Vittorio Feltri e Pietro Senaldi rinviati a giudizio per diffamazione nei confronti di Virginia Raggi (“La patata bollente”)

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‘Molti ricorderanno un ‘raffinatissimo’ titolo che mi dedicò oltre due anni fa il quotidiano Libero, “La patata bollente”, ed un articolo di Feltri condito dai più beceri insulti volgari, sessisti rivolti alla mia persona: nessun diritto di cronaca esercitato ne’ di critica politica… semplicemente parole vomitevoli. Avevo annunciato che avrei querelato il giornale e i suoi responsabili per diffamazione. L’ho fatto e oggi voglio darvi un aggiornamento: mi sono costituita parte civile ed il Gup di Catania ieri, accogliendo la richiesta della procura, ha disposto il rinvio a giudizio per il direttore Vittorio Feltri e per il direttore responsabile Pietro Senaldi. Andranno a processo per rispondere di diffamazione aggravata”

”E un primo importante risultato. Non tanto per me, ma per tutte le donne e tutti gli uomini che non si rassegnano a un clima maschilista, a una retorica fatta di insulti o di squallida ironia. E il mio pensiero va a tutti coloro, donne e uomini, che hanno subito violenze favorite proprio da quel clima”.
”Gli pseudo-intellettuali, i politici e alcuni giornalisti che fanno da megafono ai peggiori luoghi comuni, nella speranza di vendere qualche copia o conquistare qualche voto in più, arrivano persino a infangare la memoria di figure istituzionali come Nilde Iotti o a insultare le donne emiliane e romagnole. Patata bollente e tubero incandescente mi scrivevano..io non dimentico…vediamo come finisce in Tribunale questa vicenda”

Virginia Raggi, via Facebook

Gli uomini sono tutti pezzi di merda

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Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.
Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.

Forse non è stata una delle battute più felici della Finocchiaro. Proprio perché si basa su uno stereotipo, un luogo comune che ripetuto all’eccesso (quante volte ce lo sentiamo dire??) finisce col perdere la sua valenza critica per diventare quello che è, una frase fatta. Brutta (se vogliamo), che non fa ridere (certo), ma è pur sempre diritto di satira e ci mancherebbe anche altro offendersi per così poco. Poteva fare di meglio, questo sì, ma poteva anche fare di molto peggio. Non trovo nulla di offensivo nello sketch della Finocchiaro, ma mi chiedo che cosa sarebbe successo se a girare quel minispot sulla merdàggine del genere umano fosse stato un comico maschio, contorniato da bambini, che avesse detto “le donne sono tutte stronze” (o qualsiasi cosa aggettivale o sostantivale vi suggerisca la frase fatta e denigratoria), col bambino maschio che alza la manina e chiede “Anche la mia mamma??” e la risposta fulminante “Soprattutto la tua mamma!!” Ci sarebbe stato un plebiscito di indignazione, soprattutto femminile (oltre che femminista) con valanghe di tweet di condanna da parte della solita sinistra benpensante e quattrinaia (così ben rappresentata dalla “TV delle ragazze”) con tanto di radiazione del comico dalle fila della RAI. Forse la differenza fra uomini e donne è proprio questa: noi uomini, se ci dànno del pezzi di merda ci ridiamo. Le donne, se qualcuno dà loro delle “stronze” si incazzano a morte.

MA è, sempre e comunque, satira. Dio mio…

Tuberi incandescenti

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Ed eccoli di nuovo intrisi nella volgarità i giornali italiani pagati con i soldi dei cittadini e finanziati a suon di gettiti da finanziamento pubblico.

E, sia chiaro, la volgarità, come dice Francesco Merlo sul “Corriere della Sera”, non scandalizza di per sé, no, la volgarità annoia, stufa, in una parola, anzi, in tre, rompe i coglioni.

E “Libero” i coglioni li ha rotti, al di là di ogni ragionevole dubbio. Con queste frasine sessiste, con questi doppi sensi da osteria, con questi atteggiamenti che pretendono di fare onore al nome del quotidiano che, evidentemente, è libero di sbeffeggiare, libero di imbrattare la dignità della gente, libero di offendere, libero di trascinare nel fango, libero di fare di tutto meno che informazione.

Ho provato a cercare quanti soldi pubblici percepisce questo quotidiano. Non ho trovato informazioni precise al riguardo. Ho provato a chiedere al gruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle ma mi hanno cagato zero, nichts, nisba, nessuna risposta, se le tengono loro le informazioni, e allora diciamoci se anche se si trattasse solo di un centesimo dovremmo renderci conto in mano a che gente va il nostro denaro. Qualcosa bisogna fare. Non so cosa, ma qualcosa bisogna fare.

Questa sera Adriano Sofri da Fazio (e vai!!)

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E tra poco, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fazio sarà ospite Adriano Sofri.

Bene, cazzo, son proprio contento.

Son proprio contento che in Italia abbiamo un luminare della filosofia, della linguistica e della politica come Noam Chomsky, che va a fare conferenze su linguaggio e mente, risponde gentilmente alle domande dei giornalisti, veste dimessamente con le sue scarpine da ginnastica, ha quasi 90 anni e zompa come un grillo, ma noi gli preferiamo uno che è stato condannato in via definitiva per l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi, accusa sempre rifiutata ma dopo essersene assunta la corresponsabilità morale (si dovrebbe poter affermare, per contrappasso, che Calabresi poteva essere stato il mandante morale della morte di Pinelli, ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi la excusatio non petita di Sofri crolla) che non si è mai appellato alle sentenze di condanna che lo riguardavano, che ha caldeggiato fortemente l’indulto del 2006, che diede dello “squadrista” a Marco Travaglio e che scrive su “Libero” perché non ci si può far mancare niente.

Che uno dice, ma mentre c’è Sofri Chomsky è a Roma. Sì. E collegarsi con la sua conferenza no? Mettercisi d’accordo per un’intervista da trasmettere in differita?? Nemmeno, seh, figuriamoci, ci facciamo dire da un anarchico statunitense che non c’è più democrazia in Italia, no, no, molto meglio Sofri, volete mettere??

Charlotte Casiraghi, “ventisett’enne”

Reading Time: 2 minutesCharlotte Casiraghi ha partorito il suo primogenito. Notizia della quale, in sé, ci interessa il giusto. Cioè nulla.

Quello che ci interessa, è che nella foga di dare una non-notizia il Corriere della Sera, nel voler indicare la giovane età della neo mammina principessata (27 anni) ha scritto “ventisett’enne”.

Purtroppo non ho lo screenshot con l’errore marchiano del Corriere. Però, nell’andare a cercare su Google il termine esatto “ventisett’enne”, si viene rimandati a una foto-gallery su “Io donna” che contine rimandi testuali tipo “Ventisett’enne con l’apostrofo scritto sul Corriere” e un probabile commento di un utente che recita “Chi è quella bestia che ha scritto “ventisett’enne”?”

Ma quello del Corriere non è un errore isolato. Libero, il portale di Wind-Infostrada ci dice che un “Ventisett’enne soffre di diabete” (e va beh, ce ne saranno anche di più giovani, suppongo)

mentre “La provincia di Varese”, nel riferire della traslazione della salma di un giovane morto all’estero, ripete lo stesso identico errore

E basterebbe scrivere “27enne”. Fa un po’ SMS ma almeno non ci si fanno queste figure cacine.

L’astrofica di Libero

Reading Time: 2 minutesNon mi preme tornare sulla morte di Margherita Hack, perché è una tragedia troppo grande da sopportare per le fragili gambine della cultura italiana, ma su come questo evento abbia dato il via a una serie di ripercussioni a livello di divulgazione della notizia da far veramente temere per l’informazione italiana.

Il quotidiano Libero, nella sua versione on line (e ormai lo sa tutto il web, ma pazienza, non è mia intenzione arrivare primo), ha intitolato “Scienziati: è morta Margherita Hack, icona dell’astrofica mondiale”. “Astrofica” e non “astrofisica”, dunque. Un refuso che ha creato una ilarità involontaria di effetto contrastivo rispetto alla notizia. Pazienza, la frittata era fatta.

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La spiegazione del quotidiano è stata piuttosto lacunosa, in verità. Quell’ultim’ora sarebbe stata ripresa dai Feed RSS dell’agenzia di stampa ADN Kronos, che avrebbe, a dire di Libero, commesso originariamente l’errore. Logico che se A scrive una cosa, anche B che copia da A riproduca integralmente l’errore.
A parte il fatto che qualsiasi documento che provenga da un Feed RSS può essere editato, ossia scritto, corretto, emendato, salvato e modificato, a parte questo, dicevo, la giustificazione di Libero sembra un po’ come quella di Pierino che si si vede affibbiare un 4 perché ha copiato il compito da Gigetto ed è stato Gigetto quello che ha sbagliato, lui ha copiato solo, quindi a Gigetto spetta il 4 mentre Pierino prende 8 perché l’errore non era suo. Già, però ha fatto l’errore di copiare senza guardare quello che copiava. Ancora oggi la pagina è in linea immodificata.

Un rimando alla notizia riporta “Muore Margherita Hack, la lady delle stelle”, con tag che riportano al refuso e ad altri argomenti correlati. Meno male, “l’astrofica delle stelle” sarebbe stato un po’ indelicato.

Ma c’è di più. Sulla notizia riguardante la morte della Hack c’era un sondaggio che riguardava lo stato d’animo dei lettori. Una trentina di clic erano di lettori che si autodichiaravano “allegri”.

Essere “allegri” per la morte di un personaggio della levatura della Hack è come essere felici per la morte di Nelson Mandela! Ma, si sa, la persona di colore fa paura, e il ministro Kyenge, colpevole, agli occhi di Libero, di voler eliminare il reato di clandestinità, non fa eccezione. Già, ma perché non se ne va via?

Libero: “Luca Abbà, il 37enne No-Tav fulminato su un traliccio se l’è meritata?”

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Ecco, per favore, ora ditemi voi che gusto ci trova un quotidiano come “Libero” nel postare un sondaggio d’opinione tra i suoi lettori, o comunque tra tutti coloro che, a qualunque titolo, trovano diletto nel cliccare tra le sue pagine anche le più futili provocazioni, che chieda se Luca Abbà, il giovane 37enne No TAV rimasto folgorato e successivamente caduto da un traliccio della corrente elettrica, se la sia andata a cercare o meno. Anzi, di più, se se la sia meritata.

Ora, cercate di capirmi, non me ne frega niente se questo ragazzo sia un No-TAV o no. E’ salito su un traliccio per protestare, ha beccato i cavi della corrente elettrica e ora è in condizioni disperate per quello che ne è seguito. Cazzo, è una tragedia.

Ma secondo voi la gente se le va a cercare le tragedie? Col lanternino??

E c’è gente che risponde pure: “sì, se l’è cercata!!!” Perché vedrai che se non fosse stato un No-TAV e fosse stato a favore della faraonica opera che servirà a un bel nulla, probabilmente non avrebbe avuto voglia di protestare, se non avendo voglia di protestare non avrebbe avuto nemmeno l’istinto di andare su un traliccio, e se non andando sul traliccio non si sarebbe arrostito con l’alta tensione, e non avendo presop la scossa probabilmente non sarebbe caduto e non sarebbe in coma farmacologico, anzi, probabilmente se si fosse fatto i fatti suoi adesso sarebbe con i suoi cari a godere dell’esproprio dei terreni per farci passare in mezzo un treno di quindici anni fa.

Sono sillogismi che non servono più a nessuno. E’ un modo di fare giornalismo su Internet che fa ormai ribrezzo. O magari “anche no”.

Vile agguato all’incolumita’ di Maurizio Belpietro, direttore di “Libero”

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E’ evidente che il clima avvelenato degli ultimi tempi ha portato i soliti dipietristi, anarco-insurrezionalisti, giustizialisti, comunisti, sinistristi, travaglisti, a perpetrare il vile agguato all’incolumità di Maurizio Belpietro.

Lo scopo del’esecrabile gesto è fin troppo evidente: far chiudere la bocca a una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano, imprescindibile per il punto di vista neutrale nel dibattito democratico e nota per le prese di posizione pacate e mai sopra le righe espresse in ogni sede, dalla carta stampata alla televisione.

Per fortuna il giornalista era protetto da una scorta regolarmente retribuita dai cittadini che pagano le tasse (quelli che non le pagano non sono degni di offrire protezione a chi esprime liberamente il proprio pensiero!) e il malintenzionato anarco-comunista-travaglino, la cui mano sozza intendeva insanguinarsi nella linfa vitale del direttore Belpietro che, sia detto con chiarezza, non solo è ancora vivo (cosa di cui ringraziamo la Divina Provvidenza) ma gode di ottima salute.

Come è comprensibile, la scorta al giornalista Belpietro è stata raddoppiata. Siamo felici che il sacrificio di tanti italiani ossequiosi del pagamento delle imposte vada a intensificare la indispensabile protezione destinata alla nobile Voce che preserva, da anni, libertà e democrazia nel nostro paese.

Per un pugno di gnocca

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Oggi la prima pagina di "Libero" era questa.
Sul serio, non mi sono inventato nulla (credetemi almeno voi, per favore…).

Vittorio e i suoi Feltri sono andati a fare un bagno nelle fontane dell’Accademia della Crusca e in quelle della cazzatologia giornalistica spicciola, che vomitano scempiaggini a getto continuo.

Adesso il guaio dell’Italia è la gnocca. No, dico, la gnocca.
L’alpha e l’omega, lo yin e lo yan, il motore immobile, il refugium peccatorum, la consolazione degli afflitti, il rimedium rimediorum, il superlativo assoluto, la monade leibnizia, insomma, la gnocca è un guaio, mentre Berlusconi no.

Ma varrà più di Berlusconi un po’ di gnocca o no?

E poi "gnocca", che parola volgare! Ma come si fa a usare un termine bassamente milanese, con tutta la ricchezza lessicale che esprime l’Italia? Sarebbe bastato un venetissimo "mona", se proprio Feltri e i suoi volevano a tutti i costi risciacquare i panni nel Po.

Giudici con le mani legate, leggi confezionate su misura meglio di un abito della Facis.

E la colpa è della gnocca!

La gnocca muove il sole e le altre stelle. Mica le intercettazioni telefoniche!

Valerio Di Stefano – Libero poco libero

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Con una e-mail inviata il 18 ottobre scorso a tutti i titolari di un account di posta elettronica @libero.it (o iol.it, blu.it, inwind.it), il colosso italiano del free-internet ha annunciato che "da Novembre la fruizione in modalità POP3/Imap4 (attraverso i principali software quali Ms Outlook, Eudora etc.) continuerà a essere garantita solo per i clienti di LiberoADSL, Libero Free, Inwind e di tutti i servizi di collegamento a Internet forniti da Wind".

 

Con due sole righe in formato HTML, Libero rende partecipi i suoi utenti del fatto che presto non sarà più possibile accedere alla posta elettronica mediante POP3 se ci si collega a un provider Internet diverso da uno dei tre segnalati nel brano citato. In parole povere ma ricche, da novembre se vi collegate a Tin.it e, aprendo il vostro programma di posta elettronica preferito, desiderate ritirare la corrispondenza giunta a un vostro account di Libero, non potrete più farlo.

 

Ovviamente rimane inalterata la possibilità di consultare la propria mailbox attraverso l’interfaccia web e di interagire con i servizi tradizionalmente offerti via browser, ma non è ancora chiaro, ad esempio, se collegandosi a Libero sarà ancora possibile continuare ad avere accesso mediante POP3/Imap4 alle caselle di posta elettronica eventualmente presenti su altri provider. 

La notizia conferma la linea di progressiva chiusura che Libero sta portando avanti nei confronti dei servizi inizialmente offerti all’utenza. Si cominciò con la riduzione del numero di SMS inviabili dal portale web dopo l’acquisizione di Libero da parte di Wind, ma fu un fenomeno piuttosto generalizzato considerati i continui abusi da parte degli utenti per questo tipo di comunicazioni, che fu contemporaneamente condiviso da un buon numero di altri provider. E’ normale che nessuno ci abbia fatto caso più di tanto.

 

Poi ci fu il ben noto problema dell’affidamento a terzi da parte di Libero delle protezioni antispam, protezioni che si rivelarono fallimentari nei rapporti con Yahoogroups, il più noto provider di mailing-list e gruppi di discussione, la cui conseguenza portò all’entrata in bouncing di migliaia di indirizzi @libero.it che, dopo una serie di reazioni a catena, si sono visti negare, senza che Yahoogroups avesse la benché minima responsabilità in merito, l’accesso a centinaia e centinaia di conferenze nelle principali lingue europee.

 

A questo seguì la restrizione, ufficialmente per motivi di sicurezza, della possibilità di gestione via ftp dello spazio web offerto gratuitamente dai server ai soli utenti che si collegavano con la numerazione di Libero.

 

Quest’ultima iniziativa sembra voler confermare non soltanto una strategia di mercato (diamo ciò che vogliamo solo a chi viene a comprarlo da noi) che vede Libero offrire una gamma di servizi aggiuntivi (antivirus, antispam, possibilità di invio o di ricezione di allegati dalle dimensioni maggiori), ma, soprattutto, sembra mettere a tacere quanti, erroneamente, hanno sempre pensato a Internet come al Paese di Bengodi, in cui tutto è gratuito e in cui, soprattutto, tutto è dovuto.

 

E’ senza’altro dura per l’utente finale riuscire a pensare che ciò che prima era perfettamente raggiungibile e a portata di click adesso possa essere raggiunto solo aprendo il portafoglio, o, in alternativa, fornendo i numeri della carta di credito. In questo senso l’iniziativa è allarmante, e non certo perché Libero non sia in teoria padrone di poter gestire le proprie risorse come crede meglio.

 

Ciò che dovrebbe scandalizzare, dunque, non è la privazione di un qualcosa che prima veniva offerto gratis (esempi ce ne cono a centinaia, l’ultimo in ordine di tempo è stata la chiusura del servizio di chat da parte di MSN) e che adesso non c’è più, ma piuttosto una tendenza da parte delle aziende che gestiscono il monopolio dell’e-mail a creare difficoltà sempre maggiori all’utente finale che, lungi dal dover avere per forza tutto e subito, si ritrova comunque, per inesperienza o necessità, ad essere in difficoltà anche notevoli.

 

Immaginate un professionista che si sposta con il suo portatile e che per scaricare la posta di tre o quattro account dovesse collegarsi ogni volta a tre o quattro numeri diversi. Ma internet è anche questo. Occorrerà ricordarsene, prima di poter gridare che l’utente è davvero… libero!