Così fan tutti

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“La Madia ha copiato, su questo non c’è il minimo dubbio”. Non sono parole mie, è un virgolettato da una dichiarazione di Roberto Perotti, economista della Bocconi.

Quando il Fatto Quotidiano rivelò la coincidenza di larghi passaggi della tesi di dottorato del ministro Madia con studi e pubblicazioni antecedenti, scrissi solo poche righe. C’era un clima irrespirabile. Minacce di querele e azioni legali per ogni dove. Ricordo che ebbi la malsana idea di scrivere alla Madia che dubitavo fortemente che una eventuale azione legale potesse andare a buon fine. Mi venne addosso mezzo PD. E ora Perozzi è giunto alla conclusione che sì, quel materiale è stato copiato. O citato senza le opportune virgolette. E pensare che io volevo solo dire che copiare non è una bella cosa. Ma ci sono di nuovo minacce di azioni legali, questa volta per risarcimento danni e, quindi, cerco di usare le affermazioni altrui per certificare quello che vorrei affermare io. Sì, lo so, sono un vigliacco. Ma io la mia tesi di laurea l’ho scritta tutta di mio pugno. Ed è logico che non diventerò mai ministro della Pubblica Amministrazione. Anche se la perizia succitata è giunta alla stravagante conclusione che sì, ci sono queste coincidenze, ma che il comportamento non è censurabile visto che l’abitudine di copiare è largamente diffusa quando si tratta di materia economica. Gli economisti (quelli veri) si sono incazzati come iene.
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Note a margine della tesi di dottorato del Ministro Madia

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Avrei voluto scrivere, e a lungo, sulla vicenda della tesi di dottorato del Ministro Madia che presenterebbe ampie parti coincidenti o molto simili a quelle di altri studiosi suoi precedenti.

Dicevo, avrei voluto scrivere ogni volta che ci fosse stata qualche novità rispetto a quanto emerso dalla indagine del Fatto Quotidiano, e che mi pare ben documentata, di quelle documentazioni che ti fanno andare “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Avrei voluto farlo ma non l’ho fatto. Perché il tema mi tocca particolarmente e, dato che ho una certa sensibilità al riguardo, ho preferito tacere.

Oggi però un paio di cosette le vorrei dire.

La prima è che il copiare in una tesi di laurea o in un qualsiasi altro lavoro scientifico è un atto riprovevole e contrario a qualsiasi forma di rispetto del lavoro altrui e di decenza accademica. L’unica volta che ho copiato in vita mia fu durante un compito di matematica alle medie. C’era da sommare un quarto più un quarto e il mio compagnuccio scrisse un ottavo. Io, pur molestato dal dubbio, lo ripresi pari pari e la professoressa, che Dio la conservi, mi diede quattro (e fece bene!). E’ fondamentale sapere SEMPRE cosa va dentro e cosa va fuori le virgolette e ande da dove lo si è preso e chi l’ha scritto. Non basta, come si è difesa la Madia, citare quei lavori in bibliografia. Perché in bibliografia metti le opere che hai consultato (e si spera che tu le abbia lette una per una), ma non tutto di quello che hai consultato l’hai citato e il tuo lettore deve sempre avere sott’occhio il percorso che stai facendo, sapere se a parlare sei tu o una tua fonte.
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Io non sto con il Ministro Madia. E nemmeno col suo gelato!

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C’è qualcosa di vecchio e di stantìo nell’ondata buonista e filopiddina seguita alla pubblicazione, da parte del settimanale “Chi”, di alcuni scatti fotografici che ritraevano la Ministro Madia intenta a gustare un gelato. E a montarli, ad arte, in modo da alludere a prestazioni di ben altro genere, complice il titolo “Ci sa fare col gelato”.

Ora sia chiaro, la Ministro Marianna Madia, come chiunque di noi, è libera di mangiarsi un gelato in santa pace e di leccarsi le dita senza che questo debba diventare pretesto per qualcuno per ricamarci sopra a iosa. Ma poi basta così. Perché ciò che, invece, risulta stomachevole, è la pioggia di messaggi di solidarietà che sono piovuti sui social network e su tutto il web in queste ore.

Perché, voglio dire, è “Chi”. E’ roba nazional-popolare, un feuilleton che lo compri oggi, in mezz’ora hai finito di scorrerlo (“leggerlo” mi sembrava un termine eccessivo), lo metti via, ti dimentichi del contenuto e te lo ritrovi nel negozio della parrucchiera o nella sala d’aspetto del medico. E’ un rotocalco che ci campa sul filo del detto e del non detto, del vedo e non vedo, del tocca e non tocca, del c’ero e non c’ero -Di Stefano ora basta!-, cosa pretendevano questi solidali del tweet, che pubblicassero l’opera omnia di Antonio Gramsci in una nuova edizione critica riveduta? O che offrissero ai lettori una copia omaggio dei “Canti” di Leopardi?? O magari un CD con l’integrale delle Ouvertures di Francesco Maria Veracini, che tanto sapete assai voi chi era? Questa è editoria che tira a far ciccia, e per ciccia s’intende carne, viande, meat. Che poi sia vera o costruita non importa.
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Settembre poi verrà ma non ti troverà e piangeranno solo gli occhi miei

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Settembre arriva e con la prima pioggia ci lava anche il cervello. E’ incredibile come con lo sfogliare del calendario ci si formattino le sinapsi per cancellare tutto quello che fino al giorno prima ci sembrava estremamente trendy o, comunque, di un interesse tale da non poterne fare a meno.

Si cominciò con il bikini di Maria Elena Boschi, illustre costituzionalista. Ora ce ne siamo giustamente dimenticati ma fino a una quindicina di giorni fa era di vitale importanza il fatto che la Boschi avesse un bikini e che lo usasse per andare al mare. Abbiamo fatto del marginale una questione di vita, riducendo l’importanza del disfacimento del Senato della Repubblica a quella di un più dozzinale due pezzi da esibire in spiaggia con malcelato orgoglio.

La Ministra Giannini, dal canto suo, si fece beccare in topless. Al rientro dalle vacanze ha cominciato a parlare di eliminazione del precariato e di quella brutta abitudine scolastica che sono le supplenze. Come fare? Facile, si assumono 100.000 precari e il gioco è fatto. Il problema è che 100.000 assunzioni sono una goccia nel mare. Poi i neoassunti li devi anche pagare e la preraffaellita Madia ha già provveduto a congelare gli stipendi della pubblica amministrazione anche per il 2015, perché bambole, non c’è una lira. Quasi quasi era meglio quando c’era il topless.
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