Quali libri di Gabriel García Márquez leggere?

Alcuni in queste ore mi stanno chiedendo quali libri leggere del neodefunto Gabriel García Márquez che, proprio in quanto defunto, ha acquistato il diritto a diventare oggetto di discussione ovunque, dai social network alla conversazione da strada.

Allora, in primis comunciate a scriverlo bene e a pronunciarlo correttamente. Il cognome è “García Márquez”, non “Márquez” e basta. In biblioteca, tanto per ribadire, lo trovate alla G, non alla M (no, perché c’è gente così!).

E poi metteteci gli accenti giusti, non fate come quei pasticcioni di “Repubblica” che per far prima (vedi sopra!) li hanno omessi. Sono accenti acuti (guardatevi dalla tentazione di sostituirli con quelli gravi, non è la stessa cosa) e vanno sulla “i” di “García” e sulla “a” di “Márquez”.

Il suo libro migliore? “L’amore ai tempi del colera“, senz’altro. Volete leggere “Cent’anni di solitudine“? Benissimo, purché non vi facciate venire la sindrome da sessantottino/a fallito/a perché va bene che esistono decine e decine di Bar Macondo, ma rinchiudercisi a sorseggiare un whisky e pensare a José Arcadio Buendía non vi rende merito, no davvero.

Poi ci sono “Vivere per raccontarla” e “Cronaca di una morte annunciata“. Ecco, leggete questi. E c’è anche un racconto molto bello che si intitola “El rastro de tu sangre en la nieve” (non so se sia mai stato tradotto in italiano). Il resto, se mai, verrà dopo. Del resto se Gabo ha preso la strada dell’eternità, è segno che di tempo ce n’è.

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Coraggio, Gabo

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No te preocupes, Gabo, non è niente. E’ poco più di un annuncio. E’ la morte che arriva, annunciata, come per Santiago Nasar che si alzò alle 5,30 del mattino per aspettare il battello con cui sarebbe arrivato il vescovo.

E’ l’ora di rendersi conto che non si riuscirà ad arrivare alla fine del romanzo che stiamo leggendo, e sorridere -solo una smorfia, per carità- del fatto che è il romanzo che ci sta leggendo e che noi ci lasciamo trasportare dall’odor di guayaba, che i funerali della Mamá Grande sono in realtà i nostri, ma chissà se saremo davvero noi quelli nella bara (l'”ataúd” di conio castigliano) o se saremo tornati a Macondo a perdere trentatré sollevazioni armate e a conoscere i ghiaccio.

Stiamo perdendo, Gabo, sì. Non basta vivere per raccontarla. Non basta neanche morire perché qualche rete televisiva ti rinomini “Gabriel Maria Marquez”, così, senza accenti, senza sapere che l’accento in spagnolo è molto più che ortografia.

E’ la traccia del tuo scrivere, dico, del tuo sangue, nella neve. Non ne resterà traccia se non nella memoria di qualche scheda di biblioteca, e qualcuno si chiederà come mai “Márquez” non si trova alla lettera M.

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