Oronzo Canà nella commissione italiana per l’Unesco

Intendiamoci, io non ho nulla contro la persona di Lino Banfi, per carità. Si è fatto una fortuna come protagonista di pellicole italiane di serie B, di quelle pseudo ridanciane, con tette e culi in bella esposizione e va beh, è un mestiere brutto e ostico ma qualcuno dovrà pur farlo. Poi, da anziano, si è rifatto una verginità con l’interpretazione di Nonno Libero, il prototipo del nonno italiano, in una serie televisiva per tutta la famiglia mentre prima interpretava ruoli in pellicole vietate ai minori. Ora Luigi Di Maio, fieramente, lo nomina nella commissione italiana per l’Unesco. E lui dice che andrà, che si sente onorato per aver ricevuto da questo bravo “raghézzo” cotanto incarico, e che andrà, questo sì, a una doppia condizione. Niente laurea (che non ha) e niente inglese (che non sa). Poi lui sarà contento di andare dove il M5S lo mandi, soprattutto perché così potrà portare un sorriso a tutti i plurilaureati che ci sono là dentro. E già, i plurilaureati, dipinti come persone che non ridono mai, che dopo aver passato una vita a sgobbare sui libri ed essersi meritati di essere arrivati dove sono, devono sentirsi dire cose come “Buongiorno raghézzi”, “mi fa mèle la chépa”, “porca putténa” con quella risatella gioconda e isterica insieme che da sempre ha contraddistinto le gag nazional-popolari dell’attore.

La nomina di Lino Banfi all’Unesco non è una cosa sbagliata di per sé. Uno è libero anche di nominare il Gabibbo alla Pubblica Istruzione, se lo crede opportuno. Il problema è un altro, che con questa nomina a un altissimo organismo culturale si ufficializza la sottocultura e la si rende al pari della cultura ufficiale. I filmetti con Edvige Fenech varranno, d’ora in poi, almeno come un film di Nanni Moretti, proprio perché uno dei coprotagonisti ricopre un incarico tanto delicato, e, guarda caso, Nanni Moretti no. Allora nessuno rischia di capirci più nulla. Cosa è cultura e cosa non lo è? E, soprattutto, si dimostra come studiare, in fondo, non serva a un fico secco, che questi “plurilaureati” sono solo un mito lontano che non ha neanche tanto senso dell’umorismo per cui bisogna che vada il guitto di turno a rallegrar loro l’animo. E, in fondo, se si arriva all’Unesco senza una laurea, senza sapere l’inglese e avendo interpretato commediole boccaccesche di gusto discutibile, segno che la cultura, quella vera, non paga e non ha mai pagato.

Triste, solitario y final.

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Per El País Luigi Di Maio è il vicepresidente italiano

elpais

Ci sono giornalisti e giornalismi. E, come diceva Giorgio Gaber, non si deve avere paura della libertà di stampa, si deve avere paura della stampa. Poche ore fa, la versione on line del quotidiano “El País” (mica la Gazzetta di Trimercate!) ha pubblicato una foto di Luigi Di Maio diffusa dall’Associated Press con la didascalia “Il vicepresidente dell’Italia Luigi Di Maio”. Di Maio è il vicepresidente italiano?? E da quando, di grazia? Io sapevo che quando la sede del Quirinale è vacante (ad esempio perché il Presidente della Repubblica è in visita ufficiale all’estero) chi fa le sue veci è il Presidente del Senato. Ma che Di Maio sia il vicepresidente dell’Italia è una sciatteria che fa solo cattivo giornalismo (e dire che avrebbero potuto scrivere: “il vicepresidente del governo italiano”).

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Il prossimo presidente del consiglio potrebbe essere un non laureato

Giuramento_Mattarella_Montecitorio

Se c’è qualcosa di buono che ci ha lasciato il risultato dell’ingovernabile kermesse elettorale di domenica scorsa, è senza dubbio la sconfitta del PD, con le conseguenti dimissioni di Renzi e la sua purtuttavia non scontata scomparsa dalla scena politica italiana (visto che è stato eletto come senatore e che potrà continuare a fare danni anche a Palazzo Madama, cioè nella stessa sede che lui voleva abolire con il referendum del dicembre 2016). Quello e basta. Non c’è da esultare né per il risultato plebiscitario del Movimento 5 Stelle (che adesso dovrà governare, se gli riesce) né per quello a puzzle e raffazzonato del centro-destra (il quale dovrà governare anche lui, se Mattarella gli darà l’incarico) che ha visto Salvini diventare capo della coalizione, e insomma, Salvini, no, dico Salvini, è un’ipotesi che non si affronta proprio.

Il prossimo sarà anche il governo dei diplomati. Luigi Di Maio, se verrà incaricato di formare il nuovo governo con mandato pieno, governerà dall’alto del suo diploma di liceo classico. Diploma di liceo classico anche per Matteo Salvini (no, dico Salvini), mentre la Meloni, visto che prima delle elezioni aveva dichiarato di voler ambire allo scranno di Palazzo Kitsch, può esibire il suo diploma di liceo linguistico. Nessuna laurea in vista. Io credo che chi mi governa debba essere migliore di me (ci vuol poco) e se ci sono riuscito io a conseguire uno straccio di laurea possono farlo tranquillamente anche loro. Ma è proprio così disdicevole augurarsi un titolo di studio per chi avrà delle responsabilità di governo? E pare proprio così brutto studiare per avviarsi alla carriera politica? Niente obiezioni. Sono solo elezioni.

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Nuovo codice etico per il M5S: gli indagati potranno candidarsi

Luigi_Di_Maio_portrait

Ci sono vari e svariati motivi per cui non rinnoverò il mio voto al Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni del 4 marzo.

Uno è, ad esempio, la mancata partecipazione in aula alla discussione sullo ius soli. E oggi una delle nuove regole del nuovo (ripetizioni obbligatorie, abbiate pazienza) codice etico: in sostanza gli indagati (non si sa se con giudizio di primo o secondo grado o senza) potranno essere candidati alle prossime elezioni. Non è solo un modo per poter far eleggere Virginia Raggi o Filippo Nogarin, ma anche lo stesso Luigi Di Maio che risulta indagato per diffamazione.

Io so che un parlamento pulito è un’utopia, ma mi ricordo benissimo di quando Beppe Grillo comprò una intera pagina di un autorevole quotidiano straniero (non ho voglia di andare a vedere quale e sinceramente non me lo ricordo, siate buonini, orsù) per pubblicare i nomi dei condannati in via definitiva presenti in parlamento. Fu come scoperchiare una pentola bollente, dati anche i vari rifiuti dei quotidiani italiani a pubblicare quell’inserzione. Dicevo che non voglio un parlamento pulito per forza, ma voglio, questo sì, che (come dicevo nel post precedente) chi mi governa sia molto, ma molto migliore di me. E senza fare il moralista che si indigna ad ogni frusciar di carta da magistrato (perché ce ne sono e sono pericolosissimi), riconoscendo il sacrosanto principio per cui un avviso di garanzia (ma anche un avviso di conclusione delle indagini, una sentenza del GUP, una sentenza di primo grado, una di secondo grado) non è una attestazione di colpevolezza, si può dire che se vuoi andare a rappresentare dei cittadini che ti hanno votato e sei indagato, prima vai a farti assolvere poi magari ti presenti alle elezioni successive.

Si può dire che è il minimo? Sì, è il minimo. E lo esigo. E se non è più una condizione prioritaria non gioco più. Va bene così?

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