Dylaniati da un Premio Nobel

hurricane

Certo che il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha fatto incazzare parecchi!

L’obiezione più ovvia e scontata che i rosicatori muovono a Zimmerman è che la sua non sarebbe letteratura, o che i suoi testi con la Letteratura scritta con la majuscola abbiano ben poco a che vedere. Naturalmente nulla di più sballato e sbagliato. LA domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: i testi delle canzoni sono delle poesie? Sì, senza dubbio. Poi ci sono delle poesie di qualità e delle poesie da tirare alle ortiche. Il connubuo tra i versi e la musica, almeno in senso moderno, risale ai trovatori provenzali e ai trovieri in lingua d’oil. Erano i cantautori o gli chançonniers di allora. Alcune delle loro canzoni (le chiamavano proprio così) avevano dei bei testi, altre zoppicavano un po’, ma oggi studiamo Bernart de Ventadorn, Guglielmo IX, Jaufré Rudel e altri direttamente nelle antologie scolastiche, oltre che nei corsi universitari di filologia romanza. Chi deride Bob Dylan oggi sono gli stessi che invocano dignità letteraria per Fabrizio De André.

E tanto per citarne uno, quelle di Dylan non sono solo canzonette. Non sono nemmeno soltanto canzoni di protesta, chè Dylan ha cantato storie di persone (“Hurricane”), storie d’amore (“Romance in Durango”), storie di speranza (“I shall be released”). E ho nominato solo le canzoni che mi piacciono di più.

Un amico ha scritto recentemente su Facebook che chi parla male di Dylan oggi probabilmente non è in grado di elencare nemmeno dieci brani incisi dal cantautore americano, e io sono perefttamente d’accordo con lui.

Poi uno dice: “Ma Bob Dylan è un antipatico!” Senz’altro. Anche chi lo osteggia non brilla per simpatia. Ma lui ha vinto il Nobel e gli altri no. O come ci son rimasti?

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La morte di Günter Grass

Grass

E’ morto Günter Grass. E ora tutti a fare gli intelligentoni, gli intellettuali tronfi e pieni di sussiego, come spesso accade quando muore un Premio Nobel. E va beh, muore tanta gente! E forse c’è da rimanere ancora del tutto allibiti davanti all’autoaccusa dello stesso Grass di aver simpatizzato e fatto parte del partito nazista quando era diciassettenne. Ecco, se ci ricordassimo questi insignificanti dettagli della vita di una persona magari ci ricorderemmo anche che oggi, oltre a Günter Grass è morto anche Eduardo Galeano, che, magari, qualcosa di (più?) interessante da raccontarci ce l’ha avuta.

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La morte di Carlos Fuentes

In un giorno come quello di ieri, in cui il web “culturale” è stato impegnato a inseguire l’ennesima falsa notizia inerente la morte di Gabriel García Márquez (uno scrittore che per i media è già morto sei o sette volte), tutti o quasi si sono dimenticati della morte, quella vera di Carlos Fuentes.

Intellettuale finissimo, impegno politico e civile integerrimo (fu ambasciatore messicano in Francia), sperimentatore ardito ed arguto, Fuentes ebbe uno spirito critico implacabile.

Mancherà a molti. Soprattutto a quelli che non lo hanno mai conosciuto.

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Sulla tomba dell’eroe: morte di Ernesto Sabato

La morte di Ernesto Sábato (che si scrive con accento, anche se lui non lo metteva nella sua firma) è una di quelle notizie che sono state divorate dai media, tra beatificazioni e matrimoni reali. Appena pochi secondi in TV, poche righe su qualche giornale, generalmente quello che si riserva agli uomini miti e che preferiscono parlare più con la propria opera narrativa e saggistica che con la dipartita dagli uomini, che nel caso del Nostro, è avvenuta a pochi giorni dal compimento del centesimo anno di età.

Naturalmente in Argentina, terra che gli diede i natali, lo piangono tutti. Naturalmente in Italia, nazione di cui, pure, era cittadino, non se lo fila più nessuno.

L’Italia ignora un suo cittadino che fu presidente e fondatore dell’organismo d’inchiesta più autorevole sui desaparecidos argentini.

Considerato il fatto che il primo romanzo di Sábato è stato tradotto in italiano vent’anni dopo la sua prima pubblicazione in lingua castigliana, forse tra un altro ventennio ci renderemo conto di quello che il mondo ha perso.
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Il Premio Nobel per la Letteratura va a Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa ha vinto, dunque, il Premio Nobel per la Letteratura.

E’ bellissimo sapere che la lingua castigliana abbia dato al mondo l’espressione dell’opera della migliore letteratura.

Mentre l’Accademia Reale di Norvegia assegna il Premio Nobel alla produzione letteraria di una persona degnissima, in Italia l’insegnamento del castigliano come seconda lingua straniera è stato ridotto a tre ore settimanali per tutti gli ordini e gli indirizzi di istruzione dell’insegnamento secondario di secondo e a due ore settimanali in quelle di primo grado (le cosiddette "scuole medie"). Applausi! (A Mario Vargas Llosa, dico…)

I Premi Nobel per la letteratura assegnati ad autori ispanòfoni:

1904 – José Echegaray y Eizaguirre (in riconoscimento delle numerose e brillanti composizioni che, in maniera individuale ed originale, hanno fatto rivivere la grande tradizione del dramma spagnolo);

1922 – Jacinto Benavente (per il felice metodo col quale ha proseguito la tradizione illustre del dramma spagnolo)

1945 – Gabriela Mistral

1956 – Juan Ramón Jiménez (per la sua poesia piena di slancio, che costituisce un esempio di spirito elevato e di purezza artisica nella lingua spagnola)

1967 – Miguel Ángel Asturias (per i suoi vigorosi risultati letterari, profondamente radicati nei tratti distintivi e nelle tradizioni degli Indiani dell’America Latina)

1971 – Pablo Neruda

1977 – Vicente Aleixandre

1982 – Gabriel García Márquez (per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente)

1989 – Camilo José Cela

1990 – Octavio Paz

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Parole da odiare: mediterraneo

(variazioni su un tema di Paolo Conte)

Una delle aggettivazioni che odio di più è "mediterraneo/a".


Intendiamoci, non riferita al mare, di cui contribuisce a creare il nome, e, pertanto, andrebbe con maiuscola.

No, proprio in funzione aggettivale. Quando si dice "musica mediterranea", "donna mediterranea", "dieta mediterranea", c’è subito di che andare in bestia.

Le donne che dicono "io sono un tipo molto mediterraneo" ti fanno strappare via gli schiaffi dalle mani subito.
Ma perché, che cos’è un "tipo mediterraneo"? Occhi neri, capelli neri, lunghi, seno di granito alla Sophia Loren ne "La Ciociara", labbra carnose, insomma, uno stereòtipo visto alla TV, perché sono mediterranee anche le normanne siciliane che sono bionde e che possono avere anche le labbra sottili.

La "musica mediterranea" è composta, nello stupido immaginario collettivo, da tarantelle, pizziche, echi orientaleggianti, ‘o sole, ‘o mare, ma è mediterranea anche la musica che viene da Trieste o da Venezia che sono, si veda il caso, affacciate sul Mar Mediterraneo.

E che dire della "letteratura mediterranea"? Un guazzabuglio che comprende Izzo, Joyce, la scuola siciliana del ‘200, Eduardo de Filippo, Mikis Theodorakis e Federico García Lorca. Che non c’entrano un cazzo.

Provate a digitare "dieta mediterranea" su Google. La prima immagine che vi appare è quella degli spaghetti conditi con il basilico, l’olio extra vergine di oliva e… il pomodoro.

Il pomodoro nella dieta mediterranea? Ma il pomodoro è entrato in Europa dopo il 1492! Viene dall’America. Sarà per quello che i pomodori mi stanno vagamente sui coglioni?

Non ci posso fare nulla. Non posso proprio sentirmi "mediterraneo".
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Edoardo Sanguineti, morto di malasanita’

Ora, ditemi voi se quest’omino qui, che si è sempre occupato di poesia, che parlava di linguaggio e open source, un signore di ottant’anni amabile, dalla faccia assolutamente non offensiva, che scriveva cose come " La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina", ecco, ditemi voi se un omino così deve morire in un pronto soccorso per le conseguenze di un aneorisma, senza minimamente venire soccorso per più di due ore, perché non è un codice giallo.

Sono i poeti e gli intellettuali a morire di malasanità, a fare la fila a un pronto soccorso di un servizio sanitario pubblico. Sono loro e i poveracci. Perché far morire un poeta significa condannarlo all’oblio, e di Edoardo Sanguineti, il giorno dopo, non si ricorda quasi più nessuno.
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Per Wikipedia qualcuno era comunista

All’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Comunismo è disponibile un portale dedicato al Comunismo, "punto di partenza per trovare facilmente le voci riguardanti il Comunismo e il Marxismo, gli stati e i partiti, la loro storia, le persone e gli eventi legati a queste ideologie", una cosa fine e delicata, non c’è che dire, un pensiero gentile.

Vi potete trovare, raggruppati, personaggi, eventi, citazioni, tutto ciò che al Wikipediano può far piacere visitare all’interno delle voci sul comunismo.

Tra queste sezioni, anche quella, decisamente imprescindibile, su "alcuni artisti e scrittori comunisti".

Tra loro compaiono, tra gli altri (dallo screenshot si vede che li ho cliccati) il tedesco Heinrich Mann e lo spagnolo Federico García Lorca.



Il primo, per quelli che non lo sanno, Baluganti Ampelio in testa, fu fratello del più conosciuto Thomas, ma, a mio giudizio fu romanziere più raffinato ed è rimasto uno di quegli artisti che se non avessero avuto un fratello di tale levatura, sarebbero considerati molto di più nella storia della letteratura (analoga sorte toccò a Manuel Machado, fratello di Antonio e, ahilui, franchista). L’altro, va beh, non c’è bisogno che vi spieghi chi era Federico García Lorca.

Andate poi alle voci relative a questi due artisti, che chissà che cosa hanno fatto di male  per essere considerati di "comunisti" da Wikipedia e cercatemi una qualche adesione a un Partito Comunista qualsiasi.
Non c’è. E sapete perché non c’è? Perché non vi aderirono mai, magari saranno stati simpatizzanti, avranno frequentato ambienti politicamente vicini, ma c’è la stessa differenza che corre tra l’andare a comprare il gelato al circolo ARCI "Arena del Popolo" di Vada (tra l’altro lo facevano buono!) e il prendere una tessera. Magari qualcuno è stato considerato comunista perché è andato una sera a mangiare salsiccia e fagioli alla Festa dell’Unità, o ha ballato il liscio presso la Sezione di Brescello assieme a Peppone mentre Don Camillo prendeva a fucilate i "rossi".


E allora non rimane che prendere in mano il davvero incommensurabile "Professor Unrat" (letteralmente "Il Professor Sporcizia", tradotto in italiano con il titolo "L’angelo azzurro", perché noi siamo sempre in leggera controtendenza) e rileggerselo.

Quanto a Federico García Lorca, dargli del comunista è davvero limitarne la grandezza e la portata letteraria, oltre che dire una cosa palesemente non corrispondente alla verità. García Lorca era tutto e il contrario di tutto, se stesso e altro da sé, figuriamoci se poteva perdere tempo e confondersi coi comunisti.

E per Wikipedia, qualcuno era comunista perché l’hanno detto loro.

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Miguel, estamos todos. Te queremos mucho. – Le ceneri innamorate di Miguel Delibes

Quando in Spagna muore uno scrittore del calibro di Miguel Delibes, forse l’unico vero autore di romanzi e narrativa del dopoguerra (civile!), c’è un senso di partecipazione, di ordine, di silenzio, di rispetto, di consapevolezza di aver perduto, in un intellettuale, qualcosa di proprio.

Così, al funerale di Miguel Delibes c’era quella solennità austera, quel senso di appartenenza tipico della Vecchia Castiglia, con cerimonia sobria nella cattedrale di pietra nuda di Valladolid.

Da noi la morte di una persona di statura e levatura simile sarebbe stata liquidata con un servizio di mezzo minuto al TG3.

Don Miguel, l’autore di capolavori come "La sombra del ciprés es alargada" (premio Nadal, 1947) e "Cinco horas con Mario", se n’è andato mentre i suoi cari gli dicevano "Miguel, estamos todos; te queremos mucho."
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E’ morto lo scrittore uruguaiano Mario Benedetti



E già che oggi mi ritrovo, tra un collegio docenti e un compito da preparare, a riflettere sul fatto che della cultura spagnola o di lingua spagnola, in Italia non si dà conto se non quando si tratta dei coglioni di Franco, vi segnalo la morte dello scrittore uruguaiano (odio quelli che dicono "uruguayo" perché va tanto di moda, peggio ancora i sostenitori della pronuncia "uruguagio" che mi fanno scendere il latte alle ginocchia, le abbiamo le parole in italiano, usiamole e vaffanculo…) Mario Benedetti.

Benedetti fu uno scrittore a tutto tondo, giornalista, poeta, saggista, autore di teatro e romanziere.

Ma soprattutto era una personcina schiva, estremamente modesta, non ha avuto il successo planetario di un García Márquez o la scrittura sanguigna di Ernesto Sábato (chi era mai costui, si chiederà il nostro valoroso e affezionato lettore Caciagli Edo -o Risaliti Brunero, vedete un po’ voi-, se lo vada a guardare, inclito utente e più non ci accasci!) ma scrisse un romanzo che si intitolava "La tregua" (già, lo stesso titolo di Primo Levi) e che ebbe un successo molto rilevante in Sud America (ma già, c’importa assai del Sud America a noi…).

Così la cultura se ne va, lasciandoci soltanto una nube di ignoranza.
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Alessandro Baricco, Robin Hood della TV -per tacer del teatro-


Alessandro Baricco è uno scrittore da annoverarsi nella categoria che mia moglie definisce degli "ingiustamente sopravvalutati".


Dotato di scarse capacità inventive e narrative, scrve romanzi intorno al niente e, proprio per questo, il pubblico lo osanna, quando non si autoosanna da solo.

Logica vuole che uno come lui faccia assurgere la sua figura a quella di "vate", che profetizza ora su questo, ora su quest’altro argomento, con la solita mancanza di argomenti, ma per il puro gusto (incomprensibile alle persone di buon senso) di esserci.

Ultima in ordine di tempo la sua sparata per cui non si può pensare che la cultura sia finanziata interamente con i fondi statali (ma Baricco non ha ancora capito che se la cultura non appartiene allo stato, inteso in senso di collettività, non può appartenere a nessuno, perché Internet stessa ci insegna che là dove ci si illude di concentrare la cultura sotto un’unica denominazione, si ha il controllo totale delle informazioni), per cui, la soluzione di Baricco non può essere che quella di togliere al teatro e dare alla TV. Come dire, togliamo ai poveri e diamo ai ricchi.

In puro stile berlusconisca, Baricco pensa che il teatro non serve a nulla, meglio quei soldi darli alla TV pubblica che li userà sapientemente per ammannire tette e culi a volontà tra veline e pacchi, la prosa, la lirica, la rivista vadano pure in pensione.

Meglio Bonolis che la Mandragora, dunque, meglio la Hunzicker di Mirandolina, meglio Greggio e Iachetti di Garinei e Giovannini.

L’intelligenza dell’Italietta filo fascistoide non riesce a produrre nulla di meglio, evidentemente.

A parte la profezia apocalittica di Baricco, secondo cui, con la crisi economica prenderà fuoco tutto più facilmente. Speriamo anche i suoi libri.

(screenshot da repubblica.it)
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Il sergente sotto la terra: Mario Rigoni Stern

E’ bella questa foto di Rigoni Stern e della moglie.

L’ho scelta perché mi ha ricordato una delle prime pagine de "Il sergente nella neve".
Quando Rigoni (personaggio e autore, chè quando si è montanari non si ha il tempo di esser troppo sofistici su queste sottigliezze) racconta delle lettere spedite alla ragazza.
La chiama così, la "ragazza", Anna.

Si legge nel romanzo che vorrebbe scriverle di tante cose, della vita che fa a sfregare il grasso sul fucile, della farina macinata grossolanamente sul fronte per cucinare una polenta durissima (ma buona, sembra), dei compagni morti, del rancio che si congela mentre gli viene portata la gavetta.

Ma invece di scriverle "rancio", "gavetta", "neve", "congelare", "fucile" continua a scrivere "bene", "baci", "amore" e "ritornerò", sapendo che la ragazza non avrebbe capito niente della guerra.

Rigoni Stern è stato vittima di una profonda ingiustizia, quella di vedere il suo libro più importante relegato al rango di "libro di lettura" e non di romanzo a tutto tondo, di opera letteraria intera, cruda e incisiva, tagliente come la lama della baionetta che respinse una pallottola russa destinata proprio a lui, facendocelo avere ancora per tutto questo tempo, e ora che se n’è andato anche lui la gente non sa nemmeno di aver perso un valore.

Ma non lo hanno letto tutti alle medie? Pirla…

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