Presunte “frasi razziste” al Liceo Cecioni di Livorno

Succede che anche tu, come molti, hai fatto il liceo. Precisamente il liceo sperimentale “Francesco Cecioni” di Livorno, dalla fine del 1977 alla metà del 1983, passando dal sequestro e dall’uccisione di Aldo Moro e dalla febbre del sabato sera al mio primo viaggio da solo in Spagna, nonché alla storica vittoria dell’Italia ai mondiali dell’82, con quella formazione che sembrava un mantra, una poesia e che cominciava con un monosillabo : Zoff, Gentile, Cabrini.
Quello del Liceo è stato il periodo in assoluto più bello della mia vita. Alzarmi presto al mattino per prendere l’autobus che mi avrebbe portato a Livorno in piazza Grande non mi pesava per niente. Giornale (“Repubblica”, allora, -faceva tanto fighetto- dall’edicolante e sigarette -Camel gialle- dal tabaccaio. E poi via, si cominciava, con l’insegnante che ti permetteva di fumare in classe durante l’ora di latino (la buonanima del professor Giancarlo Bolognesi), i compagni, le compagne, le ore noiose di Malavoglia, le litigate con Paolo Virzì, le dicussioni politiche col professore di storia, il Simi, comunista sul serio, le lezioni di spagnolo durissime con il Gandolfi, la scoperta della letteratura tedesca e di quel romanzo straordinario che è “Effi Briest” di Theodor Fontane con la Matteucci, tutto era normale e leggero. E poi c’era da sudarsi un amore, fosse pure ancillare.
Questo era, per me, il Liceo Cecioni al periodo della reggenza del preside Castelli e della vice Preside Cateni.
Ma il Cecioni era molto di più, anche se io non me ne accorgevo. Era sperimentazione (tanta e tosta!), era inclusione, era un luogo di discussione, di dialogo, di confronto, poi tutti al Bar Liceo, lì accanto, dove Nietzsche e Marx si davano la mano.
Sono ricordi, ma sono ricordi vivi, lucenti e durissimi come il diamante.
Dopo 36 anni da allora al Cecioni si parla di un’insegnante del secondo anno che avrebbe profferito parole e frasi di tono razzista in classe. Rubano il lavoro”, “delinquono più degli altri” avrebbe detto la docente, secondo la ricostruzione del quotidiano on line “Repubblica” (lo uso ancora). Alcuni alunni si sarebbero ribellati a questo linguaggio inopportuno. Per tutta risposta avrebbero ottenuto la risata della docente e i saluti fascisti di alcuni compagni. Poi avrebbero raccontato tutto ai genitori, i quali a loro volta si sono rivolti alla vice preside Cecilia Paladini. Esiste anche un post di Facebook, diventato “virale”, con fior di commenti e forward.
Successivamente il dirigente scolastico Andrea Simonetti avrebbe aperto un’inchiesta interna, sentendo per primi i ragazzi, i genitori e, naturalmente, la docente coinvolta, che nega ogni addebito e si dichiara -comprensibilmente- sotto choc.
Ora, fin qui ho usato più condizionali di quanti capelli ho in capo perché io mi auguro, anzi, spero con tutto il cuore che questa circostanza che viene riportata da tutti i giornali nazionali sia falsa. Che si siano inventati tutto, che la docente con una anzianità di servizio più che pluriennale non abbia detto quelle frasi, né abbia pronunciato espressioni simili. Voglio pensare e sperare che si sia trattato solo di un grosso malinteso (ma come si fa a malintendersi su cose così gravi, più volte riferite e circostanziate??), perché se tutto questo fosse vero sarebbe imperdonabilmente grave. Andrebbe ad intaccare quella tradizione di tolleranza e di inclusione di cui parlavo prima che ha sempre caratterizzato il Cecioni fin dai tempi in cui lo frequentavo e che accompagna i miei ricordi di adolescente prima e di persona maggiorenne poi. Saluti fascisti al Cecioni? Ma se fosse successo al tempo del Preside Castelli (Boccino) gli autori di un gesto così vile e grave non avrebbero vissuto dentro la scuola più di una settimana. Storia triste comunque la si giri, questa, e Livorno, città multiculturale per eccellenza, risulta sbiadita e offuscata nel mio ricordo di bimbo (perché bimbi si era, al Cecioni, anche se ci si sentiva immensamente grandi). Son cose che fanno venire il freddo nell’anima che solo un 5 e 5 bello bollente e col pane di francese preso da Gàgari può lenire e riscaldare!

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Filippo Nogarin ha perso il privilegio di essere livornese

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Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, nei giorni scorsi ha perso un bene più che prezioso, la livornesità. Quella che io chiamo, con un latinismo neologistico, la “labronitas”. Ed è quanto di peggio posssa accadere a un livornese o, si veda il caso, a chi Livorno rappresenta con la sua carica elettiva.

Livorno è città di accoglienza da sempre. Non finirò mai di dirlo, a Livorno abbiamo i Valdesi, gli ortodossi, gli ebrei, la comunità olandese, quella inglese, e non so quanti altri rivoli, fiumi, ruscelli di culture diverse che convivono pacificamente nella stessa città, a suon di cacciucco, cinqueccinque e ponci. A Livorno siamo fatti così (o, meglio, lo eravamo fin quando io Livorno la frequentavo più da vicino, adessso, magari, le cose saranno un po’ cambiate anche lì) e quindi un Sindaco che pubblica un post su Facebook in cui scrive che il Porto della città è aperto ad accogliere la nave Aquarius col suo carico di miseria e povertà, e che questa disponibilità all’accoglienza è già stata comunicata al Ministro dei Trasporti e al Presidente della Camera, quel Sindaco, dicevo, non fa altro che compiere, con un gesto di apertura, la volontà di tutti i livornesi. Ed è lui stesso parte della sua città, perché davanti a uno scempio del genere, un livornese non potrebbe fare altro che spalancare le porte e il cuore a chi soffre, e a chi dice che i livornesi per la loro generosità ti metterebbero la casa in capo, con questo gesto rilanciano al raddoppio e in capo ti ci mettono la città intera.

Poi è successo qualcosa. Qualcosa che non sa più di ospitalità e apertura nei confronti di chi ha bisogno, ma che ha il sapore, piuttosto, di opportunismo politico e di fetide alleanze con i partiti più fascistoidi, xenofobi e razzisti del panorama parlamentare: quel post su Facebook è stato eliminato (per fortuna c’è sempre chi ha la buona, anzi, buonissima abitudine di farne uno screenshot). Perché? Perché non era compatibile con la linea generale del governo e in particolare con le trovate del Ministro degli Interni, quindi si torna indietro, non si fa più, tutto cancellato, annullato. Niente più solidarietà, niente più accoglienza, niente più porto aperto, niente più assistenza umana e materiale verso chi ha bisogno. Si torna indietro e ci si libera, così, di quella “labronitas” tanto cara, ma che in casi come questo può costituire un fardello gravissimo da portare.

E i livornesi?? Mah, ai livornesi fondamentalmente gl’importa una sega se il sindaco fa i pastrocchi su Facebook. Quello che duole, e duole molto, è l’opportunità persa di sentirsi ancora città, comunità, unità profonda di culture e spiritualità diverse. Per buttarglielo nel culo ai governanti e a chi li ha votati. E’ per questo che Nogarin dovrebbe solo dare le dimissioni da sindaco di una città che è altro da come si comporta, ma chissà se questo sarà compatibile con i diktat del governo.

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A scuola alle 10!

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E così, l’ultima soluzione tirata fuori dal cilindro della scuola italiana per rendere più efficaci le ore di frequenza scolastica è questa: fare entrare gli alunni delle prime classi alle 10.

L’esperimento sarà operativo -secondo quanto riportato da skuola.net- a partiure dal prosssimo mese di settembre e solo per alcune classi prime dell’Istituto Ettore Majorana di Brindisi. Il Dirigente Scolastico, Salvatore Giuliano, ha recentemente affermato inuna dichiarazione al “Corriere della Sera”:

“Coinvolgeremo tutti, enti locali e famiglie, ma sicuramente da settembre avremo le prime classi con orario di entrata spostato in avanti. Dopo anni di sperimentazione di metodologie didattiche che puntano ad andare incontro alle esigenze degli studenti, il nostro non è un punto di partenza, ma di arrivo”.

Evviva. Tanto più che sembrerebbe proprio che alcuni studi recenti dimostrino come dormire più a lungo sia di estremo beneficio per la salute dei nostri ragazzi. Eh, beh, ci volevano gli studi, perché la mi’ nonna Angiolina che diceva che “il sonno fa diventà’ belli” (come la pappa al pomodoro, ndr) queste perle di saggezza salutistica me le dava gratis, povera donna. Quindi, siccome questi ragazzi vanno a dormire dopo le 23 (non si sa bene cosa facciano prima), entrando alle 8,30 come tutti gli esseri umani (insegnanti compresi, che non si vede perché non avviano diritto a un trattamento analogo, forse a loro il sonno fa male) non dormirebbero abbastanza per coprire tutti i fabbisogni fisici e fisiologici.

Dunque, dormire di più per rendere di più e per studiare meglio.

Ora io mi chiedo come facevo io che la domenica sera alle 21 avevo una trasmissione radiofonica da condurre fino alle 24 e che non ero mai a letto prima delle 1.00 a svegliarmi zompando come un grillo (forse!) la mattina dopo alle 7,50 perché dovevo andare a prendere la corriera che mi portava, da Vada, a scuola a Livorno. E in più il lunedì avevo quasi sempre rientro pomeridiano, quindi fatica doppia. E questo per tutto l’inverno e se non c’era da studiare per qualche materia.

Come facevamo noi che ci svegliavamo con quell’odore a volte nauseabondo del latte e caffè che veniva dalla cucina a dire di no alla mamma che ci portava via le lenzuola calde e ci ordinava di saltare giù dal letto pena sfasciamento di sèggiola sul groppone? E vai a scuola, se hai sonno ti svegli, ecco, ti fai una bella immersione del viso nell’acqua diaccia stecchita e via. Sono tutte cose che non hanno mai ammazzato nessuno e adesso ci si deve fare sopra una sperimentazione scolastica con tanto di studi scientifici a supporto.

Sono tutte sensazioni e consapevolezze perdute, ma ricordatevi che è la sperimentazione, bellezze!

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Mamma Franca nominata Lady Facebook a Livorno

Salutiamo con profondo orgoglio l’elezione a Lady Facebook Livorno dell’immensa Mamma Franca e delle sue “volpe”. Che cosè il mito?? E’ savoir-faire, un bel cacciucchino, una pelliccia e dieci centimetri di toupé!

“La pelliccia è un diritto di tutte le donne!”, “Sono onorata di voi!”, “Prezzi imbattibiloni!”, “La Toscana in pelliccia e tutta l’Italia!”, “Comprate una pelliccia a vostra moglie per questo lungo inverno torrido!”, “Siamo passionisti delle pellicce, mestieranti, mìa improvvisi!”, “Io ‘ontento tutte: le figlie, le mamme, le nonne e le sbinonne!”, “Venite a Livorno e mamma Franca vi manda a mangiare un bel cacciucchino!”

(Fonte consultata: http://www.piratiesirene.it/2014/06/mamma-franca/)

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Ora ci càa l’orso!

Qualcuno sbaglia le dosi di un anestetico e l’orsa Daniza che doveva solo essere catturata, ci rimette la pelle per colpa di certi pseudo-ambientalisti incompetenti.

“Ora ti càa l’orso!”, si dice a Livorno, per sottintendere che “Ora son veramente affari tuoi, e che affari!” Ma l’orso a chi ha sbagliato non gli “càa” mai.
Ma come fa un veterinario (perché si spera che si siano rivolti a un veterinario questi galantuomini, non al tortaio all’angolo) a cannare una anestesia di questo genere? Ma è roba che si dà a occhio, come il citrato (“Toh, pigliane un po’ di più, ché sei ingombro di stomaco”)?? La risposta è caduta nel vento, come direbbe Bobby Zimmermann.

Qualcuno omette per anni di analizzare il DNA che si trovava sotto le unghie di Chiara Poggi e finisce che il reperto diventa inutilizzabile, degradato o non più utile processualmente.

Ma come si fa ad avere un possibile elemento a carico o a discarico di una persona e non disporre l’analisi del DNA nel momento stesso in cui questo elemento viene raccolto? Lo sa anche un bambino che un pezzetto microscopico di pelle dopo tutto questo tempo si deteriora. Quindi chi non è un bambino dovrebbe sapere che ricavare un DNA perfettamente sovrapponibile con quello di un indagato in un frammento deteriorato è per uno storpio come andare a fare un pellegrinaggio a piedi al Santuario di Montenero.
E poi se queste cose gliele fai notare la gente si indigna. “Ma come, si vuole forse insinuare che gli addetti (all’orsa o al DNA) non hanno svolto il loro lavoro in modo accurato e professionale??” Sì, si vuole dire esattamente questo, perché, non si può?

Perché per un errore (e loro ti dicono che “Tutti sbagliano!”, sì, ma intanto hanno sbagliato loro) cambia la realtà. Questi non sono i casi del meccanico che sbaglia a ripararti la macchina e tu ti ritrovi di nuovo a piedi dopo tre chilometri, o quello della cassiera del supermercato che “batte” due volte lo stesso articolo sullo scontrino, qui ci sono i corsi della vita della gente di mezzo. Vogliono farci credere che se muore un’orsa marsicana non è poi un gran male (ce ne sono pochi e una femmina che può avere più gravidanze ti può aiutare a ripopolare l’habitat, chissà cosa ci vuole a capirlo!), o che fare una prova del DNA dopo piuttosto che prima non cambia sostanzialmente le cose (sì che le cambia, potrebbe contribuire a tenere un indagato in carcere anziché lasciarlo libero o viceversa).

Che, poi, il narcotico con cui è stata uccisa l’orsa Daniza è questa ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. Ed è con quello che ci stanno avvelenando giorno per giorno.

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In ricordo di Susanna Pierucci

Susanna Pierucci, la mia insegnante di matematica e geometria del Liceo, è morta in questi giorni durante una vacanza alla Maddalena e io ci son rimasto cacino.

La Pierucci è stata una delle più giovani insegnanti di Livorno (credo abbia iniziato a lavorare verso i 21-22 anni) ed è stata una pietra miliare al Liceo Scientifico Sperimentale “Francesco Cecioni” di Via Crispi (poi si è trasferito, ma quella è storia più recente), insieme al Preside Luciano Castelli, universalmente conosciuto come “Boccino”.

Quel poco che riusciva a inculcarci nel ceppione la Pierucci era frutto di un entusiasmo senza limiti. Credeva nelle potenzialità dell’essere umano, e sicché via, Di Stefano, alla lavagna, dimostramo come l’angolo al centro del cerchio sia il doppio dell’angolo al vertice.

E le feci un bello scherzetto da coccolone alla Pierucci, sì. L’ultima ora del sabato, in quinta, era giustappunto matematica, e io avevo il permesso firmato dal suddetto Boccino in persona per uscire 10 minuti prima del suono della campanella finale. Veramente eravamo in due ad averlo, io e un certo Matteo. Così potevamo prendere il pullman e arrivare a casa a un’ora più o meno decente.
Insomma mia alzo, mi metto la giacca e sento la Pierucci che mi fa “Oh, bellino, àlzati pure, eh?? Fai come se tu fossi a casa tua!”
A quel punto, visto che non potevo perdere l’occasione, cominciai a replicarle con tono irato e frettoloso “Ma sì…tanto queste cose non servono a nulla… Euclide, le rette parallele… ma cosa ci si sta a fa’ qui… io vado via… Matteo, vieni via anche te??” “Ma diàmine, te fammici sta’ anche dell’artro!!” (Bastardo anche lui!) Siamo usciti dalla porta della classe e l’abbiamo richiusa sbattendo.
La Pierucci si mise a piangere, e coi lacrimoni che le sfacevano il trucco già un po’ malmesso chiese al resto della classe “Ma sono andati via davvero??” “Sì professoressa, ma un si preoccupi, cianno il permesso!!” e noi a rientrare “Cuccùùùùù!!”
E ce l’avrebbe dato lei il cuccù, e non avrebbe avuto nemmeno tutti i torti! Invece ci disse solo “Allora bimbi ci si vede martedì! Il capitolo è sempre quello sul cerchio” e col fazzoletto si asciugò il moccio e le lacrime.

E ora la Pierucci non c’è più.

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Buonanotte Livorno!

Certo che quando mi metto a fare previsioni politiche me le cerco proprio, come nel caso della previsione del candidato del centro-sinistra (“centrosinistra” senza il trattino?) a Livorno. Tra i due era come scommettere tra Juventus e Albinoleffe. Naturalmente ho perso perché ho sottovalutato il fattore istrionico della città. O, meglio, ne ho sottovalutato l’imprevedibilità. Un bel calcio in culo a 68 anni di egemonia “rossa” e via, si cambia pagina. Che imbecille che sono quando mi ci metto! Del resto istituzioni come la Biblioteca dei Portuali, che ho visitato di frequente da studente, simbolo di una cultura “rossa” per eccellenza, non ci sono più, e il biglietto al cinema dei Quattro Mori è caro asserprentato anche quello, dovevo rendermene conto che qualcosa stava cambiando. Avrei dovuto cancellare il mio post dopo pochi secondi dall’inversione di tendenza che seguivo sul sito del Tirreno fin dalla seconda sezione scrutinata. E invece no. Un po’ perché mi si nota di più (cfr. Nanni Moretti) un po’ perché Livorno ha tutto il diritto di svegliarsi sotto un sole nuovo, meno menagramo del mio. Buonanotte Livorno!

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Livorno: ha già vinto Marco Ruggeri

A Livorno in queste ore stanno facendo tutti finta. Finta di non pensarci alle elezioni del sindaco, s’intende. Chi va a bere il ponce dal Civili, chi a farsi un cinqueccinque con due melanzanine sotto il pesto, chi porta la bimba a fare una giratina sulla Terrazza Mascagni con la bicigrettina (non è un refuso, a Livorno si dice “bicigretta” o anche “bici’rétta“, con regolare caduta della velare sonora!), chi invece porta la bimba (stavolta in senso di fidanzata) a sfranellà’ sugli scogli di Calafuria ai primi solicelli estivi (oddio, un po’ duri, comunque…).

Già, o chi lo vincerà il ballottaggio delle elezioni?? Eh è un’incognita. Che, voglio dire, già “ballottaggio” a Livorno era una parola che un s’era mai sentita dì’. Qualcuno pensava che il “ballottaggio” fosse una scocciatura al limite della sopportabilità (“Guarda lì che popo’ di ballottaggio m’hai fatto venì’!!“) o che addirittura stesse a indicare una caratteristica di un natante (“Ciò la canoa di basso ballottaggio), perché non esisteva che il candidato del Partito (o di chi ne fa le veci) non andasse a Palazzo alla prima bòtta, e con l’applauso del popolo labronico (“Bravo!! Ora riòrdati d’aomentammi la pensione, eh??“)

Per cui niente paura, ve lo dico io a urne ancora chiuse e senza nemmeno guardarci dentro: ha già vinto Marco Ruggeri. Se non altro perché i fedelissimi del vecchio “Partito” avranno portato a votare zie, nonne con relativa dentiera, mamme, fratelli, cugine farde di ‘asino, nonni sulla carrozzina, cognati trojai per far sì che l’onta del doppio turno venga cancellata dalla storia patria, ché a Livorno la cultura ce l’abbiamo nel sangue con la lettura del Tirreno, della Gazzetta dello Spòrte e del Vernaoliere!

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Wikipedia inciampa sugli accenti di Marco Aurelio (e la pésta)

Il problema della grafia del monosillabo “se” in italiano è un po’ controverso e macchinoso.

Si scrive “se” senza accento quando lo si usa in funzione dubitativa, si scrive “sé” con l’accento quando lo si usa come pronome.
Ora, però, in un caso come “se stesso”, il “se”, anche se ha funzione pronominale si scrive senza accento. Perché non ce n’è bisogno. Perché la parola “stesso” rafforza la funzione del “se” e quindi non si mette. L’ho spiegato a culo ma avete capito.

Ora, quei cari figliuoli della Wikipedia italiana non si sono fatti sfuggire l’occasione e alla voce “Colloqui con se stesso”, dedicata a un’opera di Marco Aurelio, sfoggiano un bell’accento visibile da lontano come le Apuane da Livorno quand’è tempo buono.

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A Livorno qualcuno era comunista

A Livorno “Il Partito” era “il Partito” e “il Partito” non poteva che essere il Partito Comunista Italiano, che non solo ci era nato, ma ci aveva messo radici solidissime.

Finché ci bazzicavo io, a Livorno “Il Partito” non aveva mai perso un’elezione comunale. E guai a chiamare “il Partito”, che so, la Democrazia Cristiana. Esisteva, certo, svolgeva una onesta, caparbia, onorevole ma inutile opposizione.

Quelli che erano del “Partito” spesso amavano adornarsi il petto (non so se anche il crine) di catene a maglia assai doppia, in oro massiccio, che ciondolavano una falce e martello sulla canottiera riempita di patacche di unto e maleodorante di sudore. Qualcuno di supporto aveva anche l’immagine dorata della Beata Vergine di Montenero, anticipando un certo cerchiobottismo di maniera.

I comunisti a Livorno andavano alle feste de l’Unità (quando era ancora l’organo del PCI, ma, soprattutto, quando era ancora il giornale fondato da Antonio Gramsci, non questo quotidiano medioborghese che di gramsciano ha solo un vago sentore e un ricordo sempre più sbiadito), bevevano vino rosso nei fiaschi, o se lo mettevano nei bicchieri erano bicchieri con la falce e il martello anche quelli, parlavano di Togliatti, di Berlinguer, di “Terradioboiacini” e quando morivano si facevano portare al Cimitero dei Lupi, una bella falce e martello sulla lapide tanto per mettere subito le cose in chiaro.

Quelli giovani, quei comunisti che facevan parte della FGCI (che non era la Federazione Italiana Gioco Calcio per un improvviso inganno di acronimi), eran riccioluti e brufolosi, con gli eschimi addosso e una paccata di volantini tra le braccia, di prima mattina davanti alle scuole. Gli eroi son tutti giovani e belli.

E te (cioè io), livornese volgare in quanto studente inserito in un mondo assai più grande e complesso, non potevi dirti battezzato se prima non eri andato a studiare alla biblioteca dei Portuali, luogo di cultura alternativa che possedeva migliaia di volumi, un bar dove bere una spuma da cento e un silenzio sufficiente per poterci ruttare in mezzo gli effluvi della suddetta spuma.

Ora ho letto di una signora, tale Nicoletta Batini, 43 anni, che lavora al Fondo monetario internazionale, due gemelle, dottorato in Finanza Internazionale, PhD ad Oxford in Economia Monetaria, “sapeva fa’ ‘a sottrazione, ‘a divisione, ‘a moltiplicazione, sapeva ‘e capitali di tutt’o munn’ e sonàva pure ‘o pianoforte!” (1) che vorrebbe fare qualcosa per la sua città e si candiderà alla carica di sindaco.

Dopo aver trascorso un pezzetto del suo sentiero politico tra i Grillini, ha optato per il Partito Democratico. Dice che “Oggi, purtroppo, Livorno è depressa. Ha bisogno di una svolta, proprio come nella politica e nel governo dell’Italia che Matteo sta dando.” A giudicarla da questa esternazione la candidatura di Nicoletta Batini non appare avere molte chance, visto che Renzi sta perdendo già le elezioni con le regole scritte da lui stesso assieme a Berlusconi ora che Casini si è rinfilato nel centro-destra. E se arriva il corrispondente dell’Italicum a Livorno si sta ulteriormente benino, sì.

(1) Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”

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“Bella mi’ Livorno! Saòsa, l’hai bell’e detto du’ mestolate di ‘arcina e una pennellatina di bianco la rimetti su!” (Beppe Orlandi)

Bella mi’ Livorno perdavvero, basta che ti tolgano una “c” e sei finita, svilita, affranta, incaprettata in una costrizione linguistica di romana provenienza che trasforma il “Cacciucco” (maiuscolo, sissignori, è categoria dello spirito!) in un “caciucco” da due lire.

Ma i giornali si fanno vanto del loro stesso massacrarti, e ti rifilano l’umiliazione proprio nel loro paginone centrale. A caratteri cubitali, lì, implacabile. Uno sputo in ghigna, una pedata negli stinchi, un etto di torta di ieri o un ponce diaccio marmato.

Giornalisti e tipografi che sanno ‘na sega loro di cosa vuol dire ritrovarsi la bazza unta di pomodoro, scorfano e olio. Ricavare la polpina dalle triglie con le mani unte, pigliare DAL FIASCO un bicchiere di vino rosso (certo!!) e alla fine appoggiarsi alla seggiola, ruttare ed esprimere un “Ah bene!” di soddisfazione.

Vogliono reinventarti, Livorno, e ci stanno riuscendo. Dal “caciucco” alla morte che ricongiunge sempre dei film del Virzì, che è l’intervistato del giornale suddetto, e che guarda caso girò la pubblicità del cacciucco industriale Findus e il cerchio si chiude.

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La Signora e i ciucci della Chicco

Devo al più che parentale Francesco (sì, senza cognome, come il Papa) la segnalazione di questa preziosa icona che rappresenta una locandina de “La Nazione” di Firenze, segnalante una rissa seguita all’invio di un SMS non proprio ortodosso ma assai gustoso per l’evidenziazione del genio, se non labronico, almeno toscano.

Si chiedeva il Melandri in “Amici miei”? “Che cos’è il genio?? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione”. Uno inventa una metafora di sublime gusto barocco, la manda al marito della Signora e la gente si tonfa a rondemà.

E’ da dire, comunque, che la battuta di una signora che farebbe “più ciucci della Chicco” mi sembra più fiorentina che livornese. A Livorno “ciucci” non si dice. Esiste, questo sì, il popolare “ciuccione” che, tuttavia, è qualcosa di ben più innocente (ma, comunque, compromettente) rispetto al “ciuccio” anzidetto.

Ed è una trovata che ne ricalca altre ben più corpose e preesistenti. A Livorno si è sentito dire a lungo “Ha visto più schizzi lei degli scogli di Calafuria!” e “Ha fatto più pompe lei dell’Agip(pe)!” Frasi che se possono sembrare, a primo impatto, grevi e triviali, rivelano una creatività espressiva illimitata.

C’è solo da chiosare con una scritta che trovai, da giovane, sul muro del terzo piano dello Sperimentale di Via Crispi, che frequentavo con gàrrulo entusiasmo: “X, se le troie volassero a te bisognerebbe datti da mangià’ colla strómbola!”

Altro che ciucci!

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