Verso il Conte-bis

Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
E le consultazioni del Presidente della Repubblica cominciano domani alle 16. E non c’è più tempo. Il nome di Conte è il primo passo verso l’inciucio giallorosso. Zitti e subire.

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Licenza di uccidere

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

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Oronzo Canà nella commissione italiana per l’Unesco

Intendiamoci, io non ho nulla contro la persona di Lino Banfi, per carità. Si è fatto una fortuna come protagonista di pellicole italiane di serie B, di quelle pseudo ridanciane, con tette e culi in bella esposizione e va beh, è un mestiere brutto e ostico ma qualcuno dovrà pur farlo. Poi, da anziano, si è rifatto una verginità con l’interpretazione di Nonno Libero, il prototipo del nonno italiano, in una serie televisiva per tutta la famiglia mentre prima interpretava ruoli in pellicole vietate ai minori. Ora Luigi Di Maio, fieramente, lo nomina nella commissione italiana per l’Unesco. E lui dice che andrà, che si sente onorato per aver ricevuto da questo bravo “raghézzo” cotanto incarico, e che andrà, questo sì, a una doppia condizione. Niente laurea (che non ha) e niente inglese (che non sa). Poi lui sarà contento di andare dove il M5S lo mandi, soprattutto perché così potrà portare un sorriso a tutti i plurilaureati che ci sono là dentro. E già, i plurilaureati, dipinti come persone che non ridono mai, che dopo aver passato una vita a sgobbare sui libri ed essersi meritati di essere arrivati dove sono, devono sentirsi dire cose come “Buongiorno raghézzi”, “mi fa mèle la chépa”, “porca putténa” con quella risatella gioconda e isterica insieme che da sempre ha contraddistinto le gag nazional-popolari dell’attore.

La nomina di Lino Banfi all’Unesco non è una cosa sbagliata di per sé. Uno è libero anche di nominare il Gabibbo alla Pubblica Istruzione, se lo crede opportuno. Il problema è un altro, che con questa nomina a un altissimo organismo culturale si ufficializza la sottocultura e la si rende al pari della cultura ufficiale. I filmetti con Edvige Fenech varranno, d’ora in poi, almeno come un film di Nanni Moretti, proprio perché uno dei coprotagonisti ricopre un incarico tanto delicato, e, guarda caso, Nanni Moretti no. Allora nessuno rischia di capirci più nulla. Cosa è cultura e cosa non lo è? E, soprattutto, si dimostra come studiare, in fondo, non serva a un fico secco, che questi “plurilaureati” sono solo un mito lontano che non ha neanche tanto senso dell’umorismo per cui bisogna che vada il guitto di turno a rallegrar loro l’animo. E, in fondo, se si arriva all’Unesco senza una laurea, senza sapere l’inglese e avendo interpretato commediole boccaccesche di gusto discutibile, segno che la cultura, quella vera, non paga e non ha mai pagato.

Triste, solitario y final.

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Nuovi sottosegretari crescono: Carlo Sibilia

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Tra i nuovi sottosegretari che hanno giurato a Palazzo Chigi c’è anche Carlo Sibilia, che nel 2014 scrisse che lo sbarco sulla Luna è stato una farsa. Il tweet è ancora regolarmente disponibile in rete e ve ne offro uno screenshot recente. Insomma, secondo Sibilia, sulla Luna non ci saremmo mai andati.

Serena Riformato, una giornalista di Repubblica, lo ha definito in un suo articolo “Complottista immaginifico e maestro nell’arte del tweet incauto”. Sibilia è famoso per aver proposto il matrimonio tra specie diverse “purché consenzienti” (immagino sia desiderio di tutti sposarsi con il proprio canarino, o con un ippopotamo, o con un orang-utan, il problema è strappare loro il consenso) e per aver paragonato la vaccinazione obbligatoria prevista dal decreto Lorenzin a un TSO.

Ha il ricorso facile alla querela per diffamazione. Tra i destinatari dei suoi atti giudiziari ci sono Matteo Renzi (non so che esito abbia avuto questo ricorso), Elvira Santaniello (archiviata), Enrico Mentana (in corso), Ettore Ferrini (archiviata).

Adesso è sottosegretario al Ministero dell’Interno. O metteteci un po’ un toppino!

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La Tecnica della Scuola copia da Wikipedia la biografia di Vincenzo Spadafora (M5S)

Oggi ho deciso di spezzare una lancia a favore di Wikipedia. Strano ma vero.

Dimostrare che qualcuno ha copiato da Wikipedia è fin troppo facile. Il web è pieno di pagine che riportano brani, frammenti, frasi, e voci intere tratte dall’enciclopedia libera più eclettica e singolare del mondo. Più difficile è andare a vedere da dove ha copiato Wikipedia (perché non è possibile che ogni voce sia il frutto di un contributo originale da parte degli utenti).

Fatta questa premessa, oggi ho deciso di giocare sul facile. Proprio ieri ho consultato il sito La Tecnica della Scuola (qui) che ha pubblicato un articolo intitolato “A capo del MIUR potrebbe finire il pentastellato Vincenzo Spadafora”. Nulla di male, è solo l’approfondimento di una ipotesi (infatti nel titolo si usa il condizionale). L’articolo riporta una sorta di biografia dell’aspirante ministro a cinque stelle, che riporta luogo di nascita, curriculum, titolo di studi, titolo di una pubblicazione e quant’altro. Ecco lo screenshot del brano citato:

spadaforatecnica

Dove sta l’inghippo? Semplice. Sta nel fatto che quel brano che ho evidenziato dal sito de La Tecnica della Scuola è stato ripreso pari pari da Wikipedia, senza citare la fonte e con una operazione di copia-incolla tratta dalla sezione “Biografia” della voce (piuttosto smilza, a dire il vero) dedicata a Vincenzo Spadafora. Ecco lo screenshot tratto da Wikipedia:

spadaforawiki

Allora, la perfetta rispondenza dei due brani è dimostrata. Di ulteriore c’è da chiedersi se siano buon giornalismo e buona informazione quelli che attingono a piene mani da articoli e voci scritti da altri “appiccicando” brani e facendo di quelli che appaiono come articoli originali dei collages improponibili, ma, soprattutto, tanto facilmente sgamabili. Perché la cosa buffa di tutto questo, è che chi copia da Wikipedia lo fa tranquillamente e alla luce del sole. Io credo che copiare da Wikipedia sia una bruttissima abitudine, soprattutto per la scarsissima affidabilità della risorsa. Quindi personalmente preferisco non farlo. Ma se proprio uno vuole e deve farlo, obtorto collo, e perché proprio non resiste alla succulenta tentazione, allora che lo faccia alle condizioni imposte da Wikipedia. Solitamente è facile, basta citare, basta dire da dove è stato tratto quel brano, riportare un link, non avere scopi di lucro o di commercio sul contenuto veicolato, insomma, nulla di che. E’ giusto che sia così perché i contenuti di Wikipedia, buoni o cattivi che siano, sono di proprietà di Wikipedia ed è lei che decide che cosa gli altri possano farci o non possano farci.

Così si va avanti, con contenuti sempre più reduplicati e ridiffusi, a scapito di quelli originali. Un’informazione che potrebbe essere usata come un semplice “dato” e rielaborata in un contenuto successivo viene riportata tale e quale. La funzione di una enciclopedia (anche di una enciclopedia sgangherata e approssimativa come Wikipedia) è quella di fornire informazioni che costituiscono gli “ingredienti” per qualsiasi successiva rielaborazione, non dei contenuti precotti da riportare tali e quali in qualunque ulteriore ricetta culinario-giornalistica.

Ma è il giornalismo di oggi, bellezze, e che vi vada bene o no funziona così.

 

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