Le novità sull’oscuramento del Project Gutenberg

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L’unica novità sull’oscuramento in Italia del Project Gutenberg, biblioteca on line con oltre 65000 titoli in versione e-book, .TXT e HTML, che ne causa l’irraggiungibilità dai principali provider italiani, è che NON ci sono novità.

Tutto è stabile, fermo, immobile, non si è mossa una virgola. Il fascicolo giace sulle scrivanie dell’ufficio del Pubblico Ministero in attesa che venga notificata a qualcuno del Guntenberg (il CEO?) una qualche informazione di garanzia o un avviso di chiusura delle indagini preliminari con accuse ben circostanziate e non gnenericamente motivate come accadde per il provvedimento di restrizione di visibilità nel nostro Paese (della serie: “Hai messo in linea questi, questi e questi altri titoli, sei accusato del reato di cui all’articolo tale e tal altro)”, e NON “il provvedimento cautelare vede la propria giustificazione nel fatto che il Project Gutenberg avrebbe diffuso, continuamente, opere dell’ingegno che sarebbero protette in Italia”.

In breve, bisogna passare dal condizionale all’indicativo, dalle ipotesi ai fatti oggetto di accusa. Conosciamoli questi titoli tanto vituperati che sono legali negli USA e illegali da noi. Ci sono solo Massimo Bontempelli e Sibilla Aleramo di mezzo? O c’è un ragionamento più macchinoso e imperscrutabile?

Di certo sappiamo e riassumiamo che:

* Se si usa una connessione internet fornita da Wind (adesso WindTre), il sito corrispondente al dominio gutenberg.org è regolarmente raggiungibile. Mi dispiace cambiare gestore solo per quello, ma ho trovato occasioni più risparmiose e io sono un po’ Paperon de’ Paperoni, 3 euro al mese stanno meglio in tasca a me che in tasca a loro;

* Se si usa una connessione internet formita da altri operatori si può accedere alla versione beta del sito del Progetto, che risponde (o dovrebbe rispondere) all’indirizzo http://dev.gutenberg.org/ (con Fastweb è tutto fermo);

* I siti restano ancora irraggiungibili dalla maggior parte dei device (computer, tablet, smartphone) in Italia. Ma l’oscuramento si è rivelato un colabrodo. Tanto che è ancora regolarmente raggiungibile http://gutenberg.pglaf.org/ ( questo si sono dimenticati di oscurarlo, eh, lo so, ci si rimane male, ma cosa volete farci??);

* Non esistono persone iscritte nel registro degli indagati per l’ipotizzato reato di cui alla lettera a-bis dell’articolo 171 della legge 633/41 e successive modifiche. Premesso che esistono dei reati, chi (nomi e cognomi) paga?

* Sappiamo che c’è stato un buontempone (perché di questo si tratta) che ha avuto l’ardire di andare a consultare la Guardia di Finanza incaricata di operare materialmente l’oscuramento del sito. E’ stata una mossa che se riportata in una notazione scacchistica sarebbe stata trattata con due punti interrogativi (??) ovvero come mossa su cui ci sarebbe molto da dire. Sempre per continuare con il paragone scacchistico, la visita di questo signore alle Fiamme Gialle sarebbe da paragonarsi al “matto dell’imbecille”. Un effetto Streisand, è stato come farsi harahiri. Il personale della Finanza si è messo a sfrucigliare sul DVD allegato come prova alle accuse ipotizzate e ha trovato almeno quattro o cinque titoli (prova adesso a dire che non ci sono!), e il buontempone se n’è andato con le pive nel sacco (non avevo intenzione di parlare di questo aspetto, lo faccio perché è stato pubblicato da Maurizio Codogno su un articolo del suo blog);

* Non conosciamo l’esito di eventuali mosse della difesa. Ci potrebbe essere stata un’istanza di “disoscuramento”, o, quanto meno, di “oscuramento” delle SOLE opere contestate? Perché la magistratura ha agito con la mannaja e non col bisturi, quando bastava inibire l’accesso a quattro o cinque pagine di download? E’ stato fatto qualcosa in proposito?

* Ho sempre più la FERMA impressione che il Project Gutenberg sia interessato a rispettare le leggi del SUO paese (dove non si è mai fatto pizzicare con le dita bagnate di saliva nel barattolo dello zucchero), ma che non abbia il benché minimo interesse a difendersi in Italia, e che chi in Italia è interessato al suo caso sono giusto quattro o cinque fissati con la cultura digitale, tra cui io e varii wikipediani. Continua, inspiegabilmente, l’assordante silenzio di Liber Liber sul caso. Ma due righine di solidarietà da mettere in evidenza no? Macché!

* Non credo che la magistratura italiana sia molto interessata al fatto che esistano utenti italiani impossibilitati ad accedere alle migliaia e migliaia di opere di pubblico dominio (negli USA) che il Project Gutenberg offre. Intanto si oscura, poi si vedrà.

E così, in quest’inerzia, si consuma il destino della biblioteca digitale più grande del mondo. Ogni giorno che passa senza il Gutenberg in Italia è un giorno in più di barriera architettonica alla cultura. Facciamo qualcosa.

Piacenza come Gomorra. Ormai le mele marce non esistono più

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Traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica.

Con queste ed altre accuse sono stati indagati ed arrestati sei carabinieri e un’intera caserma è stata posta sotto sequestro a Piacenza. Una vera e propria associazione a delinquere che portava una divisa di stato riusciva a mantenere ben stretta tra le sue grinfie mezza città. Come tutto questo sia potuto accadere nessuno se lo sa ancora spiegare. Fatto sta che non si tratta più di sei mele marce all’interno di un sistema sano, un bubbone da estirpare con cautela, un cancro da operare, una metastasi da chemioterapia. No, queste è una stortura di un intero sistema. Perché di sistema si trattava e perché sistema era. Carabinieri che si fanno vedere con mazzi di banconote in mano (soldi racimolati chissà come, non certo solo con il modesto stipendio dei servitori dello Stato), si parla di pestaggi, di traffico di stupefacenti, come se fossero noccioline. E allora non ci sono più mele marce da buttare via, bisogna gettare tutto il cesto, o, se necessario, tutta la cassetta o tutto il carico.

Piacenza come Gomorra. Omertà diffusa e, soprattutto, strappo indelebile e irricucibile del rapporto di fiducia tra i cittadini e le forze dell’ordine. Io non posso enare in conflitto di fiducia con chi è addetto alla mia protezione e alla mia sicurezza. Io voglio e debbo potermi fidare. Se questo non accade non c’è più rapporto tra cittadino e istituzioni, non esiste più nemmeno il motivo per cui le forze dell’ordine stiano lì a fare che cosa? A farsi contestare una sfilza di reati lunga una riga intera del mio editor di testo? Ed è chiaro, ed è logico, che in Italia la responsabilità penale è personale, e che paga solo chi avrebbe commesso un reato di una gravità di questo tipo. Ma esiste anche la responsabilità morale, quella di chi sa come funziona il sistema e non denuncia, di chi accetta i soprusi e invece di andare a denunciare ossequia ed inchina. QUESTA è la responsabilità che non viene mai meno.

Piacenza come Gomorra, dunque. Il più forte comanda. Ma la forza non è quella bruta, violenta (anche se qui di violenze ce ne sono state e come!), un po’ traccagnotta e dozzinale del film e del romanzo di Saviano. Questa è la violenza di chi si crede impunibile solo perché rappresenta lo stato. La peggiore, la più esecrabile. Quella che fa gridare le anime di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, quella che rompe il patto di lealtà coi cittadini. Insomma, quella che non ha difesa.

Il discorso di Matteo Renzi al Senato. Ulteriori considerazioni.

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Un paio di giorni fa ho pubblicato alcuni estratti tratti dal discorso di Matteo Renzi al Senato della Repubblica. Nessun commento, solo delle citazioni virgolettate che, secondo le mie intenzioni, avrebbero dovuto parlare da sole. Non ritengo però sufficiente questo semplice atto per commentare compiutamente quello che è stato considerato da più parti come un discorso impeccabile. Ad puro titolo di esempio della trasversalità dei plausi espressi dal mondo politico e/o giornalistico, riporto la posizione di Ignazio La Russa (che non è esattamente uno dei più vicini a Renzi politicamente):

Sotto sequestro il sito “Bufale Un Tanto Al Chilo”

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butac

Mi è appena arrivata la notizia che questa mattina, su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna è stato sequestrato il sito www.butac.it (“Bufale Un Tanto Al Chilo”), a seguito della querela di un privato per un articolo risalente a due anni e mezzo fa.

L’elemento che colpisce è che, per la prima volta nella sua storia (e dire che il sito di interventi giudiziari ne aveva avuti altri in passato) il sito è stato sequestrato per intero. Non si è agito, cioè, sul singolo articolo che aveva determinato la querela e, quindi, l’azione giudiziaria, ma si è oscurato TUTTO il sito, con più di 3000 articoli, tutti probabilmente con nessuna o scarsissima attinenza alla materia del contendere.

Viene quindi a mancare un elemento fondamentale per l’informazione, giacché la risorsa si occupava di fake news e lo faceva anche collaborando con la stessa polizia postale che ha operato il sequestro. Non si conoscono per il momento gli estremi di reato contestati all’owner del sito (probabilmente si tratta di diffamazione), né quali comportamenti sarebbero oggetto di specifica indagine. Si tratta decisamente di un atto radicale che fa in modo che questo sito web che non sia più in grado di pubblicare le proprie inchieste, i propri articoli e le proprie deduzioni. Per curare un brufolo si è tagliata la testa intera. E questo è, semplicemente, abnorme.

Sequestrano sempre i siti di debunking sbagliati.

 

AGGIORNAMENTO DEL 7/4/2018: Secondo quanto pubblicato da varie testate on line questa mattina, il sequestro del sito “Bufale Un Tanto Al Chilo” sarebbe dovuto al rischio di recidiva, ovvero al fatto che l’evento possa ripetersi (non sarebbe comunque la prima volta che l’iniziativa viene querelata). Spesso si sente dire, altresì, che il querelante non avrebbe espressamente richiesto in querela il sequestro del blog in questione. Pare una obiezione debole, perché il Pubblico Ministero (è un Pubblico Ministero che ha disposto il sequestro, non un giudice) nel suo operato non deve, come è logico, essere sottomesso alle richieste (o, come in questo caso, alle non-richieste) di nessuno.

Il sangue della Diaz

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repubblica

Ora sappiamo. Sappiamo che il sangue sui pavimenti della Diaz non è stato versato perché le vittime si sono sbucciate i ginocchi mentre giocavano a rincorrersi, ma che tutto “deve essere qualificato come tortura” e che i colpevoli restano impuniti.

E sappiamo anche che “Questo risultato non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri“.

E siccome l’articolo 3 della Carta per i Diritti dell’Uomo stabilisce che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” il fatto di non avere una normativa penale sulla tortura crea un vuoto legislativo grosso come una voragine, perché non permette di proteggere le eventuali vittime di reato.

Lo Stato di diritto è assente. O, se si vuole, è presente sotto forma di una propostina alla Camera, che istituisce il reato di tortura e lo punisce con pene da 4 a 10 anni di reclusione (si può arrivare all’ergastolo se dalla tortura deriva la morte). E’ come riconcorrere la Maserati Biturbo della storia con un ciucciariello. Sono 14 anni che a Genova lo Stato si è erto a giudice sommario e violento di cittadini inermi e incapacitati a difendersi. Gli stessi cittadini che gli erano stati affidati per trovare rifugio. E noi rispondiamo con un testo di legge lodevole nei contenuti, ma estremamente inadeguato e improponibile nella tempistica. E’ una risposta beffarda, quella del Premier Renzi in esame alla Camera, perché arriva dopo una sentenza inequivocabile della Corte di Strasburgo, e non ci venga a dire il piccolo twittatore fiorentino che questo bicchier d’acqua possa placare la sete di diritto che non può non avere dei nomi e dei cognomi, lui che ha confermato (era stato nominato da Letta, in accordo con l’allora ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni) l’ex capo della polizia De Gennaro ai vertici di Finmeccanica. Non si chiudono così le partite con i principii di diritto.

E su quel sangue della Diaz c’è chi non ha mai smesso di piangere.

AGCOM: in vigore il regolamento sul copyright

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Da oggi siamo tutti molto meno liberi.

Si sono levati scudi di incostituzionalità, proteste, obiezioni, ma il Regolamento AGCOM sul copyright è in pieno vigore.

E se lo scopo, pur nobile, quello di combattere la pirateria massiccia, può essere condivisibile, non è da condividere il metodo per cui il detentore dei diritti di un’opera qualsiasi possa chiederne la rimozione o possa fare istanza di sequestro del sito attraverso l’Authority. Per quello ci sono i giudici ordinari.

E non è che uno dice “io non ho mai fatto nulla, sicché…”. Alzi la mano chi non ha mai fatto l’upload di un video su YouTube, magari una scena del film preferito, o un brano musicale camuffato da video come ce ne sono tanti. O chi, semplicemente, ha messo in linea il filmato del proprio matrimonio con il sottofondo dell’Ave Maria di Schubert preso da qualche disco. O, ancora più terra-terra, chi non abbia preso una foto da una testata giornalistica e l’abbia messa a disposizione su Facebook ai suoi cosiddetti “amichi”.

Voi mi direte, “ma non è reato, lo fanno tutti! Quindi a me non può succesdere nulla.” Invece non è così. Cioè, è vero che lo fanno tutti, non è vero che non sia reato.

Quindi siamo tutti nel calderone, e chi pensa di non esserci è semplicemente uno che non ha capito un cazzo della rete e della politica.

E’ certo che se a occuparsi di diritto d’autore fosse solo la magistratura si intaserebbero i tribunali, molto di più che con la diffamazione o con i procedimenti che riguardano i politici. Ma chi dovrebbe occuparsene, allora? Perché l’AGCOM? Chi è? Cosa mi rappresenta??

Nell’attesa di dare risposta a queste domande aspettiamo il primo che cade nella rete. “Sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io.”

Santo Scajola, assolto

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Certo che noi italiani (me compreso) siamo buffi.

Abbiamo preso per il culo Scajola per la questione della casa posseduta e comprata a sua insaputa per non so quanto tempo. Abbiamo detto di tutto di più sul suo conto e, naturalmente, da bravi moralisti e giustizialisti sommari quali siamo, abbiamo auspicato fortemente che la magistratura intervenisse per ripristinare la verità.

E l’abbiamo avuta la verità. La verità è che, in merito alle accuse che gli sono state rivolte (dopo essere stato avvisato e rinviato a giudizio), Scajola è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.

Non costituisce reato essere inconsapevoli. Ecco, ora come la mettiamo? Come ci siamo rimasti?? Perché è vero che, come dice Travaglio, è stato accertato che il fatto sussiste. Ma se non costituisce reato a cosa ci attacchiamo, al pullmino del Gambini??

Ci sono moltissimi “fatti” che non costituiscono reato. Andare a farsi la barba, parcheggiare la macchina nel parcheggio degli invalidi, scaccolarsi al semaforo, avere l’amante, andare al discount e comprarsi un whisky di infima qualità per sbronzarcisi, passeggiare al borde della strada di notte, farsi dare un passaggio da uno sconosciuto, e perfino cucinarsi un piatto di pasta al tonno.

Ma se uno si affida alla magistratura lo fa nel bene e nel male. Non si può invocare l’intervento dei giudici solo quando è conforme al nostro pensiero e al nostro auspicio.

L’hanno assolto e l’abbiamo preso in quel posto lì, questa è la verità.

Poi, per carità, la procura preparerà l’appello e magari le cose si ribaltano. In fondo è solo una sentenza di primo grado.
Ma siamo sempre lì a delegare ai giudici quel cambiamento che noi non siamo in grado di portare avanti. O, forse, non ne abbiamo semplicemente voglia.

E ci restiamo di merda.

Diffamazione: un reato subdolo

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Parlo spesso di diffamazione perché è uno dei reati più subdoli che il nostro ordinamento giudiziario preveda.

E perché è l’unica terra di confine tra quello che si può dire e quello che non si può dire. Sul web come ovunque.

Davvero, non ce ne sono altre. Esistono soltanto la verità, l’interesse pubblico e la continenza verbale. Se io rispetto tutti e tre questi parametri posso dire quello che mi pare.

Ma proprio perché la diffamazione è estremamente subdola come reato, non è possibile sapere con assoluta certezza dove finisca la critica e dove cominci l’attacco gratuito e personale alla dignità della persona.

La Cassazione si è espressa con sentenze contrastanti sull’uso del classico “vaffanculo”. Ci sono contesti in cui l’ha dichiarato non offensivo, e altri in cui l’ha stigmatizzato. Ma non sappiamo con esattezza quando “vaffanculo” si può o non si può dire. Ad aver voglia di saperlo e di dirlo, intendo.

La definizione di un reato dovrebbe essere legata a parametri oggettivi. Io rubo qualcosa se lo sottraggo a qualcuno senza il suo consenso. Ma se quella persona mi dà il suo consenso io non sto rubando proprio nulla.

La lesione dell’onorabilità personale, invece, viene lasciata, più che altro alla sensibilità dei singoli. A quella delle vittime in primo luogo e a quella dei magistrati inquirenti e dei giudici di merito in seconda battuta. Non ci sono confini nettamente delimitati entro i quali io offendo o non offendo. Quello che io avverto come offesa può darsi benissimo che altri lo avvertano come interlocuzione.

La diffamazione è la più redditizia forma di investimento che esista. Per citare in sede penale una persona per diffamazione non si spende assolutamente nulla. Tutt’al più si impiega un po’ di tempo a redigere una querela. Non c’è nemmeno bisogno di un avvocato. Basta esporre le cose con obiettività, allegare il materiale che si ritiene opportuno (nei casi di diffamazione via internet questo è estremamente facile), citare i testimoni, portare il tutto dai carabinieri (che di solito sono molto grati ai cittadini che risparmiano loro l’onere di redigere gli atti e glieli consegnano già redatti con la sola mancanza della firma da apporre in loco) e il gioco è fatto.

Davvero, non c’è altro. Se vi va male avrete perso un po’ di tempo. Se vi va bene potete ragionevolmente contare (prima o poi) su un risarcimento danni e sul pagamento dell’onorario del vostro avvocato.

Poi la vostra querela viene passata al Pubblico Ministero, il quale può decidere di mandarla avanti (ad esempio inoltrandola alla Procura competente per territorio) o di chiedere l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari (a questa richiesta vi potete opporre, ma non avrete grandi possibilità di riuscita).

Quindi si arriva al processo vero e proprio. Primo grado, secondo grado e Cassazione. Magari il maramaldo che vi ha diffamati patteggia in sede penale e voi non potete nemmeno costituirvi parte lesa. Nessun timore, potete agilmente costituirvi in sede civile (dopo aver esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione) e spillargli una (bella?) dose di quattrini (tanto è quello il conquibus, ed è anche giusto che lo sia, non vedo perché non possa e non debba esserci un risarcimento se viene accertato un reato).

Strumento di tutela subdolo e imperfetto, dunque. Ma è l’unico a nostra disposizione. Anche per far capire a chi ci perculeggia che Internet NON è quella zona franca da ogni diritto che ci piacerebbe fosse.

(Toh, m’è venuto proprio benino questo post, nevvero??)

CSM: Antonio Laudati può passare alla Procura di Roma

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Antonio Laudati

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha espresso parere favorevole al trasferimento del Dott. Antonio Laudati, Procuratore capo della Repubblica alla procura generale di Bari, alla Corte d’Appello della Procura di Roma.

Laudati è stato riviato a giudizio dalla Procura di Lecce con l’accusa di favoreggiamento e abuso d’ufficio.

Ascesa e tramonto arancione di Antonio Ingroia

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Il volto del Pubblico Ministero Antonio Ingroia campeggia su un banner pubblicitario del neo-nato “Movimento Arancione”. Che, da quello che ho capito dovrebbe essere un movimento che raccoglie alcuni esponenti e militanti dell’ormai trascorsa formazione di “Rifondazione Comunista”.
Insomma, i rossi diventano arancioni. Sbiadendosi quel tanto che basta. Del resto, come diceva il Poeta, “Si muore un po’ per poter vivere”.

Dunque Ingroia. Non candidato premier (qualcuno lo vorrebbe tale, ma non ci sono ancora notizie ufficiali in proposito), ma certamente testimonial di un movimento. Il solco della scia di Beppe Grillo viene imitato da molti, evidentemente. Qualcuno ci mette la faccia, il nome, l’immagine, la credibilità, l’esperienza. Per fare andare avanti altri, magari giovani, magari pieni di speranze, di scarsa preparazione politica ma di onestà di fondo. In breve, nulla di nuovo sotto il sole.

Ora, il banner evidenzia frasi come “Io sarò con voi” che hanno un suono e un retrogusto vagamente religioso.

C’è una sorta di odore di santificazione di un magistrato, e sono pienamente convinto che ergere un magistrato a vessillo della battaglia politica sia una sconfitta sia per la magistratura che per la politica. Soprattutto è una sconfitta per quella divisione e separazione dei poteri dello stato che dovrebbe essere uno dei cardini della nostra democrazia.
Non tanto dal punto di vista fattuale (un magistrato può sempre mettersi in aspettativa mentre svolge il suo mandato parlamentare, e non esercitare per quel periodo) quanto da quello dell’opportunità: un magistrato potrebbe, da parlamentare, proporre o modificare delle leggi che, poi, una volta cessato il mandato, applicherà nell’esercizio della sua diversa e separata funzione.

Non è il caso di Ingroia, se è vero che non si candiderà.
Anche perché immagino che il Dottor Ingroia in questo momento abbia altri problemi. La Corte Costituzionale ha accolto l’eccezione presentata dal Presidente della Repubblica sulle intercettazioni telefoniche a cui Napolitano è stato sottoposto in maniera casuale, a proposito della cosiddetta trattativa Stato-Mafia.
Facendo parte Ingraia della Procura della Repubblica indagante e a cui la Consulta ha dato torto, mi pare che una sentenza di questo genere non giochi particolarmente a favore dell’immagine politica di Ingroia.
Si tratta di un nodo centrale che non può e che non deve essere sciolto.

Perché delle due l’una:
a) o Ingroia e la Procura (che, immagino, avranno avuto modo di difendersi compiutamente e adeguatamente, nonché di ribadire le proprie posizioni) sono stati sconfessati nel merito delle loro argomentazioni, e questa è democrazia;
b) o si dovrebbe presumere uno scenario di fantagiustizia, secondo il quale i poteri dello stato sarebbero dominati e soggiogati da una volontà superiore che ne influenzerebbe (il condizionale è d’obbligo) decisioni e pensieri.

Invece no, viviamo in uno stato di diritto. E secondo questo stato di diritto Ingroia ha torto. Io stesso volevo e avrei voluto che i testi di quelle intercettazioni venissero pubblicati. Ma io sono un privato (e provato!) cittadino che esprime le sue opinioni, Ingroia fa parte di una delle parti in causa e si pone (o viene posto) come modello politico in un arancione, che assume la colorazione del tramonto prima ancora dell’alba.

L’anniversario della morte del giudice Rosario Livatino nell’amnesia degli italiani

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Ieri eravamo talmente impegnati a valutare gli effetti politici del bianco vestire della Polverini, dei suoi malori, e delle sue dimissioni (pre)annunciate e, si veda il caso, mai rassegnate, che quasi nessuno ha speso due righe sui giornali o in TV per dire che il 21 settembre 1990 venira ucciso il giudice Rosario Livatino.

Noi italiani viviamo in uno stato di perenne amnesia della storia, quella stessa amnesia che rischia di trasformarsi in amnistia, o che, semplicemente, ribalta totalmente i concetti e li distorce in maniera grottesca. Se fossimo in Spagna si parlerebbe tranquillamente di “esperpento”. L'”esperpento” è un concetto letterario introdotto cento anni fa, ma la morte di Livatino grida ancora una istanza di giustizia che va al di là della condanna degli esecutori materiali della sua vigliacca uccisione, che va al di là dell’apertura, un anno fa, del processo di beatificazione del giovane magistrato da parte della Chiesa Cattolica, ma che deve ancora individuare responsabilità politiche e intellettuali per quella morte.

L’appellativo “giudice ragazzino”, lungi dal costituire un moto affettuoso, derivò da una esternazione di Francesco Cossiga:
“Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.”
Anni dopo, dalle colonne del “Giornale di Sicilia”, Cossiga chiarì che quelle parole non erano destinate alla figura del giovane giudice assassinato, ma trovò dall’altra parte il netto rifiuto della madre che replicò «Sto molto male e penso solo a curarmi. Non voglio commentare questa lettera perché non dice niente di nuovo».

Niente di nuovo, dunque. Neanche l’indifferenza degli italiani all’anniversario di questa morte.

Facile difesa di Antonio Ingroia

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Difendere il Pubblico Ministero Antonio Ingroia dalle affermazioni dell‘Associazione Nazionale Magistrati prima e del Consiglio Superiore della Magistratura poi è facile come vincere una partita a briscola con asso, tre e re di mano e l’avversario incartato con i carichi.

E non tanto perché sia necessario entrare nel merito della “psicosi degli attacchi”, della “necessaria imparzialità”, del “silenzio è d’oro” (se il silenzio è d’oro la libertà di parola è platino!), al fatto che Vietti abbia dichiarato che «al momento nessuno ha chiesto l’apertura di un fascicolo» nel confronti di Ingroia (e vorrei anche vedere il contrario!) dei “comportamenti oggettivamente politici” che sono stati contestati a Ingroia.

Ma perché è necessario ribadire un punto. Ovvero chiedersi se un magistrato, quando è fuori dall’esercizio delle sue funzioni, possa esternare il suo personale pensiero politico, etico e filosofico dove gli pare e come gli pare.
Oppure se un insegnante, per il solo fatto di essere insegnante, non possa, ad esempio, fare attività politica, sindacale, criticare il sistema dell’istruzione se non gli sta bene, una volta che è fuori dall’aula in cui insegna, si veda il caso, matematica, storia, o chissà cos’altro.
Oppure se un ufficiale giudiziario, quando termina il suo servizio, non possa avere le sue opinioni sul governo del Paese e, magari, mandare una vibrata protesta sotto forma di lettera al giornale locale. O fare un intervento alla radio, alla TV, aprire un blog in internet, commentare un tema caldo sulla sua pagina di Facebook.

Qui non ci sono dubbi: tutti questi comportamenti non solo sono possibili, ma DEVONO continuare ad essere possibili.

Nel caso di Ingroia, poi, si andrà a valutare nello specifico quello che esterna sulla trattativa stato-mafia. C’è un segreto istruttorio? Benissimo, ma esistono delle carte che sono già pubbliche e su ciò che è pubblico sì, si può parlare. Ma questa falsa corrispondenza tra l’esprimere delle opinioni e fare politica “è un Dio ch’è morto”, per dirla con Guccini (no, perché va specificato che è una citazione, se no poi la gente si indigna).

E si vuole aprire un fascicolo per cosa? Perché uno parla? Perché uno dice delle cose? Perché uno si esprime? Perché partecipa a un dibattito? Perché discute dei temi che hanno a che vedere con la propria attività di magistrato? A me sembra normale che lo faccia.

Ci si chiede se un magistrato che esterna continuamente il suo pensiero possa anche rimanere imparziale: “se è un buon magistrato sì. Se la sua imparzialità viene minata, è un cattivo magistrato, indipendentemente dal luogo in cui manifesta il suo pensiero.” (Antonio Ingroia)

Muore Loris D’Ambrosio e non può essere stata colpa dei giornali

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Loris D'Ambrosio

Loris D’Ambrosio è morto d’infarto. Naturalmente è stata tutta colpa dei giornali e dei pubblici ministeri, che negli ultimi mesi avevano dimostrato una particolare pervicacia e ostinazione nei suoi confronti.

Naturalmente in quelle telefonate con Mancino non c’era nulla di penalmente rilevante.

Beh, allora i pubblici ministeri dovrebbero esserne fuori, dato che si occupano di perseguire i reati. Se il reato non c’è stato non può essere colpa dell’avvocatura dello Stato.

Restano i giornali, rei, alcuni, di non aver pubblicato un bel niente sulla posizione di Loris D’Ambrosio nella vicenda Mancino. Colpevoli, e senza regolare processo, gli altri, per aver pubblicato dei documenti riportanti stralci di intercettazioni tra Mancino e lo stesso D’Ambrosio.

Intercettazioni che, si badi bene, non contenevano alcunché di penalmente rilevante.

E allora? Un documento deve PER FORZA essere penalmente non rilevante per contenere delle frasi, delle affermazioni, dei passaggi di interesse pubblico per la vita politica o, più semplicemente, per l’etica di un Paese?

Loris D’Ambrosio non potrà più testimoniare. Non potrà più riferire davanti a un giudice terzo, che ne avrebbe valutato l’eventuale attendibilità, la sua versione dei fatti. Quindi ora restano solo i documenti. Asettiche trascrizioni davanti alle quali giornalisti, politica e pubblica opinione potranno farsi un’opinione chiara su ciò che è successo o, come dicono in molti, su ciò che NON è successo.

Quelle intercettazioni sono una scatola nera aperta, e ora come non mai c’è bisogno di averle a disposizione per ricostruire la verità in mezzo al buio del paese. Si parla di “cordoglio unanime” e di “niente strumentalizzazioni”. Le strumentalizzazioni si combattono con i fatti. Se no, resterà sempre il cono d’ombra che ci legittima, davanti alle carte che conosciamo, ad avere dei dubbi.

Si’ alla responsabilita’ civile dei magistrati!

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Alla Camera dei Deputati, su proposta della Lega Nord, è passato un emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati.

Prevede che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” (di un magistrato, s’intende) “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”possa rivalersi sullo Stato e sulla persona del magistrato.

E’ subito da dire che la Lega Nord non si è inventata nulla di nuovo. Il principio della responsabilità civile del magistrato era già stato sancito illo tempore con un referendum popolare che aveva raggiunto il quorum dei votanti.

Stupisce, per la verità, la contrarietà del Ministro per la Giustizia Severino che, sia pure con parole stemperate, auspica che “ci siano gli spazi per un’ulteriore riflessione sul tema, per riaprire il dialogo e verificare se vi siano soluzioni diverse” (della serie: ci si ripensi al Senato).

Bersani parla di “gesto di totale irresponsabilità perché una questione importante non può essere affrontata così: è una risposta sbagliata nel metodo e nel merito” ma si dimentica che alcuni franchi tiratori sul provvedimento, e, quindi, dei 261 favorevoli, fanno parte proprio del gruppo del Partito Democratico.
I soliti autogol della politica.

Di Pietro, dal canto suo, afferma: “Ho paura che questa volta, dopo vent’anni, non ci sarà solo una Mani Pulite giudiziaria, ma una nuova Mani Pulite del popolo che alzerà i forconi”. Evviva!

Nessuno che dica che la responsabilità civile dei giudici è un principio irrinunciabile perché stabilito dal popolo italiano con una regolare consultazione referendaria, e che i magistrati sono l’unica casta che in Italia non paga per i propri errori.

Oriana Fallaci: “Impuniti e impunibili sono i magistrati che oggi comandano”

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In America, oggi, il rischio della dittatura non viene dal potere esecutivo: viene dal potere giudiziario. E nel resto dell’Occidente, lo stesso. Pensi all’Italia, dove, come ha capito la Sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti ed impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la Legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni. (dall’intervista di Christian Rocca: Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata, Il Foglio, 13 aprile 2005)

La critica sferzante e pungente all’autorita’ giudiziaria puo’ escludere la diffamazione – Cass. Pen. Sez. V n. 37442 – 24 settembre 2009

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Cassazione – Sezione quinta – sentenza 16 giugno – 24 settembre 2009, n. 37442
Presidente Nardi – Relatore Bevere
Ricorrente De Nicola e altro

Svolgimento del processo

Con sentenza emessa il 15.1.2008, la corte di appello di Palermo ha confermato la sentenza emessa dal tribunale della stessa sede il 21.7.2005 con cui Liori Angelo Antonio era stato assolto, perché il fatto non sussiste dall’imputazione di diffamazione aggravata, in danno del magistrato Sergio De Nicola, conseguente alla pubblicazione, il 14.6.1998, sul quotidiano L’Unione Sarda dell’articolo dal titolo

Nichi Vendola indagato: la Procura di Bari è a nudo

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Nichi (sic!) Vendola è una persona umanamente simpatica, troppo pasoliniana per i miei gusti, molto aulica nel linguaggio, sufficientemente genuina.

Non gli darei mai il mio voto, ma questo non credo abbia troppa importanza.

Negli ultimi giorni si è diffusa la notiza della sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Bari. O, meglio, non si sa bene. Un comunicato del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati (già sostituto procuratore presso il Tribunale di Napoli) ha scritto testualmente:

"Nei confronti del presidente della giunta regionale pugliese Nichi Vendola, non vi sono, nel registro degli indagati di questa procura, indicazioni suscettibili di comunicazione."

E ti cadono le braccia. Cosa vuol dire che "non ci sono indizi suscettibili di comunicazione"? Che Vendola è indagato ma non si può dire? Che probabilmente rispetto all’indagine in cui sarebbe coinvolto il Governatore della Puglia si andrà quasi certamente a un decreto di archiviazione?

Fatto sta che il Dott. Antonio Laudati prosegue: "La procura prende atto delle possibili strumentalizzazioni delle indagini, per finalità diverse da quelle processuali, così come delle precedenti fughe di notizie sugli accertamenti in corso: allo stato non può escludersi che siano riferibili a componenti del gruppo investigativo."

In breve, Laudati è stato tradito dai suoi. Forse dai "fedelissimi" che si era portato dietro dal lavoro svolto alla Procura di Napoli, e per finalità che non sono processuali. Cioè politiche.

A queste persone era affidata la blindatura delle indagini che riguarderebbero i rapporti del Presidente del Consiglio con le escort, di cui non trapela nemmeno la capocchia di uno spillo, e, adesso, l’indagine sul Governatore, di cui è trapelata l’iscrizione nel registro degli indagati. Iscrizione non smentita dal Dr. Laudati, che si limita a dichiarare che nel registro degli indagati non ci sono "indicazioni suscettibili di comunicazione". E va beh, e allora? E‘ indagato o non è indagato? Si deve sapere o non si deve sapere?

Di certo c’è un senso di squallore in questa vicenda, torbida come le notizie che l’hanno accompagnata.

Io vorrei poter continuare a dire ogni giorno "Io sto coi magistrati". Ma oggi, in questo caso, no, proprio non ce la faccio.

Ipnosi estiva 3: Le “cene carbonare” di Governo e Magistratura – Il testo del Question Time di Antonio Di Pietro

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Antonio Di Pietro: Signor Presidente, signor Ministro della giustizia – anche se non c’è -, vogliamo sapere da lei perché ha partecipato ad un incontro riservato e carbonaro tra lei, il Presidente del Consiglio e due giudici della Corte costituzionale Luigi Mazzella, promotore della cena galeotta, e Paolo Maria Napolitano.
Lei sa bene che il Presidente del Consiglio è un plurinquisito, nei cui confronti i giudici italiani non possono procedere proprio perché lei, Ministro Alfano, ha promosso e ottenuto una legge che permette a Berlusconi l’impunità durante tutto il suo mandato. Lei dovrebbe capire che così facendo ha compromesso la credibilità della Corte, perché la Corte stessa dovrà decidere il 6 ottobre sul lodo Alfano. Per questo vogliamo sapere: se si rende conto della gravità e della scorrettezza istituzionale da lei promossa; per quale ragione avete organizzato e realizzato quella cena; se non ritenga doveroso a questo punto ed ora che la tresca è stata scoperta dimettersi dal suo incarico per restituire dignità al suo ufficio e a quello della Corte costituzionale (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

Elio Vito: Signor Presidente, per la correttezza e il rispetto profondo che il Governo nutre nei confronti del Parlamento, naturalmente farò riferimento al testo scritto e presentato dall’onorevole Di Pietro e dagli altri deputati del gruppo dell’Italia dei Valori e non risponderò alle affermazioni che sono state rese poco fa in Aula.
Gli onorevoli interroganti, riprendendo un articolo del settimanale L’Espresso, chiedono di sapere di un incontro presso l’abitazione privata del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella dove, nello scorso mese di maggio – a dire degli interroganti e dell’articolo citato – si sarebbe svolta, testualmente, «una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzati riunioni organizzate dal Governo Berlusconi».
L’articolo citato, secondo quanto ripreso ed evidenziato dagli interroganti, nella parte relativa a quello che sarebbe stato il contenuto della riunione organizzata dal Governo Berlusconi, fa poi frequenti e generici riferimenti ad espressioni del tipo «più fonti concordano», «sembra» e a interlocuzioni che, nello stesso testo in esame, riportano mere congetture ed ipotesi disparate.
In ordine a quello che nel testo viene indicato – come ho detto – come un fatto certo, «una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzanti riunioni organizzate dal Governo Berlusconi» va subito chiarito, onorevole Di Pietro, che il Governo Berlusconi, che mi onoro in questa sede di rappresentare, non ha organizzato presso l’abitazione del giudice Mazzella alcuna riunione. Molte settimane prima del mese di maggio di quest’anno, il Presidente Silvio Berlusconi, unitamente al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dottor Gianni Letta, al Ministro della giustizia onorevole Angelino Alfano, al senatore Carlo Vizzini e al giudice costituzionale Paolo Maria Napolitano e alle loro rispettive consorti (molto prima, quindi, delle date da lei indicate, molte settimane prima del mese di maggio) riceveva un invito ad una cena organizzata presso la propria abitazione dal giudice costituzionale professor Luigi Mazzella. Tale incontro conviviale, che è naturale conseguenza di un rapporto di conoscenza e stima risalente nel tempo (peraltro riconosciuto nello stesso articolo citato dagli interroganti), che lega il padrone di casa e i suoi ospiti, si è svolto nella prima metà del mese di maggio.
L’incontro dunque ha avuto luogo, onorevole Di Pietro, in ogni caso rispetto alle congetture e alle ipotesi disparate citate, in un’epoca antecedente al 26 giugno scorso, giorno nel quale il presidente della Corte costituzionale ha fissato per il prossimo 6 ottobre la data di inizio della discussione sul lodo Alfano ed ha indicato nel giudice Gallo il relatore della medesima discussione. Se permette, signor Presidente, vista anche la delicatezza del tema, la trattengo per pochi secondi ancora.
Per quanto concerne quello che tra i «sembra» e i «si dice» sarebbe stato il contenuto della discussione della serata, è appena il caso di osservare che l’incontro non ha avuto in alcun modo ad oggetto temi che riguardassero l’agenda della Corte costituzionale, né ipotesi di riforma del Titolo IV della Costituzione, la cui iniziativa – come si spera gli onorevoli interroganti sappiano bene – appartiene esclusivamente al Parlamento, su impulso anche del Governo, organo al quale è conferito dalla legge costituzionale e al popolo, essendo invece competenza della Corte giudicare delle eventuali controversie. Concludo tranquillizzando gli onorevoli interroganti, dicendo che le iniziative del Governo sul piano legislativo in materia di giustizia saranno rispondenti al programma presentato di fronte al corpo elettorale e che da esso hanno ricevuto il pubblico consenso.

Antonio Di Pietro: Signor Presidente, la risposta è insoddisfacente e inaccettabile, e lei consentirà anche a me qualche secondo in più, come ha consentito al rappresentante del Governo.
La Corte costituzionale – ricordo a me stesso – è un organo costituzionale talmente indipendente che non dovrebbe in alcun modo essere oggetto di interferenze, né da parte del Governo, né da parte di altri organi costituzionali. A maggio dell’anno scorso già c’era il lodo Alfano e già c’erano le richieste dei giudici di Milano e di Roma di valutare la costituzionalità della legge.
Un Ministro della giustizia che si fa promotore, insieme al Presidente del Consiglio – lui inquisito nei processi che riguardano proprio i fatti per cui deve giudicare il giudice della Corte costituzionale -, di un incontro, mina la credibilità della Corte stessa. Con il vostro concorso e con il concorso di quei due giudici spregiudicati, voi avete infangato la sacralità della Corte ed oggi, noi che abbiamo a cuore la sua imparzialità e la sua indipendenza, la vediamo totalmente minata. Ora non sapremo mai se qualsiasi decisione sarà presa il 6 ottobre sarà frutto di una valutazione assunta in totale indipendenza o se invece sarà il frutto di una cena carbonara e piduista realizzata quella sera (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
A noi non resta perciò che ribadire: primo, la sfiducia totale a questo Governo; secondo, la deplorazione di questi comportamenti; terzo, la richiesta formale di dimissioni, oltre che dei due giudici della Corte costituzionale che si sono prestati al gioco, o quantomeno la loro astensione, le dimissioni sue, Ministro della giustizia, perché lei per il ruolo e la funzione che svolge non doveva permettere, non dover accettare, non doveva farsi promotore di una riunione in cui si discute di quella legge da parte di quei giudici che mettono in discussione la legge di cui lei si è fatto promotore. A noi non rimane altro, pertanto, che ribadire l’impegno, come Italia dei Valori, del referendum e della validità di quel referendum affinché le firme già raccolte, quel milione di firme, si trasformino poi in un referendum che cancelli quella legge truffa di cui lei, Ministro Alfano, e lei, Presidente del Consiglio, vi siete fatti promotori. Oggi avete anche infangato la Corte costituzionale e le valutazioni che dovrà svolgere (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

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