L’Instituto Cervantes censura la presentazione di un libro sulla mafia

Íñigo Domínguez è un giornalista e scrittore che lavora al quotidiano “El Correo” come corrispondente da Roma.

L’Instituto Cervantes è l’organismo di diffusione di lingua e cultura spagnola più accreditato nel mondo.

Íñigo Domínguez ha pubblicato un bel libro intitolato “Crónicas de la mafia” che ripercorre storicamente tutte le tappe del fenomeno mafioso dall’ottocento ai giorni nostri. E’ un libro scritto con attenzione, scrupolo e verità. E’ stato presentato a Madrid, Barcellona, Oviedo e Santander e ha venduto oltre 5000 copie.

L’ultimo capitolo è dedicato a Berlusconi e ai suoi rapporti con Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra.

E’ stata organizzata una presentazione del libro a beneficio degli spagnoli che vivono a Roma, ma l’Instituto Cervantes fa un passo indietro. La presentazione non si fa più. Il saggio di Íñigo Domínguez è scomodo, rischia di compromettere i rapporti con l’Italia (la verità compromette i rapporti?). L’ambasciata spagnola a Roma dichiara che  “L’Istituto Cervantes deve fare promozione culturale. Un libro sulla mafia è controverso, scomodo e il Cervantes non deve entrare in certi argomenti. E’ come se l’Alliance Française (Istituto di cultura francese ndr) presentasse a Madrid un libro sull’Eta scritto in francese da un giornalista francese” (fonte: il Fatto Quotidiano).

L’Instituto Cervantes che applica la censura nei confronti di un’opera più che dignitosa non può portare nella sua denominazione il cognome dell’autore del Chisciotte, faro di letteratura universale. La censura non è e non può essere patrimonio comune e universale da associare all’opera del Sommo. E anche gli spagnoli hanno il diritto di sapere che cos’è la mafia.

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Le analisi sull’attentato di Brindisi come armi di distrazione di massa

E’ stata sicuramente la mafia. O forse la Sacra Corona Unita [1]. Comunque sia fa parte di una strategia del terrore. Guarda lì, proprio davanti a una scuola intestata a Falcone e alla moglie, e proprio nell’anniversario dell’attentato di Capaci. Sissì, è stata la mafia, perché la mafia odia la cultura e ci vuole tutti ignoranti, e se non è mafia o Sacra Corona Unita sarà criminalità organizzata a iosa lo stesso, perché, vedi, sono venuti Pietro Grasso e Don Ciotti, ma non bisogna tralasciare nessuna pista, però quella mafiosa ci piace di più, del resto gli inquirenti stanno lavorando a 360°, anche se in fondo, a voler ben vedere, potrebbero essere i servizi deviati, ma anche gli anarco-insurrezionalisti, chè se ne sente tanto parlare e meno male che non ne abbiamo mai visto nemmeno uno, perché devono essere molto ma molto pericolosi, gentaccia, ma a qualcuno la colpa bisogna pur darla, del resto c’è una recrudescenza di tipo terroristico che ha già dato segnali precedenti molto preoccupanti, forse stanno tornando le Brigate Rosse, ma pare che abbiano inquadrato l’assassino, dev’essere il gesto isolato di un folle, che probabilmente non era solo, e allora è segno che il mondo è pieno di folli, ma li prenderemo e avranno l’ergastolo, sì, insomma, con questa strategia della tensione ci stiamo un po’ ingarbugliando anche noi, ma del resto che volete, che la gente viva tranquilla? Eh, no, non si può…

[1] Che, poi, io questa roba qui che “mafia” si scrive minuscolo e “Sacra Corona Unita” si scrive maiuscolo non l’ho mica mai capita…

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A scuola si muore

E’ già cominciato l’orrendo cannibalismo mediatico sulla povera ragazza che ha perso la vita questa mattina nell’attentato di matrice si-dice-mafiosa davanti a un Istituto Tecnico, a Brindisi.

E alla stampa nazionale si aggiunge il popolo di Facebook che ne ha saccheggiato il profilo, ripubblicato foto, moltiplicato l’iconografia in uno sciacallaggio senza fine, che non si ferma neanche davanti alla tragedia più evidente e sconfortante: tutti a ravanare nella vita privata di chi non ha più una vita, non importa se era una ragazza minorenne.

Anzi, su Facebook sta girando insistentemente, in queste ore, una frase attribuita ad Antonino Caponnetto, secondo cui la mafia avrebbe molta più paura della scuola che della giustizia.

Ora, io spero vivamente che anche questo sia una trovata dei soliti primadonnisti della rete, e che abbiano attribuito a Caponnetto una frase che non ha detto o, se l’ha detta, almeno che sia stato in un contesto profondamente diverso. Perché anche quello delle citazioni a vànvera sarebbe un capitolo da approfondire a parte.

E comunque una cosa è certa: alla mafia della scuola non gliene frega un bel niente.

E allora a chi è che importa DAVVERO qualcosa della scuola? Ai Governi, naturalmente. Allo Stato. Infatti l’istruzione pubblica e l’Università sono state le prime istituzioni a essere messe in ginocchio dalle politiche dei tagli sulla formazione dei futuri cittadini.

Non è solo un problema di ridenominazione dei corsi di studio (per cui dalla “Ragioneria” si è passati all'”IGEA” e poi alla “Amministrazione Finanza e Marketing”), è un problema di ore tagliate con l’illusione che se si studia di meno si studia in modo più efficace (ma quando mai si è visto?), sono precari che non lavorano, sono insegnanti di ruolo che devono assorbire il lavoro degli altri (si veda la compresenza con gli insegnanti di madrelingua per i docenti di lingue straniere), sono progressioni di carriera e posizioni stipendiali bloccate, sono pensionamenti rimandati, neo-assunzioni col contagocce, sono le scuole che sono costrette a chiedere delle “donazioni obbligatorie” per le fotocopie e la carta igienica, (la scuola è arrivata agli ossimori!) è un’Università allo sbando, è la logica del “con la cultura non si mangia”.

E se con la cultura non si mangia, senza mangiare si muore.

A scuola si muore un po’ ogni giorno perché alla scuola hanno staccato la spina. L’istruzione vive di energia residua e non rinnovabile.

E ci destreggiamo tra le affermazioni del Capo della Polizia Manganelli che dice che i responsabili saranno presi (lo speriamo bene!) e che avranno l’ergastolo. Ora, in uno stato di diritto se un imputato prende l’ergastolo o meno, se è responsabile dei reati che gli vengono contestati lo decide la magistratura, non una dichiarazione di intenti o un auspicio personale rilasciati alla stampa.

Avremo ancora bare bianche, palloncini colorati, striscioni, applausi ai funerali, parole retoriche e presenze contrite di circostanza.
Ma non avremo risposte. Saremo muti davanti al gorgo in cui stiamo scendendo (come i più bei versi di Cesare Pavese ci hanno insegnato), e avremo un solo filo di fiato quando, tornando alle nostre case, penseremo all’unisono: “E’ tutta colpa di Beppe Grillo e dei grillini!”

Perché non è possibile che sia colpa nostra, vero?

 

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Marcello Dell’Utri condannato in appello a sette anni di reclusione

"L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva"

(Costituzione Italiana)

…intanto c’è la registrazione della lettura della sentenza che potete ascoltare attraverso il nostro lettore virtuale di MP3.
(da: www.radioradicale.it, licenza Creative Commons)

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Il colore viola – Dopo il No Berlusconi Day, quasi quasi Berlusconi lo voto anch’io

#nd#

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Marco Travaglio – Il delirio della legge

Buongiorno a tutti, ci sono stati da poco i funerali dei nostri caduti nella guerra dell’Afghanistan, personalmente, per quello che può valere, mi associo al lutto. Vorrei anche associarmi al lutto di tutti gli afgani che sono stati uccisi in questi anni dalle truppe di occupazione militare americane, inglesi, italiane etc. etc., dei quali invece ci dimentichiamo sempre: non esistono morti più morti degli altri, ma sicuramente le morti più ingiustificate sono proprio quelle degli afgani che, in Afghanistan, sono a casa loro, mentre, purtroppo, noi siamo a casa di altri. Chiudo questa parentesi e vi preannuncio che tra un po’ vi farò una sorpresa: vi farò vedere la prima pagina del numero zero de Il Fatto quotidiano; so che molti di voi sono abbonati o saranno comunque lettori in edicola e quindi magari gradiranno questa sorpresa, perché ormai siamo agli sgoccioli: oggi è lunedì, mercoledì usciremo con il primo numero e, chi si è abbonato on- line, già martedì sera a mezzanotte, alle 23: 59, se tutto va bene, potrà trovare in versione PDF sul suo computer il nostro giornale, libero e senza padroni. Però partiamo subito, prima di questa primizia, da un paio di notizie della settimana che non mi pare siano state analizzate: sono state date, ma non sono state analizzate, quello che manca in Italia non è neanche il giornalismo d’inchiesta, è il giornalismo di analisi, un giornalismo che faccia capire che cosa sta succedendo, che colleghi i puntini dell’enigma, per fare venire fuori la figura completa. Le due notizie sono due decisioni prese da due organismi dello Stato, di cui uno è la Corte d’Appello di Palermo, che sta processando Marcello Dell’Utri e l’altro è l’avvocatura dello Stato; sono funzionari pubblici, sia i magistrati che gli Avvocati dello Stato, che paghiamo per fare giustizia: i magistrati debbono valutare le prove e decidere, nel caso in cui siano giudici di Corte d’Appello, se l’imputato è colpevole o innocente, gli Avvocati dello Stato – lo dice il loro stesso sito Internet- hanno il compito di difendere la Pubblica amministrazione nei processi, compresi naturalmente quei procedimenti che finiscono davanti alla Corte Costituzionale, dove la Pubblica amministrazione, ossia il Parlamento e il governo, deve andare a difendere la legittimità costituzionale delle leggi o dei decreti che approva. Quindi sono persone pagate da noi per fare giustizia per rappresentare gli interessi collettivi: lo dico perché, in realtà, le due decisioni, le due posizione prese dalla Corte d’Appello di Palermo (Presidente Dall’Acqua) e dall’Avvocato dello Stato Glauco Nori non mi pare che rappresentino i cittadini, le esigenze della giustizia e l’interesse pubblico: è una mia opinione, io non mi sento rappresentato né dalla decisione presa dalla Corte d’Appello di Palermo, né tantomeno dalla posizione assunta dall’avvocatura dello Stato. Andiamo con ordine: che cosa doveva decidere la Corte d’Appello di Palermo? La Corte d’Appello di Palermo è quella di fronte alla quale Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo che in primo grado era stato condannato, in Tribunale, a nove anni di reclusione; ha fatto ricorso lui contro la condanna, ha fatto ricorso la Procura di Palermo, sostenendo che la pena era troppo lieve, sebbene fosse abbastanza consistente, ma stiamo parlando di mafia, se l’accusa viene confermata anche in appello e quindi processo di appello. Al processo di appello si è lavorato per tre anni, dal 2006 al 2009; nel corso di questo processo d’appello la pubblica accusa ha chiesto di depositare nuovi elementi di prova e la Corte d’Appello li ha respinti quasi tutti, anche nell’ultima udienza ha respinto i nuovi elementi di prova, o indiziari, come si dice, portati dal Procuratore Generale Antonino Gatto. Che elementi erano? Erano gli elementi di cui abbiamo parlato molte volte quest’estate, ovvero le novità emerse dal fronte Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. (…)

Ascolta l’intervento completo di Marco Travaglio direttamente dal nostro lettore di MP3

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Marco Travaglio – La mafia fa le pentole ma non i coperchi

Buongiorno a tutti, oggi ci riguardiamo di nuovo in faccia, sono felice, parliamo di quello che è successo negli ultimi giorni brevemente nel campo politico, avete visto, Fini tenta un’altra volta di smarcarsi come aveva tentato di fare due anni fa, poi due anni fa ci fu il precipitare del Governo Prodi con le elezioni anticipate e dovette rinculare indietro, questa volta sembra fare sul serio e sta cominciando anche a esplicitare i temi del suo dissenso dalla leadership di Berlusconi. […]

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Rutelio strikes again: il Copasir vuole gli atti del processo sull’omicidio di Paolo Borsellino

Rieccolo, dunque, Rutelio, con il suo fisico tarzànico e con la sua Jane a fianco (i più pruriginosi tra i miei affezionati lettori avranno senz’altro notato la trasparenza del costumino della Palombelli, ma non è un bello spettacolo!) a rivendicare il suo ritorno sul palcoscenico della vita quotidiana del nostro martoriato paese.

Non lo fa certo da politico, del resto come potrebbe, povera stella, bensì come presidente del Copasir, il comitato Parlamentare dei Servizi Segreti (lo sapevate che svolge questa funzione? Io no, e non se lo fila per niente nemmeno Wikipedia, il che è tutto dire…) il quale, audite audite, ha sentito il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta e, dopo aver parlato con Giuseppe Pisanu, in un summit al limite dell’inciucio politico, ha deciso che probabilmente sia aveva sentore, sì, insomma, si sospetta, quasi si direbbe, ci sono voci che riferiscono, si potrebbe perfino essere autorizzati ad affermare, sia pure con una certa cautela, che dietro all’omicidio di Paolo Borsellino e alla strage di Via D’Amelio potrebbero esserci i servizi segreti e una sorta dik collaborazionismo tra mafia e stato.

In breve, dal 1992 ad oggi ci è arrivato anche lui, e chissà che prima o poi non si renda conto anche che hanno inventato il classico buco nell’acquaio (il "bùo alla ‘onca" di labronica memoria) che serve per far scorrere l’acqua nelle fogne…

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Le mafie italiane secondo Leonardo Sciascia

“Ma il fatto è, mio caro amico, che l’Italia è un così felice paese che quando si comininciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto.”

(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo)

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