la magistratura si intaserebbero i tribunali, molto di più che con la diffamazione o con i procedimenti che riguardano i politici. Ma chi dovrebbe occuparsene, allora? Perché l’AGCOM? Chi è? Cosa mi rappresenta??

Nell’attesa di dare risposta a queste domande aspettiamo il primo che cade nella rete. “Sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io.”

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Santo Scajola, assolto

Certo che noi italiani (me compreso) siamo buffi.

Abbiamo preso per il culo Scajola per la questione della casa posseduta e comprata a sua insaputa per non so quanto tempo. Abbiamo detto di tutto di più sul suo conto e, naturalmente, da bravi moralisti e giustizialisti sommari quali siamo, abbiamo auspicato fortemente che la magistratura intervenisse per ripristinare la verità.

E l’abbiamo avuta la verità. La verità è che, in merito alle accuse che gli sono state rivolte (dopo essere stato avvisato e rinviato a giudizio), Scajola è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.

Non costituisce reato essere inconsapevoli. Ecco, ora come la mettiamo? Come ci siamo rimasti?? Perché è vero che, come dice Travaglio, è stato accertato che il fatto sussiste. Ma se non costituisce reato a cosa ci attacchiamo, al pullmino del Gambini??

Ci sono moltissimi “fatti” che non costituiscono reato. Andare a farsi la barba, parcheggiare la macchina nel parcheggio degli invalidi, scaccolarsi al semaforo, avere l’amante, andare al discount e comprarsi un whisky di infima qualità per sbronzarcisi, passeggiare al borde della strada di notte, farsi dare un passaggio da uno sconosciuto, e perfino cucinarsi un piatto di pasta al tonno.

Ma se uno si affida alla magistratura lo fa nel bene e nel male. Non si può invocare l’intervento dei giudici solo quando è conforme al nostro pensiero e al nostro auspicio.

L’hanno assolto e l’abbiamo preso in quel posto lì, questa è la verità.

Poi, per carità, la procura preparerà l’appello e magari le cose si ribaltano. In fondo è solo una sentenza di primo grado.
Ma siamo sempre lì a delegare ai giudici quel cambiamento che noi non siamo in grado di portare avanti. O, forse, non ne abbiamo semplicemente voglia.

E ci restiamo di merda.

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Diffamazione: un reato subdolo

Parlo spesso di diffamazione perché è uno dei reati più subdoli che il nostro ordinamento giudiziario preveda.

E perché è l’unica terra di confine tra quello che si può dire e quello che non si può dire. Sul web come ovunque.

Davvero, non ce ne sono altre. Esistono soltanto la verità, l’interesse pubblico e la continenza verbale. Se io rispetto tutti e tre questi parametri posso dire quello che mi pare.

Ma proprio perché la diffamazione è estremamente subdola come reato, non è possibile sapere con assoluta certezza dove finisca la critica e dove cominci l’attacco gratuito e personale alla dignità della persona.

La Cassazione si è espressa con sentenze contrastanti sull’uso del classico “vaffanculo”. Ci sono contesti in cui l’ha dichiarato non offensivo, e altri in cui l’ha stigmatizzato. Ma non sappiamo con esattezza quando “vaffanculo” si può o non si può dire. Ad aver voglia di saperlo e di dirlo, intendo.

La definizione di un reato dovrebbe essere legata a parametri oggettivi. Io rubo qualcosa se lo sottraggo a qualcuno senza il suo consenso. Ma se quella persona mi dà il suo consenso io non sto rubando proprio nulla.

La lesione dell’onorabilità personale, invece, viene lasciata, più che altro alla sensibilità dei singoli. A quella delle vittime in primo luogo e a quella dei magistrati inquirenti e dei giudici di merito in seconda battuta. Non ci sono confini nettamente delimitati entro i quali io offendo o non offendo. Quello che io avverto come offesa può darsi benissimo che altri lo avvertano come interlocuzione.

La diffamazione è la più redditizia forma di investimento che esista. Per citare in sede penale una persona per diffamazione non si spende assolutamente nulla. Tutt’al più si impiega un po’ di tempo a redigere una querela. Non c’è nemmeno bisogno di un avvocato. Basta esporre le cose con obiettività, allegare il materiale che si ritiene opportuno (nei casi di diffamazione via internet questo è estremamente facile), citare i testimoni, portare il tutto dai carabinieri (che di solito sono molto grati ai cittadini che risparmiano loro l’onere di redigere gli atti e glieli consegnano già redatti con la sola mancanza della firma da apporre in loco) e il gioco è fatto.

Davvero, non c’è altro. Se vi va male avrete perso un po’ di tempo. Se vi va bene potete ragionevolmente contare (prima o poi) su un risarcimento danni e sul pagamento dell’onorario del vostro avvocato.

Poi la vostra querela viene passata al Pubblico Ministero, il quale può decidere di mandarla avanti (ad esempio inoltrandola alla Procura competente per territorio) o di chiedere l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari (a questa richiesta vi potete opporre, ma non avrete grandi possibilità di riuscita).

Quindi si arriva al processo vero e proprio. Primo grado, secondo grado e Cassazione. Magari il maramaldo che vi ha diffamati patteggia in sede penale e voi non potete nemmeno costituirvi parte lesa. Nessun timore, potete agilmente costituirvi in sede civile (dopo aver esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione) e spillargli una (bella?) dose di quattrini (tanto è quello il conquibus, ed è anche giusto che lo sia, non vedo perché non possa e non debba esserci un risarcimento se viene accertato un reato).

Strumento di tutela subdolo e imperfetto, dunque. Ma è l’unico a nostra disposizione. Anche per far capire a chi ci perculeggia che Internet NON è quella zona franca da ogni diritto che ci piacerebbe fosse.

(Toh, m’è venuto proprio benino questo post, nevvero??)

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Ascesa e tramonto arancione di Antonio Ingroia

Il volto del Pubblico Ministero Antonio Ingroia campeggia su un banner pubblicitario del neo-nato “Movimento Arancione”. Che, da quello che ho capito dovrebbe essere un movimento che raccoglie alcuni esponenti e militanti dell’ormai trascorsa formazione di “Rifondazione Comunista”.
Insomma, i rossi diventano arancioni. Sbiadendosi quel tanto che basta. Del resto, come diceva il Poeta, “Si muore un po’ per poter vivere”.

Dunque Ingroia. Non candidato premier (qualcuno lo vorrebbe tale, ma non ci sono ancora notizie ufficiali in proposito), ma certamente testimonial di un movimento. Il solco della scia di Beppe Grillo viene imitato da molti, evidentemente. Qualcuno ci mette la faccia, il nome, l’immagine, la credibilità, l’esperienza. Per fare andare avanti altri, magari giovani, magari pieni di speranze, di scarsa preparazione politica ma di onestà di fondo. In breve, nulla di nuovo sotto il sole.

Ora, il banner evidenzia frasi come “Io sarò con voi” che hanno un suono e un retrogusto vagamente religioso.

C’è una sorta di odore di santificazione di un magistrato, e sono pienamente convinto che ergere un magistrato a vessillo della battaglia politica sia una sconfitta sia per la magistratura che per la politica. Soprattutto è una sconfitta per quella divisione e separazione dei poteri dello stato che dovrebbe essere uno dei cardini della nostra democrazia.
Non tanto dal punto di vista fattuale (un magistrato può sempre mettersi in aspettativa mentre svolge il suo mandato parlamentare, e non esercitare per quel periodo) quanto da quello dell’opportunità: un magistrato potrebbe, da parlamentare, proporre o modificare delle leggi che, poi, una volta cessato il mandato, applicherà nell’esercizio della sua diversa e separata funzione.

Non è il caso di Ingroia, se è vero che non si candiderà.
Anche perché immagino che il Dottor Ingroia in questo momento abbia altri problemi. La Corte Costituzionale ha accolto l’eccezione presentata dal Presidente della Repubblica sulle intercettazioni telefoniche a cui Napolitano è stato sottoposto in maniera casuale, a proposito della cosiddetta trattativa Stato-Mafia.
Facendo parte Ingraia della Procura della Repubblica indagante e a cui la Consulta ha dato torto, mi pare che una sentenza di questo genere non giochi particolarmente a favore dell’immagine politica di Ingroia.
Si tratta di un nodo centrale che non può e che non deve essere sciolto.

Perché delle due l’una:
a) o Ingroia e la Procura (che, immagino, avranno avuto modo di difendersi compiutamente e adeguatamente, nonché di ribadire le proprie posizioni) sono stati sconfessati nel merito delle loro argomentazioni, e questa è democrazia;
b) o si dovrebbe presumere uno scenario di fantagiustizia, secondo il quale i poteri dello stato sarebbero dominati e soggiogati da una volontà superiore che ne influenzerebbe (il condizionale è d’obbligo) decisioni e pensieri.

Invece no, viviamo in uno stato di diritto. E secondo questo stato di diritto Ingroia ha torto. Io stesso volevo e avrei voluto che i testi di quelle intercettazioni venissero pubblicati. Ma io sono un privato (e provato!) cittadino che esprime le sue opinioni, Ingroia fa parte di una delle parti in causa e si pone (o viene posto) come modello politico in un arancione, che assume la colorazione del tramonto prima ancora dell’alba.

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L’anniversario della morte del giudice Rosario Livatino nell’amnesia degli italiani

Ieri eravamo talmente impegnati a valutare gli effetti politici del bianco vestire della Polverini, dei suoi malori, e delle sue dimissioni (pre)annunciate e, si veda il caso, mai rassegnate, che quasi nessuno ha speso due righe sui giornali o in TV per dire che il 21 settembre 1990 venira ucciso il giudice Rosario Livatino.

Noi italiani viviamo in uno stato di perenne amnesia della storia, quella stessa amnesia che rischia di trasformarsi in amnistia, o che, semplicemente, ribalta totalmente i concetti e li distorce in maniera grottesca. Se fossimo in Spagna si parlerebbe tranquillamente di “esperpento”. L'”esperpento” è un concetto letterario introdotto cento anni fa, ma la morte di Livatino grida ancora una istanza di giustizia che va al di là della condanna degli esecutori materiali della sua vigliacca uccisione, che va al di là dell’apertura, un anno fa, del processo di beatificazione del giovane magistrato da parte della Chiesa Cattolica, ma che deve ancora individuare responsabilità politiche e intellettuali per quella morte.

L’appellativo “giudice ragazzino”, lungi dal costituire un moto affettuoso, derivò da una esternazione di Francesco Cossiga:
“Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.”
Anni dopo, dalle colonne del “Giornale di Sicilia”, Cossiga chiarì che quelle parole non erano destinate alla figura del giovane giudice assassinato, ma trovò dall’altra parte il netto rifiuto della madre che replicò «Sto molto male e penso solo a curarmi. Non voglio commentare questa lettera perché non dice niente di nuovo».

Niente di nuovo, dunque. Neanche l’indifferenza degli italiani all’anniversario di questa morte.

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Facile difesa di Antonio Ingroia

Difendere il Pubblico Ministero Antonio Ingroia dalle affermazioni dell‘Associazione Nazionale Magistrati prima e del Consiglio Superiore della Magistratura poi è facile come vincere una partita a briscola con asso, tre e re di mano e l’avversario incartato con i carichi.

E non tanto perché sia necessario entrare nel merito della “psicosi degli attacchi”, della “necessaria imparzialità”, del “silenzio è d’oro” (se il silenzio è d’oro la libertà di parola è platino!), al fatto che Vietti abbia dichiarato che «al momento nessuno ha chiesto l’apertura di un fascicolo» nel confronti di Ingroia (e vorrei anche vedere il contrario!) dei “comportamenti oggettivamente politici” che sono stati contestati a Ingroia.

Ma perché è necessario ribadire un punto. Ovvero chiedersi se un magistrato, quando è fuori dall’esercizio delle sue funzioni, possa esternare il suo personale pensiero politico, etico e filosofico dove gli pare e come gli pare.
Oppure se un insegnante, per il solo fatto di essere insegnante, non possa, ad esempio, fare attività politica, sindacale, criticare il sistema dell’istruzione se non gli sta bene, una volta che è fuori dall’aula in cui insegna, si veda il caso, matematica, storia, o chissà cos’altro.
Oppure se un ufficiale giudiziario, quando termina il suo servizio, non possa avere le sue opinioni sul governo del Paese e, magari, mandare una vibrata protesta sotto forma di lettera al giornale locale. O fare un intervento alla radio, alla TV, aprire un blog in internet, commentare un tema caldo sulla sua pagina di Facebook.

Qui non ci sono dubbi: tutti questi comportamenti non solo sono possibili, ma DEVONO continuare ad essere possibili.

Nel caso di Ingroia, poi, si andrà a valutare nello specifico quello che esterna sulla trattativa stato-mafia. C’è un segreto istruttorio? Benissimo, ma esistono delle carte che sono già pubbliche e su ciò che è pubblico sì, si può parlare. Ma questa falsa corrispondenza tra l’esprimere delle opinioni e fare politica “è un Dio ch’è morto”, per dirla con Guccini (no, perché va specificato che è una citazione, se no poi la gente si indigna).

E si vuole aprire un fascicolo per cosa? Perché uno parla? Perché uno dice delle cose? Perché uno si esprime? Perché partecipa a un dibattito? Perché discute dei temi che hanno a che vedere con la propria attività di magistrato? A me sembra normale che lo faccia.

Ci si chiede se un magistrato che esterna continuamente il suo pensiero possa anche rimanere imparziale: “se è un buon magistrato sì. Se la sua imparzialità viene minata, è un cattivo magistrato, indipendentemente dal luogo in cui manifesta il suo pensiero.” (Antonio Ingroia)

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Muore Loris D’Ambrosio e non può essere stata colpa dei giornali

Loris D'Ambrosio

Loris D’Ambrosio è morto d’infarto. Naturalmente è stata tutta colpa dei giornali e dei pubblici ministeri, che negli ultimi mesi avevano dimostrato una particolare pervicacia e ostinazione nei suoi confronti.

Naturalmente in quelle telefonate con Mancino non c’era nulla di penalmente rilevante.

Beh, allora i pubblici ministeri dovrebbero esserne fuori, dato che si occupano di perseguire i reati. Se il reato non c’è stato non può essere colpa dell’avvocatura dello Stato.

Restano i giornali, rei, alcuni, di non aver pubblicato un bel niente sulla posizione di Loris D’Ambrosio nella vicenda Mancino. Colpevoli, e senza regolare processo, gli altri, per aver pubblicato dei documenti riportanti stralci di intercettazioni tra Mancino e lo stesso D’Ambrosio.

Intercettazioni che, si badi bene, non contenevano alcunché di penalmente rilevante.

E allora? Un documento deve PER FORZA essere penalmente non rilevante per contenere delle frasi, delle affermazioni, dei passaggi di interesse pubblico per la vita politica o, più semplicemente, per l’etica di un Paese?

Loris D’Ambrosio non potrà più testimoniare. Non potrà più riferire davanti a un giudice terzo, che ne avrebbe valutato l’eventuale attendibilità, la sua versione dei fatti. Quindi ora restano solo i documenti. Asettiche trascrizioni davanti alle quali giornalisti, politica e pubblica opinione potranno farsi un’opinione chiara su ciò che è successo o, come dicono in molti, su ciò che NON è successo.

Quelle intercettazioni sono una scatola nera aperta, e ora come non mai c’è bisogno di averle a disposizione per ricostruire la verità in mezzo al buio del paese. Si parla di “cordoglio unanime” e di “niente strumentalizzazioni”. Le strumentalizzazioni si combattono con i fatti. Se no, resterà sempre il cono d’ombra che ci legittima, davanti alle carte che conosciamo, ad avere dei dubbi.

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Si’ alla responsabilita’ civile dei magistrati!

Alla Camera dei Deputati, su proposta della Lega Nord, è passato un emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati.

Prevede che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” (di un magistrato, s’intende) “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”possa rivalersi sullo Stato e sulla persona del magistrato.

E’ subito da dire che la Lega Nord non si è inventata nulla di nuovo. Il principio della responsabilità civile del magistrato era già stato sancito illo tempore con un referendum popolare che aveva raggiunto il quorum dei votanti.

Stupisce, per la verità, la contrarietà del Ministro per la Giustizia Severino che, sia pure con parole stemperate, auspica che “ci siano gli spazi per un’ulteriore riflessione sul tema, per riaprire il dialogo e verificare se vi siano soluzioni diverse” (della serie: ci si ripensi al Senato).

Bersani parla di “gesto di totale irresponsabilità perché una questione importante non può essere affrontata così: è una risposta sbagliata nel metodo e nel merito” ma si dimentica che alcuni franchi tiratori sul provvedimento, e, quindi, dei 261 favorevoli, fanno parte proprio del gruppo del Partito Democratico.
I soliti autogol della politica.

Di Pietro, dal canto suo, afferma: “Ho paura che questa volta, dopo vent’anni, non ci sarà solo una Mani Pulite giudiziaria, ma una nuova Mani Pulite del popolo che alzerà i forconi”. Evviva!

Nessuno che dica che la responsabilità civile dei giudici è un principio irrinunciabile perché stabilito dal popolo italiano con una regolare consultazione referendaria, e che i magistrati sono l’unica casta che in Italia non paga per i propri errori.

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Oriana Fallaci: “Impuniti e impunibili sono i magistrati che oggi comandano”

In America, oggi, il rischio della dittatura non viene dal potere esecutivo: viene dal potere giudiziario. E nel resto dell’Occidente, lo stesso. Pensi all’Italia, dove, come ha capito la Sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti ed impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la Legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni. (dall’intervista di Christian Rocca: Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata, Il Foglio, 13 aprile 2005)
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La critica sferzante e pungente all’autorita’ giudiziaria puo’ escludere la diffamazione – Cass. Pen. Sez. V n. 37442 – 24 settembre 2009

Cassazione – Sezione quinta – sentenza 16 giugno – 24 settembre 2009, n. 37442
Presidente Nardi – Relatore Bevere
Ricorrente De Nicola e altro

Svolgimento del processo

Con sentenza emessa il 15.1.2008, la corte di appello di Palermo ha confermato la sentenza emessa dal tribunale della stessa sede il 21.7.2005 con cui Liori Angelo Antonio era stato assolto, perché il fatto non sussiste dall’imputazione di diffamazione aggravata, in danno del magistrato Sergio De Nicola, conseguente alla pubblicazione, il 14.6.1998, sul quotidiano L’Unione Sarda dell’articolo dal titolo

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Nichi Vendola indagato: la Procura di Bari è a nudo

Nichi (sic!) Vendola è una persona umanamente simpatica, troppo pasoliniana per i miei gusti, molto aulica nel linguaggio, sufficientemente genuina.

Non gli darei mai il mio voto, ma questo non credo abbia troppa importanza.

Negli ultimi giorni si è diffusa la notiza della sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Bari. O, meglio, non si sa bene. Un comunicato del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati (già sostituto procuratore presso il Tribunale di Napoli) ha scritto testualmente:

"Nei confronti del presidente della giunta regionale pugliese Nichi Vendola, non vi sono, nel registro degli indagati di questa procura, indicazioni suscettibili di comunicazione."

E ti cadono le braccia. Cosa vuol dire che "non ci sono indizi suscettibili di comunicazione"? Che Vendola è indagato ma non si può dire? Che probabilmente rispetto all’indagine in cui sarebbe coinvolto il Governatore della Puglia si andrà quasi certamente a un decreto di archiviazione?

Fatto sta che il Dott. Antonio Laudati prosegue: "La procura prende atto delle possibili strumentalizzazioni delle indagini, per finalità diverse da quelle processuali, così come delle precedenti fughe di notizie sugli accertamenti in corso: allo stato non può escludersi che siano riferibili a componenti del gruppo investigativo."

In breve, Laudati è stato tradito dai suoi. Forse dai "fedelissimi" che si era portato dietro dal lavoro svolto alla Procura di Napoli, e per finalità che non sono processuali. Cioè politiche.

A queste persone era affidata la blindatura delle indagini che riguarderebbero i rapporti del Presidente del Consiglio con le escort, di cui non trapela nemmeno la capocchia di uno spillo, e, adesso, l’indagine sul Governatore, di cui è trapelata l’iscrizione nel registro degli indagati. Iscrizione non smentita dal Dr. Laudati, che si limita a dichiarare che nel registro degli indagati non ci sono "indicazioni suscettibili di comunicazione". E va beh, e allora? E‘ indagato o non è indagato? Si deve sapere o non si deve sapere?

Di certo c’è un senso di squallore in questa vicenda, torbida come le notizie che l’hanno accompagnata.

Io vorrei poter continuare a dire ogni giorno "Io sto coi magistrati". Ma oggi, in questo caso, no, proprio non ce la faccio.

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