I nomi dei parlamentari che hanno richiesto il bonus da 600 euro

Reading Time: 2 minutes

E allora, visto che sono pubblici, li pubblico anch’io i nomi di codesti galantuomini parlamentari che hanno richiesto (e magari ottenuto) il bonus da 600 euro per le loro aziende. Me ne mancano due. Ma aggiornerò questo articolo man mano che andrò avanti con le ricerche.

Marco Rizzone (M5S)

Dichiarazione dei redditi 2019

Download (PDF, 12.7MB)

 

Elena Murelli – Lega

Dichiarazione dei redditi 2019:

Download (PDF, 1.34MB)

 

Andrea Dara – Lega

Dichiarazione dei redditi 2019:

Download (PDF, 1009KB)

Non chiedetemi come ho avuto questi dati, soprattutto quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi di Lorsignori, sono dati pubblici, liberamente accessibili a tutti. Comunque, per dovere di trasparenza, vi comunico che sono tutti tratti dal sito web della Camera dei Deputati, anche se le fonti non si rivelano mai, ma a QUESTA fonte saprebbe accedere anche un bambino.

A livello locale spuntano fuori i nomi di Roberto Gravina (M5S, sindaco di Campobasso), Ubaldo Bocci (coordinatore del centro-destra a Firenze), Juri Imeri (sindaco di Treviglio, Lega), Anita Pirovano (che ha fatto outing, non so dirvi di più su di lei), Gianluca Forcolin (vicepresidente del Veneto, Lega), Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli (consiglieri regionali della Lega), Stefano Bargi (consigliere Lega dell’Emilia Romagna), Ivano Job (consigliere provinciale Trentino), Alessandro Puggioni (Liguria, Lega), Diego Sarno (consigliere regionale PD), Franco Mattiussi (FI, Friuli Venezia Giulia), Teresa Carbone (Consigliere regionale di Fratelli D’Italia), Tiziano Centis (Lista “i Cittadini, Friuli Venezia Giulia), Renzo Tondo (già presidente della regione Friuli), Moreno Pieroni (Uniti per le Marche), Arnold Schuler, Paul Koellensberger, Helmut Tauber (SVP), Claudio Leone e Matteo Gagliasso (consiglio regionale del Piemonte). Claudio Leone (Lega, dice di aver “provveduto allo storno delle cifre restituendo i due bonus”)-

Renzi dichiara:

“Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l’Inps ha instaurato. Dire e non dire, annunciare e non smentire, far circolare notizie false: ad esempio nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi? Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente Inps che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente​”.

ma “Repubblica” dichiara che tra i parlamentari interessati ce ne sarebbe anche uno di Italia Viva.

Restate in sintonia. #dimissionisubito

Gli avvoltoi del contributino

Reading Time: 5 minutes

E’ accaduto che cinque parlamentari (che definire “furbetti” sarebbe un eufemismo) hanno chiesto il sussidio di 600 euro per le imprese e le partite IVA in proprio. Su questi cinque, in tre l’hanno ottenuto, agli altri due è stato rifiutato.

Ma com’è stato possibile che un parlamentare, dico, un parlamentare, si sia permesso di prendersi la briga e di certo il lusso anche solo di richiedere un bonus integrativo, solo perché, contemporaneamente, per caso è anche titolare di una partita IVA la cui attività collegata si è fermata durante il lock down del virus? Con lo stipendio che prende da parlamentare aveva bisogno anche degli aiuti di stato pagati con i denari dei cittadini? Evidentemente sì, se la domanda l’ha fatta e gli è stata pure accettata.

E’ compatibile essere titolari di un’impresa con il ruolo di parlamentare? Sì, non ci sono controindicazioni legali. Pensiamo ai tanti insegnanti di diritto che esercitano contemporaneamente la professione di avvocato, o a quelli di economia-aziendale, magari part-time, che fanno anche i commercialisti.

E’ legale, dunque, tutto questo? Assolutamente sì. Glielo ha permesso una norma del cavolo, fatta con i piedi dal governo, che consente a CHIUNQUE di fare la richiesta di attribuzione del bonus. Dunque, sia chiaro, e sia detto una volta per tutte: in questo comportamento non c’è NULLA di illegale.

Sul piano morale, le cose cambiano un pochettino, e il discorso è un tantinello più lungo. A parte la questione economica, per cui uno si chiede se sia etico che un parlamentare che guadagna fior di quattrini tra stipendio e indennità, vada a raschiare il barile per accaparrarsi sciattamente anche i 600 euro destinati dallo Stato a chi è con l’acqua alla gola e non ce la fa, c’è una questione di priorità di diritti non da poco. Quando la notizia si è sparsa, tutti, ma proprio tutti, dal Presidente della Camera Fico in giù, si sono uniti in un solo coro: “Fuori i nomi”. E a questa schiera, stavolta mi lego anch’io. Per una volta non morrò pecora nera (questa l’hanno capita in due, la Essebì e qualche altro gucciniano incallito) l’INPS, che eroga il contributo, ha fatto marcia indietro: per una questione di privacy, hanno detto. E allora è venuto fuori il Garante per la Protezione dei Dati Personali che ha ufficialmente comunicato che sì, i nomi si possono pubblicare.

La trasparenza della Pubblica Amministrazione, che è una casa di vetro, come la definiva Filippo Turati, non viene prima del diritto del singolo alla riservatezza dei propri dati personali. Tutti i diritti hanno pari dignità. Non è vero che perché la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di trasparenza, allora il diritto del singolo a veder riconoscere e proteggere le informazioni su di lui (fosse anche solo un indirizzo e-mail di riferimento), soccombe e sparisce. No, sussistono tutti e due. Bisogna vedere caso per caso. E in questo caso il Garante ha detto che i nomi si possono pubblicare. Punto e basta.

Del resto, ci sarà pure uno straccio di autocertificazione da qualche parte, una firma su una domanda, un atto in in cui si chiede un intervento pubblico (dunque è pubblico anche l’atto), in cui si dichiarano determinate circostanze. Se queste circostanze sono vere, i cinque parlamentari che hanno presentato richiesta non hanno nulla da temere, a parte il linciaggio della folla e la messa al pubblico ludibrio della stampa periodica. Se qualcuno ha dichiarato il falso va perseguito per falso in atto pubblico. Delle due l’una.

E invece i nomi tardano ad arrivare. Il sito web di “Repubblica” prova a fare i nomi di due sospettati eccellenti della Lega, cui il partito ha imposto di non rispondere alle chiamate sul cellulare (figuratevi voi a che punto sono ridotti!). Ora, la domanda nella domanda, secondaria ma anch’essa legittima, è: “E se non fossero loro?” Sbattuti in prima pagina (o bisognerebbe dire Home Page?) e intrisi dell’untoraggio del sospetto. Ma si sa che la calunnia è un venticello assai gentile.

I nomi, dunque, tutti vogliamo i nomi. Vogliamo sapere per scegliere di non votarli più e di non rinnovare loro l’incarico parlamentare e le funzioni svolte finora. Almeno questo. E i nomi salteranno fuori, presto o tardi. Loro, i cinque, non dicono niente. Tacciono. E vorrei anche vedere. Anche se tutti intorno premono. Ma è solo questione di tempo. Quel tempo che deve trascorrere prima che questa buffa sceneggiata con protagonisti dei veri e propri avvoltoi, venga messa in secondo piano dalla stampa, e cessi di essere tra le parole di tendenza su Twitter, dove non si parla d’altro. Basterà aspettare la dichiarazione dei redditi dell’anno prossimo e avere pubblico accesso a quelle informazioni. Facile come bere un bicchier d’acqua frizzante.

Questa tendenza alla stigmatizzazione di atteggiamenti e atti solo già di per sé deplorevoli, è l’altra faccia della medaglia di quella tendenza forcaiola del dàgli all’untore di manzoniana memoria. Vogliamo i nomi (che è giusto che escano fuori) per gridare e lanciare addosso a questi poveretti (perché un parlamentare che si riduce a fare una domanda di bonus da 600 euro per le imprese è un poveretto, anche se non certo dal punto di vista economico) gli strali della nostra indignazione e della nostra frustrazione davanti agli usi e abusi del potere. Sono il populismo e il giustizialismo legaioli che gli si stanno ritorcendo contro. Ce lo voglio proprio vedere il popolo delle partite IVA e delle false fatturazioni, oltre che delle prestazioni in nero, soprattutto quello più nordaiolo, dare del delinquente a chi ha avuto accesso a un pubblico contributo. Ma perché, loro cos’hanno fatto?

In casa M5S, poi, la musica è quella da Requiem. Si sono inventati (pensate che geniacci!) un’autocertifazione in cui rinunciano alla privacy, da firmare e da ritornare a strettissimo giro di posta. Ora, un’autocertificazione attesta delle circostanze personali, non delle scelte di voler rinunciare ai propri diritti. Se io ho un diritto ce l’ho e basta, anche se non ne usufruirò mai. E se non ne usufruisco non ho bisogno di autocertificare proprio una bella verza di nulla. Non voglio andare a votare a un referendum abrogativo? Eppure è un mio diritto votare. Non ho mica bisogno di autocertificarlo. Che si vuole conseguire con questo pastrocchio-pagliacciata? Far vedere che si è trasparenti ed onesti? Lo facciano tramite la loro dichiarazione dei redditi, piuttosto, ché le autocerticazioni lasciano il tempo che gtrovano. E poi “rinunciano” alla privacy? Allora pubblichino direttamente il loro nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono, preferenze sessuali, politiche, religiose, a chi destinano l’8 per mille e a chi il 5 per mille, mettano tutto on line sul loro odiosissimo Rousseau, fatto coi piedi anche lui, e poi stiano ad aspettare. Voglio dire, se la logica è “io non ho bisogno della privacy perché non ho nulla da nascondere”, allora la logica non regge. Perché questa gente chiude e sigilla le raccomandate che spedisce? Perché se no non afriverebbero? Ma no, perché se no qualcuno potrebbe prendere visione del loro contenuto, è chiaro. Perché non ci dice dove sono raggiungibili telefonicamente se qualche cittadino vuole porre loro una domanda? Non lo fanno, certo. La loro mail personale col cavolo che te la fanno vedere, c’è quella di stato della Camera dei Deputati. Dove neanche ti rispondono (questo blog ha provato in passato più volte a inviare delle comunicazioni circolari a un gruppo parlamentare o a più parlamentari di diversi gruppi, e gli effetti sono stati catastrofici, pochissime risposte su centinaia di mail inviate). Se gli chiedi “Scusi, lei è gay o lesbica?” ti dicono subito “Ma come si permette, lei non sa con chi sta parlando, sono affari miei!”. La privacy la si invoca solo quando ci fa comodo.

E così, quello che se la sta passando peggio di tutti, adesso, è un imprenditore tessile di Castiglion delle Stiviere, nel mantovano, che produce calze da donna e che è costretto a vivere con il telefono blindatissimo se no i suoi gli dànno il benservito. Ma guardate a cosa deve essere ridotta una persona di potere da parte di quello stesso potere che quella persona rappresenta!

La caccia all’uomo continua. Stay tuned.

Per la foto: Di Presidenza della Repubblica, Attribution, Collegamento

La visita ispettiva “a sorpresa” ma purtuttavia annunciata di Davide Barillari (Movimento 5 Stelle – Regione Lazio)

Reading Time: < 1 minute

 

Verso il Conte-bis

Reading Time: 2 minutes

Io non so se la gente si stia consumando inesorabilmente i neuroni o che cosa, ma abbiamo la possibilità forse irripetibile di proporre come prossimo presidente del Consiglio un nome di garanzia, una figura super partes che calmi gli estremi bollori del patto scellerato tra M5S e PD e faccia da ago della bilancia dell’inusuale matrimonio politico. Giorni fa avevo sostenuto la candidatura di Marta Cartabia. Mal me ne incolse. Sono stato attenzionato (orrenda espressione che va molto di moda) sul fatto che la signora abbia avuto dei trascorsi in Comunione e Liberazione e che abbia espresso opinioni non perfettamente condivisibili dalla sinistra sul ruolo della donna nella società. E va beh, ma si trattava comunque di un nome istituzionale di altissimo livello, perché di questo si tratta: trovare una persona che garantisca che Tom e Jerry non litighino più e non si prendano a ceffoni per tutto il resto del durare della legislatura.
E invece qual è il nome che è saltato fuori? Conte. Ora, per l’amor del cielo, Conte sarà anche una persona preparata, un gentiluomo, una persona di buon senso, ha messo alle corte Salvini in un discorso storico al Senato della Repubblica, ma Conte rappresenta comunque il vecchio che avanza, anzi, riaffiora. E’ uscito dalla porta di Palazzo Kitsch per rientrare dalla finestra. E’ stato il presidente del consiglio del peggior governo della storia della Repubblica, quello che vedeva tra le sue compagini i sovranisti, gli antieuropeisti, gli invocatori del cuore immacolato di Maria, gli ostentatori a tutti i costi di rosari e vangeli. Quello che era il capo del governo quando il Senato (sempre quello che Renzi voleva abolire) salvava il Ministro dell’Interno dal processo con l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura siciliana. E’ quello che non ha detto nulla quando lo stesso Ministro dell’Interno di cui sopra offendeva Carola Rackete, rea di aver evitato più gravi e tragiche conseguenze al suo carico navale di disperazione e prostrazione. Conte è quello che, durante il suo dicastero, ha lasciato approvare il decreto di sicurezza bis, che prevede la galera per chi salva un povero disgraziato che rischia di annegare, provvedimento sul quale ha posto la condizione della modifica secondo le indicazioni fornite dal Presidente della Repubblica. E adesso lo vogliono tutti. Ma proprio tutti. Perfino i marxisti-leninisti. Che saranno, questo sì, due o tre in tutto in Parlamento, ma intanto ci sono. Per favorire il nome di Conte nella trattativa sgangherata tra M5S e PD si è mosso perfino D’Alema (ve lo ricordate?). La Boschi ha detto che lei non farà mai parte del prossimo esecutivo (ma chi la vuole?) ma che voterà comunque la fiducia (c’era da dubitarne?). E’ un vero e proprio plebiscito che non ha un senso. Perché se vuoi avere un segnale di discontinuità (termine tanto caro al sempre più impacciato Zingaretti), devi agire sul doppio binario del programma di governo e sui nomi. Non c’è un’alternativa possibile. Non puoi riciclare quello che è stato buttato nel cestino dei rifiuti e farci un paralume.
E le consultazioni del Presidente della Repubblica cominciano domani alle 16. E non c’è più tempo. Il nome di Conte è il primo passo verso l’inciucio giallorosso. Zitti e subire.

Licenza di uccidere

Reading Time: 2 minutes

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

Oronzo Canà nella commissione italiana per l’Unesco

Reading Time: 2 minutes

Intendiamoci, io non ho nulla contro la persona di Lino Banfi, per carità. Si è fatto una fortuna come protagonista di pellicole italiane di serie B, di quelle pseudo ridanciane, con tette e culi in bella esposizione e va beh, è un mestiere brutto e ostico ma qualcuno dovrà pur farlo. Poi, da anziano, si è rifatto una verginità con l’interpretazione di Nonno Libero, il prototipo del nonno italiano, in una serie televisiva per tutta la famiglia mentre prima interpretava ruoli in pellicole vietate ai minori. Ora Luigi Di Maio, fieramente, lo nomina nella commissione italiana per l’Unesco. E lui dice che andrà, che si sente onorato per aver ricevuto da questo bravo “raghézzo” cotanto incarico, e che andrà, questo sì, a una doppia condizione. Niente laurea (che non ha) e niente inglese (che non sa). Poi lui sarà contento di andare dove il M5S lo mandi, soprattutto perché così potrà portare un sorriso a tutti i plurilaureati che ci sono là dentro. E già, i plurilaureati, dipinti come persone che non ridono mai, che dopo aver passato una vita a sgobbare sui libri ed essersi meritati di essere arrivati dove sono, devono sentirsi dire cose come “Buongiorno raghézzi”, “mi fa mèle la chépa”, “porca putténa” con quella risatella gioconda e isterica insieme che da sempre ha contraddistinto le gag nazional-popolari dell’attore.

La nomina di Lino Banfi all’Unesco non è una cosa sbagliata di per sé. Uno è libero anche di nominare il Gabibbo alla Pubblica Istruzione, se lo crede opportuno. Il problema è un altro, che con questa nomina a un altissimo organismo culturale si ufficializza la sottocultura e la si rende al pari della cultura ufficiale. I filmetti con Edvige Fenech varranno, d’ora in poi, almeno come un film di Nanni Moretti, proprio perché uno dei coprotagonisti ricopre un incarico tanto delicato, e, guarda caso, Nanni Moretti no. Allora nessuno rischia di capirci più nulla. Cosa è cultura e cosa non lo è? E, soprattutto, si dimostra come studiare, in fondo, non serva a un fico secco, che questi “plurilaureati” sono solo un mito lontano che non ha neanche tanto senso dell’umorismo per cui bisogna che vada il guitto di turno a rallegrar loro l’animo. E, in fondo, se si arriva all’Unesco senza una laurea, senza sapere l’inglese e avendo interpretato commediole boccaccesche di gusto discutibile, segno che la cultura, quella vera, non paga e non ha mai pagato.

Triste, solitario y final.

Nuovi sottosegretari crescono: Carlo Sibilia

Reading Time: < 1 minutesibilia

Tra i nuovi sottosegretari che hanno giurato a Palazzo Chigi c’è anche Carlo Sibilia, che nel 2014 scrisse che lo sbarco sulla Luna è stato una farsa. Il tweet è ancora regolarmente disponibile in rete e ve ne offro uno screenshot recente. Insomma, secondo Sibilia, sulla Luna non ci saremmo mai andati.

Serena Riformato, una giornalista di Repubblica, lo ha definito in un suo articolo “Complottista immaginifico e maestro nell’arte del tweet incauto”. Sibilia è famoso per aver proposto il matrimonio tra specie diverse “purché consenzienti” (immagino sia desiderio di tutti sposarsi con il proprio canarino, o con un ippopotamo, o con un orang-utan, il problema è strappare loro il consenso) e per aver paragonato la vaccinazione obbligatoria prevista dal decreto Lorenzin a un TSO.

Ha il ricorso facile alla querela per diffamazione. Tra i destinatari dei suoi atti giudiziari ci sono Matteo Renzi (non so che esito abbia avuto questo ricorso), Elvira Santaniello (archiviata), Enrico Mentana (in corso), Ettore Ferrini (archiviata).

Adesso è sottosegretario al Ministero dell’Interno. O metteteci un po’ un toppino!

La Tecnica della Scuola copia da Wikipedia la biografia di Vincenzo Spadafora (M5S)

Reading Time: 3 minutesOggi ho deciso di spezzare una lancia a favore di Wikipedia. Strano ma vero.

Dimostrare che qualcuno ha copiato da Wikipedia è fin troppo facile. Il web è pieno di pagine che riportano brani, frammenti, frasi, e voci intere tratte dall’enciclopedia libera più eclettica e singolare del mondo. Più difficile è andare a vedere da dove ha copiato Wikipedia (perché non è possibile che ogni voce sia il frutto di un contributo originale da parte degli utenti).

Fatta questa premessa, oggi ho deciso di giocare sul facile. Proprio ieri ho consultato il sito La Tecnica della Scuola (qui) che ha pubblicato un articolo intitolato “A capo del MIUR potrebbe finire il pentastellato Vincenzo Spadafora”. Nulla di male, è solo l’approfondimento di una ipotesi (infatti nel titolo si usa il condizionale). L’articolo riporta una sorta di biografia dell’aspirante ministro a cinque stelle, che riporta luogo di nascita, curriculum, titolo di studi, titolo di una pubblicazione e quant’altro. Ecco lo screenshot del brano citato:

spadaforatecnica

Dove sta l’inghippo? Semplice. Sta nel fatto che quel brano che ho evidenziato dal sito de La Tecnica della Scuola è stato ripreso pari pari da Wikipedia, senza citare la fonte e con una operazione di copia-incolla tratta dalla sezione “Biografia” della voce (piuttosto smilza, a dire il vero) dedicata a Vincenzo Spadafora. Ecco lo screenshot tratto da Wikipedia:

spadaforawiki

Allora, la perfetta rispondenza dei due brani è dimostrata. Di ulteriore c’è da chiedersi se siano buon giornalismo e buona informazione quelli che attingono a piene mani da articoli e voci scritti da altri “appiccicando” brani e facendo di quelli che appaiono come articoli originali dei collages improponibili, ma, soprattutto, tanto facilmente sgamabili. Perché la cosa buffa di tutto questo, è che chi copia da Wikipedia lo fa tranquillamente e alla luce del sole. Io credo che copiare da Wikipedia sia una bruttissima abitudine, soprattutto per la scarsissima affidabilità della risorsa. Quindi personalmente preferisco non farlo. Ma se proprio uno vuole e deve farlo, obtorto collo, e perché proprio non resiste alla succulenta tentazione, allora che lo faccia alle condizioni imposte da Wikipedia. Solitamente è facile, basta citare, basta dire da dove è stato tratto quel brano, riportare un link, non avere scopi di lucro o di commercio sul contenuto veicolato, insomma, nulla di che. E’ giusto che sia così perché i contenuti di Wikipedia, buoni o cattivi che siano, sono di proprietà di Wikipedia ed è lei che decide che cosa gli altri possano farci o non possano farci.

Così si va avanti, con contenuti sempre più reduplicati e ridiffusi, a scapito di quelli originali. Un’informazione che potrebbe essere usata come un semplice “dato” e rielaborata in un contenuto successivo viene riportata tale e quale. La funzione di una enciclopedia (anche di una enciclopedia sgangherata e approssimativa come Wikipedia) è quella di fornire informazioni che costituiscono gli “ingredienti” per qualsiasi successiva rielaborazione, non dei contenuti precotti da riportare tali e quali in qualunque ulteriore ricetta culinario-giornalistica.

Ma è il giornalismo di oggi, bellezze, e che vi vada bene o no funziona così.

 

Silvio Berlusconi riabilitato e candidabile

Reading Time: < 1 minuteCosì, un Tribunale ha stabilito che Silvio Berlusconi è riabilitato. E, più precisamente, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha cancellato gli effetti della condanna dell’agosto 2013, tra cui l’interdizione dall’eleggibilità alla Camera e al Senato determinata dall’applicazione della legge Severino e che sarebbe dovuta durare sei anni (quindi fino al 2019). E c’è solo da immaginarsi che cosa succederà adesso se il governo che si sta per varare con il bacio mefitico tra M5S e Lega non dovesse andare in porto: il nostro eroe piangerà e sbraiterà perché vorrà che si vada di nuovo alle urne per vedere finalmente ripristinato il suo diritto a fare il Premier di una coalizione malridotta come l’armata Brancaleone e a ripresentarsi, ripulito di tutto punto da una sentenza che gli dà di nuovo il diritto al virgineo candore di un tempo, all’appuntamento con gli italiani. C’è solo di che sperare che la Procura della Repubblica interponga il ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale, anche perché se no non si spiegherebbe come una persona che è stata altrove (ma sempre in sede giudicante) definita un “delinquente naturale”, possa ambire all’elezione in Parlamento, esattamente come se fosse un giovanottino di primo pelo, incensurato e con il tremore in corpo al primo varcare la soglia di Montecitorio. Fiducia nella giustizia sì, ma oggi c’è chi, come me, accusa un fastidioso e persistente mal di stomaco.

L’inutile clamore sul rito immediato chiesto da Virginia Raggi

Reading Time: < 1 minuteraggi

La notizia per cui Virginia Raggi ha chiesto il rito immediato per le accuse che la riguardano è ststa rilanciata con tutta una serie di annessi e connessi ulteriori che hanno fatto insinuare più di una fonte giornalistica sul fatto che abbia usato questo escamotage per giungere “pulita” alle elezioni.

C’è da dire, a onor del vero, che la Raggi non ne aveva affatto bisogno. Prima di tutto perché l’udienza preliminare per la decisione sul suo eventuale rinvio a giudizio si sarebbe tenuta il 9 gennaio prossimo. In caso di rinvio a processo il procedimento non si sarebbe certo concluso prima del 4 marzo e, quindi, la Raggi aveva tutte le possibilità per andare alle elezioni senza una sentenza (sfavorevole? Saranno i giudici a stabilirlo) in primo grado. Del resto, a darle man forte è intervenuta la revisione del regolamento del M5S, che prevede che anche gli indagati possano essere candidabili. Non si capisce, dunque, perché rinviare l’inizio del processo che si vuole “immediato”, cioè da svolgersi nei tempi più brevi possibile. Infatti un rinvio a giudizio non costituisce di per sé sentenza di colpevolezza. E poi non si è colpevoli fino a sentenza definitiva passata in giudicato (e se se lo ricordassero più spesso quelli del M5S non ci sarebbe bisogno di fare tutte queste manfrine). Punto, due punti e a capo.

Much ado about nothing.

Caso Colletti: la Boldrini chiarisce

Reading Time: 2 minutes

Sul richiamo al deputato Colletti (M5S) che ho riportato alcuni giorni fa, registro questo intervento del Presidente della Camera Boldrini, pubblicato sulla sua pagina Facebook:

Ai tanti che in queste ore chiedono conto del mio richiamo al parlamentare che oggi, nel suo intervento, ha usato un tono sarcastico e irrispettoso nei confronti del Presidente della Repubblica, rispondo che, nella mia funzione, devo far rispettare la Costituzione. Intendo dire che l’operato del Capo dello Stato non può essere oggetto di valutazione nel dibattito parlamentare.

Questo stabilisce un principio più volte richiamato in aula (nelle sedute del 2 luglio 1998, del 9 febbraio 2000 e del 20 marzo 2007) legato ai rapporti tra gli organi costituzionali del nostro ordinamento.

L’articolo 90 della Costituzione, infatti, esclude la responsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che nei casi e nelle forme espressamente stabiliti dalla Costituzione stessa.

Per questo la Presidenza della Camera ha sempre richiamato i deputati che nei loro interventi non si siano attenuti al rispetto di questo principio.

Apprendo solo adesso che la valutazione dell’operato del Capo dello Stato sia un “principio”. Nel richiamo (“Sì, però lei sa che non può chiamare in ballo il Presidente della Repubblica e anche questo fa parte del Regolamento”) si faceva cenno al Regolamento, non a una comune prassi o a un più generico principio.

Non è chiaro il richiamo all’articolo 90 della Costituzione. Certamente il Capo dello Stato non è responsabile di quello che fa nell’esercizio delle sue funzioni. Ma questo non vuol dire che non possa o debba essere anch’egli oggetto di critica non tanto mentre esercita la pubblica funzione, ma proprio per quello che in tale esercizio compie. E cosa c’entra questo con il dibattito parlamentare?

Quel “tono sarcastico e irrispettoso” del deputato Colletti, chi lo stabilisce con quella aggettivazione? La Boldrini, e va bene. Ma chissà che sia sarcastico (e fin qui nulla di male, il sarcasmo fa parte della satira, che è parte fondamentale del diritto di critica, le vignette dei giornali sono piene del personaggio di Re Giorgio, che è la stessa immagine ripresa da Colletti nel suo intervento) o irriguardoso solo per il sentire della Boldrini. Bisognerebbe vedere cosa ne penserebbe un giudice che fosse chiamato a decidere nel merito.

Il limite tra citazione, critica e satira, come si vede, è estremamente sottile. La cosa sinceramente angosciante è che nel dubbio si richiamano i deputati a un “regolamento” che è solo un principio.

Question Time: Di Maio zittisce la Boldrini

Reading Time: < 1 minute

Laura Boldrini

 PRESIDENTE. Il deputato Brunetta ha facoltà di illustrare (Prolungati applausi polemici dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) la sua interrogazione n. 3-00192, concernente iniziative per accelerare il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni in attuazione del decreto-legge n. 35 del 2013 (Vedi l’allegato A – Interrogazioni a risposta immediata).

PRESIDENTE. Colleghi, per favore è possibile continuare? (Prolungati applausi polemici dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Dobbiamo continuare i nostri lavori, per favore (Commenti e applausi polemici dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Per favore, abbiamo capito. Presidente Di Maio può collaborare per favore perché ci sia un andamento tranquillo dei lavori? Presidente Di Maio, la richiamo al suo ruolo. Prego, Presidente Di Maio.

LUIGI DI MAIO. Presidente, io le ricordo che lei sta presiedendo l’Aula, non io in questo momento (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

Bersani: “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Reading Time: < 1 minute

Pierluigi Bersani ha pronunciato la fatidica frase “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Già, perché se l’avesse fatta, poi avrebbe dovuto rinunciare al rimborso elettorale e avrebbe dovuto dimezzare le entrare dei parlamentari del suo gruppo e questo, si sa, non è bello.

Magari gli sarebbe perfino toccato di votare Rodotà col rischio di vederlo eletto Presidente della Repubblica. O di votare l’ineleggibilità di Berlusconi e non ritrovarselo come alleato di governo.

Beh, certo, non è mica matto!

Il passo del Gambaro

Reading Time: 2 minutes

Le sorti della senatrice Gambaro, che ora prende in considerazione l’ipotesi di dimettersi, ora ci ripensa e dice “Resto!”, stanno assumendo lo stesso tenore di interesse del Processo di Norimberga.

Sembra che tutto giri intorno a questo caso che appare, sinceramente, più che marginale e che di per sé non varrebbe “due colonne su un giornale”, come diceva il Poeta.

Se solo, appunto, l’informazione nazionale non ne abbia amplificato ad libitum certe caratteristiche che mi sembrano, peraltro, false.

Giornali e televisioni hanno preso la palla al balzo per fare da cassa di risonanza alle strasentite critiche per cui Grillo sarebbe un despota, che non c’è democrazia nei suoi programmi politici, che è volgare, suda, bestemmia, sputa e ha il brutto vizio di buttare fuori chi a lui non è gradito. Nientemeno farebbe anche una operazione di ripulisti dei commenti sgraditi sul suo blog, da cui scriverebbe anche i suoi “Diktat” sulle epurazioni.

Beh, intanto viene da dire che se il blog è suo, a meno che non commetta reato, ci fa quel che vuole. Che è un concetto semplice ma sottovalutato. Ci scrive cosa gli pare, ci mette la pubblicità che gli pare, ed esprime le opinioni che vuole su chi vuole. Punto e basta. Il suo è uno dei blog più frequentati al mondo? E cosa ci può fare?? Si vede che da quel punto di vista è bravo a far girare le idee e quello che pensa.

Per quel che riguarda il Movimento 5 Stelle è altrettanto semplice. Ci ha messo la faccia, il nome, ha certificato tutti i parlamentari che sarebbero stati nominati dopo le elezioni e ha garantito che quei parlamentari corrispondevano alle esigenze di impegno personale del programma. Quindi se qualcuno afferma, come ha affermato la Gambaro, che l’insuccesso della formazione pentastellata è dovuta a Grillo e a quello che scrive sul suo blog, a parte il fatto che dovrebbe dimostrarlo, ma non è che possa aspettarsi nulla di diverso da quello che le è accaduto e le accadrà domani.

“E allora questo sbaglio è stato proprio tutto suo”, sempre per parafrasare il Poeta di cui sopra.

Lamentarsene non serve a niente.

M5S: gli hacker, le e-mail e le foto hard

Reading Time: 2 minutesimage

E così qualcuno ha perso una ottima occasione per andare a fare una passeggiata all’aria aperta.
La notizia del giorno, strisciante come una biscia di botro, insinuante fino a sconfinare nella pruderie è che tra le e-mail hackerate a Grillo, Casaleggio e ai parlamentari del Movimento 5 Stelle ce ne sarebbero di personali e hard. Tutto verrà pubblicato se i capi del M5S non diranno quanti quattrini prendono dalla politica.
Bruttissima cosa andare a ravanare nei computer altrui. Ancora peggio minacciare di esporre al pubblico ludibrio le foto di una persona che si masturba e vuole scambiare il risultato visivo finale con chi le pare, Perché la sessualità fa parte della vita privata di ciascuno di noi e dobbiamo renderne conto a noi stessi in prima persona, al partner in subordine e al destinatario delle nostre performances in terza analisi. Basta. Finisce lì.
Non ha nulla a che vedere con la professione o con l’attività politica.
Sono azioni che non fanno altro che attizzare il prurito della curiosità e lo schifoso esercizio dello stigma: fai le cosacce? Sei brutto e sporco e appena tutti ti avranno visto sarai distrutto non per quello che hai fatto in politica, ma per come ti comporti nel tuo privato, dimensione in cui hai il diritto di fate quello ti pare.
È la logica di chi non ha idee da controbattere alle idee e che per tutta risposta si mette a guardare dal buco della serratura.

Il portafoglio rubato di Roberta Lombardi

Roberta Lombardi - M5S

Reading Time: < 1 minuteRoberta Lombardi - M5S

Roberta Lombardi, capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, è stata vittima di un atto indubbiamente spiacevole.
Le è stato rubato il portafoglio in cui erano custoditi scontrini e ricevute delle spese sostenute per il gruppo parlamentare e che dovevano esserle restituite. Poca roba, circa 250 euro in un mese.

Non sarebbe nemmeno una notizia, in verità, se non fosse per il fatto che quei soldi non potranno più essere rendecontati alla gente nell’operazione trasparenza.

Quello che stupisce è che dopo l’accaduto la Lombardi si sia precipitata indovinate dove? Su Facebook, per chiedere al “popolo della rete” cosa fare in un caso come questo. Il popolo della rete come oracolo, come panacea di tutti i mali, come rimedium rimediorum, la rete come posto in cui ogni soluzione, ogni informazione è possibile, come se la democrazia e la partecipazione, nonché l’accesso alle informazioni non passino attraverso la verifica della loro attendibilità, ma vengano dati per buoni per il solo fatto che sono sulla rete.

Poi c’è la gente che si vede soffiare il portafoglio e 250 euro li dà per persi e ci beve sopra.