@vanitosa95: a Portrait of the Hater as a young Woman

In fondo @vanitosa95 è un nickname come tanti. Come tanti pseudonimi che uno ha a disposizione per celare agli altri la propria identità. Il perché uno voglia farlo o ne abbia necessità è sempre un mistero. In questo caso mi pare che la ragione della scelta dello pseudonimato sia più che evidente: tirare vigliaccamente il sasso per ritirare subito la mano. Non essere rintracciabile e, di conseguenza, imputabile. @vanitosa95, in fondo, è solo un modo per chiamarla. Quello che veramente importa è che questo account è in Twitter dal maggio scorso, che ha collezionato ben 116 messaggi (capirai!) tutti di odio e di augurio per determinati interlocutori (Laura Boldrini, la figlia di Laura Boldrini, i partecipanti alla Leopolda, Maria Elena Boschi, le persone che fanno battute sulla colica di Matteo Salvini) di tumori e disgrazie varie. Sono delle modalità assolutamente riprovevoli di agire e che hanno fatto sì che Twitter chiudesse l’account nel pomeriggio di oggi, mentre lo screenshot con i due tweet di odio puro l’ho fotografato questa mattina, quando l’account era ancora operativo. E’ un esempio come tanti altri di cialtronismo e di gusto per la vendetta usa-e-getta, ma i messaggi in questione mi sono sembrati particolarmente pesanti. Sarà che non ho mai augurato il cancro a nessuno. Sarà che ho sempre pensato che certi personaggi sono spesso dei grandissimi portatori di polemiche e che le polemiche si smontano con i fatti, per cui non c’è bisogno di invocare il cancro su di loro, basta contraddirli con argomentazioni solide e incontrovertibili. Sarà che trovo internet uno strumento troppo prezioso per sprecarlo in inutili invocazioni oncologiche a danno di questi e di quelli. Sarà che i messaggi di questa persona, di cui ho oscurato la foto (non per rispetto della sua privacy, perché non ne ho nessuno, ma per rispetto di quella della persona a cui è stata probabilmente carpita) mi hanno turbato al punto di venirne a parlare con voi e di lasciarne traccia. Perché il male in rete esiste. Ed oggi è passato per il nome di @vanitosa95.

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Delitto di link? Laura Boldrini querela Alessandro Meluzzi

Ieri Alessandro Meluzzi, criminologo ed esponente della Chiesa Ortodossa Italiana, in un tweet un link contenente un titolo su delle frasi attribuite (ma chiaramente disconosciute e dimostratesi non pronunciate) a Laura Boldrini e provenienti, già dal 2014, da un sito web (che in passato si definiva “giornale on line”) chiamato “Imola oggi”.

Il titolo incriminato è: «Boldrini: Le decapitazioni dei cristiani secondarie rispetto alle sofferenze dei musulmani». Nel tweet compare anche il nome della testata da cui proviene la dichiarazione. Niente altro.

La Boldrini, simpatica o antipatica che stia, quelle parole non le ha mai dette. Ma ha detto (o, meglio, ha delegato il suo staff a dire) a Meluzzi: “Meluzzi, sono un collaboratore di Laura Boldrini, che è occupata in Aula. La informo che la stiamo per querelare per la bufala che ha diffuso con il suo tweet. Buona giornata”

Che cosa ha fatto, dunque, Alessandro Meluzzi? Né più né meno che twittare un link a una fake news. Che non significa necessariamente o implicitamente che lui sia d’accordo con il contenuto offensivo della pagina (come invece accade per i like messi sui social network ai commenti di hate speaking), è solo un link. Potrei metterlo io stesso sul blog (quando si dice “se volete leggere la pagina originale cliccate qui”), non ci sarebbe nessunissima differenza tra quello che farei io e quello che ha fatto Meluzzi. E non mi pare proprio che riportare un link sia di per sé un crimine assimilabile a quello della diffamazione. Un link ha il solo valore di “segnalare” qualcosa. Che, in quel caso era (è) una pagina disponibile in rete dal 2014, mai rimossa né fatta rimuovere, che riporta una notizia indubbiamente fasulla. Non credo che nel 2014 Laura Boldrini non sia stata in grado o messa nelle condizioni di sapere del contenuto della pagina incriminata. Ci si domanda, dunque, come mai la stessa Boldrini abbia preferito attendere 5 anni e il momento in cui Meluzzi avesse riesumato quei contenuti per querelare qualcuno. Non si sarebbero potuti querelare nel 2014 i responsabili del sito “Imola oggi” e fatto rimuovere l’articolo suppostamente diffamatorio? Ma, soprattutto, che delitto c’è nel riportare un semplice link, ammesso e non concesso che ci sia un delitto?

Non è in discussione, in questa sede, il diritto sacrosanto di Laura Boldrini di rivolgersi alla magistratura se ritiene che la sua onorabilità sia stata lesa.- E’ in dubbio, invece, il fatto che sussista il reato. Per carità, io non sono un giudice (e ai giudici lascio il compito di esprimersi in merito), esprimo solo un’opinione.
La tendenza (un po’ modaiola oggigiorno) di ricorrere alle querele ad ogni ruggire di leone da tastiera, forse rischia di fare un po’ di ogni erba un fascio, e di scambiare le opinioni dissenzienti e le segnalazioni con la diffamazione, di confondere la critica, anche la più feroce, con l’ingiuria, lo sfottò con la calunnia e viandare. Che non si arrivi all’estremo del pensare “La pensi diversamente da me? Mi stai diffamando!”, sarebbe la più grossa esagerazione esistenziale possibile. Ma io credo che ci siamo già arrivati. Non con il caso Boldrini vs. Meluzzi, ma ci siamo già arrivati.

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Camiciottoli dichiarato colpevole in primo grado di diffamazione verso Laura Boldrini. Le motivazioni.

«Deve affermarsi che il contenuto del post pubblicato, niente ha a che vedere con la posizione politica del Camiciottoli sull’immigrazione ed è una semplice aggressione personale alla Boldrini quale donna». (…) «Non si tratta, in effetti, dell’augurio di uno stupro, come sostenuto dalla parte civile, ma del ricorso ad un armamentario dialettico tipicamente maschilista, in disuso da anni, almeno nei paesi occidentali, secondo cui, da un lato, una donna si contrasta più efficacemente, con battute allusive a sfondo sessuale (destinate a far sorridere un pubblico maschile, mettendo la donna al proprio posto) e dall’altro lo stupro non sarebbe in fondo cosa sgradita alla donna».

«Un simile scadimento degli argomenti qualifica normalmente chi lo adotta, ma non per questo non lede l’onore e la reputazione della donna presa di mira che viene attaccata e dileggiata negli aspetti più intimi».

“ (…) il messaggio ha avuto subito un’ampia notorietà, sia diretta, per via del numero di follower dello stesso Camiciottoli (2000-2500 secondo quanto viene dichiarato da lui stesso) sia attraverso le risposte (che il messaggio espressamente richiedeva), le condivisioni ed i like, tanto che, in breve, ha assunto, portata nazionale come dimostra l’interessamento di quotidiani a tiratura nazionale e di importanti trasmissioni radiofoniche e televisive”

“La frase incriminata ironizza sulla possibilità di collocare uno degli imputati agli arresti domiciliari a casa della Boldrini ipotizzando che ciò l’avrebbe fatta sorridere. In sostanza Camiciottoli afferma con sarcasmo che la reiterazione del reato all’interno del domicilio di arresto, e quindi ai danni della stessa Boldrini, non sarebbe dispiaciuta affatto alla persona offesa, ma anzi che la stessa ne avrebbe tratto un’occasione di buonumore”

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Matteo Camiciottoli: frase offensiva verso Laura Boldrini? Oggi è cominciato il processo di merito

boldrini

Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea (SV), nel 2007 pubblicò una frase piuttosto infelice nei confronti di Laura Boldrini: “Gli stupratori di Rimini? Scontino gli arresti domiciliari a casa della Boldrini”.

Si riferiva a un episodio in cui un gruppo di immigrati africani furono accusati di aver aggredito e stuprato una turista polacca e di avere successivamente aggredito un trans peruviano. I presunti autori dei crimini furono posti agli arresti domiciliari, circostanza questa che ha fatto indignare Camiciottoli che ha scritto: “Potremmo dargli gli arresti domiciliari a casa della Boldrini, magari le mette il sorriso”. Alla Boldrini la cosa non è piaciuta (e vorrei anche vedere!) e ha querelato il sindaco leghista per diffamazione.

Questa mattina, presso il Tribunale di Savona, si è svolta la prima udienza del processo a carico di Camiciottoli. Non sappiamo come sia andata, né se ci sia stata una sentenza. Nel caso ve ne darò conto.

La cosa più alienante è leggere su “il Giornale” che il sindaco “Scherzò sulla Boldrini”. Cioè, quello che ha convinto un Pubblico Ministero a citare direttamente a giudizio l’autore di un commento su Facebook sarebbe un gioco, uno scherzo, una zuzzurellata, una bagatella come si dice in giuridichese. Eppure la sua valenza apertamente offensiva, soprattutto nei confronti di una donna è evidente (provatevi a dire le stesse frasi nei confronti diu un uomo e vedrete cadere tutto il castello della pubblica accusa). Ma non solo. Si legge anche “Querelato. E ora processato. È il destino di Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea che lunedì, nel Tribunale di Savona, comincerà la sua battaglia per la libertà di espressione.” Dunque per i redattori de “il Giornale”, quella di lunedì non è l’udienza verso uno che ha oggettivamente diffamato, ma addirittura l’apertura di una vera e propria battaglia per la libertà di espressione.

Ed è un vero peccato, oltre che una cosa ridicola, scambiare la libertà di espressione per libertà di diffamare, di dire tutto, tanto è uno scherzo, di mettere sotto i piedi la dignità di una persona perché “tanto è così che funziona” e perché “Siamo su Facebook, si comportano tutti così”. Con chi sto io? Né con Camiciottoli né con la Boldrini, ma dalla parte della libertà di espressione quella vera. Camiciottoli, se si reputa innocente avrà tutte le possibilità e le libertà di far valere le sue tesi in un pubblico dibattimento che sta facendo crescere l’interesse della rete, anche perché si tratta del primo e del più altisonante dei procedimenti scaturiti dalle varie querele che Laura Boldrini ha presentato per difendere la sua onorabilità massacrata a colpi di commenti e di tweet sui social network, sui blog, sulle piattaforme di discussione “virtuali” (che brutto aggettivo!)

Est modus in rebus, ma quello che è certo è che tutto si può dire.

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David Puente assunto da Enrico Mentana nello staff del suo nuovo giornale on line

puente

FACCIO SUBITO UNA PREMESSA: David Puente è stato oggetto, nei giorni scorsi, di un attacco vile senza nessuna giustificazione. Qualcuno (si occuperà la magistratura di individuarlo) ha diffuso una notizia falsa, in cui si afferma che il debunker sarebbe stato oggetto di una perquisizione domiciliare alla ricerca di materiale pedopornografico. Si fa riferimento anche alle origini (vere o supposte) ebraiche del blogger. Il tutto con il logo e il marchio del quotidianola Repubblica”, quasi a voler dare una sorta di parvenza di autorevolezza alla vigliaccata in questione. Queste sono cose da condannare senza appello. Per quanto mi riguarda continuerò a criticare Puente per quello che fa, che dice e che scrive. Non mi interessano né le sue preferenze sessuali, né la sua provenienza etnica, né la sua fede religiosa.

E ORA COMINCIAMO. David Puente è stato nominato da Enrico Mentana come primo (in ordine di tempo) collaboratore del nuovo giornale on line del giornalista de La7. Che non esiste (ancora). Ma, intanto, la notizia ha creato unanime consenso nel mondo di certi radical-chic di sinistra che hanno subito battuto le manine ed esaltato la scelta. Ora, io non so se David Puente sia iscritto all’albo dei giornalisti o meno, ma questo è il requisito fondamentale che mi aspetto da un qualsiasi collaboratore di una qualsiasi testata, on line o cartacea che sia. Finché uno fa il blogger per conto suo (e io ne so qualcosa) può scrivere quello che gli pare. Ma quando si va a scrivere per  un giornale ci sono requisiti che non sono di per sé indispensabili (non ho detto che l’essere iscritto all’albo dei giornalisti sia la conditio sine qua non della collaborazione di Puente con Mentana, ma che me lo aspetto, così come mi aspetto che la farmacista che gestisce il negozio che mi vende l’Aspirina sia laureata in farmacia) ma che rendono il sito ricco di autorevolezza (e non di “autorità”).

Fatto sta che per il momento David Puente è stato nominato collaboratore di un bel niente, visto che il sito non c’è ancora. Arriverà? Sarà a giorni? A settimane? A mesi? Ma oggi come oggi non c’è. Inutile applaudire il niente.

Come niente fu quella nomina pubblicizzata in pompa magna da parte della Boldrini nella task force del quadriumvirato di ricerca sulle fake news con il marchio della Camera dei Deputati. Ci fu un linguaggio estremamente pomposo nell’annunciare l’iniziativa. Ho ritrovato in rete il virgolettato:

“Sono in contatto con esperti, i cosiddetti debunker: – ha spiegato la presidente durante un incontro con la stampa – il debunking è l’attività che smaschera le bufale” attraverso una verifica attenta e puntuale sulle fonti e sulla trasmissione della notizia. ”Sono Paolo Attivissimo (Il Disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo), David Puente (Davidpuente.it) e Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca  e consegneremo l’appello ai grandi social network che devono essere seri”.

Ma poi cos’hanno fatto? Sono andati in giro per le scuole italiane a sensibilizzare i giovani studenti? Hanno creato qualche sito di informazione vera oltre a quel Basta Bufale che raccoglie solo firme e che è stato abbandonato sul web a far scorrerere a video una serie (in)finita di testimonial? Hanno tenuto conferenze e incontri (più di uno, voglio dire) alla Camera dei Deputati per sensibilizzare l’opinione pubblica, i giornali (rei, secondo il mangiatore di amatriciana Paolo Attivissimo, di essere le prime fonti di diffusione delle notizie fasulle), i media sul pericolo della diffusione delle “bufale” (termine orrendo ma a loro piace tanto)? Anzi, ci risulta che il sito “Bufale un tanto al chilo” sia stato oggetto di sequestro preventivo per una accusa per diffamazione. La risposta è caduta nel vento, come dice una orrenda traduzione cattolica di Bob Dylan.

E poi sono curioso di vedere che cosa tireranno fuori un collaboratore che “silenzia” i suoi contatti su Twitter e un direttore che dà del “coglione” al cronista dell’agenzia Dire, aggiungendo l’epiteto “sparapalle” solo perché il cronista in questione aveva avuto l’ardire di chiedergli  se “Il suo editore di La7, Urbano Cairo, sarà anche quello del suo giornale online?” (se avete voglia di saperne di più leggete qui).

Much ado about nothing.

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L’orizzonte con l’apostrofo di Laura Boldrini

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Questi devono essere tempi crudeli e di totale generale disorientamento se un politico (e, dico, un politico) che siede in Parlamento grazie ai voti dei suoi sostenitori, ma che per la Costituzione rende conto all’intero popolo italiano, che, oltretutto, gli paga un lauto stipendio, scrive “un’orizzonte” con l’apostrofo.

E’ successo a Laura Boldrini e le ho fatto “tana” su Twitter solo ieri sera. E il bello è che i follower che hanno commentato (tranne uno, immaginate chi?), siano essi favorevoli o contrari alla politica boldriniana, non se ne sono minimamente accorti, continuando, imperterriti e noncuranti, ora a tessere le lodi ora a lanciarle vagonate di pomodori marci virtuali via web.

Chiariamo bene: io sono perfettamente convinto che Laura Boldrini sappia molto bene come si scrive “un orizzonte”, e che sia consapevole che l’apostrofo non ci va. Non addebito questo errore all’ignoranza. Ma alla sciatteria sì. A quell’atteggiamento precipitoso, cioè, che fa sì che una persona (certamente gravata da decine di impegni) dedichi a pubblicare un contenuto un tempo estremamente limitato. Si scrive, poi non si rilegge, si preme “pubblica” (e “pubblica” vuol dire esattamente “rendi pubblico”, “diffondi”), pare che vada bene così, poi si scivola sulla buccia di banana. Non è esattamente quello che si dice un atteggiamento rispettoso nei confronti dei lettori. O, come in questo caso, dei follower, che non ti chiedono minimamente di scrivere per loro, se lo fai è perché sei TU che hai qualcosa da dire, e il minimo che si possa pretendere è che tu lo faccia nel modo più corretto possibile.

Chi parla male pensa male.

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Fascismi d’Italia

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Stiamo assistendo a una serie piuttosto variegata e assortita di fascismi di ogni fattura e natura.

Il fascismo è così. E’ maledettamente camaleontico e si trasforma in una serie praticamente infinita di manifestazioni (spesso della stupidità umana).

Il fascismo è, per esempio, vedere la testa della Boldrini protagonista di un pietoso e malfatto photoshop, penzolare sanguinolenta sotto una scritta che dà i brividi solo a leggersela (“Sgozzata da un nigeriano inferocito. Questa è la fine che deve fare.”), figuriamoci a metterla in pratica. Ora, indubbiamente la Boldrini è criticabile per moltissimi suoi atteggiamenti, ma non può essere oggetto di bersaglio e scaricatoio di malumori e dolori di stomaco da intolleranza dei migranti in Italia. Poi l’autore del gesto in questione è stato individuato. Si chiama Gianfranco Corsi, ha 58 anni ed è della provincia di Cosenza. Uniche armi a disposizione un computer e la schiavitù di Facebook.

Il fascismo è, sempre per esempio, tirare un sospiro di sollievo al leggere che è stato individuato l’autore del fotomontaggio contro la Boldrini e scoprire che ne è stato messo in linea un altro (perché i fascismi sono così, si riproducono per partenogenesi), in cui si vede la testa dell’ex presidente della Camera stretta da una pinza in mano a una persona col viso insanguinato. Scusatemi ma non mi va di ripubblicare questo materiale iconografico, ne avreste solo nausea. La scritta, comunque, riporta  “Giustizia per Pamela Mastropietro barbaramente uccisa e fatta a pezzi da una risorsa nigeriana amica della Boldrini”. Anche qui un computer per sparare a zero e spargere intolleranza e male di vivere. Segnalato anche qui l’autore della bravata, solo che non se ne conosce ancora l’identità. Ed è un peccato perché i fascismi dovrebbero sempre avere un nome e un cognome.

Il fascismo è, ancora per esemplificare, uno che al posto del computer per sparare usa una pistola vera, regolarmente detenuta, seminando il panico per le vie di una città come Macerata e ferendo sei persone, tutte di colore, solo perché voleva vendicare (si legga “farsi giustizia da solo”) la morte della ragazza tossicodipendente fatta a pezzi e occultata da un immigrato. Gli hanno trovato in casa il “Mein Kampf” di Hitler (e qualcuno dirà: “perché, non si può tenere??”), croci celtiche, svastiche, saluti romani, arresti teatrali mentre si faceva avvolgere dalla bandiera italiana. E sulla rete (ma anche fuori) manco a dirlo, manifestazioni di solidarietà a iosa e c’è già qualcuno che lo chiama “eroe”. Il suo avvocato racconta di venire addirittura fermato per la strada e di ricevere attestazioni di stima dai passanti da rivolgere al suo assistito (per il quale chiederà comunque una perizia psichiatrica). I fascismi sono spesso permeati di imbarazzo, e lo crediamo bene.

A scuola i fascismi si travestono da studenti. A guardarli sembrano innocui, hanno sui 15-16 anni, i brufoli come tutti i loro coetanei, ma possono vantare un profilo Facebook di tutto rispetto. Interventi per la commemorazione di figure come Giovanni Gentile (che troppo spesso ci si dimentica essere stato il braccio destro di Mussolini per l’istruzione), fotografie con magliette inneggianti all’ardore, al sacrificio, alla forza fisica, a Dio, alla patria, magari anche al Duce che non fa mai male, e poi vanno in giro dicendo “Sì, io sono fascista”, e nessuno dice loro niente, nessuno li ferma, nessuno comunica un messaggio diverso perché i fascismi fanno paura, anche se hanno solo 15 anni e allora meglio stare lontani, ma il punto è che mentre tu stai lontano loro agiscono. Organizzano dibattiti, presentazioni di libri, invitano questo, invitano quello, sempre tra di loro, sempre tra amici. Hanno gioco facile perché nella scuola italiana regna la più massiccia assenza di pensiero critico che si sia mai verificata nella storia. Nessuna proposta decente per le assemblee di istituto, tranne i soliti tornei di calcetto, di pallavolo, la proiezione dei sempiterni “L’attimo fuggente” o “La vita è bella” in una saletta secondaria, per non parlare del dibattito sulle tossicodipendenze regolarmente snobbato da decine di studenti felici di non poter fare un cazzo per una mattinata intera. E’ logico che su questo terreno dissennato certe proposte per così dire “alternative” trovino un ambiente per attecchire. “Un dibattito sui valori tradizionali, la presentazione di un libro, il ruolo di Giovanni Gentile nella scuola moderna, eh, ma che bello, che figata, bravi, bravi… venite che vi diamo l’aula magna!” Poi vai a vedere il curriculum degli invitati per controllare i loro trascorsi politici e ti viene freddo. Perché per i fascismi non puoi dire, come per tante altre cose, che “son ragazzi”.

Il fascismo è questo e molto altro. Ed è la prima volta che io ne ho paura.

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Massimo Corsaro a Emanuele Fiano: “le sopracciglia le porta per coprire i segni della circoncisione”

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E’ una storia di ordinario parlamento. Massimo Corsaro, Gruppo Misto, manda un commento via Facebook con cui ha insultato ed attaccato il deputato del PD Emanuele Fiano, reo di essere il primo firmatario di una proposta di legge che tende a (re)introdurre i reati di apologia di fascismo (come il saluto romano, ad esempio), una delle poche cose buone che stia facendo il PD -e dàgli e dàgli ci è riuscito- fino ad ora. Il commento recita: “Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…” ed è un chiaro riferimento all’appartenenza culturale e religiosa di Fiano.

Ora, e qui non ci son storie, l’insulto al credo (religioso, filosofico, morale, culturale o politico) inteso ad attaccare la persona è sempre da condannare, proprio perché esula dalle questioni di merito e va a finire su caratteristiche della persona che nulla o quasi dovrebbero avere a che fare con la discussione, ammesso che di discussione, a questo punto, si possa parlare.

Poi se ne esce Renzi tutto pomposo con un tweet in cui lancia l’hashtag #iostoconlele chiedendo contemporaneamente le dimissioni di Corsaro (dimissioni che, naturalmente, sa già che non potrà mai ottenere): da qui la tendenza modaiola-piddina dell’emulazione l’ha fatta da padrona. Tutti i pezzi grossi del Partito hanno scritto parole di comprensibile solidarietà, solidarietà che è arrivata anche da personaggi fuori dal PD come lo stesso Marco Cappato, recentemente rinviato a giudizio per l’aiuto al suicidio di Dj Fabo. Bene. Voglio dire, prevedibile ma bene. Un po’ patetica la scia di emulatori del capo che, come il pifferaio di Hammelin, ha tirato fuori lo zufolo e loro a corrergli dietro incantati come tanti topolini al seguito, ma va ancora bene.

Ce ne fosse UNO, dico UNO che abbia chiesto a Emanuele Fiano di fare una cosa semplice e certamente alla sua immediata portata: querelare Massimo Corsaro. Sono tutti e due partlamentari della Repubblica e hanno tutti i mezzi (non solo economici, voglio dire) per poterlo fare. Perché la solidarietà a colpi di hashtag non basta. Non può e non deve bastare. In un contesto in cui si legifera, certe questioni personali vanno risolte a fil di legge, se no è sempre il solito dài, vieni qui, fatti abbracciare, ma com’è successso, oh, ma che cose orribili che ha detto, hai tutta la mia solidarietà, sei un grande, sei un mito, vai avanti così, tè, ciapa sü…

Perché è chiaro, è tutto “raccapricciante”, “doloroso”, “vergognoso”, un “gesto senza scusanti”, “volgare”, “disgustoso”, ma una volta che si è detto e si è stabilito questo che si fa? Benissimo, è solo Emanuele Fiano che può decidere se querelare o no chi l’ha offeso e nessun altro al di fuori di lui è può darsi benissimo che la sua risposta (rispettabile) a tutto questo sia mettersi a lavorare al progetto di legge contro l’apologia di fascismo, magari lontano da tutto questo chiasso che si sta facendo contro la sua persona. Rispettabile, anche se non condivisibile. Ma l’episodio mi ricorda il caso di Laura Boldrini che per rispondere ad alcuni insulti ricevuti su Facebook li mise in prima pagina per mostrare quanto crudele fosse la gente. E sinceramente non vorrei che questa logica perdente avesse a ripetersi. Sarebbe veramente troppo.

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L’insostenibile leggerezza di chiamarlo “Stefano”

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E’ morto Stefano Rodotà e io ci sono rimasto così male da non aver trovato nulla da dire o da dedicargli (non credo sia la stessa cosa, anzi, quasi mai lo è, ma è tanto per dire) nelle ore immediatamente successive la sua morte.

Come la maggior parte di noi ho appreso la notizia via internet, dove era riportata in primissima evidenza sui principali quotidiani nazionali, verso sera. Poi, la mattina successiva, era già passata in second’ordine (via, via, che qui il mondo gira, posson mica star dietro solo a Rodotà che muore lorsignori dell’editoria giornalistica!).

Poi i commenti su Twitter. Io è tanto tempo che mi dico che devo assolutamente iscrivermi ai canali delle istituzioni e dei principali politici italiani, ma leggere quello che scrivono può farmi male ai succhi gastrici, che son già delicatini, per cui mi dedico con tempi e attenzione limitati allo spulciare i loro cinguettii. Ce n’è uno che mi ha particolarmente colpito, ed è quello di Laura Boldrini, di cui non parlo più in questo blog da molto tempo. Ha scritto: Con #Rodotà [mi raccomando l’hastag, che fa più figo] perdiamo uno straordinario giurista [vero!], che si è battuto per il diritto di avere diritti [verissimo, sacrosanto!], anche nell’era digitale. [Perché, nell’era digitale i diritti non valgono?? Va be, passiamole anche questa.” E poi la chiusura finale: “Grazie Stefano”.

Ma come sarebbe a dire “Grazie Stefano”?? Perché lo ricorda e lo chiama come se fosse un amico intimo di infanzia? Perché si conoscevano, d’accordo, mi fa piacere, certamente Rodotà era un uomo dalla compagnia gradevole e da cui c’era sempre qualcosa da imparare, ma diamine, sei la Presidente della Camera, un po’ di contegno e di misura nell’eloquio non guasterebbe. Che so un “Grazie Professore” (per ricordare tutti gli anni di Rodotà spesi nell’insegnamento e nella formazione di generazioni di giuristi), “Grazie Presidente” (per ricordare quello che ha fatto come Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali). Rodotà era un gigante e almeno in articulo mortis merita il rispetto e il doveroso Lei che tutti gli dobbiamo tutti. E che gli deve, a maggior ragione il Presidente della Camera come terza figura istituzionale. Che, evidentemente, non smette di essere Presidente della Camera neanche quando sditeggia su Twitter.

Così ho scritto un controtweet alla Boldrini: “Perché lo chiama ‘Stefano’ come se ci fosse andata a mangiare la pizza insieme fino all’altro giorno?” I miei 140 caratteri di amarezza.

Per tutto quello che ho appreso nella lettura dei suoi scritti, grazie Professor Rodotà!

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Laura Boldrini: il fidanzato/sul volo di Stato/non è reato

Abbiamo appreso che il GUP ha ordinato l’archiviazione della causa che vedeva Laura Boldrini coinvolta per il volo di Stato in Sud Africa (in occasione dei funerali di Nelson Mandela) “aperto” anche al suo fidanzato. Non sarebbero ravvisabili fattispecie di rilevanza penale. Dunque, giustamente, si archivi.

Bene. E allora?

C’è proprio bisogno che sussista una fattispecie penale per considerare un comportamento quanto meno criticabile? Ci sono decine di comportamenti quotidiani che sono ampiamente censurabili pur non costituendo illecito penale. Che so, sputare per terra, mettersi le dita nel naso al semaforo, fumare nella sala d’aspetto di un medico, ruttare in presenza di una signora, tirare una sequela di parolacce in Chiesa e via a riempire.

Portare il proprio fidanzato su un volo di Stato, per un’alta carica, è, dunque, certamente lecito. Ma “lecito” non vuol dire “etico”, “giusto”, “auspicabile”. E’ pur vero che il fidanzato in questione non ha approfittato di nessun fondo pubblico, in fondo un volo di Stato costa un Tot, sia che ci vada una sola persona, sia che l’aereo sia pieno, e se avanza un posto non c’è nulla di male a farci salire un congiunto affettivo. Non c’è nulla di male, dicevo, ma cosa c’è di bene?? Non sarebbe stato meglio che il signor fidanzato di Laura Boldrini viaggiasse COMUNQUE con un volo di linea, come avrebbe fatto qualunque altro cittadino, perché è questo che è, un cittadino come tutti gli altri? I soldini per permettersi un biglietto aereo a Johannesburg non credo proprio che manchino alla coppia, dunque perché esporsi alle critiche, alla ferocia dei media e financo a una causa penale? Non sarebbe stato preferibile un titolo come “Il fidanzato di Laura Boldrini viaggia in seconda classe a sue spese” anziché quelli insinuanti e provocatòri che certa stampa ha divulgato?

Che cosa si è voluto leggere in quella sentenza? (1) Che veniva legittimato un legame affettivo ricondotto alla stregua di un legame burocraticamente stabilito? Ovvero, che una coppia di fidanzati, a livello di dignità di rappresentanza istituzionale, equivale a una coppia regolarmente unita in matrimonio? Se è davvero questo quello che certe letture della sentenza intendono sottolineare è proprio pochino. La signora Boldrini è liberissima di avere le relazioni che vuole con chi vuole e nel modo che ritiene più opportuno per la sua vita. Punto. Non c’è altro e nessuno è qui a negarglielo. Troppo comodo gridare alla discriminazione sessista quando si tratta di diritti elementari della persona. Ma santo cielo, ci sono migliaia e migliaia di altre coppie che vivono nel cosiddetto “more uxorio” e che non hanno nemmeno il diritto di reversibilità della pensione di poche centinaia di euro se uno dei due muore, figuriamoci ad avere accesso a un volo di Stato. E’ un riconoscimento forzato a ciò che lo Stato non riconosce (non ancora) e c’è gente che ne soffre le pene dell’inferno, altro che Sud Africa!

E allora quella che viene definita una “vittoria” è solo mera ordinarietà. Oltre il penale c’è di più.

(1) Mi riferisco all’articolo del blogger Dario Accolla intitolato “Sessismo, una questione all’italiana: Boldrini, l’aereo e il compagno” (Il Fatto Quotidiano) con  cui sono in totale disaccordo.

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Laura Boldrini e il finanziamento pubblico ai partiti

Era un bel po’ di tempo che non parlavo più di Laura Boldrini.

Era diventata, per me, poco più di una passante che ti urta o ti pesta un piede. Ti fermi, le dici di stare più attentina la prossima volta perché guarda l’ il callo, poi riprendi la tua strada, mastichi qualche bestemmia e dopo altri tre o quattro passi ti sei già dimenticato del nome e del viso di chi si era posto impunemente in mezzo al tuo passaggio.

Invece rieccola, la Boldrini, con un tweet che denuncia la sua (personalissima, s’intende) preoccupazione per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E lì ti càscano i diociliberi, perché la prima cosa che ti si stampa nella mente come un flash è che nel 1993 si è votato un referendum proprio sullo stesso tema e che la maggioranza degli italiani si espresse a favore della cancellazione dell’odioso prelievo politico dalle tasche dei cittadini. Successivamente l’infida consuetudine fu reintrodotta con vari nomi e nomignoli su cui è doveroso stendere un velo di pietà.

Quello su cui, no, non bisogna stendere alcun velo è il fatto che una persona che occupa un’altissima carica dello Stato  dimentichi questo dato fondamentale di democrazia diretta e non si voglia piegare a un elemento evidente che deriva dall’esercizio diretto di diritti sacrosanti sanciti dalla Costituzione.

Perché la Boldrini è così contraria all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti? Semplice, perché un “sistema democratico deve garantire a tutti l’accesso alle cariche pubbliche”. Oh!
Ma il sistema è democratico proprio perché chi viene votato maggiormente ha maggiore possibilità di accesso alle cariche pubbliche, chi viene votato di meno avrà una rappresentanza minore e di controbilanciamento (altri la chiamano “opposizione”), sono secoli che funziona così e nessuno ci vede niente di strano, a parte la Boldrini che è stata candidata alla Camera con un partito che da solo non sarebbe riuscito a vedersi rappresentato e che ha dovuto coalizzarsi con il PD, ma questo inciucio le ha permesso di essere eletta allo scranno più alto di Montecitorio.

La cosa che desta particolare meraviglia non è tanto il fatto che ci si limiti a manovrare la materia del finanziamento pubblico ai partiti dalle stanze buie e polverose del palazzo (ora lo so cosa mi risponderebbe la Boldrini: “Parli per sé, nel mio ufficio non c’è nemmeno un granello di polvere!”), ma che queste esternazioni vengano scritte, così, senza pensarci troppo, magari fidando nel fatto che su Twitter uno scritto ha, solitamente, vita breve.

Ma noi abbiamo la memoria lunga

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Camera con vista

Stamattina, verso le 10, ho acceso la Radio su GR Parlamento (ormai anche Radio 3 sta diventando inascoltabile per il marcato carattere filogovernativo delle trasmissioni informative del mattino).

Trasmettevano, probabilmente in replica, la conferenza stampa della Presidente Laura Boldrini, in occasione della cerimonia del ventaglio.

Immancabile la domanda sul rapporto tra le istituzioni e i social media, alla quale la Boldrini ha risposto, con entusiastico slancio, che la Camera dei Deputati è felicemente su Twitter, su Flickr e su Instagram, e che presto avrà anche lei la sua pagina Facebook.

Oh!

Ora le domande sono: e allora? Qual è l’interesse pubblico della notizia? E si pretenderebbe anche una risposta.

C’è gente (come me) che ha un account su Twitter da anni e, giustamente, questa non è una notizia. Anche perché se si dovesse fare una “caso” di ogni account Twitter aperto si intaserebbero le agenzie di stampa.

Cos’hanno fatto, dunque, quelli della Camera dei Deputati? Hanno fatto né più né meno che quello che facciamo un po’ tutti, hanno sottoscritto alcune condizioni, hanno settato un paio di permessini, hanno messo on line una fotografia di sfondo e, come tutti, possono usare un canale loro dedicato.

Nessun capolavoro della potenza informatica, dunque, nessuna alta espressione dell’ingegno umano, piuttosto è assai singolare come ci sia gente che è su Facebook da anni e un’istituzione non vi abbia ancora aperto la sua pagina. Mentre gli utenti invecchiano sul social network più amato dagli italiani la Camera dei Deputati non riesce (ancora) a fare vagiti e ruttino.

Il distacco da parte delle istituzioni nei confronti della gente, si vede anche da questo: sonnecchiamenti diffusi (su Twitter molti messaggi sono dedicati ad avvertire il pubblico di quando iniziano e quanto finiscono le sedute) e poi, quando si tratta di stringere, è tutto uno sventolar di orgoglio di appartenenza alle forme più trendy della comunicazione.

Ricordo che tempo fa un’impiegata della Biblioteca di Empoli sventolava per ogni dove il fatto che da quel momento in poi fosse possibile comunicare con l’ente anche via Skype. E in fondo che cos’era stato fatto? Era stato installato un programma (o una APP, come si dice oggi con orrida tendenza contrattiva), niente di più.

E la Camera non è da meno. Solo che al di là dell’orgoglio c’è la rabbia fallaciana di doversi sottoporre alle critiche degli utenti. E lì stà l’inghippo. Perché impedire i commenti della gente proprio non si può, ma nemmeno pagare qualcuno che stia lì solo a guardare chi offende e chi no e cancelli ora questo ora quell’altro intervento.

Perché è questa la Camera. Vecchia, polverosa e un po’ disordinata.

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Laura Boldrini: Guten Hashtag!

Non ci sono più parole per raccontare le reazioni verbali e non di Laura Boldrini di fronte alle presunte offese che le giungono.

Infatti, se da una parte le espressioni rivoltele possono far legittimamente pensare a un’intenzione diffamatoria, dall’altra i suoi pasticci telematici prestano il fianco a una interpretazione quanto meno pretestuosa dell’indignazione dimostrata davanti a quelle espressioni suppostamente denigratorie.

Beppe Grillo ebbe, giorni fa, a definire la Boldrini “un oggetto di arredamento del potere, non è stata eletta ma nominata da Vendola.
Ora, indubbiamente sentirsi definire “oggetto di arredamento” sa molto di soprammobile e può ferire e urtare la sensibilità personale. La Boldrini avrebbe avuto tutto il diritto di rivolgersi alla magistratura per vedere se quelle parole sono o non sono un’offesa o se sono frutto (come io sono convinto) del diritto di critica di Beppe Grillo.

Ma la Boldrini ha contrattaccato, e l’ha fatto sul web, attraverso il suo account Twitter: “Grazie alle parlamentari di diversi partiti per la solidarietà contro un’offesa a tutte le donne. Grazie a chi sta twittando #siamoconlaura”.

Facile la contromossa: “Le critiche sono rivolte a lei, non alle donne italiane. Si vergogni di usarle come scudo per la sua incosistenza.”

Al che, inspiegabilmente, la Boldrini cancella il suo intervento su Twitter. Che viene comunque ripreso da svariate testate giornalistiche, il TG1 in testa. Viene anche ripreso dallo stesso blog di Grillo, ma col passare delle ore viene a mancare sempre di più la fonte diretta. Nessuno, in breve, che si sia preso la briga di “fotografare” il post prima della sua cancellazione. E le notizie riportate di seconda mano sono sempre un po’ antipatiche.

Sono riuscito a ritrovarne tracce sicure, perché il post originale è, purtroppo, stato cancellato anche dalla cache di Google.

Ma andando a cercare proprio su Google la stringa “solidarietà contro un’offesa a tutte le donne (l’ultima parte dello scritto della Boldrini) si trova che l’intervento, ancorché cancellato, è stato regolarmente indicizzato:

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

Qui potete vederlo in versione più ingrandita:

I riferimenti sono chiari, c’è l’indirizzo web dell’account della Boldrini e c’è anche il numero di riferimento del post. Il testo è proprio quello, così com’è stato riportato.

Su Twitter i toni si sono un po’ smorzati (Grazie ai gruppi della #Camera per il sostegno in aula non tanto alla mia persona, ma all’Istituzione che rappresento – Grazie a chi ha firmato una nota di solidarietà nei miei confronti e ai tanti che stanno retwittando)

ma su Facebook la Boldrini rilancia: “Così tanti attestati di vicinanza e solidarietà oltre a farmi piacere sono la prova che chi voleva offendere me ha in realtà offeso tutte le donne. Fuori e dentro la Camera.” In breve, si arroga il diritto di rappresentare tutte le donne (“fuori e dentro la Camera”, ci tiene a precisare, come se ci fosse differenza), anche quelle che possono essere d’accordo con Grillo e, quindi, non sentirsi minimamente offese.

Non esiste la diffamazione di genere e la Boldrini non ne è l’emblema. Abbia almeno la compiacenza di non parlare anche in nome di chi non si sente rappresentata da lei.

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