“Bella ciao” è il canto unificante e di libertà di ogni italiano. Non confondiamo le carte in tavola.

bellaciao

Viviamo certamente in un’epoca di depravazione e crollo dei valori e dei punti di riferimento se nell’opinione pubblica si insinua il dubbio che il canto partigianoBella Ciao” non rappresenti più valore unificante, ma costituisca, al contrario, una rappresentazione “di parte” dei valori della Liberazione. Certo che “Bella ciao” è un canto di parte. E la parte di cui è espressione è quella vincente e vincitrice, quella buona, quella che ha sterminato il fascismo, la parte di chi ha lottato e ha vinto, il partigiano morto per la libertà, il fiore che è sbocciato la mattina in cui ci siamo svegliati tutti e abbiamo trovato l’invasor e ci siamo sentiti di morir. Sono parole che riguardano tutti, sia chi l’invasione l’ha vissuta sul serio e ha visto la Liberazione quella vera, sia chi è nato dopo e la Libertà se l’è ritrovata in mano bell’e fatta. Anche la libertà di andare a Cremona -come è successo recentemente- e fare una commemorazione del duce a braccio destro teso è frutto di quella libertà per cui sono morti i partigiani. Anche la libertà di un lettore di scrivere a un giornale e delegittimare il canto partigiano per eccellenza. E se “Bella ciao” non ha valore unificante mi chiedo allora che cosa lo abbia, “Faccetta nera”? Quando si cominciano a negare i punti fermi tutto il pensiero conseguente crolla miseramente, e se abbiamo ancora la possibilità di dire qualcosa lo dobbiamo al partigiano che ci ha portato via, non al fascista vile e traditor. La storia non si inverte. E “Bella ciao” resta.

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Libertà d’espressione vo’ cercando

Un'immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia
Un’immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia

A me il 25 aprile è sempre piaciuto.

Sarà perché, da che io ricordi, c’è sempre stata un’aria primaverile e friccicarella. O perché il 25 aprile ti accorgi che è giusto cantare “Bella ciao” a Adele Marie (ah, Adele Marie è mia figlia, ha un anno!) che batte le manine anche se non sa perché. O anche perché è il compleanno di valeriodistefano.com ed è una data che ti ricorda che bene o male qualcosa di buono l’hai fatto e che il blog è ancora in piedi (anche se i soliti paladini delle libertà hanno tentato di sparargli alle gambe).

Insomma, mi piace l’idea di avere una Liberazione con la maiuscola da ricordare e di essere una persona libera grazie al sacrificio di tanti che adesso non ci sono più (“e questo è il fiore/del partigiano/morto per la li-ber-tà”).

Poi oggi è anche bello festeggiare un’altra liberazione (con la minuscola, stavolta, ma non meno importante), quella di Gabriele Del Grande dalle carceri della Turchia, dove qualcuno cercava evidentemente di raggiungere qualcosa di più prezioso della sua libertà personale, la sua libertà di opinione, di critica e di denuncia (se no non lo avrebbero tenuto una dozzina di giorni recluso senza nemmeno la formulazione di un capo di imputazione).

Perché oggi ci teniamo un po’ tutti di più alla libertà di dire, di esprimersi, di parlare, di criticare, magari anche di sbeffeggiare e di fare satira. Però poi domani ricominciamo tutti a prenderela con quel giornale che ha pubblicato quelle cose che non ci stanno bene, con quell'”amico” di Facebook che ci ha “imbrattato” la bacheca delle sue opinioni politiche, no, ma come si permette, una bacheca così onorata, ricominceremo con le sempiterne solfe del “ma Lei non sa chi sono io, badi a come parla, io la querelo!”

Nulla di nuovo. Se solo non ricordassimo (e nonce lo ricordiamo!) che quello che siamo lo dobbiamo proprio al 25 aprile: bentornato Gabriele (e Adele Marie batte ancora le manine).

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Elogio delle stampelle

La cosa bella di quando cammini con le stampelle, ammesso che possa essercene una, è che hai sempre ragione. Anche quando hai torto.

Perché una persona con le stampelle non sa muoversi bene, poverina, quindi immette nell’animo altrui quel senso di resa e di compassione che sono necessari per sentirsi abbastanza in colpa da farsi da parte.

Si pensa che uno che cammina con le stampelle (o che si muove su una sedia a rotelle, si veda il caso), solo per il fatto di essere diversamente deambulante (Alfano ci ha massacrati!) non possa anche essere tremendamente stronzo e prepotente. E questo, chiaramente è falso.

La cosa che mi piace di più delle mie stampelle sono i catarifrangenti. Tre centimetri quadrati di plastica rossa che si illumina all’illuminazione dei veicoli. Poter andare in giro anche col buio, col sopraggiungere dell’autunno, mi dà un senso di sicurezza incredibile. Peccato che non ci siano i riscaldamenti.

Quando attraverso la strada (ovviamente sulle strisce e col semaforo verde, perché le stampelle ti aiutano a essere rispettoso delle regole) c’è sempre qualcuno che inchioda con la macchina per evitare di prendermi sotto. E la soddisfazione più grande è dirgliene di tutti i colori, tanto quello sta zitto perché sei uno zoppino che attraversa la strada sulle strisce e col semaforo a favore. Le signore con stampelle sono avvantaggiate perché possono aggiungere un liberatoria “Maschio sciovinista!” che male non fa mai.

Stamattina una signora aveva ostruito con la macchina uno scivolo per carrozzelle dal marciapiede. Sono arrivato con le stampelle e l’ho guardata dritta negli occhi. Sembravo Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”. Era spaventata davvero. E’ rientrata nella macchina, l’ha messa in moto per spostarla ma non si accendeva più. Il ferrovecchio ha tossito tre o quattro volte prima di muoversi. La signora era in un bagno di sudore. “Oddìo, oddìio, mi scusi…” e va beh, mi scusi un accidente, cosa crede che ce li mettano a fare gli scivoli in cima e in fondo ai marciapiedi, perché poi viene lei a rendere difficile il passaggio alle povere persone prive di capacità di muoversi come me che guardi qui, poverino, come sono invalido…

In breve, avere le stampelle autorizza ad essere cattivi, e questo è bellissimo.

La cattiveria più grande è quella di qualche giorno fa. Una ragazza piuttosto giovane, ma sposata, è seduta in macchina e parla al cellulare col suo amante. O, forse, con un suo confidente. Mentre parla armeggia con un altro cellulare. Probabilmente scrive a qualcuno. Passo. Dice “…ma sei scemo? Ma lo sai che se ci scopre mio marito ci ammazza tutti e due?…” Supero la macchina (stampelle brum-brum) e mi dirigo verso casa. La scema mette in moto e sgomma nella mia direzione a velocità sostenuta. Mi nota e frena, guardandomi come per dire “Mi scusi ma pensavo ad altro”. Io le dico che se suo marito la becca e la corca ben bene non sarebbe nemmeno una cattiva idea, e vedo il sangue crearle un rossore subitàneo sul viso.

Fàtevele anche voi un paio di stampelle!

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Liberazione e la grazia per Annamaria Franzoni



"Liberazione" si definisce "quotidiano comunista". Come il Manifesto.
Solo che di "comunista" ha solo una tinteggiatura di facciata. Come il Manifesto.

In questi giorni Liberazione si è fatta promotrice di un appello alla grazia per Annamaria Franzoni, indulgendo all’umana pietà per una mamma che non può vedere i propri figli.
Ci sarebbe da spiegare a Lorsignori che c’è anchce un bambino di tre anni che, per responsabilità riconosciuta della madre, una madre non può più averla. E neanche un padre, e neanche una vita.

Basta essere madri e si riesce a sovvertire qualunque tipo di diritto costituito e costituzionale.
Ammazzi il figlio? Ti diamo la grazia perché sei una madre, picchi tuo figlio o lo abbandoni in un cassonetto perché sei fuori di testa? Conta pure sull’umana comprensione di questi buonisti extraparlamentari, perché sei una mamma e solo per te la canzone vola.

Ci sono molti padri che per effetto della carcerazione non riescono a vedere i loro figli? Quello non importa. Come se non fosse un diritto per un bambino avere anche un padre (oltre che una madre rompicoglioni).

La vera Liberazione che si dovrebbe festeggiare è quella da questo giornalismo cialtrone e di maniera e dopo il catto-comunismo e il comunismo radicale ci mancava solo il comunismo franzoniano!

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