Manganellate alla povertà

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C’è la retorica della “vulgata” di una certa sinistra d’antan, che vedeva la figura-tipo del rappresentante delle forze dell’ordine come un Rambo de noàntri, pronto a far vedere i muscoli, a sparare, a picchiare, e a dimostrare che la ragione stava sempre dalla parte sua e dei suoi consimili.

Poi c’era la retorica alla Pasolini, di sinistra anche quella, che voleva i poliziotti come figli del popolo, della gente comune, povera, messi lì a difendere un “potere” di cui non riuscivano a distinguere i contorni. E sono perfettamente convinto che a Pasolini il governo Renzi sarebbe piaciuto, e averebbe un bel po’ da lagrimarci.

Poi ci sono i fatti. Quelli che la retorica la ignorano. Perché le teste con venti punti di sutura le abbiamo viste tutti. E quelle parlano. Non cedono a interpretazioni. Se ne fregano se i poliziotti hanno il mito del supereroe oppure no. O se hanno dovuto lasciare una terra avara di frutti, la casa paterna, Maria, ‘o sole, ‘o mare e ‘o mandolino per andare a prestare servizio in una città del Nord, col nebiùn che ti si mangia. Le manganellate si vedono, il sangue che scorre lo stesso. Può essere anch’esso un luogo comune l’accostare il poliziotto che tira bastonate agli operai, figli entrambi della stessa miseria. Ma è successo esattamente questo. E quindi o gli operai che hanno ricevuto le manganellate hanno commesso qualche reato, per cui i poliziotti hanno sentito il dovere di mantenere la pubblica incolumità con le botte, e dunque devono essere processati e puniti, oppure, se non hanno fatto nulla (e io sono convinto che non abbiano fatto nulla) devono pagare i poliziotti, e duramente. Perché da un poliziotto io me lo aspetto che si comporti bene, che sia migliore di me e di voi messi insieme. Più che aspettarmelo lo pretendo. Ma se so che un poliziotti ha bastonato degli operai che protestavano senza un valido motivo allora m’incazzo.

Ed è vero che esistono le responsabilità individuali. Certo, si punisce il poliziotto che ha tempestato di legnate l’operaio, non quello che gli stava vicino ed era pietrificato dalla paura (e magari anche dallo schifo) e non ha mosso un ciglio. Quel poliziotto, dicevo, con tanto di nome e cognome. Processo penale e procedimento disciplinare, punto e basta.

Poi ci sono le responsabilità morali e politiche. Il governo, prima di tutto. Che mentre scrivo è già andato al Senato, nella persona del Ministro dell’Interno Alfano a esprimere solidarietà agli operai colpiti. Segno che qualcosa c’è. Questo governo fatto di macchine fotografiche digitali e IPhone, con ministri dall’aspetto preraffaellita che si permettono di guardare con sufficienza i giornalisti, rei di non essere “di rinnovamento”, al loro botticelliano ingresso alla Leopolda (fosse successo in Germania quella ministro si sarebbe dimessa due ore dopo). E Renzi ha poco da dire che saranno accertate le responsabilità, perché questo non è un regalo, una concessione. Non è neanche una elargizione pro bono pacis. E’ il minimo che ci si possa aspettare. Peccato che siano solo parole perché da che mondo è mondo i responsabili dei reati li individua la magistratura, non il governo. Bella forza, non c’è che dire.

Così ci dimenticheremo anche questa porcata (perché non sia mai che il Partito Democratico si schieri a favore degli operai, mi raccomando!), prima o poi. E le condanne dei responsabili saranno riportate su tutti i giornali in un trafiletto di cinque righe in corpo otto.

La Leopolda e la macchina fotografica

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Oh, la Leopolda! Quantai inadeguatezza e presunzione, rifinita con una pennellata di protagonismo!

Questo palcoscenico in stile finto-operaio che ha accolto un Renzi che ha rivendicato la modernità per sé e per i suoi, e ha riempito di metafore tecnologiche il suo discorso. Vivere con una legge datata, secondo lui, è come mettere il gettone telefonico nell’IPhone, come mettere il rullino nella macchina fotografica digitale.

La prima metafora non sta in piedi. Il gettone si metteva in un telefono pubblico (perché allora, quando eravamo scemi e poco moderni, i telefoni pubblici esistevano, e chiunque aveva accesso alla comunicazione, l’Iphone costa una barca di quattrini e ce l’ha chi se lo può permettere), il cellulare è un bene personale, come lo era il telefono di casa, quello grigio che ci si mettevano i diti nei buchi e si girava una decina di volte per fare il numero. E il gettone in quel telefono lì non lo mettevi, esisteva già la bolletta.

Poi c’è il paragone della macchina fotografica digitale a fronte di quella che utilizzava ancora la pellicola. E se la modernità del PD è quella paragonata alle macchine fotografiche digitali, al selfie e a quant’altro, c’è da avere paura. Io ho delle foto fatte addirittura con le lastre, non solo con la pellicola. Sono le foto del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina, quando si sposarono o quando erano ancora fidanzati. Posso vederle ancora. Sono stampate su carta, e sono arrivate fino a me dagli anni 20 del secolo scorso ad oggi. 90 anni. Se scatto una foto con il mio cellulare o con la macchina fotografica digitale sono sicuro che il file .jpg che ne deriva potrò ugualmente vederlo tra 90 anni?? Che tradotto in politichese significa che una legge, lungi dall’essere quel monolite immutabile che tutti i mmaginano, deve essere proiettata verso il futuro, e se una legge funziona, funziona e basta.

Il digitale è la nuova imbarazzante metafora di questo governo. Poi succede qualcosa al supporto magnetico e le fotografie si cancellano. Oppure non sono più accessibili. Una secchiata d’acqua diaccia in capo le ripristinerà.