Amici miei

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Matteo Renzi è il primo Presidente del Consiglio Incaricato attualmente con riserva in multitasking che abbiamo mai avuto.

Mentre procede alle consultazioni trova il tempo e la voglia di sditeggiare qualcosa su Twitter. Non so voi, ma io mi sento piuttosto inquietato da questo atteggiamento. Non che non abbia diritto ad avere il suo sacrosanto account Twitter e a  scriverci quello che ritiene più opportuno (lo ha fatto Letta, lo fa la Boldrini), ma, cazzo, in quel momento sta svolgendo una delicata funzione istituzionale, che ci giochi più tardi con lo smartfonino. Se lo facesse un insegnante durante l’interrogazione perderebbe il posto subito.

Cosa aveva di tanto urgente da comunicare “Urbi et orbi”? Voleva solo dire: “Mi spiace per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici.”

Prima di tutto a me non è affatto dispiaciuto aver votato 5 Stelle, anzi, l’ho fatto ANCHE per non votare il partito da cui proviene e che non mi rappresenta. E poi “amici”? Ma “amici” di cosa? Io non sono affatto amico di Renzi e non voglio esserlo, ma, soprattutto, lui non è per nulla “amico” mio, mi dispiace (anzi, no).
E’ questo linguaggio piacione, falso amicone, sornione, da gatto che fa le fusa, insinuante, circuente, mellassoso, stucchevole -e ora basta perché ho finito il Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari- a infastidirmi.

“Meritiamo di più”? E chi sarebbe il “di più”? Lui? Il suo governo?? La riforma elettorale redatta a quattro mani con Berlusconi?? La promessa di una riforma al mese??? No, ce lo dica perché son curioso di saperlo.

“Ma vi prometto che cambieremo l’Italia. Anche per voi.” Ma cosa vuol dire questo? E’ il classico discorso che si faceva da piccini sul pezzettino della merendina: “Te lo do lo stesso anche se non sei mio amico”. Ma grazie. Cosa si deve fare anche l’inchino?? Miglioreranno la scuola e nella scuola migliorata potranno andarci ANCHE i figli di chi ha votato 5 Stelle? E’ solo l’inizio della confusione totale tra diritti e concessioni.

Così, tra quest’assurdità s’annega il pensier mio.

Renzi (o, come dicevan tutti, Renzi)

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Insomma, hanno sfiduciato loro stessi, con 136 voti della direzione su 496 parlamentari nominati.

Si sono sottratti al passaggio parlamentare, attraverso cui qualsiasi crisi di governo si deve risolvere in una democrazia degna di questo nome (quindi non nel nostro caso) con registrazione di nomi e cognomi dei contrari e dei favorevoli.

Non è neanche l’alba di quanto di peggio il nostro Paese possa aspettarsi: è l’inizio del quarto governo Berlusconi.

Grillo parla dei giornalisti “critici” sul suo blog. E fa bene!

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Si parla molto (e, francamente, non riesco a capirne il perché) di Beppe Grillo e del suo segnalare sul suo blog alcuni giornalisti che si caratterizzano per una certa vis polemica e per una certa vivacità di linguaggio nei confronti suoi e del Movimento 5 Stelle.

Fa bene. Molto bene. Il web ha la memoria corta e i cittadini ancora di più. Si tende sempre a dimenticare quello che si è letto da una parte (quella del lettore finale) e si tende sempre a scrivere articoli infarciti di volgarità e inesattezze dall’altra (quella degli addetti all’informazione). Quindi c’è bisogno di conservare in un luogo accessibile uno “storico” della tecnica, se non dell’insulto, almeno dello sberleffo.

Grillo ha cominciato con Maria Novella Oppo, giornalista de l’Unità, il quotidiano politico che percepisce una delle più alte percentuali di finanziamento pubblico agli organi di stampa ideologicamente schierati.

I passaggi denunciati da Grillo recitano:

“‘Ogni giorno una pagliacciata dei grillini […] Fanno casino […] Dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano […] Inscenano gazzarre […] Sono succubi di Berlusconi’. Qualche giorno fa: ‘Casaleggio va elucubrando ai danni dell’Italia’. E ancora: ‘Grillo vuole tutto, soprattutto il casino totale […] Un brulichio di piccoli fan [sono] divenuti per miracolo parlamentari e tenuti al guinzaglio perché non si prendano troppe libertà”.

Questa non è critica. Non è nemmeno giornalismo. E’ poco più di una maldestra stesura per additare al pubblico ludibrio un movimento. Lo dimostra chiaramente il fatto che non ci sia nessun intervento nel merito su quello che hanno fatto o che non hanno fatto per l’Italia. Che so, proposte di legge, interventi alle Camere, manifestazioni pubbliche. E invece no, “fanno casino” (e va beh), “sono succubi di Berlusconi” (il PD, invece ci ha governato insieme fino a poco prima della decadenza del Condannato) e, soprattutto “tenuti al guinzaglio perché non si prendano troppe libertà”. Cosa sono, cani, che li tieni al guinzaglio? E come mai non ci si possono prendere “troppe libertà”? C’è una dose media giornaliera di libertà per uso personale dopodiché si diventa dei pericoli per la società?? E’ Grillo che li tiene al guinzaglio? A quale scopo? Nessuna risposta.

Certo, questo è vero, la Oppo è stata offesa sui social network in un modo indicibile e riprovevole. Può agire in giudizio per questo, e se e quando lo farà avrà la mia solidarietà. Ma se la persona di Maria Novella Oppo è stata offesa, i cittadini italiani non sono da meno al sapere che lei e i suoi colleghi vengono pagati ANCHE con le tasse che pagano per scrivere queste cose.

Letta, su Twitter, interviene a favore della giornalista:

“Democrazia è rispetto della libertá dei giornalisti di criticarti”. Ma certamente. E dov’è andata a finire la libertà di criticare i giornalisti? O, forse, la lora casta è intoccabile e incriticabile per default, per cui il diritto di critica, connaturato al diritto alla libertà di espressione, è sempre e comunque giustificato o giustificabile in un senso unico?

Non ha mancato di farsi sentire neanche Laura Boldrini: “preoccupante e pericoloso stilare liste di proscrizione dei giornalisti sgraditi e sottoporli alla gogna digitale, versione 2.0 dei pestaggi di un tempo. E’ grave che Grillo non voglia riconoscere ad altri il diritto di critica che il suo movimento pratica con ogni modalità nelle aule parlamentari”. Straordinario, la “gogna digitale”, rappresentata dalla rete, è la versione 2.0 dei pestaggi di un tempo. Si preferirebbe, quindi, un discreto e impalpabile oblio al permanere della memoria. Solidarietà alla giornalista che ha parlato di parlamentari “tenuti al guinzaglio” perché se no si prendono “troppe libertà” da parte di chi ha sempre spinto verso una riforma della rete anziché verso l’applicazione delle leggi esistenti ANCHE alla rete.

Quello di Francesco Merlo è un altro esempio.

Francesco Merlo l’ho sempre ammirato. Nella postfazione a un libro MOLTO bello di Caterina Malvenda, Carlo Melzi D’Eril e Giulio Enea Vigevani, intitolato “Le regole dei giornalisti”, edizioni Il Mulino, parla della sua vita da eterno querelato per diffamazione. Merita tutto il rispetto per essere uscito indenne da TUTTI i giudizi che lo hanno riguardato.

Ieri, nel suo blog, ha scritto un articolo intitolato “Il manganello di Grillo”. Ora, il “manganello” ricorda strumenti di coercizione tipici del ventennio che fu. Non è un titolo che dà al lettore un senso di neutralità. Ma certamente non è questo l’interesse primo del giornalista.

Vi usa parole ed espressioni come “fatwa”, “un giornalista al giorno da lapidare”, “prosa malata”, “uno così caricaturale ed esagerato lo avremmo liquidato con un coro di “scemo scemo””, “gli spasmi biliosi e la patologia ossessiva di Grillo” “il furore sta trasformando gli ex ingenuotti del Movimento 5 stelle in funzionari fanatici”.

E poi “le ultime schedature di “obiettivi sensibili”, le hanno fatte in Italia quelli che poi, dopo qualche anno, aspettarono in via Solferino Walter Tobagi.” E anche questa del terrorismo evocato ad ogni cigolar di porta non è una critica. Perché non lo è e non lo può essere.

“Passo per essere uno dei giornalisti più querelati d’Italia”, scrive Merlo a pag. 156 del libro che ho citato. Magari qualche ragione c’è. Qualche ragione che non ha mai retto il vaglio dei giudici, ma che magari avrà provocato nel sentire di qualcuno quel senso di vigile “quello che leggo non mi torna!” che fa noi lettori dei giornali liberi dalle opinioni di Lorsignori.

Privacy is not a crime!

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Qualcuno mi ha chiesto (bontà sua) cosa io ne pensi delle intercettazioni selvagge rispetto al tema della privacy.

A parte il fatto che ho già scritto qualcosa in proposito, posso condensare il tutto in una breve sentenza: avete voluto l’“intercettatemi pure”, avete voluto il “siamo tutti puttane”, avete gridato “io non ho niente da nascondere!” adesso non vi lamentate!

“Ma tu hai un blog, metti tutta la tua vita in pubblico e poi vieni a ragionare della privacy…”

Sì, io ho un blog ma tutta la mia vita in pubblico non ce la metto. Quanto alla privacy, è molto semplice: la privacy è tutto quello che IO decido che gli altri possano fare (o non fare) con i miei dati e con le mie informazioni. Punto, non c’è altro.

Sembra semplice eppure lo è:

– se io metto sul blog il mio indirizzo e-mail, è perché mi fa piacere che la gente mi scriva sulle tematiche e sugli articoli che tratto nel blog. E quello è il motivo per cui lo pubblico. Se, invece, lo usa per mandarmi della pubblicità, lì sì, mi inalbero. Perché questo non rientra più nei limiti di quello che IO avevo stabilito fosse il confine del mio formire quel dato personale;

– se io scrivo sul blog che ho l’influenza, questo dato deve rimanere circoscritto alla sfera della lettura di pura fruizione (leggasi “cazzeggio”) e nessuna clinica privata è autorizzata, attraverso il mio blog, a raccogliere informazioni sulla mia salute;

– se io metto su Facebook il mio numero di telefono, è perché voglio che Facebook e le persone autorizzate a vederlo possano usufrirne per offrirmi dei servizi o comunicare con me a voce, se credono. Se, invece, in virtù di quella pubblicazione mi telefona l’agenzia dei cuori solitari Cupido per propormi una iscrizione quelli non sono più i MIEI scopi iniziali.

“Eh, va beh, ma tu così ti esponi…”

Anche voi siete esposti, bèi miei naccherini, o pensate che non conferire su Facebook il vostro numero di telefono, ma dare dati riguardo alla vostra religione e al vostro orientamento politico vi preservi ugualmente in saecula saeculorum amen? “Oh, no, il numero di telefono è una cosa così personale…” E il credo religioso e politico no?? Non volete rotture di scatole? Non andate su Internet! Se ci siete (e ci siete) accettate di rischiare, ma poi non venite a fare quelli che cascano giù dal pero se Obama vi incastra mentre parlate con l’amante (paura, eh???).

La privacy è qualcosa di molto articolato. Se voi il numero di telefono invece che darlo a Facebook lo deste al supermercato perché avete completato la raccolta dei punti per l’ottenimento di una zuppiera in purissimo dado da brodo, e poi il supermercato lo cedesse a un altro supermercato, che lo cede a un’agenzia di pompe funebri avete il brodino caldo gratis, la spesa con lo sconto e il funerale con l’offerta speciale, ma intanto il vostro numero di telefono va in giro, e voi ve la prendete con me perché ho dato il mio numero di telefono a Facebook!

Dovreste incazzarvi quando qualcuno fa qualcosa a vostra insaputa coi vostri dati. E anche quando vi dicono che Letta non può essere stato intercettato perché aveva il cellulare crittografato. Perché non li dànno a noi i cellulari crittografati? Noi intercettati e Letta no perché aveva il telefonino strafigo? Va mica bene! Spendiamo centinaia di euro per un telefono che nella migliore delle ipotesi tra sei mesi sarà vetusto e ci pigliano anche per il culo facendoci ascoltare dagli americani.

“Firmi qui qui e qui, è per la privacy” e poi ve lo tirano in quel posto perché per pagarvi il macchinone a rate dovete dare la liberatoria alle banche per l’appoggio del RID (“Ha un conto corrente lei?? Allora è tutto a posto, non ci saranno problemi…”). Vi piace avere almeno un paio di carte di credito nel portafoglio? Anche a me, ma si dà il caso che chi ha emesso la mia carta di credito sappia tutto di quello che compro, di quanto spendo, di dove lo compro. Se compro dei libri on line chi emette la mia carta potrà sapere che ho speso X presso il venditore Y, e non i titoli che ho ordinato. Ma quelli li conosce il venditore Y, appunto, e allora sono già due soggetti che hanno in mano i miei dati.

“Firmi qui qui e qui, è per la privacy” e poi lo prendete di nuovo in quel posto perché si dà il caso che se non firmate poi non avete quella prestazione sanitaria. Ma perché il centro che mi fa le radiografie ha bisogno di sapere se sono coniugato o se ho dei segni particolari di riconoscimento? E poi io dovrei firmare “per la privacy” mentre quelli mi chiedono se per caso ho un neo in fronte o con chi sono sposato?

Ecco, volevate il mio pensiero e ve l’ho detto. Ora firmate qui, qui e qui. E’ per la privacy.

Orecchioni!

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Sì, dunque, si diceva che gli Stati Uniti spiano i nostri governanti e politici, ci ascoltano, intercettano ogni comunicazione (telefonate, mail, messaggi WhatsApp, Facebook, Twitter, codice Morse) parta, arrivi o sia in transito sul nostro territorio.

Anche Enrico Letta era sotto tiro. Ha detto: “Abbiamo chiesto chiarimenti al governo americano, perché attività di spionaggio di questo tipo non sono ammissibili”.

Del resto la Germania non se la passa meglio, e la Merkel ha già telefonato a Obama per lamentarsi degli orecchioni che mettono sotto controllo uno stato intero. Forse anche perché tra i telefoni intercettati c’erano i suoi.

Ma ora che ci ripenso noi non eravamo quelli che andavano a manifestare nelle piazze tutti belli tronfi e sussiegosi con un cartello recante la scritta “Intercettatemi pure” ben stretto in mano??
Non eravamo noi quelli che dicevano “Ah, io non ho nulla da nascondere, possono intercettarmi quando vogliono, io sono una persona trasparente”?
Siamo noi italiani quelli che pensano che siccome uno parla al telefono girandosi da una parte ha qualcosa da nascondere, perché se no, si sa, farebbe sentire i cazzi suoi all’universo mondo (che ne è, come d’uopo, interessatissimo).
Com’è che la gente quando deve mandare gli auguri di Natale invece di mandare il cartoncino aperto con la linguellina della busta incastrata dietro, lo chiude con la colla? Deve avere per forza dei segreti indicibili, e sicuramente è una persona poco perbene perché se VERAMENTE stesse mandando degli auguri di Natale non userebbe tutte queste inutili precauzioni.

Io non ho mai voluto essere intercettato. Ma non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché a chi telefono, a chi scrivo e cosa dico sono affari miei. Qualunque cosa dica, comunichi o scriva. Giù le mani dalle mie comunicazioni!

E invece abbiamo voluto fare i guappetti, rinunciare a un po’ della nostra privacy per avere un po’ di sicurezza, ma non meritavamo né l’una né l’altra.

Il “pregiudizio positivo” e altri incidenti di Jovanotti

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Jovanotti nel 2008 (da www.wikipedia.org)

Io il mare dentro una conchiglia non l’ho mai sentito.
Quand’ero piccino il mi’ zio Piero e la mi’ zia Iolanda mi portavano al mare, pigliavano le conchiglie a riva e mi dicevano di metterle all’orecchio, ché “si sente il mare”. Io lo facevo, ma non sentivo niente. Ci guardavo dentro per vedere se ci fosse qualche onda che faceva ciaff ciaff. Macché! Poi mi sono reso conto che il rumore che si sente è l’effetto fisico delle conchiglie che si chiudono all’orecchio. Nulla di prodigioso.

Da quando faccio fisioterapia per curare i miei gravi acciacchi ho capito che la frase per cui “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare” non è vera. Se hai problemi di deambulazione la paura di cadere ti viene e come! Con o senza stampelle.

Per questo non mi piace Jovanotti. Ed è per questo che mi preoccupa la gente che lo va a sentire e che considera il suo verbo come oro colato.

Jovanotti ha rilasciato delle dichiarazioni a dir poco criticabili a Massimo Gramellini de “La Stampa” in una fortunata intervista pubblicata ieri.

“A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi.”

Il film di Moretti in cui è contenuta quella frase storica è “Ecce Bombo”, per la cronaca.
E il guaio non è che a Cherubini piacciano sia Sordi che Moretti, sia De André che Elton John, sia Miles Davis che il pop, ma che non dica che Miles Davis NON è Elton John, e che Alberto Sordi NON è Nanni Moretti.
Poi possono piacere tutti.
Il mondo non è una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, non sono tutti buoni allo stesso modo.
La gente è diversa. E così i prodotti cinematografici o musicali.
Bombolo e Thomas Millian possono far ridere. Ma non sono “La Famiglia” di Scola. E nemmeno Buster Keaton o Stan Laurel e Oliver Hardy. La differenza non la fa la compilation, ma l’approccio con cui si guarda l’opera.

“Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi.”

La prima sovrastruttura ideologica è il non tener conto che essere del PCI era l’espressione di un convincimento personale. E che il fascismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, il fascismo è un crimine.
Dice che nella sua testa di bambino non esistevano pregiudizi. Male assai, perché a me è sempre stato insegnato, fin da bambino, che il fascismo è male. Avevo dei pregiudizi, sì. Anzi, no. Perché aborrire il fascismo non è un pregiudizio. Grazie a un bisnonno socialista, un nonno (suo genero) democristiano, uno zio velatamente comunista e suo fratello che era repubblicano.
Poi, magari, anche sotto il fascismo saranno state fatte delle cose utili. Che so, Mussolini avrà fatto costruire dei ponti, delle strade, delle scuole. Ma smettiamola con la retorica del gucciniano “anche chi è di destra ha i suoi pregi ed è simpatico”, perché non fa ridere nessuno.

“Ah, se riuscissimo a cambiare le persone nei centri di potere! Il segnale sarebbe talmente forte… Gente nuova nella cultura, nella scuola, nella tv, nell’economia. Pensa: (…), un Baricco alla Cultura, solo per parlare dei settori che conosco.”

E qui si resta veramente senza parole.

(Sul Governo) “non credo che riuscirà a fare grandi cose. Anche se Letta è il primo presidente del consiglio che ha due mesi meno di me…”

E allora? L’autorevolezza si misura forse per imperativo anagrafico? Qual è il valore aggiunto che dà una informazione di questo genere? Si può essere più giovani di Jovanotti ed essere vecchi, come si può essere più vecchi ed essere più giovani. Non è un gioco di parole. Letta non riuscirà a fare grandi cose non già perché sia, come è, più vecchio di un cantante, ma perché ilgoverno di larghe intese non ha nessuna ragion d’essere, perché è esponente di un partito che si sta dando la zappa sui piedi da solo e perché ha come principale alleato un condannato in via definitiva per gravi reati di tipo fiscale.
Quanto al resto, appunto, non è questione di anagrafe. Sono convintissimo che esistano persone molto più giovani di Jovanotti, Nelson Mandela, per esempio.

“Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana.”

Jovanotti parla per ossimori. Il “pregiudizio positivo” non ha alcuna ragion d’essere, essendo connaturata nel termine “pregiudizio” un’accezione negativa. Che Berlusconi venga visto, all’estero, come una cosa impensabile non dovrebbe destare meraviglia. Un uomo che ha avuto il potere esecutivo per quasi 20 anni, che ha manipolato la RAI a suo piacimento, si è fatto costruire leggi secondo il suo personale uso e consumo, che ha monopolizzato l’informazione e continua a monopolizzarla certo che può essere guardato con pregiudizio. Il pregiudizio del “com’è stato possibile che gli italiani abbiano potuto eleggerlo?”. Questo sì che è un pregiudizio positivo. Invece, secondo Jovanotti, la positività del pregiudizio starebbe addirittura nel fatto che il fenomeno Berlusconi verrebbe visto come qualcosa di piacevolmente anomalo, come Elio e le Storie Tese che partecipano a Sanremo con la canzone mononota o Gigliola Cinquetti che non ha l’età. O Alberto Sordi che si è reinventato gli italiani come una macchietta. Non è una macchietta, Berlusconi non ha niente di positivo.

(Berlusconi ti è simpatico?) “Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini.”

Un altro scivolone jovanottiano di grossa portata è proprio quello di voler separare l’aspetto umano di Berlusoni (quello simpatico) da quello politico (da combattere). E il punto che non va è proprio quello che l’aspetto personale e umano di Berlusconi si è mescolato a quello pubblico fino a contaminarlo con gli esiti che abbiamo visto. Toh, uno dice, “Sì, il caso Ruby, ti hanno condannato a quattro anni, la decadenza dalla carica di senatore, hai altri processi in corso, hai rimbambito gli italiani a suon di tette e culi alla TV, però sai, umanamente mi stai simpatico!” All’anima…

(La grazia a Berlusconi) “Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova!”

Quindi, la grazia a Berlusconi, se non è auspicabile, quanto meno non sarebbe tale e grave da poter destare scandalo.
Indubbiamente, si tratta di un provvedimento del Presidente della Repubblica, che lo concede se e quando ricorrono determinate condizioni. Da questo punto di vista no, non c’è da scandalizzarsi. Magari noi italiani siamo più abituati a scandalizzarci se una persona che ha scontato per intero la sua pena torna (come è prevedibile) in libertà.
Ma c’è da scandalizzarsi se questa grazia dovesse rappresentare l’ennesimo salvacondotto, dopo le amnistie e le prescrizioni. Lì non ci sarebbe più nulla di antropologico da salvare.
Quanto a Renzi, Jovanotti usa due volte l’aggettivo “nuovo”. Ora, ci dovrebbe dimostrare che uno che ha cominciato nel 1999 come segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, coordinatore e segretario provinciale de La Margherita, Presidente della Provincia di Firenze (2004-2009), poi sindaco di Firenze, uno sulla cui reggenza alla provincia la Corte dei Conti ha aperto un’indagine per le spese di rappresentanza, uno che va ad Arcore nella Villa privata di Berlusconi, tutto questo sia il nuovo che avanza.

(Grillo) “Sono un fan dell’uomo di spettacolo. Mi conferma nella mia rabbia, ma questa rabbia non si trasforma in entusiasmo. Non voglio offendere chi l’ha votato, sono sicuro che l’ha fatto in buona fede, ma quando ascolti un comizio di Grillo non ti viene mai voglia di rimetterti in gioco, di cambiare la tua vita.”

Eh sì, aspetteremo un concerto di Jovanotti per avere tutta l’energia di votare Renzi! Se poi vuole anche darci una cassa di Maalox contro il mal di stomaco gliene saremmo grati.

Gratias agimus tibi

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Dunque, si parla ancora di grazia.

La nota che il Quirinale ha diffuso ieri, contenete la presa di posizione di Napolitano di fronte a un possibile provvedimento di clemenza nei confronti della sentenza passata in giudicato per Silvio Berlusconi, pur redatta in forma ineccepibile, si presta a una serie di interpretazioni possibili.

I punti sono:

a) Per concedere la grazia o la commutazione della pena c’è bisogno di una domanda. Il Presidente può concederla anche di sua iniziativa, ma prassi e giurisprudenza gli impongono prudenza (“E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del c.p.p.”). Quindi, quanto meno che Berlusconi firmi una domandina in cui riconosce la sentenza e la pena inflittagli;

b) Il Governo Letta non si tocca (“Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso. Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza – del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili.”)

c) Berlusconi può continuare ad essere leader di una formazione politica (“toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno”).

d) Niente elezioni anticipate (“Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere.“)

In fondo non è nulla di così inaccettabile, su. Che, poi, la grazia potrebbe venire richiesta o eventualmente concessa anche in assenza di esecuzione della pena è un’anomalia del tutto italiana. E probabilmente un’altra puntata della serie. Stay tuned.

Il decreto-frittella anti-femminicidio

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Il decreto anti-femminicidio è nato, e come tutte le cose un po’ fighttòfile, lo si annuncia, debitamente, su Twitter.

Lo hanno chiamato proprio così, “anti-femminicidio”. C’è l’antipulci, l’antizanzare, l’antitetanica, l’antivipera (questa parola è bella, si è anti l’animale e non anti l’effetto del suo veleno). Ora c’è l’anti-femminicidio. E l’eliminazione del trattino è solo questione di tempo e di uso della parola.

Non è una cosa che una donna se lo spruzza addosso e non viene più picchiata e violentata fino alla morte dal marito, dal compagno, dal fidanzato o dal padre (perché se le càpita per colpa dello spacciatorello di turno, come nel caso di una giovane di Castagneto Carducci, quello non è femminicidio??). Non ci si inietta una dose di anti-femminicidio per fermare gli effetti di queste violenze e, eventualmente, ritornare in vita. No, non è così che funziona.

Decreto profondamente deludente. Assolutamente mancante di punti di appoggio seri e convincenti.

Intanto c’è da chiedersi se sia stato effettivamente e chiaramente definito il reato di femminicidio. Se esista, cioè, al di là di ogni ragionevole dubbio, una condotta che venga definita “femminicidio”. E, eventualmente, in che cosa differisca il “femminicidio” dall’omicidio tradizionale. Perché una donna uccisa dal marito perché lo voleva lasciare sia diversa da una donna presa a fucilate da uno sconosciuto. Sono domande a cui il governo (che NON è il legislatore, ma che a lui, in questo caso, si sostituisce) DEVE dare una risposta. Risposta che non c’è.

Ci sono, però, i provvedimenti.

a) Querela irrevocabile. Vuol dire che una volta presentata una querela, questa non può più essere rimessa, ovvero ritirata, e continuerà a produrre effetti sia che la vittima continui a volerlo o no.
Quella di presentare querela, oltre che una facoltà è un diritto. A cui, certamente, si può rinunciare. Io posso denunciare per diffamazione uno che mi ha offeso, magari perché in quel giorno ero arrabbiato, basta che lui mi abbia diffamato davvero. Poi, magari, con il tempo, il tipo mi chiede scusa, io mi convinco che forse ho un po’ esagerato, abbiamo fatto pace, magari è nata anche una bella amicizia, e io DEVO poter rinunciare a quel diritto che ho esercitato, se questa è la mia intenzione.
Chi querela per “femminicidio” è in genere una donna che ha subito delle violenze atroci. Ma, allora, non si capisce perché chiamare “femminicidio” il reato o i reati per cui si procede, visto che la donna è ancora viva. Saranno molestie, percosse, violenze sessuali o meno, lesioni più o meno gravi. Ma la donna è viva, tant’è che propone querela. E vogliamo toglierle non solo il diritto di ritirarla, ma anche il diritto di avere paura. Per sé, e per i propri figli. E, eventualmente, di proteggere la sua persona e quella dei suoi cari. Perché lo stronzo quando è querelato minaccia. Se sa che la donna non può più ritirare nulla, allora si sente perduto, e chi non ha più nulla da perdere non ci pensa due volte ad andare fino in fondo.
Sarebbe bastato rendere perseguibili di ufficio e non più a querela di parte quei tanti reati connessi con il maltrattamento. Ad esempio le lesioni con prognosi inferiori ai venti giorni. Perché non è che lo stronzo, se ti fa un occhio nero guaribile in 15 giorni ti ha fatto qualcosa di bello e di piacevole.
Oppure l’obbligo per il medico curante, per il pronto soccorso, per gli assistenti sociali di segnalare alla magistratura quello di cui vengono a conoscenza durante il loro lavoro.
Oppure poter esercitare l’azione penale anche su denuncia (scritta e sottoscritta) di una persona che non sia necessariamente la diretta interessata ma magari qualcuno che le sta vicino (genitori, parenti stretti, un’amica, il parroco).
Perché una donna che non può ritirare una querela, dove la mandi? A lavorare, dico, ammesso che lavori. A far istruire i propri figli, a rifarsi una vita per proteggerla dallo stronzo di cui sopra che non ha nulla da perdere??

b) Se alla violenza assiste un minore la pena è aumentata di un terzo. La presenza del minore deve essere dimostrata in giudizio, ed è l’accusa che la deve dimostrare. Alla difesa basterebbe poter dire “no, no, il bambino era a letto, dormiva e non ha visto nulla”. Vale il sì dell’accusa come il no della difesa, in mancanza di prove valide e sufficientemente solide.
Guardiamo il reato di percosse. L’art. 581 del Codice Penale stabilisce che:
“Chiunque percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 309. Tale disposizione non si applica quando la legge considera la violenza come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro reato.
Cioè, io ti meno davanti a un minore, ma se tu non subisci nessuna “malattia nel corpo” (se, ad esempio, mi limito a darti degli schiaffettini superficiali, che non lasciano lividi, magari anche così, per stuzzicarti un po’) io posso essere condannato con la reclusione fino a sei mesi (a meno che i miei schiaffettini non facciano parte di un disegno più ampio e di un delitto maggiore) aumentati di un terzo. Questo se il giudice è talmente rigido da applicare il massimo della pena. O se gli schiaffettini erano continuati nel tempo e il fatto era di particolare gravità.
Se la pena base dovesse essere di tre mesi (metà del massimo) l’aggravante del minore si annullerebbe con la concessione delle attenuanti generiche, e lo stronzo schiaffeggiatore stavolta se ne tornerebbe con una condanna a tre mesi (o a quattro se il reato è continuato), condizionale assicurata, e se patteggia il rito gli consente uno sconto maggiore.
E’ un caso limite, ma è molto esemplificativo. Ah, naturalmente il tutto è perseguibile a querela di parte, ci mancherebbe altro.

c) Il diritto al gratuito patrocinio per le vittime di violenza. Ma non è un istituto che è sempre esistito? Dove sarebbe la novità?? Chi non può permettersi un avvocato deve poter accedere alla giustizia a spese dello stato sia che sia una vittima sia che si tratti di un imputato e debba esercitare una difesa. Lo sanno anche i muri. E in che cosa consisterebbe la grande novità introdotta da questo punto? Non è ancora chiaro.

d) Anonimato. Riferisce Alfano: “da oggi di dà la possibilità a chi sente o sa di una violenza in corso di telefonare alle forze di polizia non anonimamente, ma dando nome e cognome: a mantenere anonimato e protezione ci pensa lo Stato. Si può quindi intervenire su denunce fatte da terzi soggetti, magari il vicino di casa che ha sentito delle urla”
Allora, se io devo dare il mio nome e cognome, o, comunque, declinare le mie generalità alla polizia a cui telefono per riferire di una violenza in atto, NON SONO anonimo. Sono sempre identificabile dall’autorità giudiziaria. Magari lo stato provvederà a mascherare i miei dati agli occhi del presunto colpevole e della vittima, ma se vengo chiamato in un pubblico processo a testimoniare e a riferire che sì, ho sentito dei rumori e delle liti quella sera, poi difesa e parte civile le mie generalità le vogliono. E questo non è anonimato. E le “denunce fatte da terzi soggetti” non è che vanno firmate? Da quando in qua le forze dell’ordine si muovono sulla base di un signor X che riferisce di essere il signor Y e che dice che il signor Z sta picchiando la moglie??? Non esiste più la responsabilità di chi scrive?

Laura Boldrini esulta: “#Femminicidio, violenza contro le donne, #stalking: bene il decreto del #governo, segno di nuova consapevolezza” (su Twitter, naturalmente!)

Tolgono i diritti alle donne e la chiamano “consapevolezza”.

La terra degli oranghi

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Sul caso Calderoli-Kyenge sta succedendo l’inverosimile. E l’inverosimile è che nessuno chiama più le cose con il loro nome, limitandosi a un constatazionismo da paura.

L’ha paragonata a un orango. E poi ha detto: “Il mio è un giudizio estetico e non politico”. Cazzo, ma è un’aggravante, non un’attenuante. Vuol dire che non si è messo sul piano delle idee a criticare una persona nel merito di quello che dice ma ha fatto un paragone inqualificabile volendo dare un “giudizio estetico”. Ma paragonare estericamente una persona a un orango NON è un giudizio estetico, è un’offesa bella e buona.

Calderoli, del resto, aveva già detto che in fondo quella “battuta” (anche qui si noti il linguaggio fine e delicato) l’aveva fatta in un comizio. E quindi? Vuol dire forse che in un comizio una offesa cessa di essere offesa e diventa automaticamente battuta per il fatto di essere contemplata nell’alterco politico? Non mi pare proprio.

Letta, d’altra parte a pregato Maroni di intervenire, pena il caos. Ma non ho capito, perché Maroni? Letta non è forse il Presidente del Consiglio dei Ministri? Glielo dica lui a Calderoli, che oltretutto è anche vicepresidente del Senato. Ha proprio paura di chiederne le dimissioni, che deve far portare il suo pensiero al destinatario da qualcun altro?

Salvini, dal canto suo dice a Napolitano di tacere (che è meglio), perché lui si INDIGNA con la maiuscola con chi si indigna con la minuscola. Un ricorso stilistico niente mali per far vedere che c’è una indignazione di serie A (la sua) e una di serie B (quella del Presidente della Repubblica). Indignazione mangia indignazione e anche per Salvini quella di Calderoli è una battuta, eh, beh, ci mancherebbe altro.

Cappi di Forza Nuova a Pescara e l’assessore veneto Stival che dice che quello offeso è stato l’orango, completano la disgustosa e melmosa kermesse di rimpalli di responsabilità, precisazioni, scuse, atti formali e dispettucci vari. Del resto in Italia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ma nessuno ha mai pensato di dire che quelle parole non si cancellano con delle scuse formali, arrampicandosi sui rami di un ragionamento per affermare quello che non si può affermare, perché a pronunciarle, oltre che a un membro di un partito è anche ma SOPRATTUTTO il vicepresidente del Senato. C’è da chiedersi, al di là di ogni retorica spicciola e di ogni falsa solidarietà alla Kyenge (sui social network ne è apparsa molta, e sinceramente disgustosa almeno quanto le parole che hanno generato tutto questo cancan) se Calderoli non sia indegno di proseguire il suo mandato istituzionale non tanto e non solo perché ha paragonato un ministro della repubblica a un orango, ma anche e in particolare perché non può più fornire quella serenità e quell’affidabilità necessarie, assieme all’equilibrio indispensabili per presiedere una seduta. Pensate solo un attimo se la Kyenge dovesse riferire al Senato e fosse proprio Calderoli a presiedere.

Inutile, non lo vediamo. E stai a vedere che gli oranghi siamo noi!

Luigi Preiti: “Io non odio nessuno”

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Luigi Preiti, nella sua squinternata e lucida, assurda e disperata difesa, ha detto una delle cose più rivoluzionarie e sconcertanti che si potessero ascoltare da un neofabbricato mostro. Ha detto «Io non odio nessuno».
Lo ha detto agli inquirenti. Forse uno sfogo, forse un ennesimo tentativo di giustificare l’ingiustificabile. Non servirà alla sua difesa, quella frase. Ma è servita, certamente, a scardinare un sistema che si era appena messo in moto: come sarebbe a dire che tu non odi nessuno?
Tu devi odiare qualcuno, altrimenti che mostro sei? Se loro sono i buoni tu sei il cattivo, se loro sono le vittime tu sei il carnefice. Se non odi nessuno che cattivo carnefice sei?
Vedi? Quelli a cui volevi sparare sono il partito del no a Berlusconi e il partito dell’amore. Sono appena usciti dal salone delle feste del Quirinale dove hanno celebrato il loro connubio per il bene del Paese e tu vorresti convincerci che non sei un assassino, un essere aberrante, un rifiuto della società mentre loro stanno assicurando l’inciu… unità delle istituzioni? LORO sì che non odiano nessuno. Non tu. Altrimenti come faremmo a dividere il mondo tra bene e male, giusto e ingiusto, vittime e carnefici, eroi e balordi, ricchi e poveri?

La costituzione del nuovo Governo che vede riuniti in una carambola alla democristiana gli ex falsi avversari di ieri ha dato vita a un sentimento generico per cui tutto ciò che viene detto al suo interno è buono e va bene. Ma ogni opinione dissenziente genera malumori, odii, sensi di diffidenza. Perché? Si potrà dissentire dalla politica di una nave che ha smarrito la rotta o bisogna stare tutti proni davanti a tutto ciò che Lorsignori fanno e dicono?
Siamo giunti al punto che dissentire non è più esprimere un’opinione contraria, ma rivelare la propria essenza di mostri e potenziali terroristi o assassini.
Anche chi dissente non odia nessuno. Ma vaglielo a spiegare a loro!

Sparatoria a Palazzo Chigi: era SOLO uno squilibrato

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Screenshot da elpais.com

Letta e i suoi dell’inciucio giurano al Quirinale, nel frattempo davanti a Palazzo Chigi si spara.

Sarebbe un copione da film di fantapolitica. Purtroppo quattro persone sono rimaste ferite e, soprattutto, si dice che l’attentatore sarebbe affetto da una patologia psichiatrica.

Uno squilibrato, dunque, e subito la psicosi dell’informazione. Sulle prime battute si è parlato di “attentato”. Orrore, indignazione, “atto sacrilego contro le istituzioni”. La notizia arriva e viene immediatamente gonfiata. I media sembrano quasi dispiaciuti che l’autore sia un paziente psichiatrico, perché la visione di un attentato alle istituzioni proprio mentre ministri e ministre stavano nel salone delle feste tra cravatte e lustrini e giuravano davanti al Capo dello Stato era decisamente più ghiotta. Potevano essere terroristi, gente arrabbiata, un disperato sul lastrico e invece no, invece è solo uno psicopatico. Ma tu guarda…

Su Facebook la solita e noiosissima tiritera contro Grillo, che ormai è responsabile di tutto, anche delle pallottole degli altri. E questa, probabilmente, è la parte più macabra e incredibile della domenica almodovariana che a mezzanotte finirà anche lei.

E lui un’altra volta tra noi

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Enrico Letta è ufficialmente a capo del quarto governo Berlusconi.

Le modalità, i giochi politici, le alleanze, le scelte dei nomi dei ministri, la mano ferma del Presidente della Repubblica nel districare questo groviglio di arrivismi e primadonnismi, sono arrivati al capolinea, per cui, sì, avremo Letta come capo di una coalizione di largo respiro (“grosse Koalition”, la chiamerebbero i tedeschi), cioè dell’alleanza più stretta e sfacciata tra PDL e il suo tradizionale alleato di sempre, il PD.

Il PD ne ha prese di sode, hanno cannato due candidati alla Presidenza della Repubblica, si sono dimessi Bersani e la Bindi (unica condizione astrale, evidentemente, per far vincere la Serracchiani in Friuli), hanno persone degnissime come la Puppato che avevano annunciato di non voler votare un governissimo a due, perdono i pezzi da tutte le parti, ma continuano a ricordarci che il Partito è coeso e che non bisogna farsi ingannare dalle apparenze. Fino a un mese fa erano lì ad escludere un’alleanza con Berlusconi, ma soprattutto a dire, ripetere, sottolineare, evidenziare fino allo sfinimento che c’è bisogno di rinnovamento, di aria nuova, di freschezza e ci ritroviamo Franceschini, Quagliariello e Alfano.

E poca importanza assume il numero di donne nell’esecutivo, se avramo da morire in un mai sopito democristianesimo “nell’interesse esclusivo della nazione”.

Il tuo amor non è zucchero…

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Ecco qual era l’ago della bilancia dell’economia italiana, quello che governava lo spread senza che le agenzie di rating riuscissero a riconoscere VERA e AUTENTICA causa della voragine che si ingoia tutti i nostri quattrini.

Non è la lotta all’evasione fiscale il rimedium rimediorum, nossignori. Sapete dove si annidava -infida!- la soluzione ai mali del Paese? Nello zucchero!

Lo zucchero fa male, quindi è fonte di guadagno. Come l’alcool o le sigarette. Basta mettere una tassa che in prima battuta era stata annunciata dall’informazione pubblica come sulle “bevande zuccherate”.
Ora, a voler ben vedere, anche lo sciroppo per la tosse che si vende in farmacia può essere una bevanda zuccherata, per cui per giorni ha resistito l’imposta sulle “bibite zuccherate”.
Ecco, “bibite” suona meglio, sì. Ma il the freddo è una bibita zuccherata. Così come possono esserlo i più comuni succhi di frutta, gli yogurt cosiddetti “da bere” (che sono un po’ come il “latte da mangiare”, ma va beh, non facciamo i sofistici), nonché le bevande saline per riprendere l’energia e correre come la folla di Pamplona rincorsa dai tori.

No, a dirla tutta quello che si voleva colpire era l’uso di bevande gassate E ZUCCHERATE. Ecco, così sì che va bene. Quelle cose terribili che fanno male e che, a voler ben vedere, vengono (anche, ma non solo) dall’America. Ma poi chi si è inalberato? Chi è che ha detto un fiero e sentito NO a questa proposta vòlta unicamente a preservare la nostra salute?

Enrico Letta. Ha detto che bisogna difendere il chinotto e la spuma bionda. Se vi piace la spuma al ginger, come a me, siete fregati, verranno a farvi l’accertamento. Probabilmente nelle prossime ore si incazzeranno come iene nell’ordine:

a) il club dei sostenitori della Cedrata Tassoni;
b) i bevitori clandestini di Aranciata Amara;
c) i Lemonsoda-addicted;
d) quelli che “a-me-la-gassosa-guai-a-chi-me-la-tocca!”
e) gli aficionados del Crodino e del Bitter Sanpellegrino (che per l’occasione avranno siglato una pace storica).

Ci sarà gente che per non pagare le tasse sulla roba gassata comprerà gli sciroppi (ricordate la menta, l’orzata, l’amarena, l’arancio, la granatina, quelli che se ne mettevano due dita in un bicchiere e si allungavano con cinque parti di acqua??), poi a casa di nascosto li diluiscono con una superfrizzante. Son quelli i rutti degli evasori fiscali!

 

(*) lo screenshot è tratto da ilcorriere.it

Per Enrico Letta è meglio votare Berlusconi che Beppe Grillo

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Enrico Letta in un'immagine tratta ta it.wikipedia.org

Enrico Letta, del Partito Democratico, ieri ha fatto un’esternazione che ha fatto sobbalzare dalla sedia perfino qualcuno tra i suoi colleghi di partito (come sapete, il termine “compagni” non si usa più, è un peccato che per colpa di qualche rigurgito filo-casiniano si debba rinunciare perfino alla insostituibile ricchezza lessicale della lingua italiana, perché in Toscana, ad esempio, “compagno” vuol dire “uguale”).

Ha detto che è meglio votare Berlusconi che votare Beppe Grillo. Ora, a parte il fatto che bisognarebbe spiegare ancora una volta a chi non l’ha ancora capito che Beppe Grillo non si candida personalmente alle prossime elezioni politiche, mentre Berlusconi sì. E poi, fatte le dovute proporzioni, è come aver detto che è meglio essere ammalati di broncopolmonite che essere affetti da un raffreddore.

E poi, se ci tiene tanto a favorire la corsa a Palazzo Chigi di Berlusconi e a votare PDL o quello che sarà, che lo faccia, in fondo il PD è stato il più grande alleato di sempre del PDL, e lo dimostrano l’inerzia dei due governi di centro-sinistra nel mancato ripristino del reato di falso in bilancio o sul conflitto d’interesse e le uscite plateali dall’aula del Senato durante l’approvazione del decreto intercettazioni con voto di fiducia, a cui il PD non si è neanche degnato di rispondere con un “no” preciso e convinto.

Dobbiamo avere il coraggio della memoria.