Rilasciato il Kernel Linux 5.4

Linus Torvalds ha annunciato, come sempre tramite un  messaggio ( http://lkml.iu.edu/hypermail/linux/kernel/1911.3/00186.html ) nella mailing list il kernel Linux 5.4 soprannominato “Kleptomaniac Octopus”, che porta con sé numerose e tante nuove funzionalità, maggiore sicurezza e driver aggiornati per ottenere un migliore supporto hardware. Andiamo con ordine e vediamo quali sono le varie migliorie apportate in questa nuova release. Prima di tutto:
* il supporto per il file system exFAT di Microsoft che ora è finalmente integrato nel kernel per offrire agli utenti un esperienza immediata quando collegano unità formattate exFAT. Ciò è stato possibile in quanto Microsoft ha pubblicato le specifiche del suo file system proprietario ad agosto;
* l’integrazione della modalità di blocco del kernel Linux. Questa nuova funzione di blocco ha principalmente lo scopo di impedire che l’account root possa modificare il codice sorgente del kernel. Ricordiamo che la funzione viene disabilitata per impostazione predefinita e per poterla abilitare, si utilizza il parametro lockdown = kernel. Prevalentemente questa proposta era stata fatta nel lontano 2010 dall’ingegnere di Google Matthew Garrett.
* il supporto per le schede grafiche di AMD come, GPU AMD Radeon Navi 12 e 14, GPU AMD Radeon Arcturus, APU AMD Dali. Inoltre, le CPU AMD Ryzen serie 3000 hanno ricevuto il supporto per la segnalazione della temperatura mentre i microprocessori AMD EPYC hanno migliorato il bilanciamento dei carichi di lavoro.
Altri aggiornamenti integrati e degni di nota sono il supporto per le CPU Intel Tiger Lake, supporto per SoC Qualcomm Snapdragon 855, supporto SoC Intel Lightning Mountain, una nuova funzionalità di sicurezza per rilevare la manomissione dei file chiamata  fs-verity ( https://www.kernel.org/doc/html/latest/filesystems/fsverity.html ) e  dm-clone ( https://www.kernel.org/doc/html/latest/admin-guide/device-mapper/dm-clone.html ) per la clonazione in tempo reale di dispositivi a blocchi e ancora tanto altro.
Bisogna considerare un altro piccolo particolare, cioè che questa versione del kernel è etichettata come
“mainline”, questo significa che viene considerata una versione pre-release non ancora pronta per distribuzioni di massa. Quindi, se anche tu sei curioso di testare queste nuove funzionalità, nel sito  kernel.org ( https://www.kernel.org ) sono presenti per il download i file sorgenti del kernel Linux 5.4.
Fonte:  omgubuntu.co.uk ( https://www.omgubuntu.co.uk/2019/11/linux-5-4-kernel-release-features )
Fonte:  news.softpedia.com ( https://news.softpedia.com/news/linux-kernel-5-4-officially-released-with-exfat-support-kernel-lockdown-feature-528289.shtml )
Fonte:  fossbytes.com ( https://fossbytes.com/linux-kernel-5-4-released-kernel-lockdown-exfat-support/ )

da: Ubuntu – Newsletter Italiana

La newsletter italiana di Ubuntu è pubblicata sotto la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 ( http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode ).

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Rilasciato LibreOffice 6.3.3 con più di 80 correzioni di bug

The Document Foundation ha rilasciato il terzo aggiornamento per la suite per ufficio open source e multipiattaforma, LibreOffice 6.3. Questa versione, aggiunge un mese di correzioni di bug e porta con sé  una maggiore qualità e compatibilità, ricordando che attualmente la suite è destinata agli utenti esperti e agli appassionati di tecnologia. Per mettere tutti i puntini sulle “i”, i bug corretti sono in totale di 83 come documentato dal changelog al  seguente indirizzo ( https://wiki.documentfoundation.org/Releases/6.3.3/RC1 ). Lo stesso Italo Vignoli ha espressamente  dichiarato ( https://blog.documentfoundation.org/blog/2019/10/31/tdf-releases-libreoffice-633/ ):
“Per le implementazioni di livello aziendale, TDF consiglia vivamente di ottenere LibreOffice da uno dei partner dellecosistema per ottenere versioni supportate a lungo termine, assistenza dedicata, nuove funzionalità personalizzate e altri vantaggi, inclusi gli Accordi sui livelli di servizio (SLA)”.
Per ora, consigliamo a tutti gli utenti di eseguire l’aggiornamento alla versione LibreOffice 6.3.3 il prima possibile. Il prossimo aggiornamento – 6.3.4 – dovrebbe uscire a metà dicembre con ancora più correzioni, traduzioni e altre modifiche che contribuiranno alla stabilità e affidabilità della piattaforma LibreOffice. Ricordando che i requisiti minimi per i sistemi operativi proprietari sono disponibili nella  seguente pagina ( https://it.libreoffice.org/supporto/requisiti-sistema/ ), mentre per i sistemi GNU/Linux, si ricorda principalmente come regola generale, che è sempre consigliabile installare LibreOffice utilizzando i metodi di installazione raccomandati dalla propria distribuzione Linux, come ad esempio, l’uso dell’ Ubuntu Software Center per Ubuntu. Gli utenti di LibreOffice, i sostenitori del software libero e i membri della comunità possono supportare The Document Foundation attraverso una  piccola donazione ( https://www.libreoffice.org/donate ). Le vostre donazioni aiutano The Document Foundation a mantenere la sua infrastruttura, condividere la conoscenza e a finanziare attività delle comunità locali.
Fonte:  news.softpedia.com ( https://news.softpedia.com/news/libreoffice-6-3-3-office-suite-released-with-over-80-bug-fixes-download-now-528067.shtml )

dalla Newsletter Italiana di Ubuntu – La newsletter italiana di Ubuntu è pubblicata sotto la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 ( http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode )

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Ubuntu 20.04 LTS uscirà il 23 Aprile 2020

Nel mentre che Ubuntu 19.10 (Eoan Ermine) è uscito, Canonical sta pianificando l’uscita della prossima versione di Ubuntu, la 20.04 LTS, che in termini di numeri, rappresenterà la 32a versione di una delle maggiori distribuzioni GNU/Linux più popolari al mondo. Come ogni rilascio che si rispetti, Canonical per prima cosa ha annunciato il nome in codice “Focal Fossa” – ricordiamo infatti, che il nome in codice durante la fase di sviluppo descrive le caratteristiche e il carattere che tale versione dovrà avere; il nome in codice è un abbinamento di un aggettivo + animale, con le stesse lettere iniziali in ordine alfabetico crescente – insieme al programma di rilascio e alla data di rilascio finale.
I lavori per la nuova release inizieranno il 24 Ottobre con il caricamento della  toolchain ( https://it.wikipedia.org/wiki/Toolchain#targetText=In%20ambito%20software%2C%20una%20toolchain,programma%20o%20sistema%20di%20programmi). ) basato su Ubuntu 19.10 (Eoan) Ermine) e la versione finale vedrà la luce il 23 Aprile 2020.
Fonte:  news.softpedia.com ( https://news.softpedia.com/news/ubuntu-20-04-lts-to-be-dubbed-focal-fossa-slated-for-release-on-april-23rd-527860.shtml )

dalla Newsletter Italiana Ubuntu – La newsletter italiana di Ubuntu è pubblicata sotto la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 ( http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode ).

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Il 48% degli utenti del blog usa Linux

…sono risultati che, nel giorno del plebiscito del centro-destra in Umbria, dànno un po’ di soddisfazione. Il 48% dei lettori del blog usa Linux. Immagino che in questo risultato da parlamento bulgaro siano inclusi anche coloro che accedono al blog da uno smartphone, visto che i sistemi operativi montati su questi dispositivi sono Linux-derivati (non sono ESATTAMENTE Linux, ma si tratta comunque di una soluzione vivibile) ed è probabile che il contatore di accessi abbia calcolato questa percentuale “riconoscendo” gli smartphone come dispositivi Linux, ma si tratta comunque del 48%, esattamente il doppio di quello che hanno conseguito i macchisti che si fermano a un poco consolatorio 24%. Deludente invece la prestazione del browser Mozilla Firefox che sembra essere il meno usato dagli utenti (e me ne dispiace moltissimo).

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Ubuntu 19.10 (Eoan Ermine), cosa c’è di nuovo

Arriva Ubuntu 19.10 con molte novità tra cui alcune significative.
Uno dei maggiori cambiamenti in Ubuntu 19.10 – che verrà apprezzato soprattutto dagli appassionati dei videogiochi – è la decisione di includere i driver NVIDIA nell’immagine di installazione ISO garantendo un elevato miglioramento delle prestazioni e permettendo così l’installazione di driver proprietari (closed source) per la propria scheda grafica. Un altro grande cambiamento fondamentale in questa versione è il supporto per l’installazione di Ubuntu utilizzando il file system ZFS: Ubuntu infatti, è la prima distribuzione Linux desktop ad offrire supporto nativo per ZFS.
È stato modificato il modo in cui Ubuntu 19.10 supporta le app a 32 bit – di cui abbiamo discusso approfonditamente negli articoli  2019.024 ( https://wiki.ubuntu-it.org/NewsletterItaliana/2019.024#Ubuntu_non_supporter.2BAOA_pi.2BAPk_l.27architettura_i386 ) e  2019.025 ( https://wiki.ubuntu-it.org/NewsletterItaliana/2019.025#Canonical_assicura_che_le_applicazioni_a_32_bit_verranno_eseguite_sulle_versioni_di_Ubuntu_19.10_e_successive ) – con gli sviluppatori Ubuntu “impegnati” a garantire che la distribuzione abbia uno spazio utente a 32 bit funzionante per app e software legacy, inclusi Steam e WINE.
Sono presenti anche le migliori funzionalità di  GNOME 3.34 ( https://wiki.ubuntu-it.org/NewsletterItaliana/2019.028#GNOME_3.34:_ecco_tutte_le_novit.2BAOA- ), dove è possibile trascinare e rilasciare le app nel “Menù delle applicazioni” per creare “cartelle di app”; anche le velocità di avvio iniziali dovrebbero essere più veloci , grazie a una tecnologia di decompressione intelligente, mentre l’utente Intel potrebbe beneficiare di un avvio senza sfarfallio. Per concludere Ubuntu 19.10 a colpo d’occhio porta con sé:
* Kernel Linux 5.3
* GNOME 3.34
* Opzione di installazione del file system ZFS sperimentale
* Spedire i driver NVIDIA sulla ISO
* PulseAudio 13.0
* Avvio senza sfarfallio per gli utenti Intel
* Cestino di Ubuntu Dock e icone di unità esterne
* Rinnovato tema Yaru GTK
* Supporto per temi per le app Snap
* Fwupd disponibile come Snap
Ovviamente ci sono i  nuovi sfondi ( https://wiki.ubuntu-it.org/NewsletterItaliana/2019.031#Vi_presentiamo_i_nuovi_sfondi_di_Ubuntu_19.10_.22Eoan_Ermine.22 ) da godere, incluso il nuovo sfondo predefinito di Ubuntu 19.10!
È qui disponibile anche un  videohttps://www.youtube.com/watch?v=4YywtDfnDI8 ) che illustra tutte le novità. Quindi che aspetti? Affrettati e scaricalo subito dal sito  Ubuntu-it ( https://www.ubuntu-it.org ).
Fonte:  omgubuntu.co.uk ( https://www.omgubuntu.co.uk/2019/05/ubuntu-19-10-release-features )
Fonte:  omgubuntu.co.uk ( https://www.omgubuntu.co.uk/2019/10/ubuntu-19-10-video )

 

da: Newsletter Italiana Ubuntu – La newsletter italiana di Ubuntu è pubblicata sotto la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 ( http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode ).

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Come ho creato un (bel) po’ di chiavette USB con Linux live (forse)

Ci sono svariati motivi per cui potreste avere bisogno di una chiavetta USB autoavviante con Linux. Quella che ha spinto me a realizzarne cinque o sei è che sul lavoro ho computer lenti e vetusti, pieni di documenti per lo più vetusti e di virus per lo più recenti. Avevo dunque bisogno di un sistema live che mi permettesse di portare con me il mio sistema operativo, senza fare alcuna modifica sul computer ospite, farlo partire dalla macchina superlenta ed evitare così di toccarla e fare altri danni, rendendomi del tutto autonomo e decisamente più veloce. Avevo svariati CD masterizzati con le distribuzioni live più comuni di Linux, ma far partire un sistema operativo da CD significa avere delle prestazioni estremamente più lente. Allora mi sono documentato un pochino ed ecco l’occorrente per l’operazione:

a) un programma che scriva le immagini ISO su chiavetta USB;
b) l’immagine ISO della distribuzione Linux Live che volete installare;
c) una chiavetta USB formattata in FAT 32 da 2 GB come minimo;

Ora, non starò più a cercare parole che non trovo per spiegarvi cos’è un’immagine ISO, andatevelo a cercare e se non lo sapete state tranquilli, probabilmente non avete bisogno nemmeno di una chiavetta con l’installazione di una distribuzione live di Linux, mentre se proprio siete curiosi di provare il nuovo sistema operativo senza installare NULLA sul vostro hard disk, probabilmente avrete la cortesia di dedicare a questo tema un paio di minuti del vostro tempo per poter andare aventi.

Vediamo allora le annotazioni ai vari punti di cui sopra:

a) io sono stato fortunato. La distribuzione Linux (Linux Mint) che ho installata sul mio computer ha già precaricati due programmi molto utili per la gestione delle chiavette USB. Si tratta rispettivamente di un programma per formattarle in FAT 32 e di uno “scrittore” (Linux a volte traduce da cani!) di file .ISO. Quindi avevo tutto l’occorrente per quello che mi necessitava. Se invece state operando da Windows o da Mac potreste provare UNetbootin (cercatelo su Google, infingardi, non posso darvi tutto io e la pappa scodellata non esiste da nessuna parte), che, però, a me non sempre ha funzionato, anzi, direi proprio che ha funzionato in un caso soltanto. Gli utenti Windows possono contare anche sul programma Rufus (anche questo cercatevelo), solo che non l’ho provato e non so dirvi come funzioni, e quelli Mac hanno dalla loro anche Mac Linux USB Loader;

b) Attenzione. Non tutte le immagini ISO che trovate in rete (alcune sono distribuite gratuitamente anche attraverso il mio classicistranieri.com) corrispondono ad una versione live. Potreste intoppare, come è successo a me, in una distribuzione che non permette di valutare la distribuzione prima di installarla stabilmente. Comunque sia, se vi buttate sulla famiglia Ubuntu, cascate sempre bene. Anche Linux Mint ha la sua brava live e se avete un po’ di pazienza di cercare in rete oppure potete permettervi il lusso di fallire qualche tentativo (al limite non succede nulla) ne troverete altre che possono fare più al caso vostro. Da quello che ho visto, da chiavetta funziona benissimo XUbuntu e ve lo consiglio caldamente. E’ leggero, essenziale (proprio come piace a me), senza fronzoli, estremamente intuitivo, di facile utilizzo. Ma, soprattutto, anche su una chiavetta è anche estremamente veloce. Ancora più essenziale ed altrettanto ben funzionante è Lubuntu (ma chi ve lo fa fare di usarlo? Al limite se proprio dovete installare una versione Ubuntu su una macchina vetusta potreste avere la tentazione di provare il sistema operativo prima di renderlo stabilmente residente, ma adoperarlo per una chiavetta non mi pare il caso, non ha molti programmi installati e non offre particolari prestazioni di immediato interesse). Potreste inoltre avere la curiosità di provare il tradizionale Ubuntu. Funziona anche quello, solo che a me non è piaciuto per niente. Quello che invece, nelle ultime due distribuzioni, a me non ha funzionato è Kubuntu, che mi si è piantato lì (sì, anche Linux si pianta, non chiedetemi come, ma soprattutto non chiedetemi perché) alle prime scelte delle opzioni di avvio. Una distribuzione che mi sento vivamente di consigliare a tutti è TAILS, la Debian dedicata alla salvaguardia della privacy e dell’anonimato in rete. Anche questa funziona con una chiavetta ed è una vera e propria mano santa che contiene svariati altri prodotto come Libre Office e Tor;

c) qui c’è poco da dire. Magari avete qualche vecchia chiavetta da 2, 4 o 8 Gb. da parte, che non usate più e che avete dimenticato nei meandri dell’oblio. Se non ne avete compràtene una. Costano sempre meno. Su Amazon ho trovato un pratico set di cinque chiavette USB da 16 Giga. Costano 15 euro e spiccioli, sono di colori diversi e sono molto utili (ad ogni colore potete abbinare una distribuzione Linux diversa). Insomma, frugàtevi.

Quali sono i vantaggi di avere una distribuzione Linux installata su una chiavetta autoavviante? Indubbiamente quella di provare il sistema operativo senza installare nulla sull’hard disk, ed essere immediatamente operativi in modo piuttosto veloce ed efficace. Attenzione, però: se salvate qualcosa sulle cartelle Linux disponibili sulla distribuzione, oppure se installate qualche programma che vi interessa particolarmente e che non è compreso nel pacchetto iniziale (sì, si può fare!) al momento in cui spegnete il PC (sì, si può fare anche questo!) perderete QUALSIASI modifica apportata al sistema e al successivo riavvio della chiavetta, il sistema operativo partirà con le opzioni della prima installazione. In breve, se avete bisogno di qualcosa dovete reinstallarla ogni volta. Ricordatevi anche, ogni volta che avviate una distribuzione Ubuntu, che potrebbe essere necessario settare la tastiera italiana (quella di default potrebe essere quella statunitense). XUbuntu ha un’interfaccia grafica apposita per effettuare in due secondi l’operazione.

E infine perché dovreste utilizzare Linux? Perché poi sarete più liberi, ecco tutto. E ho detto niente!

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Le magagne di Ubuntu 19.04 “Disco Dingo”

Ho provato Ubuntu 19.04. Non l’ho installato, ho usato solo una live da chiavetta creata con un programma formidabile incluso nel mio Linux Mint (e ci dispiace per gli altri). Non mi è piaciuto per niente, tanto che sto pensando sinceramente di brasarlo anche dalla chiavetta, tanto non lo userò nemmeno come sistema operativo “volante”. E’ veramente brutto (al contrario del suo cuginetto XUbuntu, che ha una grafica più essenziale ed accattivante), con tutte quelle iconcione grosse. Viene supportato fino al gennaio 2020 (praticamente scade dopodomani) e, quindi, se volete qualcosa di più stabile e supportato per una decina d’anni vi consiglio caldamente la versione 18.04. Ha una icona dedicata a Amazon che mi ha fatto letteralmente inorridire. Direte voi “Ma cosa inorridisci che il tuo blog è pieno di pubblicità di Amazon??” sì, ma io non pretendo di essere una entità libera e indipendente dalla pubblicità, non faccio un sistema operativo dedicato a tutti coloro che vogliano utilizzarlo gratuitamente. Addirittura secondo Richard Stallman “sarebbe un errore scegliere Ubuntu come sistema operativo libero” dato che “Ubuntu è una distribuzione GNU/Linux, contiene anche programmi proprietari.” Tra gli aggiornamenti della versione “Disco Dingo” ci sono quelli alle seguenti versioni: GCC 8.3, Glibc 2.29, Boost 1.67, rustc 1.31, Python 3.7.2, Ruby 2.5.3, PHP 7.2.15, Perl 5.28.1, Golang 1.10.4, libvvirt 5.0, QEMU 3.1 e OpenJDK 11, Mozilla Firefox 66.0 (che al momento del lancio della versione live viene già dichiarato come vetusto) e la suite LibreOffice 6.2.2. Insomma, nulla di straordinario o, semplicemente, di irrinunciabile. Ripenso alla versione 6.10 di Ubuntu con la quale cominciai ad installare Linux e ad imparare qualcosina (poco, anzi, pochissimo) che aveva una grafica essenziale e più friendly rispetto a questa accozzaglia di iconcione sponsorizzate. Tristezza unica. Non usatelo.

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Quanto costa il blog?

Vi chiedo delle donazioni (facoltative, ci mancherebbe altro), dai clic sulle pubblicità il blog ha dei ricavati che vanno a coprire (in parte, solo in parte) i suoi costi. Ma quanto costa il blog?

E’ (quasi) presto detto: 58 euro se ne vanno tra hosting web (server Linux) di Aruba, statistiche, casella di posta elettronica da 2 Gb (un po’ cara quest’ultima) e roba varia. Poi ci sono da considerare circa 44 euro di server MySQL (condiviso con classicistranieri.com, capienza di 3,5 Gb. ciascuno, cosa ci faccio con tutta questa roba lo so solo io) e 69 $ollari per il software Wordfence che protegge (o dovrebbe proteggere, e in effetti un po’ protegge) dai numerosi attacchi diretti a WordPress. Sono all’incirca 166 euro. DA raddoppiare per il mantenimento della biblioteca, che ha più o meno le stesse caratteristiche tecniche (solo che è molto, ma molto più grande, ma grazie al cielo Aruba non ne fa una questione di spazio su disco).

Totale, dunque, fra liscia e lascia, almeno 332 euro l’anno. Che, voglio dire, potrei pagare tranquillamente io, senza problemi, ma se ho la possibilità anche solo di ammortizzarli è tutto di che benvenuto.

Quindi fate come hanno fatto altri: mettete mano al portafogli e cercate di essere generosi. O, se proprio siete tirchi, ricordatevi che le pubblicità aiutano il blog e la biblioteca, cercate di non essere insofferenti e andate avanti felici con la navigazione (certo è che non vi si accontenta mai!)

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Questo abbonamento non s’ha da fare

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Volevo fare un abbonamento a una rivista che tratta di Linux. Io Linux ce l’ho, lo uso, l’ho installato, funziona tutto bene, ma non ci capisco una venerata mazza. Almeno non ancora. Quindi per me una rivista di divulgazione, di quelle che si trovano in edicola, va anche troppo bene. Dunque, visto che mi fanno almeno il 30% di sconto, andiamo con l’abbonamento.

Visito il sito dell’editore, ma il sito dell’editore non è disponibile. C’è solo un link a una casella di posta elettronica del servizio clienti. “Ok -mi dico- siamo nell’era di internet, mando una e-mail che arriva subito e in men che non si dica ricevo una risposta”. Volevo sapere se mi era possibile pagare con un sistema alternativo a quelli tradizionali (PayPal, carta di credito, bonifico bancario) ma non mi hanno nemmeno risposto (e ormai è passata una settimana). Va beh, anche se mi è scomodo vado a vedere come e cosa si deve fare per abbonarsisulle pagine della rivista. Bisogna mandare un bonifico, poi bisogna mandare la copia della ricevuta del bonifico via fax (un indirizzo di posta elettronica a cui mandare un PDF con il documento in questione no, eh??), con la richiesta dell’abbonamento sul tagliando fornito dalla rivista stessa. Anche lì un foglio di carta normale non va bene?? Perché devo tagliuzzare la rivista?? Oltretutto sul retro c’è un articolo che mi interessa. Guardo il tagliando, e in fondo, in caratteri minuscoli, c’è scritto che se per caso la pubblicazione del giornale dovesse cessare (tira aria di crisi anche per l’editoria linux, evidentemente) l’editore si riserva non già di rimborsarti il costo dei numeri di cui non usufruisci, bensì di sostituire l’abbonamento alla tua rivista con uno di pari valore a un’altra rivista della stessa casa. Insomma, invece di un giornale su Linux rischio di ritrovarmi una rivista di cucina o, peggio ancora, un giornale su Windows.

Insomma, questo abbonamento non s’ha da fare. E pensare che volevo solo pagare e aspettare il postino! Non mi resta che aspettare l’uscita della rivista in edicola, poi se m’interessa compro, se no la lascio lì. Senza fax e bonifici.

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Mezza giornata con Windows 10 (io?? Linux Mint!)

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Il mio idillio con Windows 10 è durato appena mezza giornata. Ho acceso per la prima volta il nuovo computer portatile (che, per la cronaca, si chiama Maione, mentre quello precedente si chiamava Catarella, gli amanti del giallo all’italiana sanno di che cosa parlo) e l’accesso al sistema operativo è stato relativamente accettabile nei tempi, certo, mi sarei aspettato qualcosa di più veloce. Poi ho installato una vagonata di software open source (ma anche no, io non so rinunciare a WinRar quando sono su Windows) tratto da “The Open DVD” (sentendomi molto tronfio e sussiegoso, nonché virtuoso dell’informatica) che vi ho offerto per il libero download e lo scaricamento selvaggio (tanto è vero che non lo scaricate e non ve ne frega assolutamente nulla) e ho spento la macchina. Alla riaccensione il computer ha cominciato a macinare dati. Macina tu che macino io, ma la schermata iniziale di Windows non appariva. E’ apparso con estrema difficoltà dopo 15 minuti dall’accensione. Francamente mi è sembrato troppo. Allora ho deciso di BRASARE (sì, brasare!) tutto, di chiedere il divorzio dalla Microsoft, di rinunciare a Windows 10 e alla licenza (che ho regolarmente comperato perché era preinstallato sul PC al momento dell’acquisto) e di installare Linux Mint, versione 19, garantita fino al 2023. Anche lei non è che sia leggerina (col cavolo che Linux gira anche sulle macchine più vecchie, per installare questa roba si ha bisogno di un certo numero di risorse, se no sono cavoli vostri, e i computer vecchi li buttate direttamente) ma si carica in tempi relativamente brevi, e, soprattutto, una volta caricata è disponibile in tutto il suo splendore e nella sua eleganza. Eccovi dunque lo screenshot della mia scrivania bella pulita, essenziale, pratica, diretta e elegante, come piace a me. Purtroppo Windows 10 ha molti ma molti problemi. E Linux non è più l’olio della Maddalena, con tutte le distribuzioni sempre più pesanti che escono una dopo l’altra. Ma almeno ti regala un respiro di sollievo (gratis, libero, legale e perfettamente funzionante).

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David Puente e il “caso” Bencivelli

Questo articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.

Ho provato a far presente tutto questo a David Puente (visto che, come è noto, Paolo Attivissimo mi ha bannato dal suo account Twitter che, comunque, riesco a leggere ugualmente) ma mi ha risposto con due link per farmi notare che non era vero quello che dicevo, e cioè che lui e il Superlativo non avessero scritto nemmeno una riga sul caso (e il “neppure una riga” non era da prendersi in senso letterale, è chiaro, ma per il debunker medio la parola scritta è ferma, immodificabile e priva di possibilità di interpretazione, come la Bibbia per i Testimoni di Geova e hai voglia te a insistere su questo punto), ma che c’erano, addirittura, ascoltate bene, udite udite, due tweet. Sissignori, due interventi su Twitter, nientemeno. Tutto lì. Sofferenza, coraggio, tenacia, la paura di vivere l’incubo della persecuzione ogni volta che si apre il proprio profilo Facebook o la propria casella di posta elettronica, valgono due commentini di 240 caratteri al massimo, uno dei quali (quello di Paolo Attivissimo) con il link all’articolo di Repubblica (giornale nel mirino di *.issimo per sovrabbondanza di notizie suppostamente farlocche e errori di ortografia) in cui la Bencivelli racconta la sua storia. Della serie “se volete saperne di più andate a guardare questo”. E’ un po’ la logica perdente e supponente con cui i linuxari ti dicevano “Read the Fucked Manual!” quando avevi bisogno di un aiuto (e Dio sa di quanto aiuto si può aver bisogno avendo a che fare con Linux!). Risultato: con 240 caratteri non scrivi nulla, neanche un messaggio di solidarietà (un messaggio di solidarietà che abbia un senso compiuto e che tenga presente tutti gli aspetti della vicenda, perché per scrivere “Evviva evviva!!” 240 caratteri bastano e come). Ovvio che c’è stato un apprezzabile batter di manine da parte degli adepti degli stessi “debunker”, ma tutto è finito lì, in una mestizia e in una tristezza senza precedenti: c’era chi aveva pagato un prezzo altissimo (in denaro e risorse emotive personali) per vedere condannato il proprio diffamatore, che si era impegnato come non mai per veder riconosciute le proprie ragioni e il pubblico dei 240caratteristi era lì a dare bella mostra di sé, neanche l’avvocato della Bencivelli lo avessero pagato loro.

Ed ho avuto l’impressione (ma, appunto, si tratta di una sensazione personale) che i debunker e i debunker-fan più incalliti fossero contenti più per la condanna dell’imputato che per la vittoria della Bencivelli. Che uno potrebbe anche chiedermi “che differenza c’è?” Molta, ve lo assicuro.

Poi è successa una cosa particolare. Dopo la sentenza, su una pagina Facebook è apparsa una foto che ritrae la Bencivelli in una posa imbarazzante, ma indubbiamente involontaria. La foto era corredata da un estratto testuale da un articolo de “La Valigia Blu”. David Puente ne ha dato notizia con un altro tweet (neanche a voler ipotizzare una soluzione diversa!) che riporta la foto in questione “ritoccata” e “censurata” nella parte più delicata. Un pensiero gentile, non c’è che dire, ma che non ha fatto altro che riverberare un contenuto (poco importa se privato della sua parte più “sensibile”) che avrebbe potuto (e forse anche dovuto) essere lasciato abbandonato al proprio destino, lì nell’ambiente in cui era stata postata. Perché il diritto all’oblio in rete esiste, deve e può essere garantito. Non è vero che (come afferma ad esempio lo stesso Paolo Attivissimo) Internet conserva tutto, mantiene tutto, non perdona niente. Se non si possono cancellare i contenuti si può almeno fare in modo che quei contenuti siano dimenticati, che perdano di interesse e di attualità. E in genere lo si fa ignorandoli. Invece David Puente non solo ha ripubblicato l’immagine fotoscioppata, ma ha addirittura fornito il link alla risorsa originale dove la fotografia veniva pubblicata integralmente. Col risultato di facilitare un numero indefinito di clic a quella pagina, quelli di chi, incuriosito, è andato a ravanare nel torbido pur di rendersi conto di che cosa si trattasse. Magari per poi chiudere il collegamento pochi secondi più tardi, schifato. Ma, disgraziatamente, non abbiamo ancora nessun accrocchio info-telematico che permetta di registrare il gradimento del lettore finale.

Avrebbe potuto fare diversamente David Puente? Sì, certo. Avrebbe, per esempio, potuto evitare questa eco di clic di “ritorno” sul sito originale limitandosi a descrivere i fatti. E poi avrebbe potuto porsi una domanda: quella foto della Bencivelli è vera o è falsa? E’ lui il debunker. E’ lui che smonta notizie, prove, commenti, fotografie, filmati. Non credo che gli sia così difficile debunkare un fotoritocco. Ma il punto è un altro, ossia che riportare su Twitter che qualcuno ha pubblicato una foto della giornalista non è una notizia. E’ esattamente poco più che riportare il link a un articolo di giornale o a un evento in particolare su Facebook (o su Twitter, si veda il caso), è solo fare pubblicità e amplificare quello che non è. Non c’è nessuna informazione né nell’evento in sé, né nel riverberarlo a tutti i costi ai propri lettori. Qual è, dunque, il valore aggiunto in termini di conoscenza delle cose? Ve lo dico io, non c’è niente, è un gesto sterile, che non porta a nulla se non all’autoreferenzialità. Altra cosa sarebbe stato intervenire dicendo che: “Tizio ha pubblicato la tale foto nella tale pagina, ma quella foto è falsa perché etc… etc…“.

Una cosa è certa: chi ha pubblicato quella foto voleva colpire direttamente la giornalista, “rea” di aver vinto una causa per diffamazione e di aver portato il suo presunto diffamatore nelle sedi opportune che le hanno dato ragione. La segnalazione di David Puente non porta nessun sollievo al peso di questa azione, anzi, lo aggrava dandole visibilità e solo visibilità. Avrebbe pututo, David Puente (ma non lo ha fatto), esprimere la propria indignazione per una azione certamente vigliacca e codarda, ma sa benissimo che l’indignazione non basta, che bisogna agire soprattutto se si è e si vuole rimanere un “debunker di stato”.

E tutto questo costa molto più di un tweet.

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#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove
Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

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Linux live: la libertà costa 9 euro o anche meno

Solo gli imbecilli non riconoscono che Linux ti cambia la vita. Infatti il mondo è pieno di imbecilli.

E’ mia chiarissima e immarcescibile opinione che usare Linux non ti cambia solo il PC, ma prima ti riformatta a basso livello la testa, poi la invade di una filosofia benefica ancorché ostica, e poi ti fa ripartire più incazzato di prima. La mia incazzatura, per esempio, è quella che riguarda la domanda “Ma perché la pubblica amministrazione deve spendere fiumi di denaro per comprare sistemi operativi proprietari a pagamento quando ce ne sono di ottimi e gratis??”

Detto questo sia lode a chi ha inventato le distribuzioni live di quelli che un imbecille che ho conosciuto chiamava “i dialetti di Linux” (ma i dialetti di cosa? Della tu’ mamma in cariola!). Per intenderci le distribuzioni live sono delle particolari installazioni di Linux su supporti removibili che permettono di provarle anche senza partizionare l’hard disk e installare Linux ex novo (ché difatti non sapete come si fa, e allora è per questo che avete bisogno delle distribuzioni live, razza di infingardi!). Che so, potete installare una distribuzione live su un DVD o un CD ROM (è il caso più comune), dopo averlo masterizzato da un qualsiasi file .ISO disponibile in rete. Occhio che ho trovato gente che sul CD ha masterizzato FISICAMENTE il file .iso e poi ha anche preteso che gli funzionasse. Fatto questo basta settare il PC in modo che il boot principii dal CD o dal DVD e il gioco è fatto. Se non avete voglia di vuotarvici i coglioni (certo ce n’avete uno d’artìoli!!) spesso in edicola appaiono dischi con la live già installata.

Ora io non usavo le distribuzioni live su CD per un semplice e pratico motivo, anzi due: erano troppo lente (un lettore DVD in genere segue il PC dalla nascita allo sfasciacarrozze, per cui quello che avete diventa estremamente vetusto in poco tempo, visto il progredirre della velocità di lettura offerta da un lettore di media qualità) e poi non si poteva scrivere nulla (ovvio!) sul supporto. Per cui la distribuzione si poteva solo provare, non ci si poteva fare molto di più.

Adesso c’è la possibilità di installare lo stesso sistema anche su chiavette USB. E’ semplicissimo (se ci sono riuscito io è segno che è VERAMENTE facile), voi vi portate dietro il vostro Linux e potete usarlo su qualsiasi computer. Che so, sul lavoro, per esempio: inserite la chiavetta, quella si autoesegue (questo tipo di distribuzioni su chiavetta viaggiano abbastanza più veloci) e voi lavorate senza compromettere minimamente la macchina. Oppure a casa del vostro migliore amico (Baluganti Ampelio): quello ha sull’hard disk quintalate di filmini porno? Nessun problema, voi sulla vostra chiavetta avete il vostro bel sistemino, e se vi girano i coglioni ci mettete anche una copia dei testi sacri. Spegnete il computer, tirate via la chiavetta, e la macchina una volta riaccesa è di nuovo pronta per le visualizzazioni di Sodoma e Gomorra.

Per l’occasione, e per provare più distribuzioni e vedere quale possa fare al caso mio (io sono un old fashioned dell’informatica, la versione di Linux più recente che ho installato è la 9.10!!) ho comprato due chiavette su Amazon. 4,50 euro ciascuna. La mia libertà vale 4,50 euro e con 9 euro la raddoppio. Mi sembra decisamente un ottimo prezzo.

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559

La notizia di questi ultimi giorni è che ogni italiano spende in media 559 euro ogni tre mesi nell’acquisto di “dispositivi”. Cioè 186,33 euro al mese, e 2236 euro l’anno.

Ogni italiano. Anche i neonati nelle incubatrici e i vecchietti ospitati dalle case di cura e di riposo.

Va detto, a scanso di equivoci, che i “dispositivi” sono quelli elettronici (TV, radio, telefonini, tablet, PC, triccheballàcche…). No, perché esistono anche i “dispositivi” intra-uterini e certo giornalismo da strilloni non ci dice che quelli stanno fuori dal computo. Ingrati.

Ho fatto il calcolo di quello che succede a casa mia: abbiamo un televisore vetusto che sta cominciando a dare cenni di cedimento perché ogni tanto l’immagine sembra passata attraverso i filtri di Instagram, ma la TV la guardiamo poco. Svariati apparecchi radio sparsi un po’ per tutto l’appartamento perché la radio, quella sì, ci piace e tanto. In camera radio e TV. La radio è un regalo di nozze, quindi ha più di 10 anni, mentre la TV era quella che usavo nel mio appartamentino da single in Veneto e di anni ne ha una dozzina. Sia io che mia moglie abbiamo da “mantenere” uno smartphone ciascuno, nel senso che una volta al mese lo ricarichiamo di 15-20 euro. Quello di mia moglie è nuovo, il mio ha già un paio d’anni. Anche il PC è vecchiotto. Almeno 5 anni. Ma con Linux riesce a funzionare ancora bene e in maniera accettabilmente veloce. Siamo lontani dai 186 euro al mese.

Siamo una famiglia anomala, non cambiamo il telefonino una volta ogni tre mesi come fa l’italiano medio, perché se no 559 euro di spesa ogni tre mesi non si spiegano. Così come non si spiega l’evidente contraddizione tra le gente cha piange miseria e si lamenta perché prende 1000 euro al mese e poi ne sputtana il 18,6% in cazzatine tecnologiche perché di comprare da mangiare, evidentemente, si può fare a meno, ma di avere l’ultimo modello con cui fotografarsi i piedi per spedire la foto su Facebook e con cui pavoneggiarsi con gli amici, mentre le bollette incalzano.

Ci meritiamo tutto quello che abbiamo, governo Renzi compreso, e molto di più.

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