I pregiudizi e il preconcezionismo occidentali sulla “primavera araba”

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“La primavera araba” è una di quelle espressioni vuote che hanno inventato gli occidentali per definire in maniera frettolosa e approssimativa fenomeni di protesta e di autodeterminazione della gente di Egitto, Libria e Tunisia che hanno radici e conseguenze molto complesse.

Probabilmente qualcuno pensava che a seguito di quei momenti di ribellione contro i tiranni e i dèspoti, Egitto, Libia e Tunisia si sarebbero trasformati in Paesi invasi da hamburger, fast food, Coca Cola a fiumi, e che avrebbero cambiato la loro mentalità e sensibilità sociale e religiosa in una dépendence a stelle e strisce.

E allora ci si indigna, e ci si continua ad indignare che in questi paesi gli Stati Uniti vengano così duramente e pesantemente vilipesi solo perché qualcuno ha avuto l’ardire di fare un film critico su Maometto.
Nel nostro mondo occidentale malato di protagonismo fino alle sue conseguenze più estreme e rivoltanti, non ci passa neanche per l’anticamera del cervello che quello che facciamo passare come “libertà di espressione” non possa e non debba andare a ledere il senso religioso dell’altro.
Non si tratta di “Ultimo tango a Parigi”, per cui l’arcinota scena del burro viene tagliata in nome di un bigottismo di maniera e di un senso del pudore che, anche a quei tempi, in Italia non c’era mai stato. Non si tratta di censura, anzi, proprio del contrario. E’ aperto e malcelato calpestare una sensibilità religiosa attraverso la realizzazione di un lavoro discutibile. La dissacrazione va bene contro i potenti o i politici di ogni razza e colore, non contro un diritto soggettivo della persona, quello di esercitare la propria libertà religiosa e non vedersi diffamati solo per questo fatto. O per il fatto di essere musulmani. Che non vuol dire essere figli di un dio minore, se il dio maggiore è il “vuoto mito americano di terza mano” di cui parlava il Poeta.

“Ho scritto gia’ una lettera al Governatore della Libia”

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Qualcuno ha deciso che l’Italia non si limiterà a fornire le basi logistiche per permettere a Francia e Inghilterra di andare a giocare ai soldatini in Libia. Anzi, il nostro Paese offrirà anche uomini e mezzi.

Napolitano che è a Torino a vedere "I Vespri Siciliani" di Verdi (un curiosissimo allestimento in cui l’invasore è vestito da nazista, in cui appaiono giornaliste in minigonna e microfono, e in cui si ricorda il dolore della vedova Schifani ai funerali del marito e della scorta di Giovanni Falcone) e si limita a dire "Ci aspettano decisioni difficili".

Non c’è stato un dibattito parlamentare, naturalmente. Il Parlamento è la sede naturale del confronto, e il confronto è democrazia. Solitamente la guerra ha ben poco a vedere con la democrazia. Se la sono giocata in commissione Esteri e Difesa del Senato. La Russa ha dichiarato, tra l’altro: "L’Italia ha una forte capacità di neutralizzare i radar di ipotetici avversari". Non si è ancora capito, con questa storia degli avversari ipotetici, se lui pensi che si tratti di un gioco di ruolo o chissà cos’altro.

Ci ha messo becco anche il PD, naturalmente, con D’Alema che ha colto l’occasione di esprimersi in maniera trasversale e allineata con la maggioranza. Del resto ha chiosato: "che si attivi un dispositivo di protezione della Nato, una rete di sicurezza indispensabile, perchè va bene la coalizione dei ‘willings’, ma la Nato è la Nato" (il massimo del constatazionismo!)

E siccome la Nato è la Nato, Gheddafi è Gheddafi, la Libia è la Libia e l’Italia è l’Italia, indirizziamo pure i nostri aeroplanini verso il paese di un signore un po’ boriosetto cui, fino a pochissimi mesi fa, abbiamo baciato l’anello, e che abbiamo invitato a calpestare la terra della gente d’Abruzzo che aveva in comune con lui solo le tende.

E allora spariamo a qualcuno, che ci prudono tanto le mani. La "Garibaldi" è già partita da Taranto. Ma anche questo è un particolare. Lo faremo passare per un revival della campagna di Libia, un sentimento misto tra nostalgico e post-moderno.

"E perché il sol dell’avvenire splenda ancora sulla terra/facciamo un po’ di largo con un’altra guerra!"

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Strage di Stato

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Forti degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, siglati con la visita nel nostro paese del Presidente Gheddafi, per l’occasione vestito come Michael Jackson, ci siamo dimenticati di 70 persone che morivano di sete e di ustioni su una barca della disperazione al largo delle coste siciliane.

Naturalmente il Governo di Berlusconi non vuole che l’evento venga strumentalizzato (si sa, la stampa è comunista), per cui chiede un puntuale accertamento dei fatti, come se cinque sopravvissuti possano essersi imbarcati da soli su una di queste carrette ed essersi inventati tutto dopo essere abbondantemente dimagriti a dovere ed essere arrivati sul nostro territorio in condizioni estreme.

Di quella gente non solo non è fregato un bel tubo di nulla a nessuno, ma non è stato nemmeno preso in considerazione il diritto alla dignità, all’esistenza e all’aspirazione dello stare un po’ meno male, se e quando è possibile.

Del resto la stampa nazionale si occupa della notizia con evidente imbarazzo, collocandola, sui vari siti web che è abituata a riempire (di cazzate, solitamente), al terzo posto, dopo averci detto che il caldo avrà una battuta d’arresto tra oggi e domenica e che, insomma, sia pure a singhiozzi ma si toprnerà a respirare.

L’opposizione non ha neanche chiesto che il Governo riferisca alle Camere, che, del resto, sono chiuse per ferie.

E allora di questa porcata non ci può importare di meno, del resto, se sono in difficoltà non è mica colpa nostra, che abbiamo ben altre preoccupazioni, dobbiamo giocare al Superenalotto, noi, migabàe!